Mese: gennaio 2023
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#Americhe #Opinioni – CON BOLSONARO TEMPI DURI PER IL POPOLO YANOMAMI – di Gianni Sartori

La notizia qualche media l’ha anche data.
Parlo delle recente visita, doverosa dopo gli anni devastanti (non solo per gli indios, ma forse soprattutto) del governo Bolsonaro. Quello rivendicato a Venezia con lo striscione leghista “Bolsonaro orgoglio veneto”, ricordate ?
Quindi riportandola non dirò niente di nuovo.
Tuttavia, proprio pensando all’ex presidente (di origini venete, pare) ritengo di dover sollevare alcune questioni.
In passato condividevo una certa simpatia per questi compaesani emigrati in Brasile che – a quanto mi era stato detto e confermato – mantenevano una certa purezza originaria della lingua veneta e rispetto per le tradizioni.
Non avevo evidentemente troppe informazioni sulla natura delle emigrazioni novecentesche partite anche dal Veneto, sulla possibilità che comunque avessero rappresentato una ulteriore colonizzazione nei confronti della cosiddetta “America Latina” (dopo quelle devastanti, genocide di spagnoli e portoghesi dei secoli precedenti).
Solo recentemente, incontrando qualche discendente in visita alla terra dei padri (nel Basso Vicentino, in Polesine…) ho sentito raccontare storie poco edificanti di terre praticamente “regalate” dai governi e poi, oltre che disboscate, “ripulite” dalla presenza di indigeni (vuoi con le minacce, vuoi con altri mezzi più drastici…). Sarà stato anche un caso e non pretendo faccia testo, ma l’atteggiamento delle persone da me incontrate (quasi tutti elettori di Bolsonaro) era quello di un malcelato razzismo. Praticamente disprezzavano gli indios quasi quanto odiavano i comunisti, se rendo l’idea. Tutto da verificare ulteriormente, approfondire, studiare…ma la prima impressione resta quella, alquanto negativa.
Detto questo, torniamo ai fatti recenti. Scampato (almeno per ora, tocchiamo ferro) al tentativo di golpe, Lula ha voluto visitare personalmente (il 21 gennaio) la riserva indigena Yanomani nello stato di Roraima (ai confini con il Venezuela). Comprende un territorio di circa 10 milioni di ettari e attualmente è abitata da poco più di trentamila persone.
Ma soprattutto negli ultimi tempi versa in una grave emergenza sanitaria, in gran parte causata dalla disattenzione (eufemismo) del precedente governo di Jair Bolsonaro (2019-2022).
In particolare Lula ha voluto toccare con mano la situazione dei bambini, vittime di denutrizione e malaria. Sarebbero quasi seicento i casi accertati di bambini yanomami morti praticamente di fame tra il 2019 e il 2022 (mentre al momento non si hanno dati precisi sugli adulti morti per inedia). Per rimediare alla mancanza di assistenza nei confronti di questa minoranza etnica (retaggio, ripeto, del precedente governo di destra) è stato istituito un comitato nazionale di coordinamento. La dichiarazione ufficiale di emergenza sanitaria (pubblicata nel giorno precedente alla visita di Lula) era firmata dalla ministra della Salute Nísia Trindade. E prevede l’immediata realizzazione di un “centro di operazioni di emergenza in salute pubblica” al fine di “pianificare, organizzare, coordinare e controllare ogni mezzo necessario per risolvere la situazione”.
Aggiungendo di volere assolutamente “compiere ogni sforzo per garantire la vita degli indigeni e superare questa crisi”. In questa visita il leader del Partito dei Lavoratori (PT) era accompagnato dalla ministra dei Popoli Indigeni, Sônia Guajajara. Molto preoccupata per la “crisi umanitaria e sanitaria affrontata dal popolo yanomani, danneggiato anche dalla consistente presenza di minatori illegali, soprattutto cercatori d’oro”.
Ha poi aggiunto che “è molto triste sapere che molti indigeni, tra cui 570 bambini, morirono di fame durante l’ultimo governo”. Per concludere che considera “inammissibile veder morire di fame i propri familiari”. ”
Gli Yanomami, non dimentichiamolo, già negli anni novanta del secolo scorso avevano perso un quinto della popolazione a causa delle malattie portate dai minatori illegali. La cui attività Bolsonaro avrebbe voluto rendere legale, autorizzando così uno sfruttamento intensivo delle risorse naturali dell’Amazzonia. Alla faccia delle popolazioni indigene.
Gianni Sartori
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#Americhe #Ambiente – GRESHAM PARK (ATLANTA): MORTE DI UN MILITANTE AMBIENTALISTA – di Gianni Sartori

Come (quasi) sempre del tragico episodio esistono almeno due versioni.
L’infermiere ecologista Manuel Esteban Paez Teran conosciuto come Tortuguita, tartarughina) ha perso la vita il 18 gennaio durante lo sgombero degli accampamenti (circa una trentina) a difesa di una foresta pubblica (Gresham Park, una quarantina di ettari nella regione di Atlanta) in procinto di essere abbattuta per costruire un grande centro di formazione alla pubblica sicurezza. Un manufatto che i dissidenti hanno già soprannominato “Cop City” ritenendo che diventerà un luogo per “l’addestramento alla guerra urbana” (ossia per reprimere manifestazioni e proteste). Causa della morte del venticinquenne, stando al comunicato del Georgia Bureau of Investigation (GBI), un colpo di arma da fuoco esploso dalla polizia.
Inevitabile ricordare un caso simile, quello di Berkin Elvan , a Gezi Park.
Colpito da un lacrimogeno, il quindicenne turco era morto dopo 9 mesi di coma (266 giorni) nel marzo 2014. Anche a Gezi Park la protesta era sorta per protestare contro l’abbattimento di alberi secolari.
Nel momento cruciale dell’intervento (con utilizzo di cani, bulldozer, lacrimogeni, proiettili di plastica…) Teran si trovava all’interno di una tenda dopo essersi rifiutato di obbedire all’ordine di sgombero.
Sempre secondo il GBI, il giovane avrebbe colpito e ferito un militare, presumibilmente un membro dell’unità speciale di polizia SWAT (Special Weapons And Tactics) e a questo punto gli altri agenti avrebbero reagito abbattendolo. Ma questa versione non sembra aver convinto gli altri ambientalisti presenti sul luogo.
Teran, attivo in un gruppo di “mutuo soccorso”, aveva partecipato alla costruzione di piattaforme sugli alberi e di tunnel per almeno rallentare, se non proprio impedire, l’abbattimento delle piante. Nella convinzione che ”questo progetto da novanta milioni di dollari comporta l’abbattimento di un numero talmente alto di alberi da determinare seri danni ambientali”.
Il soldato rimasto ferito avrebbe subito un primo intervento chirurgico e sarebbe in terapia intensiva in attesa di un ulteriore intervento.
Durante lo sgombero degli accampamenti sarebbero stati rivenuti “petardi, fuochi artificiali potenzialmente pericolosi, armi bianche, maschere anti gas, fucili ad aria compressa, torce…”.
Sette persone (tutte di età compresa tra i venti e i 34 anni) sono state arrestate con l’accusa di “terrorismo interno” (avendo – secondo il GBI – appiccato incendi che hanno messo in pericolo le comunità locali) e di occupazione illegale. Per un’altra ventina di ambientalisti, accuse di minore entità.
Altri arresti c’erano stati nei mesi scorsi quando le forze dell’ordine che rimuovevano le barricate erano stati fatti oggetto del lancio di pietre.
Da segnalare che da tempo i manifestanti (consapevoli di come la tensione andasse crescendo e dei rischi connessi) avevano chiesto che la polizia non intervenisse portandosi appresso armi da fuoco.
Gianni Sartori
