#Kurds #Terremoto – CURDI: DOPO IL TERREMOTO, LA SOSTITUZIONE ETNICA? – di Gianni Sartori

fonte immagine KURDPress

Tra gli effetti collaterali del terremoto del 6 febbraio esiste anche quello di un possibile “cambiamento demografico” (leggi: sostituzione etnica) nelle regioni maggiormente colpite. Fino al momento del sisma abitate prevalentemente da curdi alawiti (seguaci dell’alevismo, corrente islamica di derivazione sciita).

Preoccupanti le prospettive, per esempio, per le popolazioni curde alawite di Pazarcik e di Elbistan (provincia di Kahramanmaras/Gurgum). Già fortunosamente sopravvissute ai pogrom degli anni settanta, in particolare nel dicembre del 1978 (coincidenza: appena dopo la fondazione del PKK) quando oltre un migliaio di curdi-alawiti vennero brutalmente ammazzati e molti altri costretti alla fuga, disperdendosi sia in altre regioni della Turchia che in Europa.

Ora in qualche modo Ankara sembra volerci riprovare avendoli – di fatto – abbandonati a se stessi dopo il 6 febbraio. Nella malcelata speranza che se ne vadano altrove, sradicandosi per sempre dalle terre ancestrali.

Come hanno ricordato esponenti di HDP “l’epicentro del sisma si collocava a Maraş, regione curdo-alewita che negli anni settanta aveva già subito l’emorragia di una massiccia emigrazione (a causa dei citati pogrom nda) e che ora ha perso in gran parte i mezzi di sussistenza”.

Senza dimenticare che proprio nella regione di Maraş, era già stata avviata la costruzione di campi profughi per gli immigrati arabi sunniti provenienti dalla Siria. In vista di un cambio demografico (leggi sempre: sostituzione etnica, espulsione) che – a questo punto – il terremoto potrebbe aver favorito.

Il timore di un ulteriore spopolamento, oltre che dal Partito democratico dei popoli (HDP), è stato espresso dalla Commissione per gli affari internazionali e religiosi dell’Unione delle Comunità del Kurdistan (KCK).

Rivolgendo all’opinione pubblica internazionale un appello di solidarietà con queste comunità a rischio e per evitarne la dispersione.

Analoga richiesta di vigilare sui trasferimenti più o meno forzati della popolazione quella sollevata dal Centro di coordinamento di crisi di Amed (Diyarbakır, con oltre 400 vittime accertate) in una conferenza stampa nel distretto di Payas (Kayapinar). Il Centro è sorto dalla collaborazione tra vari partiti (oltre a HDP, il Partito democratico delle regioni, il Partito della sinistra verde…) e alcune Ong.

L’esponente di HDP Gülistan Atasoy ha innanzitutto ricordato e onorato le decine di migliaia di vittime del sisma e i milioni di sfollati. Per poi denunciare le “carenze causate dalla mentalità centralista del governo AKP/MHP, capitalista, avido di denaro e immorale”. Precisando che se a Diyarbakir sono crollati “solo” sei edifici (ma sarebbero oltre duemila quelli danneggiati, una cinquantina quelli irrecuperabili) i morti accertati risultano ben 409. Una conferma delle criminali operazioni di speculazione edilizia già denunciate anche prima del sisma*.

Tuttavia “la solidarietà del popolo è fonte di speranza, fondamentale di fronte alla visione militarista dello Stato”.

Purtroppo Diyarbakir, come tante altre città e villaggi curdi, è amministrato direttamente dal ministero degli interni che ha sostituito arbitrariamente i sindaci e i consiglieri comunali eletti dalla popolazione. E questo, fatalmente, ha reso più complicato l’intervento dei soccorsi.

Del resto anche in questa situazione apocalittica, il governo turco (definito “vile, egoista e misantropo”) non si sarebbe preoccupato d’altro che del “mantenimento del proprio potere”.

Di sicuro non si risparmia nelle condanne ai gestori del potere l’ Unione delle Comunità del Kurdistan. Sostiene che la ragione per cui molti aiuti mobilitati dopo il terremoto sono stati di fatto bloccati sarebbe “l’identità curdo-alewita delle popolazioni colpite”. Un’identità che si vorrebbe eliminare (“vista come un nemico da distruggere”). Tanto che “le distruzioni e le vittime sono viste dal governo come un’opportunità favorevole alla politica genocida già applicata in passato”. 

Da parte sua il co-presidente del Partito della sinistra verde, Abbas Şahin, ha voluto ricordare che c’era stato un precedente. Infatti “l’AKP (Partito della Giustizia e dello Sviluppo, il partito di Erdogan nda) era arrivato al potere nel 1999 dopo il terremoto con l’evidente mancanza di misure di sicurezza nella regione di Marmara”. Ma a 23 anni di distanza l’AKP sembra non aver imparato la lezione. Proseguendo nella nefasta opera di devastazione ambientale e di sfruttamento, sia delle risorse naturali che delle popolazioni “alla ricerca del profitto e accettando la logica del massacro, delle stragi al fine di arricchire ulteriormente una minoranza di suoi sostenitori e collaborazionisti”. Di fronte allo spettacolo di un dramma incommensurabile “il potere politico tenta di sfuggire alle sue responsabilità con la solita politica del controllo e del consenso e definendo il sisma come la catastrofe del secolo (e come tale imprevedibile secondo le autorità turche nda)”.

Ma il popolo sa “riconoscere quale sia la realtà dei fatti”. 

Con la sua “politica del giorno per giorno, protesa solo alla conservazione del potere, l’AKP (Partito della Giustizia e dello Sviluppo) è diventato il carnefice di decine di migliaia di persone”.

Con i ripetuti condoni e amnistie nel settore edilizio, centinaia di migliaia di abitazioni hanno ottenuto il permesso di costruzione in zone non adeguate (notoriamente ad alto rischio sismico), senza controlli e sorveglianza. Questa politica a breve termine “fondata sui profitti ha rappresentato un disastro per la nostra società”.

Dato che al peggio non c’è limite, ora si profila l’eventualità che “qualcuno” abbia l’intenzione di approfittare anche degli aiuti.

Informava il Centro di coordinamento che molte forniture per gli aiuti urgenti (alimenti caldi, coperte…) erano state rese disponibili fin dal primo momento. Grazie al lavoro di migliaia di volontari che si erano spinti fino ai villaggi più lontani. Da Diyarbakir erano partiti centinaia di camion stipati appunto di tali forniture d’emergenza. E invece “lo Stato e il governo che per almeno tre giorni non si erano fatti vedere nei luoghi colpiti dal sisma, hanno cominciato a confiscare le forniture di soccorso”. Allo scopo, secondo il Coordinamento di “arricchirsi”.

Con una “mentalità usurpatrice ben conosciuta dal nostro popolo”.

Per le decine di migliaia di persone le cui abitazioni sono ora inagibili, il governo ha proposto il loro trasferimento dalla città di Diyarbakir a quella di Antalya. Un metodo, denunciava Abbas Şahin che “a noi fa tornare in mente la politica di reinsediamento (leggi migrazione forzata, deportazione nda) già sperimentata alla fondazione della Repubblica”.

Quanto alla soluzione provvisoria, una tendopoli di oltre ventimila tende “espone la popolazione, oltre che all’isolamento sociale, ai rischi sia di epidemie che di inondazioni (sorgerebbe in prossimità del Tigri nda)”.

Ma soprattutto, per l’esponente di HDP Zeyyat Ceylan:

“Noi dobbiamo continuare a vivere qui, nel nostro paese, qualsiasi cosa succeda. Il fatto che ci siano state cosi tante vittime è dovuto alla mancanza di precauzioni, di difese. Noi difenderemo sempre la vita sul posto. Senza il regime di amministrazione forzata, queste carenze non esisterebbero.Le comunità amministrate con la forza non sono in grado di risollevarsi autonomamente”.

Per cui appare evidente che “lo Stato turco ha fallito nella sua missione”.

In compenso la solidarietà a Diyarbakir è una realtà concreta “costruita nel corso di 50 anni di lotte. Il nostro rimedio è il nostro popolo. Prendiamoci cura gli uni degli altri, uniamo le nostre mani nella solidarietà” concludeva Zeyyat Ceylan.

Per continuare a vivere nella propria terra senza mai rinunciare alla propria identità.

Gianni Sartori

* nota 1: https://centrostudidialogo.com/2022/01/14/kurds-repressione-larchitetto-e-il-generale-ieri-a-derry-oggi-a-diyarbakir-quando-lurbanistica-e-funzionale-alla-repressione-di-gianni-sartori/

#Kurds #War – SE NON BASTA NEMMENO IL TERREMOTO… – di Gianni Sartori

fonte immagine ANF

Niente da fare. La terra sconvolta dal sisma, i palazzoni-alveare (frutto della speculazione) in macerie, migliaia e migliaia di vittime, decine di migliaia di sfollati…ma il regime turco mantiene imperterrito l’abituale postura anti-curda.

Sia in Bakur che nel Kurdistan del Sud (Basur).

Stando a quanto denunciato il 21 febbraio dalla Commissione per le leggi e i diritti umani del Partito democratico dei Popoli (HDP), una decina di persone sarebbero state pesantemente maltrattate, picchiate e torturate (come sembrano confermare le immagini allegate alla denuncia, con vistosi ematomi e ferite in varie parti del corpo) dopo l’arresto nella zone sinistrate del Kurdistan sotto amministrazione-occupazione turca. Accuse rivolte al capo della polizia di Hatay, al capo della polizia del distretto di Iskenderun e ad alcuni agenti diretti responsabili (ma è improbabile che abbiano agito per libera iniziativa).

Inoltre l’HDP sostiene che agli arrestati (“persone innocenti che hanno perduto i loro familiari e che non hanno più né casa né lavoro”) vengono addossate colpe che “non corrispondono ai fatti realmente accaduti”.

Ricordando poi che la tortura è formalmente vietata dalla Costituzione, dal Codice penale turco (n° 5237), oltre che da numerose convenzioni internazionali a cui Ankara ufficialmente aderisce. 

Altra musica (ma solo apparentemente, la sostanza rimane identica) nei territori curdi entro i confini iracheni, sotto continuo attacco da parte di esercito e aviazione turchi. Anche nel dopo-terremoto e nonostante la tregua annunciata, immediatamente dopo le devastanti scosse del 6 febbraio, dall’Unione delle Comunità del Kurdistan (KCK, l’organismo che riunisce e coordina le varie componenti del movimento di liberazione curdo).

In un comunicato delle Forze di Difesa del popolo (HPG, considerato il braccio armato del PKK) si sostiene che soltanto nella giornata del 19 febbraio Ankara avrebbe scatenato ben 56 (cinquantasei !) attacchi contro le zone in cui è presente la Resistenza curda.

Sia con i caccia (una decina di attacchi) che con carri armati, obici, mortai e altro armamento pesante (per altri 46 attacchi complessivi).

Le zone maggiormente bombardate dall’aviazione sarebbero quelle di Werxelê e i dintorni di Geliyê Balinda e di Wargeha Şehîd Rêber. A cui bisogna aggiungere anche le zone di Gundê Girê, Gundê Bîrkiyetê e Xêrê.

Invece i colpi delll’artiglieria si sono riversati soprattutto sull’area di Girê Cûdî, su Çemço (dove è maggiormente insediata la guerriglia) e nella regione di Zap (in particolare contro l’obiettivo del villaggio di Sîda).

Da parte loro, coerentemente con la tregua decretata unilateralmente, i partigiani curdi mantengono soltanto l’opzione difensiva.

Gianni Sartori

#Territorio #Società – PER QUALCUNO UN “ALTRO ALPINISMO” (DI LACRIME E SANGUE) E’ DRAMMATICAMENTE NECESSARIO, SENZA ALTERNATIVE…. – di Gianni Sartori

“C’è chi in Montagna ci va per noia, chi se lo sceglie per professione…
Per tanti diseredati né l’uno né l’altro, loro lo fanno per disperazione…”

Anche recentemente percorrendo qualche “stroso” berico- euganeo o prealpino mi è capitato di incrociare persone che hanno partecipato in varia forma a progetti tra le montagne pakistane. Con lo scopo ufficialmente dichiarato di “aiutarli a casa loro”.
Sorvolo sul fatto che tra i miei pur numerosi allievi di origine pakistana (corsi di alfabetizzazione per adulti di qualche anno fa) non ho mai incontrato montanari hunza o balti. Provenivano invece da aree metropolitane veramente degradate, oppure da campagne devastate periodicamente da siccità e alluvioni, (stando ai loro racconti). Altre fonti mi riferivano di conflitti e persecuzioni ai danni di minoranze oppresse (beluci, azara, cristiani..) e non mancava nemmeno qualcuno che aveva fatto in tempo a farsi le ossa in Afghanistan, a fianco delle guerriglia anti-russa.
Non discuto la buona fede, le buone intenzioni. D’altra parte si può essere, magari involontariamente, anche “portatori sani” di consumismo, capitalismo, mercificazione etc (ossia di una forma subdola di colonialismo).
Pensiamo ai frichettoni degli anni settanta (quelli che almeno viaggiavano con l’autostop, non certo con l’aereo) che pur contribuirono, per quanto si sentissero alternativi al sistema, a degradare, contaminare, impestare di consumismo il Nepal.
Ma vorrei ricordare a questi turisti d’alta quota (tali sono comunque la si giri), per esempio, quanto denunciava in anni non sospetti il movimento “Society for the Protection of the Rights of the Child”, ossia che “in Pakistan è prassi comune utilizzare il lavoro minorile in diversi settori, dall’impiego leggero alle mansioni più pesanti e pericolose”. Dai tappeti – servono manine piccole per i nodi – ai mattoni (ricorderete Iqbal Masih). Stando ai dati forniti da Sparc “fra gli 11 e i 12 milioni di bambini, la metà dei quali al di sotto dei 10 anni, sono sfruttati per lavoro” su tutto il territorio pakistano.
Inoltre sarebbero circa otto milioni i minori che non frequentano la scuola, in gran parte “bambini di strada” esposti a ogni genere di violenza e sfruttamento.
Oppure pensiamo alla difficile situazione delle minoranze religiose non musulmane.
Fermo restando che non se la passano troppo bene neanche una parte dei musulmani, perlomeno quelli di fede sciita. Anche loro, come i cristiani, sono esposti a discriminazioni, attacchi e attentati.
Se poi appartieni oltre che a una minoranza religiosa (per es. sciita) anche a un gruppo etnico discriminato (per es. Azara) allora le cose si complicano ulteriormente. Se poi magari sei anche donna…
Resto insomma del parere che costruire strade, ponti in ferro (magari dove c’era già in stile tradizionale, in legno) o rifugi in quello che talvolta viene definito il Terzo Polo (per la ricchezza di ghiacciai e nevai) sia – più che carità cristiana – un modo come un altro per farsi qualche vacanza esotica. Tutti più o meno, se non qualche prima ascensione su vette rimaste fortunosamente illibate (loro dicono “inviolate”, un lapsus?), si son fatti per lo meno dei trekking (a scopo umanitario?).
Il discorso sarebbe lungo, ma comunque mi chiedo come mai non abbiano pensato di “aiutare a casa loro” operando in qualche periferia urbana degradata invece che in località amene, salubri, paesaggisticamente e naturalisticamente ancora integre.
Addestrare future guide per incentivare il turismo, sempre a mio parere, in futuro alimenterà solo il degrado ambientale e comunque fornirà infrastrutture di intrattenimento consumista per le borghesie locali. Oltre che per gli esponenti delle forze armate, quelle che forniscono gli elicotteri agli avventurosi alpinisti spesso bisognosi di soccorso in quota.
O comunque vie di comunicazione e rifugi (strutture alberghiere ?) a uso e consumo dei benestanti di varia provenienza. Sia Occidentali che dagli Emirati.

Qualche perplessità anche in merito pozzi scavati “per fornire ai villaggi l’acqua potabile” (non siamo in Africa e finora si arrangiavano benissimo). Come è noto in altre regioni (vedi in Nepal, ma non solo) frequentate ormai da decenni dalle spedizioni alpinistiche commerciali (quasi tutte ormai) il problema dell’acqua contaminata, inquinata si è posto solo negli ultimi anni. A causa delle deiezioni (feci) lasciate in quota da migliaia e migliaia di alpinisti. Qui si conservano “al fresco”, ma poi lentamente scendono a valle e con le temperature più alte contaminano appunto l’acqua che fuoriesce da nevai e ghiacciai. Sarebbe il caso di verificare, forse.

Per cui insisto. Per quanto riguarda la cosiddetta “valorizzazione” dal punto di vista alpinistico (e sciistico, turistico in generale) delle Terre Alte pachistane, la considero una forma di neocolonialismo (soprattutto culturale, ma non solo). Nonostante qualche scatola di medicinali data in beneficenza.
Per antitesi, ricordo che un mio cugino medico, volontario con Medici per l’Africa (di Padova) in oltre tre anni continuati di permanenza in un ospedale tra le savane del Kenya, si concesse soltanto due ascensioni, frettolose e autogestite, sui Monti Kenya e Kilimangiaro. Due in tutto. A cui in anni successivi ne aggiunse una terza durante un altro periodo di volontariato.
Questo si chiama “aiutare a casa loro”, non certo qualche piccolo rattoppo umanitario tra un’escursione e una scalata.
Ripensandoci, mi son ricordato anche di due miei interventi, uno recente, l’altro di un anno fa.
Dove l’andar per monti si rivestiva di ben altre atmosfere e suggestioni rispetto a quelle dei conquistatori di vette esotiche.
Nel gennaio del 2022 avevo approfondito la tragica vicenda di una madre in fuga dall’Afghanistan morta congelata sulla frontiera turco-iraniana. Come altri avevano riportato la donna aveva dato i suoi calzini ai figli affinché li usassero come guanti per proteggere le mani dal gelo.
In realtà, scopri in seguito, la donna si era tolta, dandole ai bambini, anche le scarpe e procedeva nella neve con i piedi nudi avvolti in sacchetti di plastica.
Se l’unanime commozione suscitata dal tragico evento era stata di breve durata, non sembrava invece rallentare il flusso dei rifugiati (in gran parte afgani) che su quella stessa frontiera rischiano quotidianamente la vita.Ma, come viene denunciato sia da qualche Ong che da avvocati di Van, ai rischi connessi con i rigori invernali bisogna aggiungere quello di venir intercettati dai soldati turchi e di subire maltrattamenti e torture.
E’ cosa nota che i rifugiati vengono utilizzati come “moneta di scambio” dal regime di Erdogan per condizionare la politica dell’Unione europea. Soprattutto per ottenere finanziamenti in cambio del controllo esercitato da Ankara sui flussi migratori.
Solo in quelle prime settimane del 2022 almeno altre tre persone erano morte per il freddo, tra la neve e le rocce. Dopo essere state fermate (catturate) e rispedite brutalmente oltre frontiera dai militari turchi.
Altre invece venivano ormai date per disperse e “forse solo in primavera – scrivevo – con il disgelo, i loro corpi potranno essere rinvenuti”.
Anche la donna, all’epoca ancora non identificata, morta dopo aver dato ai suoi bambini le calze e le scarpe, sarebbe stata prima fermata dai soldati turchi. Abbandonata poi sulla frontiera dove i militari iraniani si eranoa loro volta rifiutati di soccorrerla con le tragiche conseguenze. Solo i bambini, con le estremità ormai congelate, venivano infine soccorsi dagli abitanti di un villaggio.
Un avvocato di Van, Mahmut Kaçan, ha raccolto le testimonianze di numerosi rifugiati. Stando alle loro dichiarazioni “la maggior parte dei migranti catturati vengono riportati, senza procedure legali, sulla frontiera iraniana e qui semplicemente abbandonati”. Una persona in particolare ha raccontato di essere riuscita ad “attraversare più volte la frontiera, venendo ogni volta respinta e maltrattata”. E mostrava le dita, sia delle mani che dei piedi, completamente ricoperte di ferite.
Quasi tutti i rifugiati raccontavano non solo di aver subito maltrattamenti e talvolta torture, ma di essere stati regolarmente derubati. Sia del denaro che degli oggetti (vedi i telefoni) in loro possesso.
A un anno di distanza (gennaio 2023) verificavo che la situazione sembra rimasta tale e quale, se non addirittura peggiorata.
Molti rifugiati – oltre ad aver subito maltrattamenti e anche torture – denunciano di essere stati regolarmente derubati. Sia del denaro che degli oggetti (vedi i telefoni) in loro possesso.
Non conoscendo quei territori montuosi, impervi “finiscono per smarrirsi in piccoli villaggi dove, già stanchi e affamati per il lungo peregrinare, diventano facile preda di qualche banda armata”.
Criminali che in genere sequestrano qualche membro della famiglia per poi estorcere un riscatto.
In un video diffuso recentemente si vedono alcuni profughi afghani con le mani legate dietro la schiena (alcuni anche imbavagliati), in ginocchio e col viso appoggiato a una parete. In un altro video a un profugo viene troncato di netto un orecchio (a scopo intimidatorio, forse per prevenire tentativi di ribellione) mentre altri, incatenati, vengono frustati.
Del resto la frontiera turco-iraniana è da tempo un luogo di repressione e sofferenza. Non solo per i migranti, ma anche – da anni e anni – per i kolbar (gli “spalloni” curdi ) che cercano di guadagnarsi da vivere contrabbandando merci da un parte all’altra della frontiera. Quella che divide del tutto artificialmente il Bakur dal Rojhilat (rispettivamente, il Kurdistan sotto occupazione turca e quello sotto occupazione iraniana). I kolbar feriti o uccisi dalle guardie di frontiera ormai si contano a decine.
E per tornare ai nostrani “samaritani” delle Vette: mai pensato di andar a dare il cambio – almeno per un breve tratto – a qualche kolbar curdo? O di portarsi in spalla qualche piccolo profugo, regalando magari anche scarpe adeguate? Come allenamento sarebbe ottimo. Attenti alle guardie di frontiera turche però.

Gianni Sartori

#Territorio #Opinioni THE DARK SIDE OF NEOM – Tribali beduini contro i deliri dei nuovi faraoni sauditi – di Gianni Sartori

fonte immagine Reuters

Roba da film di fantascienza? Megalomania patologica? Comunque un delirio.

A qualcuno il progetto, già in fase di realizzazione, dell’Arabia Saudita potrà evocare un qualche improbabile “Rinascimento”, ma THE LINE NEOM (la “città verticale a impatto zero” che dovrebbe accogliere oltre nove milioni di abitanti) ai più apparirà, ci si augura, l’ennesimo sfregio ambientale, umano e culturale.

Avviato nel 2021 in pieno deserto, il progetto fa parte del programma Vision 2030 (promosso dal principe ereditario Mohammed bin Salman) e consiste in un gigantesco edificio lungo 170 (centosettanta !) chilometri, alto 500 metri e largo 200. In teoria non ci dovrebbero essere né strade, né automobili, né emissioni.

Costo previsto, 500 miliardi di dollari.

Una chicca: il luogo sarebbe candidato per ospitare (in pieno deserto!?!) i “Giochi asiatici invernali” del 2029.

Ma non tutti a quanto pare condividono l’entusiasmo delle classi dominanti saudite (tantomeno quelle del principe ereditario, principale promotore del progetto futurista). Soprattutto tra le popolazioni indigene tribali.

In passato chi protestava era stato condannato addirittura a morte. Più recentemente, lo denunciava il 16 febbraio l’ong Alqst (Organizzazione europea per i diritti dell’uomo in Arabia Saudita, nel documento “The Dark Side of Neom”), una cinquantina di beduini della tribù Howeitat (universalmente considerata una minoranza etno-culturale) sono stati arrestati per essersi opposti, pacificamente, agli espropri causati dal progetto faraonico. O anche soltanto per aver espresso qualche critica, per aver denunciato gli abusi (non solo quelli edilizi ovviamente). Altri oppositori invece sono semplicemente desaparecidos.

Non è certo la prima volta che membri della tribù Howeitat rimangono vittime della repressione per la loro opposizione a questa cattedrale nel deserto.

Il 2 ottobre dell’anno scorso sulla stampa libanese appariva un articolo inquietante. La “giustizia” saudita aveva confermato le condanne a morte per tre beduini Howeitat che appunto si erano opposti agli espropri per Neom, ancora nel 2020, con manifestazioni e appelli. Un mese prima, settembre 2022, altri beduini erano stati condannati da un tribunale speciale a cinquanta anni di carcere per le medesime ragioni.

Un caso emblematico quello di Abdul Rahim al-Howeitat. Abitante del luogo prescelto per costruire Neom e membro della tribù Howeitat, aveva affermato (in un messaggio su Twitter) che non si sarebbe sorpreso se fossero “venuti ad ammazzarmi. Questa è casa mia e la proteggerò”.

Coma da manuale, il giorno dopo venne assassinato nel corso di un confuso intervento delle forze dell’ordine (una perquisizione ufficialmente).

Evidentemente ci vuole ben altro che qualche beduino per arrestare l’aberrante idea di “progresso” incarnata dal potere saudita e da Mohammed bin Salman in particolare.

E sicuramente non mancherà qualche lobbista di buon cuore o qualche ong farlocca che – come per il mega-stadio del Qatar – verrà a raccontarci che si sono rispettati  i diritti dei lavoratori, dell’ambienta e degli autoctoni.

Gianni Sartori