Mese: gennaio 2022
#IncontriSulWeb #LingueLocali – “Focus sulla Lingua siciliana”
un incontro con Fonso Genchi, presidente dell’Accademia della Lingua Siciliana
#Kurds #News – L’ORDINE REGNA A SHENGAL? – di Gianni Sartori

Nel Bashur (Kurdistan del Sud, nord dell’Iraq) da circa una settimana si assiste all’intensificarsi delle attività dell’esercito iracheno. In particolare nella regione autonoma yazida di Shengal (Sinjar). E questo fatalmente rimescola l’animosità ealimenta le tensioni.
Il 18 gennaio Rukun Djabar, comandante delle truppe di Ninive occidentale, ha richiesto alle unità Ezidxan Asayish di abbandonare le loro postazioni nel distretto di Sinune. In caso contrario, ha minacciato, i militari iracheni agiranno con la forza.
Non è da oggi che il governo iracheno in combutta con il PDK di Barzani (e presumibilmente in accordo con la Turchia che interviene anche direttamente bombardando) tenta di esautorare l’auto-amministrazione della regione di Shengal.
Infatti la richiesta di questi giorni si giustifica e deriva direttamente dagli accordi del 9 ottobre 2020 tra il PDK e il governo iracheno.
Obiettivo principale, le forze di autodifesa Ezidxan Asayish. Appare evidente che sia il PDK che la Turchia e il governo iracheno vorrebbero vedere smobilitate.
Immediata la risposta dell’amministrazione autonoma all’ultimatum iracheno: la popolazione è stata chiamata alla vigilanza e alla mobilitazione.
Come già detto nel contenzioso su Shengal la Turchia è intervenuta militarmente anche in tempi recenti.
Il 17 agosto 2021 bombardando perfino un ospedale – per quattro volte di seguito – e provocando il decesso di otto persone e il ferimento di altre. Un ospedale scampato miracolosamente alle distruzioni operate dall’Isis nel 2014 e dove, va detto, vengono ricoverati non solo yazidi, ma anche arabi e cristiani. Tra cui molte donne con i loro bambini.
Ufficialmente si voleva colpire i combattenti feriti delle Unità di resistenza di Shengal (YBS) che qui venivano curati.
Solo 24 ore prima i droni di Ankara avevano già colpito nei pressi del vecchio mercato di Shengal uccidendo il comandante Seid Hesen e un altro combattente delle YBS, Isa Xwededa. Se pur seriamente feriti, erano invece scampati alla morte altri tre yazidi: Medya Qasim Simo, Şamir Abbas Berces e Mirza Ali.
Non può lasciare indifferenti che mentre tratta amabilmente (anche a spese degli altri curdi e della comunità yazida in particolare) sia con il governo centrale che con quello di Ankara, il PDK non riesca a gestire adeguatamente la crisi economica. Al punto di non poter nemmeno corrispondere adeguati stipendi (al momento come minimo sarebbero stati dimezzati) a funzionari e peshmerga. Per non parlare della disoccupazione in crescita esponenziale.
Ultimamente alle manifestazioni organizzate da poliziotti e insegnanti si sono uniti molti studenti che protestavano, oltre che per le mancate borse di studio, per la carenza di servizi pubblici e la scarsità di gas e carburante.
In compenso affaristi e imprenditori filogovernativi (soprattutto, ovviamente, le società per azioni in mano alla famiglia Barzani) vedono i loro già consistenti patrimoni aumentare vertiginosamente.
Un rapporto dell’anno scorso pubblicato da Bwar News aveva ben documentato il grado di corruzione raggiunto da alcuni esponenti di tale clan.
Al momento della nomina a Primo ministro del KRG (Governo regionale del Kurdistan) di Masour Barzani, molti terreni intorno a Hewlêr (Erbil) venivano acquistati dall’impresa commerciale Lalav Group per realizzarvi vasti progetti abitativi.
Un’ampia opera di speculazione gestita da Hecî Çolî di Duhok e su cui pare venisse imposto il silenzio stampa.
Godendo del favore del PDK, il gruppo Lalav avrebbe proseguito nell’opera di appropriazione – non sempre in maniera del tutto limpida e trasparente – di progetti rimasti incompiuti e di altri semplicemente abusivi. Costruendo e cementificando senza alcun criterio urbanistico e rispetto per l’ambiente.
Tra i progetti in via di realizzazione e su cui aleggia il sospetto di abusivismo, corruzione e speculazione, vanno ricordati quello di Dika Viyo (20mila metri quadrati “donati” all’impresa commerciale dal ministero dell’Urbanistica); il progetto di Var Park (circa tremila appartamenti) che dipenderebbe direttamente dall’ufficio politico del PDK; l’aeroporto di Lavav; il progetto denominato Lavav Babylon, concepito come la “più grande area commerciale del Medio-Oriente”su oltre 600 ettari di terreno; Vinos Tawer (oltre 1200 appartamenti); Lavav Star, un quartiere in prossimità dell’area ministeriale a cinque chilometri dall’aeroporto di Hewlêr e dal parco Samî Evdirehman (prezzo al metro quadro sui 1500 dollari).
Sempre l’anno scorso (grazie al giornalista investigativo Zack kopplin) era emerso un altro fatto scandaloso. L’acquisto (non del tutto limpido) da parte del solito clan Barzani di proprietà immobiliari a Miami e Beverly Hills. Uno sfregio per le crescenti ristrettezze in cui versano un sempre maggior numero di curdi in Bashur.
Altra questione vergognosa che si è trascinata per mesi, quella della mancata restituzione alle famiglie dei corpi di alcuni combattenti curdi del PKK uccisi in un’imboscata operata dai peshmerga del PDK. In particolare di Tolhildan Raman e Serdem Cudi, originari del Rojava. Nell’agosto dell’anno scorso cinque guerriglieri erano stati uccisi (e diversi altri feriti) nella regione di Khalifan (Bashur, nord dell’Iraq). Una vile aggressione che con tutta evidenza avveniva in sintonia con gli attacchi di Ankara contro le postazioni del PKK.
In questo senso era stato estremamente esplicito un comunicato di TEV-DEM (Movimento per una società democratica). Commentando il fatto aveva denunciato come “lo Stato turco vada commettendo numerosi crimini contro la popolazione del Sud-Kurdistan in cooperazione con il PDK”.
Gianni Sartori
#7NotePerUnNuovoMondo #Quebec
#DialoghiSulWeb #Podcast – “Catalunya – Special2”
Un incontro con Fabio Marcelli, giurista internazionale, direttore dell’ IST. STUDI GIURIDICI INTERNAZIONALI del C.N.R., osservatore internazionale al Processo di Madrid contro i leaders catalani.
#Kurdistan #News – SEQUESTRI DI PERSONA NEL NORD DELLA SIRIA OCCUPATO DALLA TURCHIA – di Gianni Sartori

Stando alle dichiarazioni di İbrahim Şêxo, portavoce dell’Organizzazione dei Diritti umani di Afrin (ODHA) “dall’inizio dell’anno 2022 (ossia in nemmeno tre settimane nda) le truppe di occupazione turche hanno già sequestrato almeno 25 civili” nel cantone del Nord della Siria occupato militarmente da Ankara.
Per non parlare di un migliaio di piante di ulivo abbattute e dei due siti archeologici danneggiati.
Molte delle “brillanti” operazioni sarebbero opera della brigata Sultan Suleiman Shah (conosciuta anche come al-Amshat) sotto la supervisione del MIT (i servizi turchi di intelligence).
Dall’inizio dell’occupazione del Nord della Siria le persone sequestrate dalla Turchia si contano ormai a migliaia (e in particolare nel cantone di Afrin invaso nel 2018). Nella sostanziale indifferenza, nel complice silenzio, dell’opinione pubblica internazionale.
Un regime di terrore costellato di esecuzioni extragiudiziali, saccheggi, torture e appunto sequestri di persona che costringono un sempre maggior numero di abitanti a lasciare la regione.
Sempre in base ai dati forniti da ODHA, in questi ultimi quattro anni e soltanto nel cantone di Afrin – l’esercito di Ankara e i suoi ascari avrebbero ucciso oltre 700 civili. Sequestrandone almeno 8.500 (e della metà di questi, non si conosce ancora la sorte). Inoltre circa 70 donne sono state violentate e più di 300mila persone scacciate dalle loro abitazioni. Ovviamente i dati sono solo approssimativi , ma per difetto.
E questo – appare scontato – non accade solo in Afrin.
In un rastrellamento notturno del 16 gennaio, circa 150 persone (quasi tutti civili) sono state prelevate dai soldati turchi (supportati, come quasi sempre, dai mercenari jihadisti di al-Amshat) a Girê Spî (Tall Abyad, sempre nel Nord della Siria) occupata dall’ottobre del 2019.
Al momento i civili rastrellati sono ancora rinchiusi nei centri per gli interrogatori allestiti dalle forze di occupazione e si teme per i trattamenti a cui potrebbero essere sottoposti. In particolare quest’ultimo raid era rivolto contro il villaggio di Doxaniyê e avrebbe coinvolto anche un piccolo gruppo di ex mercenari filoturchi. Costoro, dopo essere stati disarmati, sarebbero già stati portati oltre confine, in Turchia. La loro colpa? Aver protestato per i mancati pagamenti del loro operato a favore di Ankara.
Quasi una “chiamata in correità” che conferma – caso mai ce ne fosse stato bisogno – come provengano dalla Turchia i finanziamenti per le gang jihadiste che stanno devastando il Nord della Siria.
Gianni Sartori
#7NotePerUnaNuovaEuropa #Sicilia
#Catalunya #SegnalazioniEditoriali

Il nostro collaboratore Xavier Diez @herodot10 ha curato l’edizione in #catalano delle memorie di Joan Garcia Oliver, esponente dell’ #anarcosindacalismo catalano, combattente antifascista e Ministro della Giustizia della Repubblica spagnola. Il libro è appena uscito, edito dalla casa editrice “La Campana”
#7NotePerUnaNuovaEuropa #Cymru
#Syria #News – CHI C’E’ STAVOLTA DIETRO L’ASSASSINIO DI DUE ESPONENTI DEL PARTITO “AVVENIRE DELLA SIRIA”? – di Gianni Sartori
Il 12 gennaio Zakariya Jabbar e Bashar Haj Bekur, membri del partito “Avvenire della Siria”, sono stati assassinati da uomini sconosciuti nella regione di al-Bab, posta sotto il controllo delle forze arabo-curde.
Finora, tra le vittime nei ranghi di tale organizzazione, la più nota era stata la militante democratica curda Hevrim Xelef (Havrin Khalaf), assassinata il 12 ottobre 2019 da una banda di mercenari jihadisti filo-turchi (il “Battaglione 123” organico alla milizia “Ahrar al-Sharqiya” alleata di Ankara).
Come Hevrim Xelef anche Zakariya Jabbar e Bashar Haj Bekur si battevano per uno Stato laico, in cui donne e uomini avessero gli stessi diritti e in cui potessero convivere pacificamente sunniti e sciiti, alauiti e armeni, yazidi e cristiani. Senza che nessuno ne venisse escluso per ragioni di sesso, etnia, religione. Quello che- se pur tra mille difficoltà e qualche inevitabile compromesso – stanno cercando di realizzare i curdi e i loro alleati in Rojava.
L’aggressione e la barbara uccisione di Hevrim Xelef erano avvenute sull’autostrada internazionale M4, tra Soulouk e Tall Tamer, presso il villaggio di Tirwazi, nel nord del Rojava. Quel giorno, con l’appoggio dell’aviazione turca, i mercenari filo-turchi erano penetrati in Siria raggiungendo la M4 e massacrando almeno un’altra decina di civili. La giovane curda (Segretario generale del “Partito Avvenire della Siria”) era stata violentata e lapidata mentre il suo martirio veniva anche filmato. Nata nel 1984 a Derik in una famiglia politicamente impegnata, ben quattro dei suoi fratelli e una sorella – Zozan -avevano partecipato alla lotta di liberazione ed erano caduti in combattimento.
Originaria di Derik, Hevrin aveva contribuito alla Rivoluzione del Rojava impegnandosi nei movimenti giovanili e della società civile. Con la proclamazione dell’Amministrazione autonoma democratica (2015) era diventata copresidente aggiunto del Comitato dell’energia dell’autonomia democratica del cantone di Cizière.
Nel 2018 aveva preso parte alla costituzione del Partito Avvenire della Siria nella prospettiva di tutelare tutte le componenti (etniche, religiose, sociali…) della popolazione siriana e il 27 marzo 2018, a Raqqa, ne veniva nominata Segretario generale.
Anche con l’invasione turca del nord e dell’est della Siria (ottobre 2019) Hevrim aveva continuato nel suo impegno politico e sociale, fino al giorno della brutale esecuzione.
Come aveva ricordato sua madre, Souad Mustafa: “Lei credeva nella Pace in un sistema partecipativo tra tutte le componenti della Siria e cercava di mettere fine al conflitto armato, alla guerra sanguinosa che dura ormai da un decennio”. Souad aveva anche ricordato che il leader della milizia responsabile dell’uccisione di sua figlia era un certo Hatem Amo Shara, finanziato e armato direttamente dalla Turchia. Già tristemente noto sia come uno dei maggiori responsabili del massacro dei curdi yezidi in Afrin, sia in quanto legato ad altri capi di milizie mercenarie, gli stessi che avevano incontrato ufficialmente Erdogan nell’aprile 2018 per concordare ulteriori attacchi contro i curdi in Siria.
Non per questo dobbiamo dare per scontato che anche stavolta le responsabilità siano esclusivamente di Ankara. O almeno potrebbero essere non solo di Ankara. Vista le rete, il groviglio di interessi geostrategici che si confrontano e scontrano nel nord della Siria.
Con una dichiarazione letta a Erime da un responsabile di “Avvenire della Siria”, il partito ha condannato il duplice assassinio sostenendo che “dopo i successi riportati nella Siria del Nord e dell’est contro l’organizzazione terrorista Daesh/Isis, grazie al sacrificio dei combattenti delle FDS e l’unità manifestata dagli abitanti della regione, questo progetto (il Confederalismo democratico nda) è diventato un modello di democrazia per tutto il Paese e una possibile soluzione per la crisi siriana e per tutto il Medio-Oriente”.
Ma ha anche precisato che “alcune componenti interne tentano di sovvertire il progetto democratico nella regione e di farlo abortire. Sia utilizzando i media, sia economicamente, sia alimentando la sedizione nella società per riportare il paese al 2011”.
Viene naturalmente da chiedersi a chi si stava riferendo. Forse alle componenti “moderate” presenti nel Rotava e in qualche modo legate al PDK di Barzani (oggettivamente colluse con Ankara)? A Damasco? O – sempre forse – a entrambe?
Gianni Sartori
