Mese: gennaio 2023
#Turchia #Africa – TRA VENDITA DI ARMAMENTI E INGERENZE POLITICHE, LA PENETRAZIONE DI ANKARA IN AFRICA SI VA ESPANDENDO – di Gianni Sartori

Mentre sulla penetrazione di Pechino in Africa (avviata già da tempo, quasi una scelta obbligata, strategica per la Cina) si spendono parole – anche a sproposito – meno evidente (almeno stando ai media) appare quella di Ankara. Nonostante sia attiva quasi da un ventennio. Tanto che se ancora nel 2009 aveva in Africa solo 12 ambasciate, attualmente sono salite a 43. E quasi altrettante sono le metropoli africane dove fa scalo la Turkish Airlines.
Tornando solo per un momento alla Cina, prendeva l’avvio il 9 gennaio la visita africana di Qin Gang, ministro degli Esteri cinese. Durata prevista, una decina di giorni. Facendo tappa in Etiopia, Angola, Egitto, Benin e Gabon (non necessariamente in quest’ordine). Tra gli incontri previsti, Moussa Faki Mahamat, presidente della commissione dell’Unione africana e Ahmed Aboul Gheit, segretario generale della Lega araba.
Lo aveva preceduto di un giorno, sbarcando in Sudafrica, (dove ha inaugurato il nuovo Consolato generale) quello turco Mevlut Cavusoglu. Per poi continuare con Zimbabwe, Ruanda, Gabon, Sao Tomé e Principe (ancora non necessariamente in quest’ordine).
Il partenariato, la cooperazione con i Paesi africani per Ankara si conferma essenziale, di primaria importanza.
Anche in Paesi poco ambiti come la Somalia dove la Turchia è attivamente presente da oltre un decennio con investimenti, sia nella realizzazione di infrastrutture che fornendo addestramento militare contro al-Shabaab (oltre a mantenere scali permanenti a Mogadiscio per la compagnia di bandiera). Attualmente i soldati turchi sono presenti, oltre che in Somalia (base militare di Camp Turksom), in Mali (dove Cavusoglu è stato tra i primi a incontrare il golpista Assimi Goita), in Centrafrica e a Gibuti. Oltre ovviamente alla Libia (ma questo è risaputo).
E’ anche possibile che Erdogan stia cercando di riempire con le proprie forze militari il vuoto lasciato da Parigi con la conclusione dell’Operazione Barkhane nel Sahel.
Del reato ancora cinque anni fa Ankara aveva messo a disposizione dei G5 ((Burkina Faso, Mauritania, Mali, Ciad e Niger), in sofferenza a causa dell’estremismo islamico, cinque milioni di dollari. Siglando inoltre accordi in materia di difesa con Nigeria, Togo, Senegal e Nige.
Comunque significativa (in generale) la crescita accelerata delle esportazioni in Africa di armamenti turchi. Dalle armi leggere e pesanti a blindati, carri armati, equipaggiamento navale, elicotteri armati e – ovviamente – tanti droni, sia armati che di sorveglianza. Analogamente al settore aerospaziale. Con prezzi concorrenziali rispetto ai fornitori tradizionali (Cina, Francia Russia, Stati Uniti…) e soprattutto senza tante pastoie burocratiche inerenti ai diritti umani. Per cui se nel 2020 si parlava di circa ottanta milioni di dollari, oggi siamo a oltre 460 milioni.
Armi che solo in parte servono ai governi africani (sempre più in via di militarizzazione, almeno una quindicina gli acquirenti africani di carri armati turchi) per contrastare l’avanzata jihadista o il diffuso banditismo (giustificazione ufficiale per l’aumento delle spese militari), ma anche per reprimere le insorgenze etniche e sociali.
E questo il caso dell’Etiopia accusata di aver impiegato i droni turchi TB2 (meno costosi e più facili da manovrare rispetto a quelli israeliani e statunitensi) contro gli insorti del Tigray. E qualcosa del genere si teme possa accadere in Nigeria a danno delle popolazioni indocili del Delta. Del resto erano droni con la garanzia, in quanto lungamente sperimentati in Rojava e Bakur contro i Curdi e in Nagorno Karabakh contro gli Armeni.
Ma l’attivismo di Ankara non si limiterebbe al piano militare e a quello economico. Non mancano infatti anche tentativi, ambizioni di esercitare una certa influenza (“egemonia” ?) sul piano culturale. In senso lato, ovviamente. Pensiamo per esempio allo sport in generale e al calcio in particolare. Tanto che Erdogan si è spinto a definire la Turchia una “nazione afro-eurasiatica”.
Non tutto procede sempre liscio tuttavia. Quando l’anno scorso, in febbraio, Erdogan era sbarcato in Africa (in compagnia di ben sei ministri), aveva in progetto di visitare, oltre a Kinshasa (Repubblica Democratica del Congo) e Dakar (Senegal, dove la Turchia è presente da almeno un decennio nel settore energetico, finanziario, telecomunicazioni, miniere, industria tessile…), anche Bissau (Guinea-Bissau). Ma questa aveva dovuto saltarla rientrando di corsa in Turchia per assistere (da Ankara, in video conferenza) alla riunione d’urgenza della Nato (vedi la guerra in Ucraina). Viaggio evidentemente nato sotto una cattiva stella. A Dakar era improvvisamente deceduto per infarto Hayrettin Eren, capo della sicurezza.
Gianni Sartori
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#Africa #Opinioni – NIGERIA NELLA MANI DI DIO? (Sì, ma quale?) – di Gianni Sartori

Come al solito “Nigrizia” non le manda a dire, non fa sconti a nessuno, non fornisce versione edulcorate o compiaciute sui meriti (in genere presunti) e sulle colpe (in genere manifeste) delle istituzioni, sia locali che internazionali, per quanto avviene in Africa. Anche quando si tratta di Nigeria e di Boko Haram (“l’educazione occidentale è un peccato” in lingua haussa), movimento salafita et jihadista ritenuto non a torto uno dei più fanatici, crudeli e votati al terrorismo.
In un recente articolo di Gianni Ballarini si legge forte e chiaro che “ il gruppo terroristico, che nasconde quattro gruppi scissionisti, si è radicato nel territorio. Non solo offre servizi alle popolazioni a lui sottomesse, ma tra le sue fonti principali di ricavo ci sono le tassazioni su pesca e bestiame. E non potrebbe essere così pervasiva la sua presenza nel territorio se non ci fosse la complicità di tanti attori, a partire da settori importanti delle forze dell’ordine corrotte”.
Avvertendoci che “quando si legge di Boko Haram siamo sommersi da un diluvio di narrazioni funeree”. Mentre l’organizzazione terroristica “che dal nordest della Nigeria si è ramificata nelle porose aree transfrontaliere del Bacino del lago Ciad” sarebbe ben insediata e radicata nei territori ove agisce (da cui comunque sono scappati circa due milioni di abitanti) e godrebbe quantomeno di complicità variegate. Forse, par di capire, anche tra una parte consistente della popolazione che potrebbe – ipotesi mia – aver fatto “di necessità virtù”.
Un passino indietro. Boko Haram nasce nel 2002 a Maiduguri (nord-est della Nigeria). Fondato da Mohamed Yusuf, vicino alle posizioni di Al-Qaïda, dalla morte di costui nel 2009 è stato guidato da Abubakar Shekau. Poi ucciso in una faida interna, presumibilmente da seguaci dell’ISWAP (Stato islamico nell’Africa dell’Ovest) nel 2021. L’ISWAP, versione locale dello stato islamico, sarebbe sorto da una scissione di Boko Haram. Tra i suoi membri più influenti Abou Musab al-Barnawi, figlio di Mohammed Yusuf (tanto per restare in famiglia).
Mentre su Boko Haram converge l’attenzione di esperti, addetti ai lavori e politici, talvolta si rischia di dimenticare che la Nigeria è attraversata da altre insorgenze. Alcune in qualche modo storicamente giustificate (vedi qualche movimento nel Delta del Niger), altre decisamente avviate verso derive militariste e talvolta pervase di fanatismo. Non solo tra gli islamici.
Sarebbe il caso – forse – di alcuni movimenti operativi in Biafra che nei loro proclami si richiamano ad argomenti religiosi di natura cristiana. Per esempio evocando le persecuzioni e la repressione subite (soprattutto tra il 1967 e il 1970) dai cattolici Ibo da parte dei musulmani (anche se al tempo della rivolta separatista il presidente della Nigeria era un cristiano).
A complicare ulteriormente lo scenario, sentendosi forse abbandonati dalla comunità cristiana internazionale, molti dissidenti Ibo si sarebbero all’epoca convertiti all’ebraismo. Tanto da assistere alla nascita di un Biafra Zionist Movement.
Analogamente, i ribelli antigovernativi (popolazioni Ibo, Ijaw, Ogoni…) delle aree petrolifere del Delta del Niger talvolta si sono paragonati agli Ebrei in fuga dalla schiavitù.
Tanto che nel 2016 un gruppo conosciuto come “Niger Delta Avengers” avevano paragonato il presidente nigeriano Muhammadu Buhari al “Faraone d’Egitto”
Va comunque precisato che tra le popolazioni ribelli del delta, gli Ogoni si sono distinti per aver adottato quasi esclusivamente metodi pacifici. Quando si richiamava a istanze di natura religiosa il leader del Mosop Ken Saro-Wiwa, poi impiccato dal regime, organizzava veglie di preghiera, messe e letture della Bibbia.
Richiamandosi talvolta al profeta Geremia e paragonando la devastazione ambientale della sua terra alla distruzione di Gerusalemme.
Ovviamente tra jihadisti islamici e insorti cristiani si mantengono sostanziali differenze. Non risulta che i movimenti del Sud del Paese (in parte animisti, oltre che cristiani) abbiamo mai nemmeno pensato di imporre uno “Stato cristiano” o qualcosa di equivalente al “Califfato”.
Con forse una piccola eccezione nel 1990. All’epoca alcune rivolte sembrarono venir sostenute e fomentate dalle Chiese evangeliche locali del Delta. Con un programma politico (alquanto velleitario) che prevedeva l’espulsione dalla federazione di alcuni Stati del Nord a maggioranza musulmana.
Comunque sia, da parte loro le milizie di Boko Haram proseguono nelle attività abituali (saccheggi, attentati, uccisioni di civili, stupri e rapimenti) nella regione del Lago Ciad e dintorni.
Alimentando una crisi umanitaria (mancanza di cibo, di cure sanitarie…) che colpisce milioni di persone soprattutto nel martirizzato nord-est.
Situazione che negli ultimi mesi si è andata aggravando per la diminuzione dei fondi disponibili (per la maggiore attenzione rivolta, sia dalle agenzie umanitarie che dalle Nazioni unite, alla crisi della guerra in Ucraina). Con un aumento significativo dei casi dimalnutrizione e – soprattutto tra i bambini – di morte per fame.
Come se non bastasse lo Stato di Borno, forse il più travagliato a causa dei gruppi islamisti, ha deciso di chiudere tutti i campi per rifugiati, semplicemente cambiando loro denominazione. Qualificandoli ipso facto “bidonville” e mettendo a disposizione di ogni famiglia disposta ad andarsene circa 200 dollari.
Sostanzialmente ottenendo così soltanto di trasferire il problema altrove.
Gianni Sartori
#Kurdistan #Rojava – UCCISI IN ROJAVA DUE ESPONENTI DI MLKP – di Gianni Sartori

Due esponenti del MLKP (Partito Comunista Marxista-Leninista – Marksist-Leninist Komünist Partisi ) sono rimasti uccisi in un’operazione rivendicata dai servizi segreti turchi (MIT) nei pressi di Hasakan.
Le due vittime sono Ahmet Şoreş (Zeki Gürbüz) e Fırat Neval (Özgür Namoğlu), entrambi definiti “comandanti militari” nel comunicato che ne annunciava la morte.
Per i servizi segreti turchi, il primo dei due avrebbe organizzato, tra le altre operazioni, anche l’attacco del 20 aprile 2022 a Bursa contro un veicolo che trasportava personale penitenziario. In quella circostanza era deceduto un agente di polizia. Veniva anche considerato responsabile di un lancio di missili nei pressi della frontiera risalente allo scorso agosto.
Arrestato in Grecia nel 2013, Zeki Gürbüz era stato poi rimesso in libertà (Atene ne aveva rifiutato l’estradizione), raggiungendo prima l’Iraq e poi il Rojava. Tra i precedenti, l’uccisione – sempre per opera dei servizi turchi – di un altro dirigente del MLKP, Baran Serhat (Bayram Namaz), nel 2019.
La fondazione del MLKP risale al 1994, come risultato della fusione tra due diversi partiti che si ispiravano all’ideologia dell’ex presidente albanese Enver Halil Hoxha. A cui nel 1995 aderì anche il Partito Comunista di Turchia/marxista-leninista Nuova Organizzazione Costituente (TKP/ML YİÖ). Ormai da oltre dieci anni molti militanti di MLKP combattono in Rojava a fianco dei curdi nelle YPG e alcuni sono caduti nella battaglia di Kobane. Altri avrebbero partecipato, insieme al PKK, alla difesa delle minoranze ezide di Sinjar (nel Kurdistan iracheno).
Gianni Sartori
