#Turchia #Repressione – A DIECI ANNI DALLE PROTESTE DI GEZI PARK, UN ALTRO PARTECIPANTE RISCHIA LA DETENZIONE IN TURCHIA – di Gianni Sartori

La rivolta di Gezi Park brucia ancora. E periodicamente si torna a parlarne. Vuoi per l’uccisione di qualche esponente della storica protesta del 2013, vuoi per la cattura o l’estradizione di qualche militante che vi aveva preso parte.

Probabilmente in molti si sono scordati dei drammatici, lividi, funerali di Berkin Elvan nel quartiere di Okmeydani (Istanbul). Il quindicenne era rimasto ferito alla testa dalla polizia nei giorni delle proteste (giugno 2013) mentre andava a comprare il pane. Rimanendo in coma per ben 269 giorni e senza che nessuno venisse incriminato per la sua morte.

Mentre la folla scandiva: “La polizia dell’AKP (il partito di Erdogan nda) ha assassinato Berkin” e alcuni lanciavano pietre sui veicoli delle forze dell’ordine, la polizia rispondeva con un fitto lancio di lacrimogeni. In genere sparati ad altezza d’uomo (come, presumibilmente, quello che aveva colpito Berkin Elvan).

Altra militante conosciuta per la sua partecipazione alla protesta di Gezi Park era la ventenne turca Ayşe Deniz Karacagil.

Arrestata nel 2013, veniva condannata a circa un secolo di carcere, ma – scarcerata prima della condanna definitiva – era riuscita a lasciare la Turchia raggiungendo le YPJ (la divisione femminile delle milizie curde) che con le YPG stavano combattendo per liberare Raqqa dall’Isis. Suo nome di battaglia, “Cappuccio rosso” (il berretto che la identificava durante l’occupazione di Gezi Park) e così l’avevano ricordata sia Zero Calcare (il disegnatore, da sempre sostenitore della causa curda, l’aveva anche incontrata) che Roberto Vecchioni.

E stavolta gli “onori” della cronaca (ma sicuramente ne farebbe volentieri a meno) son toccati ad un altro militante storico (da oltre 30 anni e con diversi arresti sulle spalle), Ecevit Piroğlu.

Il quale, ovviamente, aveva partecipato anche alle proteste del 2013. Con l’aggravante (per la giustizia turca) di avere poi combattuto contro Daesh.

Fuggito dalla Turchia (dove rischiava almeno 30 anni di prigione) il 25 giugno 2021, Ecevit era arrivato in Serbia dove veniva immediatamente arrestato (ancora all’interno dell’aeroporto Nikola Tesla di Belgrado).

Dal 2 giugno 2022 è in sciopero della fame per protesta contro la prevista estradizione in Turchia. Oltre ad aver perso molto peso, sta perdendo sia le forze fisiche che quelle mentali. Perennemente in isolamento, sulla soglia di uno stato di semi- incoscienza, la sua stessa vita è in pericolo. L’ultima udienza di qualche giorno fa si era conclusa senza un verdetto definitivo e non è stata resa nota la data della prossima scadenza processuale.

Da qualche giorno(in un primo tempo davanti alla sede delle Nazioni Unite a Ginevra, poi nella sede della Comunità Democratica Curda di Losanna) si sta svolgendo uno sciopero della fame di solidarietà con Ecevit Piroğlu.

Alcuni membri dell’iniziativa “Libertà per Ecevit Piroğlu’ “, come Mehmet Yozcu hanno annunciato in una conferenza stampa di voler mettere in pratica “uno sciopero della fame indefinito e irreversibile” per protestare contro questa estradizione che considerano “illegale”.

Per Semra Uzunok (ugualmente esponente di “Libertà per Ecevit Piroğlu’ “) Ecevit sarebbe “detenuto illegalmente dalle autorità serbe a causa delle pressioni dello Stato turco e tutti suoi diritti sono stati calpestati”.

Chiede inoltre che venga “scarcerato quanto prima”.

Nella serata del 6 ottobre altri militanti si sono incatenati all’inferriata dell’edificio delle Nazioni Unite di Ginevra, scandendo slogan per la liberazione del prigioniero politico.

Gianni Sartori

#Kurds #Mobilitazioni – Greta Thunberg ha partecipato alle mobilitazioni dei Curdi a Stoccolma e a Drotninggatan – di Gianni Sartori 

fonte immagine ANF

Hanno cercato in tutti i modi di delegittimarla. Anche, va detto, da parte di certa sinistra* (da destra era scontato).

Con l’ironia di bassa lega, le offese gratuite (vedi Rita Pavone), le insinuazioni stupide…

Definendo i suoi sostenitori dei “gretini”.

Perfino con le minacce (ricordate la volgarità violenta di quell’adesivo?).

Invece di ringraziarla per aver scoperchiato – e quando aveva solo quattordici anni – un’evidenza che molti governanti preferivano sottovalutare: “la nostra casa, la Terra, brucia!”.

E purtroppo non era solo una metafora.

Forte nelle sue convinzioni Greta Thunberg di questi detrattori interessati – talvolta asserviti a qualche multinazionale o compagnia aerea -sembra non essersene curata più di tanto. Proseguendo nel suo percorso, studiando, maturando e allargando il campo della sua consapevole militanza. Se in Italia aveva cantato “Bella ciao” insieme agli altri manifestanti, in Svezia si è unita al grido delle donne curde diventato slogan internazionale: « jin jiyan azadi ». Ha infatti partecipato alla manifestazione di Stoccolma indetta per protestare contro l’assassinio di Nagihan Akarsel,la giornalista e femminista curda uccisa il 4 ottobre nel Kurdistan del Sud da una squadra della morte, presumibilmente collegata al MIT (servizi turchi).

Ha poi partecipato anche a un’altra manifestazione che si è svolta nella strada più frequentata della città di Drotninggatan, rispondendo all’appello del Consiglio delle donne curde di Amara. Nello striscione di apertura del corteo una precisa richiesta per le istituzioni, sia della Svezia che dell’Europa: “Smettetela di vendere armi alla Turchia”. Lo stesso messaggio riportato nel cartello inalberato dalla militante ecologista che ha così commentato la sua partecipazione e quella dei suoi amici: “Oggi siamo venuti qui per sostenere la giusta lotta del popolo curdo. L’uccisione delle donne non è un fatto nuovo, ma è importante che questi delitti (in riferimento all’uccisione di Nagihan Akarsel e di Jina Mahsa Amin nda) vengano condannati e abbiano una grande risonanza. Quanto è accaduto in Iran è sotto gli occhi del mondo ed è una cosa positiva. Tali massacri non devono costituire l’unica ragione per risvegliarsi e reagire, ma io credo che queste ribellioni alimentano la speranza. Le nostre lotte, se pur in contesti diversi, non sono scollegate le une dalle altre”. Dopo aver definito “molto coraggiosi i Curdi che lottano”, ha proseguito sostenendo che “saremo sempre al loro fianco. Oggi, dovunque nel mondo, lo slogan « Jin Jiyan Azadi » esprime la lotta del popolo curdo e la resistenza delle donne”. Aggiungendo che anche “la lotta per la difesa dell’ambiente è una forma di resistenza” e che le donne “sono un tutt’uno con la natura”. Per concludere tuttavia con un filo di amarezza: “molta gente non vorrebbe che le donne siano un tutt’uno con la natura. Perfino tra gli ecologisti talvolta…”.

Gianni Sartori

Nota: In proposito riporto per esteso un mio commento appunto ad un articolo molto critico verso Greta apparso su un sito, peraltro egregio, di sinistra (Contropiano).

“Ecco, bravi…adesso scarichiamo anche Greta che poi arriviamo noi col manuale delle giovani marmotte a spiegare tutto…

Non so se ci sia qualcuno (ed eventualmente chi ) “dietro” (o sotto, di fianco…) a Greta.

Ma sicuramente questa ragazza ha saputo dire – in maniera semplice ed essenziale – quello che tanti attendevano…quello che evidentemente non avevano saputo dire in modo adeguato, comprensibile, efficace le generazioni precedenti (compresa la mia ormai in via di estinzione) nonostante decenni di lotte anche ambientali : personalmente da Montalto a Lemoiz, dalla RIMAR (oggi Miteni, quella dei PFASS) a Notre Dame des Landes…etc etc. Forse, azzardo, avrà a che fare con qualcosa di ancestrale, chissà…A chi commentava poco gentilmente i tratti del suo volto, direi che a me ricordano quelli degli Inuit o anche dei Sami…popoli meno addomesticati dagli ultimi 10mila anni di “civilizzazione” e con tradizioni sciamaniche (anche femminili, matrilineari, talvolta…)….magari ne avrà fra i suoi avi… magari si tratta di questo o comunque mi piace pensarlo. E poi – incongruenze a parte (che pure ci sono) – la sua lapidaria, senza appello, condanna degli aerei e la sua scelta rigorosamente vegetariana (vegana forse) danno se non altro la misura dell’emergenza – non solo climatica – e della necessità di contrastarla adeguatamente.”

#Kurds #Repressione – CHI HA UCCISO (e per conto di chi) Nagihan Akarsel? – di Gianni Sartori

fonte immagine Facebook

Ovviamente qualsiasi ipotesi in merito alla possibile complicità di elementi legati al PDK (Partito Democratico Curdo) di Barzani sarebbe prematura e ingiusta. Ciò non toglie che sia perlomeno sospetto il fatto che i presunti assassini di Nagihan Akarsel (uccisa nel distretto di Bahtiyar il 4 ottobre alle ore 9,30 da quella che possiamo definire una squadra della morte a tutti gli effetti) siano stati fermati nel territorio di Koyê ad un posto di blocco (l’ultimo prima di quelli del PDK) dell’UPK (Unione Patriottica Curda, l’altra grande formazione curda – storica e meno disposta a dialogare con Ankara – in territorio iracheno) mentre cercavano di raggiungere Hewlêr. Presumibilmente per rifugiarsi in una zona controllata dal PDK.

In base a quanto comunicato dalle forze di sicurezza locali di Sulaymaniyah la cattura dei sospetti uccisori della universitaria e giornalista di Jineolojî è stata resa possibile dalla collaborazione delle forze di sicurezza di Koyê.

Giunte immediatamente sul luogo del delitto, le forze di sicurezza di Sulaymaniyah avevano subito cominciato a indagare arrivando, grazie al prezioso contributo della popolazione che ha dato precise informazioni (nel giro di poche ore, già nella serata di martedì 4 ottobre) a catturare i sospetti.

Per ora non vengono divulgate altre indicazioni sull’operazione di polizia, tanto meno sull’identità delle persone fermate di cui, precisano nel comunicato “proseguono gli interrogatori”.

Inevitabile ricordare che da tempo il clan Barzani e il PDK non nascondono di collaborare attivamente con la Turchia. Talvolta anche a spese di quella parte del loro stesso popolo che invece fa riferimento ad altre organizzazioni (UPK, PKK…). Ovviamente per il movimento curdo i principali sospettati, perlomeno come mandanti, rimangono gli agenti del MIT, il servizio segreto turco.

L’indignazione per la brutale esecuzione della femminista curda si va esprimendo con decine di manifestazioni già preannunciate un po’ dovunque nel mondo (anche in Italia).  Significativa quella che si è svolta “a caldo” martedì 4 ottobre (nel giorno stesso del delitto) a Parigi in place della République. Indetta dalle Femmes kurdes en France (TJK-F) contro “questi femminicidi che colpiscono le donne curde e del mondo intero”.

Gianni Sartori

#EuskalHerria #PrigionieriPolitici – Manifestazione a Donostia il giorno 8 ottobre 2022

“Sare” concluderà la sfida dei 3.127.326 km che sono stati percorsi all’interno della dinamica “Izan Bidea”, con una mobilitazione nelle vie di Donostia che si concluderà con un festival musicale.

“Sare” ha sottolineato che l’8 ottobre non solo finirà questa sfida, ma “vogliamo unire tutti i cittadini che da anni sostengono la fine della politica di dispersione carceraria, in un momento in cui questa politica sembra stia per finire, per ringraziarli per la loro spinta e pretendere che questo traguardo, che appartiene a tutti, divenga una realtà”.

fonte https://sare.eus