#Palestina #Opinioni – CONTRADDIZIONI IN SENO AL POPOLO: L’AUTORITA’ PALESTINESE FA ARRESTARE IL FIGLIO DI UN FAMOSO PRIGIONIERO POLITICO – di Gianni Sartori


fonte immagine /english.aawsat.com/AFP

Lo stupore per la spettacolare evasione da un carcere israeliano di massima sicurezza (Gilboa) di sei prigionieri palestinesi (6 settembre 2021) non sembra essere ancora completamente evaporato. Grazie a un tunnel scavato sotto un lavello dei bagni, i sei detenuti (tutti, sembra, condannati all’ergastolo) erano riusciti a riconquistare, se pur per breve tempo, la libertà.
Tra loro un leader storico sia dell’Intifada che delle brigate dei martiri di Al-Aqsa (braccio armato di Fatah), Zakaria Zubeidi. L’uomo venne ripreso tre giorni dopo insieme a Mohammed al-Arda. Altri due erano già stati catturati il giorno 8 settembre.
Per la gravità dell’episodio, le autorità carcerarie avevano dichiarato di essere sul punto di trasferire gli altri detenuti di Gilboa (circa 400) temendo che altri tunnel fossero già stati scavati.

Di diverso avviso – ovviamente- la popolazione palestinese che era scesa in strada per celebrare l’evento e dimostrare il proprio sostegno agli evasi. Manifestazioni represse duramente dalla polizia israeliana, soprattutto a Umm Al-Fahm e Haifa.
Invece gli scontri scoppiati l’8 gennaio 2022 a Jénine (Cisgiordania) erano stati la conseguenza dell’arresto, stavolta da parte delle forze di sicurezza palestinesi, del figlio di Zakaria, Muhamad Zubeidi.

Imprigionato insieme ad altri due giovani, per ragioni non specificate, nel corso di un’operazione definita “brutale e violenta” da vari testimoni che avrebbero anche provveduto a documentarla con un filmato.
Durante gli scontri sarebbero stati esplosi colpi di arma da fuoco contro la facciata del palazzo che ospita la sede del governo palestinese. Dopo qualche ora, forse per evitare che la situazione degenerasse ulteriormente, Muhamad Zubeidi veniva rimesso in libertà e successivamente anche gli altri due arrestati.


Gianni Sartori

#Kurds #Music – KOMA WETAN: UNA BAND CURDA NELL’UNIONE SOVIETICA – di Gianni Sartori

Più passa il tempo – e fermo restando che sulla Rivolta di Kronstadt (Кронштадтское восстание) e sulla Machnovščina (махновщина) non cambierò MAI opinione – devo ammettere che in fondo in fondo (ma proprio in fondo eh !) la vecchia URSS non era poi così malaccio. Quasi quasi sottoscrivo quanto dichiarato da quella vecchia Volpe (o era il Gatto?) di Putin quando, parlando del Comunismo sovietico, disse che “chi non ne prova un pò di nostalgia non ha cuore, ma chi lo rimpiange non ha testa” (vado a memoria)
Tra l’altro mi sembra una parafrasi di quanto diceva Clemenceau dell’anarchismo: “Chi non è non è stato anarchico a vent’anni non ha cuore, chi lo è ancora a quaranta non ha testa” (sottoscrivo sostanzialmente).
Per esempio, tornando all’URSS, garantì non solo la sopravvivenza fisica del popolo armeno, ma anche delle sue tradizioni e identità. Mentre in Turchia vennero sistematicamente rase al suolo, qui le chiese armene rimasero in piedi a perenne testimonianza.
Fatte le debite proporzioni, vale anche per i curdi.
Un esempio?

A Tbilisi (nell’allora Repubblica Socialista Sovietica Georgiana), dove vivevano piccole comunità curde, ancora nel lontano 1973 si formò una rock band curda, i KOMA WETAN, costituita da tre yazidi e un armeno.
Assolutamente impensabile una cosa del genere – all’epoca, ma non solo – nel Kurdistan sottoposto alla Turchia (il Bakur). Kerem Gerdenzeri, il solista e basso-chitarra della band, era nato a Tbilisi da una famiglia originaria dalle province curde di Kars e Van in territorio amministrativamente turco. Curdi anche Rafael Shamil Dasini (batteria) e Omer Sebri Recevi (chitarra solista, voce) mentre avrebbe avuto ascendenze armene Levon Grigori Shahbazyan (tastiere).
Come appunto ricordavano in una loro canzone (Welate me, La nostra patria): “Il Kurdistan è la terra dei nostri padri e nonni, la patria del nostro popolo”.
Questo mentre in Turchia, la filo-occidentale Turchia, ci si avviava decisamente verso la criminalizzazione, l’interdizione della stessa lingua curda.
Invece i KOMA WETAN ottennero anche contributi statali per i loro concerti. Un primo album venne registrato nel 1979, ma (colpa della burocrazia?) riuscirono a pubblicarlo soltanto dopo dieci anni. Un ottimo lavoro comunque dove le sonorità rock (con risvolti psichedelici) si intrecciavano alla poesia tradizionale curda.

Purtroppo la rovinosa caduta dell’Unione Sovietica (e di conseguenza la fine dei contributi statali ) costrinse i musicisti a emigrare. Tuttavia la loro esperienza non rimase sterile avendo rappresentato una fondamentale fonte di ispirazione per altri musicisti curdi, anche in Turchia (per esempio i Koma Amed fondati nel 1988 ad Ankara).
Tanto che negli anni novanta i Koma Wetan vennero invitati a Istanbul per un concerto commemorativo della loro attività.
Più recentemente, nel 2011, i registi Halil Firat Yazar e Mehmet Hadi Sümer hanno girato un documentario sulla storia della bandcurda: Bê Wetan (Apolidi).

Gianni Sartori

#Kurds #Repressione – SEQUESTRI DI PERSONA IN BASHUR E CONDANNE IN ROJHILAT NON PIEGANO LA RESISTENZA CURDA – di Gianni Sartori

Sembrerebbe proprio che il Bashur (il Kurdistan del Sud, entro i confini iracheni), oltre a venir periodicamente invaso e occupato dai militari di Ankara, sia divenuto anche “terreno di caccia” per le spie e i servizi segreti turchi (e presumibilmente anche per quelli iraniani) che sequestrano, torturano e talvolta eliminano impunemente militanti curdi.
Naturalmente non sono i soli. In materia di sequestri di persona anche l’esercito regolare turco non va tanto per il sottile.

In questi giorni altri due giovani curdi sono stati arrestati nei pressi di Sîdekan (governatorato di Erbil) e portati – ci si chiede con quale parvenza di legalità – in territorio turco. Accusati di essersi trovati “senza autorizzazione in una zona militare”, in realtà i due cugini stavano semplicemente portando al pascolo i loro cavalli. Almeno per ora nessun commento, tantomeno obiezioni, da parte del Governo regionale del Kurdistan (KRG). Inquietante sapere che probabilmente i due si trovano ora nella base militare di Derecik per essere “interrogati”.
Soprattutto pensando a quanto, quasi contemporaneamente, accadeva – sempre nel Bashur – a un militante curdo originario di Serdeşt (città del Rojhilat, il Kurdistan dell’Est, entro i confini iraniani), Ehmed Bêxem. Conosciuto anche come Heval Kejwan, aveva combattuto con le Unità di difesa del popolo (YPG) contro l’Isis a Kobanê. Il suo cadavere è stato rinvenuto il 31 dicembre a Hewler (Erbil) con evidenti segni di tortura a due giorni di distanza dalla sparizione.
Stando a quanto dichiarato a un’agenzia curda da una fonte che per ragioni di sicurezza personale vuole restare anonima “sul corpo di Ehmed c’erano segni tortura. Tutto il corpo era ricoperto di contusioni e sembrava fosse stato torturato a morte”. Così come sembrerebbero confermare alcune immagini, due foto, scattate prima che l’uomo venisse sbrigativamente sepolto a Qeladize.

Naturalmente non si può attribuire con assoluta certezza, automaticamente, alla Turchia la responsabilità di questo delitto. In Bashur, come si diceva, operano vari soggetti più o meno coperti: servizi, spie, collaborazionisti, criminalità comune, trafficanti…
Per cui non si può escludere nulla. In altre analoghe sparizioni finite tragicamente si intravedeva la longa manus di Teheran. Potrebbe questo essere anche il caso di Ehmed Bêxem viste le sue origini.
Intanto (stando al rapporto annuale dell’organizzazione di difesa dei diritti umani Hengaw) il regime iraniano nel corso del 2021 avrebbe assassinato almeno una cinquantina di kolbar (spalloni, portatori, frontalieri; in genere costretti dalla mancanza di lavoro) curdi sulle frontiere ferendone un altro centinaio. Rispettivamente 52 e 111 i casi accertati. Tra le vittime anche alcuni minorenni.

Un altro kolbar, Soroush Rahamani, si è suicidato in novembre dopo che le guardie iraniane avevano ucciso i suoi muli con cui trasportava merci oltre frontiera. Il ragazzo, quindici anni di età, lavorava per poter pagare le cure al padre ammalato di cancro.
Inoltre, forse per non sfigurare di fronte alla Turchia in campo repressivo, Teheran ha condannato a ben cinque anni Zara Mohammadi, una insegnante volontaria di curdo. Ricordo che in Iran la lingua curda può essere parlata dai curdi, ma non insegnata.
Già perseguitata in passato dal regime e anche imprigionata (sia per aver insegnato il curdo, sia in quanto ritenuta esponente del Partito socialista) Zara era stata condannata a dieci anni dal tribunale “rivoluzionario” di Sînê (Sanandaj). La pena è stata ora ridotta a cinque anni dalla Corte d’appello.

Ma parlando di Iran e Turchia non è possibile scordare un altro dramma, quello dei rifugiati afgani che cercano di attraversare il confine tra i due stati, nonostante la zona sia alquanto impervia e ricoperta di neve. In questi primi giorni dell’anno, l’ennesimo dramma. Una donna che tentava di raggiungere la frontiera con i suoi due bambini di 8 e 9 anni è morta di freddo nei pressi di un villaggio iraniano (Belesur). La donna aveva dato i suoi calzini ai bambini per proteggerne le mani dal freddo ed è stata ritrovata con ai piedi dei sacchetti di plastica. Anche i bambini (posti in salvo da alcuni abitanti di Belesur) risultavano assiderati e con le estremità in avanzato stato di congelamento.
Non si tratta di un caso isolato. Secondo i dati raccolti dall’Associazione dei Diritti dell’Uomo (IHD) e da Sherat (Associazione di Ricerca sulle Migrazioni) di Van, solo negli ultimi tre anni almeno una cinquantina di rifugiati (49 i casi accertati) sono morti in circostanze analoghe, per ipotermia. Tra quelli che erano riusciti ad attraversare la frontiera, una novantina (88 i casi accertati) sono poi sono annegati nel lago Van. Altri 42 sarebbero deceduti per vari incidenti (non solo stradali) e almeno uno era stato ucciso con arma da fuoco.
In maggioranza si trattava di afgani e spesso di donne.

Non credo sia il caso di chiedersi come mai siano così numerose le donne afgane in fuga dall’Afghanistan dopo la presa del poter da parte dei talebani.
Per concludere con un piccolo raggio di speranza, dopo tanta brutalità e ingiustizia, un breve aggiornamento sulla situazione politico-militare in Bashur (dove la Turchia ha cercato invano in questi ultimi mesi di eliminare il PKK).
A conti fatti, sembrerebbe che gli sia andata male.
Ricordo che qui, nel Nord dell’Iraq, Ankara aveva installato oltre una ventina di basi militari e centinaia di presidi. Ma in quest’ultimo periodo di fine anno sembrerebbe che la situazione sia andata evolvendo in tutt’altra direzione. Tra l’8 e il 9 dicembre almeno due postazioni turche sono state distrutte e un’altra conquistata dai guerriglieri curdi.
Nell’ultima settimana del 2021 diverse altre postazioni nella regione di Zap erano state evacuate dai soldati turchi.
Come ritorsione la Turchia aveva intensificato i bombardamenti aerei colpendo la regione di Metîna (27 dicembre), di Candia (28 dicembre), di Hakurke di Zap (29 dicembre).


Gianni Sartori