Mese: novembre 2022
#7NotePerUnaNuovaEuropa #Catalunya
#Palestina #Cultura – LA PALESTINA NON E’ UN PAESE PER RAGAZZI – di Gianni Sartori

All’alba del 18 ottobre il sedicenne palestinese Shadi Khoury veniva arrestato e stando – a quanto hanno dichiarato i suoi parenti – anche picchiato da una dozzina di soldati nell’abitazione della sua famiglia a Beit Hanina. Bendato, come d’uso, è stato trasportato in un centro di detenzione per essere interrogato. Senza la presenza di un avvocato o di un parente.
Sua nonna Samia Khoury ha scritto che “Shadi è uno tra i tanti ragazzi palestinesi che vengono arrestati, torturati e imprigionati solo in quanto palestinesi, giovani palestinesi che cercano di vivere con dignità e nella libertà per il loro paese”.
Rinchiuso in un primo tempo nel carcere di Ramleh, successivamente in quello di Damon, nell’ultima udienza in tribunale la sua detenzione è stata prolungata fino al 14 novembre.
Due anni fa, nel luglio 2020, la medesima sorte era toccata ai suoi genitori, Rania Elias e Suhail Khoury, conosciuti come esponenti di importanti istituzioni culturali palestinesi. Il padre è il direttore del dell’Istituto nazionale di musica, la madre del Centro culturale Yabous di Gerusalemme. Il Centro è specializzato in iniziative culturali (spettacoli teatrali, proiezione di film, festival letterari…) e opera per conservare e celebrare l’eredità palestinese e araba di Gerusalemme.

In quella circostanza il Centro venne, stando alle testimonianze, letteralmente saccheggiato.
Nello stesso giorno veniva arrestato anche Daoud al-Ghoul, direttore del Jerusalem Arts Network, Shafaq, sempre con sede a Gerusalemme.
Per alcune associazioni palestinesi appariva evidente come l’intenzione delle forze di sicurezza israeliane fosse quella di “sradicare non solo la cultura, ma anche la presenza palestinese da Gerusalemme”. Parallelamente a “demolizione di abitazioni, confisca delle terre, esecuzioni extragiudiziali e revoca della residenza per i palestinesi”.
L’arresto di Shadi Khoury ha suscitato indignazione e il ragazzo è diventato un simbolo dell’arbitrarietà della politica israeliana, della repressione che colpisce anche i più giovani tra i palestinesi.
Secondo “Defense for Children – Palestine” sono tra i 500 e i 700 i minori arrestati ogni anno da Israele.
Da parte di molte associazioni solidali con la causa del popolo palestinese è partita la richiesta dell’immediata scarcerazione non solamente di Shadi, ma di tutti minori attualmente imprigionati (circa 190 su un totale di oltre 4700 prigionieri palestinesi).
E’ invece andata ancora peggio per altri due giovani palestinesi rimasti, rispettivamente, il primo ucciso e l’altro gravemente ferito il 5 novembre a Ramallah (Cisgiordania) durante uno scontro con i soldati. Gli israeliani avevano aperto il fuoco sui due giovani intenti a lanciare pietre sui veicoli militari in transito e il diciottenne Mos’ab Nadal, originario del villaggio di Sinjil, è deceduto dopo essere stato colpito al petto da una pallottola.
Gianni Sartori
#7NotePerUnaNuovaEuropa #SPECIAL #Cymru – Sport, musica ed identità
#7NotePerUnaNuovaEuropa #Scotland
#Kurds #Svezia – LA SVEZIA CEDE AL RICATTO DI ERDOGAN – di Gianni Sartori

Sicuramente Olof Palme si sta rigirando nella tomba. Lui che non esitò a inimicarsi gli USA concedendo asilo politico ai giovani renitenti statunitensi che si rifiutavano di farsi spedire in Vietnam (compresi quelli provenienti dalla vicentina caserma Ederle, accompagnati fino in Germania e Danimarca dal compianto amico Gianfranco Sperotto, negli anni sessanta…).
Sempre lui, Olof Palme, che coltivava buoni rapporti sia con i Paesi dell’Est (pur mettendone in discussione l’autoritarismo) sia con i Non-allineati. Contestando i traffici di armi con il Sudafrica dell’apartheid (e probabilmente anche per questo assassinato nel 1986), sostenendo il Cile di Allende e – ovviamente – condannando i golpisti di Pinochet.
Chissà cosa direbbe vedendo oggi il suo paese scaricare (anzi: criminalizzare) i curdi (sia quelli rifugiati in Svezia, sia quelli in Rojava) su ricatto di Erdogan per poter entrare nella NATO.
Come valutare l’annuncio del nuovo governo svedese di non voler più sostenere i curdi siriani, quelli che hanno combattuto e combattono contro lo Stato Islamico (è di oggi la notizia che le FDS hanno smantellato una cellula composta da sette jihadisti in quel di al Ezba, nell’area di Deir ez-Zor)?
Una vergogna, semplicemente.
“Esiste un legame troppo stretto -ha dichiarato il ministro degli Esteri Tobias Billstrom alla radio – tra queste organizzazioni (FDS, YPG… nda) e il PKK (…) per garantire buoni rapporti tra noi e la Turchia…”.
Una dichiarazione perlomeno tempestiva visto che il primo ministro Ulf Kristersson è in procinto di recarsi ad Ankara.
Con l’obiettivo di convincere Erdogan a consentire l’adesione alla Nato della Svezia.
E i curdi che si son fatti massacrare combattendo contro Daesh?
Evidentemente dovranno farsene una ragione.
Gianni Sartori
#7NotePerUnaNuovaEuropa #Russia
#MemoriaStorica #WelschTirol – “Ai nazionalismi va contrapposta la cultura del reciproco rispetto”

Si è svolta a Trento il 3 novembre 2022 la commemorazione dei Tirolesi Trentini caduti mentre combattevano nelle file dell’esercito Austro-Ungarico durante la Prima Guerra mondiale.
Ha preso la parola Massimo Baldi, a nome del Circolo Gaismayr.
“Sono passati tre anni dall’ultima volta che ci eravamo trovati al cospetto di questa lapide per ricordare i caduti tirolesi / trentini della Prima guerra mondiale.
Tre anni in cui sono successe molte cose. Alcune impensabili fino a pochi mesi fa: la pandemia, la crisi energetica e non ultimo la guerra.
Oggi siamo di nuovo qui per ricordare i nostri caduti, i loro sacrifici, i loro drammi che si consumarono proprio non lontano da quei luoghi della Galizia – Ucraina, dove oggi si sta combattendo una delle guerre più cruenti dell’epoca moderna e i cui esiti sono ancora incerti e preoccupanti.
Anche questi sono segni evidenti che lo spettro dei nazionalismi e degli imperialismi, che furono propri del ‘900, non sono ancora scomparsi, ma anzi si riaffacciano pericolosamente in Europa e nel mondo anche nella nostra epoca.
Ecco perché, a distanza di oltre un secolo, è importante ricordare il monito che i caduti di tutte le guerre ci hanno trasmesso attraverso il loro sacrificio: e cioè che la guerra è un enorme laboratorio della morte di massa, produce orrori e mostruosità, lacera le famiglie, cancella le identità più fragili, causa dolore e distruzione non solo tra i vinti, ma anche fra gli stessi vincitori. E quasi sempre a subirne le conseguenze più gravi sono le popolazioni civili!
Ma oggi non siamo qui per celebrare gli eroi o le gesta coraggiose di pochi. Né per contrapporre visioni diverse della storia, che pure esistono.
Oggi siamo qui semplicemente per dare anche a questi soldati “invisibili”, che combatterono con divisa austriaca, quella dignità e quel ricordo che per molti anni è stato loro negato: prima dal fascismo e poi dalla retorica nazionalista.
La guerra – come scriveva qualche anno fa l’intellettuale cattolico Enrico Payretti – è pena di morte senza processo. Così è stato per milioni di soldati di tutto il mondo, mandati al fronte durante la Prima guerra mondiale come carne da macello: numeri prima che persone, fantasmi prima che uomini. Tutti accomunati da un unico destino: quello di combattere per la sopravvivenza in condizioni terribili.
E allora qui vorrei accennare a una vicenda che mi ha toccato personalmente: quella di un mio prozio, Vittorio Mittempergher, morto sul fronte Orientale nel luglio del 1915. Conservo ancora una sua lettera indirizzata ai genitori e alla sorella in cui manifesta le sue angosce e le sue paure per l’andamento delle ostilità. Una lettera scritta in fretta sotto le bombe e che si concludeva con un appello tragico ai familiari: “fate presto a rispondere perché il tempo è poco”.
E’ una frase, o per meglio dire una premonizione, in cui è contenuta tutta l’angoscia e la consapevolezza che quella condanna a morte senza processo, cui faceva riferimento Payretti, sarebbe arrivata di lì a poco e che forse non ci sarebbe stato nemmeno il tempo di ricevere la risposta e il conforto dei propri cari.
Ebbene, nella nostra piccola realtà, storie come quelle di Vittorio Mittempergher, ve ne sono molte: almeno dodicimila, tanti quanti sono i caduti che siamo qui a ricordare sotto questa lapide.
Ma ci sono anche le storie degli oltre 110 mila civili sfollati per ragioni di sicurezza dentro i confini dell’Impero o nelle varie città italiane e che soffrirono i patimenti della guerra e delle rinunce.
Ci sono le storie di madri e di padri che non vedranno mai più restituiti i corpi dei loro figli.
Ci sono le storie di orfani cresciuti negli istituti di assistenza, le storie di soldati tirolesi / trentini internati alla fine della guerra, dalle autorità militari italiane, nei campi di prigionia di Isernia, l’Asinara, Ponza, Ventotene: perseguitati solo perché colpevoli del loro passato austriaco o del loro atteggiamento ritenuto non sufficientemente patriottico. E infine ci sono le dolorose vicende dei 1750 sorvegliati speciali rinchiusi a Katzenau, vittime anch’essi di un conflitto che aveva scatenato in modo ingiustificato sospetti e diffidenze, paure e discriminazioni.
Ci sono insomma le storie di un popolo, come quello tirolese / trentino, che ha affrontato la guerra e le sue conseguenze con coraggio, dignità e grande spirito di sacrificio.
Quello stesso spirito che oggi è espressione della nostra storia e della nostra identità, la quale non può essere soggetta a letture di parte, improntate al culto della vittoria o alla esaltazione di appartenenze nazionali, come è successo in passato, ma va letta piuttosto nella sua complessità e nelle sue radici sovranazionali, ovvero asburgiche ed europee.
Si è detto più volte che questi soldati ebbero la colpa di aver combattuto dalla parte sbagliata. Anche questa appare in tutta evidenza come una forzatura di tipo nazionalista: innanzitutto perché molti di questi soldati non combatterono mai contro l’Italia, essendo impegnati su altri fronti, ma anche e soprattutto perché è la storia stessa di questa terra e di questo popolo, profondamente legato ai destini di Vienna, ad aver reso inevitabile il loro percorso, ovvero ad accettare il sacrificio di combattere da una parte piuttosto che dall’altra.
Questi giovani non combatterono dunque dalla parte sbagliata: combatterono semplicemente dalla parte in cui li aveva collocati la storia!
Tra poco, nella sala di Rappresentanza del Comune di Trento, (e colgo l’occasione per ringraziare ancora una volta l’amministrazione comunale per la disponibilità manifestata), i nostri iscritti Osvaldo Tonina e Giuseppe Matuella, ci racconteranno le vicende umane di uno di questi giovani caduti, i cui resti sono stati recentemente riportati in Patria dalla Russia.
Lo faremo perché è giusto ricordare anche a noi stessi che dentro le tragedie della guerra c’erano tante persone, famiglie, giovani, anziani, donne e bambini, che appartenevano al mondo degli umili. Una comunità senza voce e non dissimile dalle altre, dunque, ma che a differenza di altre ha dovuto subire i traumi di una netta cesura col suo passato, la sua storia e la sua identità.
Noi oggi vogliamo ridare una dignità a queste persone, riportarle idealmente a casa, nella loro valle, nel loro paese, nella loro Heimat, senza distinzione di appartenenze linguistiche, sociali,o culturali.
Ecco, vorremmo che fosse questo lo spirito con cui si celebra questa giornata: opponendo ai nazionalismi la cultura del reciproco rispetto, restituendo alla comunità tirolese / trentina il diritto e la speranza di riappropriarsi pienamente della propria storia, ma riaffermando in modo convinto la vocazione europea ed europeista di questa terra, intesa come luogo di pace e di incontro fra persone di lingua e cultura diversa.”
L’umanità deve porre fine alla guerra – o la guerra porrà fine all’umanità.
(John F. Kennedy)
