#Kurds #Opinioni – MENTRE DAESH PREPARAVA L’ASSALTO AL CARCERE, DAMASCO EVACUAVA LE SUE BASI MILITARI A SUD DI RAQQA – di Gianni Sartori

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La notizia – per chi ha orecchie e cervello per intendere (oltre che l’indispensabile onestà intellettuale) – alimenta il fondato sospetto che anche Damasco, oltre ad Ankara, fosse pesantemente coinvolta nell’operazione che ha portato all’assalto del carcere di Sina. Così da mettere in difficoltà l’amministrazione autonoma (AANES) o quantomeno screditarne l’operato. Si tratta della conferma che in coincidenza con l’assalto jihadista il governo siriano aveva predisposto il ritiro, l’evacuazione delle proprie forze da ogni base e avamposto militare situati nel deserto di Resafa, a sud di Raqqa. Lasciando in pratica mano libera a Daesh. Per un portavoce delle FDS, Fharad Shami “le ragioni di questo improvviso ritiro sono quantomeno sospette. Per questo le nostre forze hanno preso misure precauzionali per impedire che Daesh approfitti di questo vuoto diventando una ulteriore minaccia per Raqqa e i territori circostanti”. Nel frattempo, con la cattura o la resa di altri jihadisti, sarebbero oltre 500 quelli catturati dalle FDS nella città di Hassaké. Prosegue intanto anche la liberazione di altri ostaggi caduti nelle mani dei rivoltosi nel corso della tentata evasione di massa.  A questo punto è lecito pensare che pur di liberarsi dei curdi (o almeno delle loro organizzazioni) il governo siriano è disposto a lasciare che jihadisti e mercenari turchi (oltre all’esercito di Ankara che occupa territori entro i confini siriani) scorrazzino impunemente in Siria. Anche sulla pelle delle popolazioni. Ritenendo forse di poter di risolvere il problema in un secondo tempo. Magari coadiuvato da Ankara (oltre che da Mosca e Teheran naturalmente).

Gianni Sartori

#Kurds #Opinioni – L’ASSALTO AL CARCERE FORSE ORCHESTRATO DA ANKARA E DAMASCO – di Gianni Sartori

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Lo davamo per scontato. Intravedere dietro l’attacco di Daesh al carcere di Sina (nel quartiere di Gweiran/Xiwêran della città di Hassaké) la complicità di Ankara era tutto meno che un esercizio di fantasia. Ma a quanto sembra la manina inopportuna non era l’unica.
In base ai primi accertamenti, le fonti curde hanno denunciato un ruolo, oltre che dell’intelligence turca, anche di quella siriana.
Iniziato il 20 gennaio, l’assalto operato dallo Stato islamico dell’Iraq e del Levante (Daesh) veniva se non stroncato sul nascere, perlomeno ridotto ai minimi termini. Purtroppo aveva avuto il tempo di provocare “danni collaterali” non irrilevanti. Sono almeno una cinquantina (ma il bilancio potrebbe accrescersi) i caduti tra membri di FDS, Asayish e civili curdi accorsi volontariamente per contrastare l’operazione jihadista.
Dopo mesi di sostanziale menefreghismo per la sorte delle popolazioni (curde, ma non solo) del nord e dell’est della Siria sottoposte all’occupazione o comunque agli attacchi dell’esercito e dell’aviazione turca, l’Occidente è parso ridestarsi e prendere coscienza che la minaccia dell’Isis/Daesh non era stata definitivamente cancellata.
Per cui, non detto ma pensato, anche la presenza curda recuperava spessore e spazio sui media. Perlomeno come argine al fanatismo degli estremisti islamici.
Se pur lentamente, emergono le prime connessioni – interne ed estere – che hanno reso operativo il progetto per liberare i circa 5mila detenuti (membri o sostenitori di Daesh) rinchiusi a Sina. E tutte invariabilmente conducono ad Ankara o a Damasco. O magari a entrambe.
Si tratta di elementi, indizi riguardanti le riunioni preliminari, le varie fasi di pianificazione, gli obiettivi individuati dalla banda degli assalitori. Non si sarebbe trattato quindi di un’azione pianificata esclusivamente dall’Isis, ma di una complessa operazione con il sostegno – come dire: bilaterale – proveniente dall’esterno del gruppo jihadista (per quanto questo sia presumibilmente infiltrato come un colabrodo da servizi vari).
A quanto sembra, condizionale sempre d’obbligo, l’operazione potrebbe essere stata decisa e pianificata in Turchia.
I membri di Daesh catturati dalle FDS avrebbero confessato che era stata preceduta da una lunga preparazione (almeno sette -otto mesi) e che le riunioni di pianificazione si sarebbero tenute a Serêkaniyê (Ras al-Ain) ossia in un’area attualmente sotto occupazione turca. Vi avrebbero partecipato membri di varie “cellule dormienti” sia locali che provenienti dalla Turchia. E tutte indistintamente sarebbero state rifornite di adeguati armamenti.
Dato che tra i prigionieri si trovavano diversi esponenti di alto livello dell’organizzazione terrorista, è evidente che l’operazione rivestiva una certa importanza.
Per prima cosa, con qualche mese di anticipo, vari esponenti dell’organizzazione terrorista, sia individualmente che in piccoli gruppi, erano venuti ad abitare nel quartiere di Gweiran / Xiwêran, dove sorge la prigione (una ex scuola provvisoriamente adibita a carcere) e in quello di Heyî Zihur.
Nel comunicato delle FDS del 25 gennaio si legge che “almeno 200 esponenti dello stato islamico si erano installati a Serêkaniyê, Girê Spî e Ramadî, in particolare nel quartiere di Gweiran e nei dintorni del carcere”.  
Contemporaneamente anche i detenuti si organizzavano per la rivolta. 
Va ribadito che in maggioranza si tratta di persone addestrate alla guerra e di origine straniera (“muhajir” ossia “migranti”, termine utilizzato per indicare i miliziani stranieri che combattono per Daesh). Persone che – in genere – i rispettivi Paesi di provenienza si rifiutano di riportare in patria.
Il primo veicolo imbottito di esplosivo era stato posto in prossimità dello svincolo di una condotta petrolifera (moltiplicando quindi la potenza dell’attentato) mentre venivano bloccate le strade d’accesso al carcere.
Altri veicoli, ugualmente riempiti con materiale esplodente, colpivano la porta della prigione e l’edificio delle Forze di autodifesa ( Erka Xweparastinê).
Entravano allora in azione anche le “cellule dormienti” precedentemente installate nel quartiere. Catturando alcuni civili (da usare come ostaggi o scudi umani) e abbattendo un muro della prigione con una ruspa. Una volta entrati, distribuivano le armi ai detenuti islamisti e prendevano altri ostaggi tra il personale del carcere.
La priorità per le FDS e per le forze della sicurezza interna (Asayish) è stata quella di proteggere i civili. Nel contempo circondavano (bloccandone a loro volta le vie d’accesso) e mettevano in sicurezza (procedendo all’evacuazione degli abitanti) i quartieri di Gweiran e di Heyî Zihur.
Al momento sarebbero circa 200 (per almeno tre quarti facenti parte delle “cellule dormienti” esterne al carcere) gli esponenti di Daesh uccisi in cinque giorni di combattimenti. Alcune centinaia degli evasi poi sono già stati ripresi.
Quello che sta emergendo, sia dalle prove raccolte che dalle testimonianze e dagli interrogatori, è un probabile ruolo di Ankara e Damasco nell’orchestrare il grave episodio.
Tra gli “indizi” (ma messi tutti in fila acquistano le sembianze di prove) a sostegno della tesi di un diretto coinvolgimento di Turchia e Siria: le armi – della NATO – con numeri di serie turchi trovate in mano ai terroristi dell’Isis; la registrazione di telefonate dei membri di Daesh in prigione con la Turchia; le confessioni di quellicatturati mentre cercavano di rientrare a Serêkaniyê (sotto l’ombrello turco); le carte d’identità siriane di recente emissione in mano ai miliziani jihadisti; l’incremento di attività del regime siriano nella regione…  
Altri elementi, altre prove, assicurano le FDS saranno presto messi a disposizione dell’opinione pubblica. Nel giro di qualche giorno. 
Stando ai piani preliminari, l’attacco avrebbe dovuto svolgersi ancora in ottobre o novembre, in coincidenza con un ennesimo attacco turco nel nord e nell’est della Siria e con il previsto rafforzamento dei suoi presidi e avamposti militari nelle zone già occupate.
Proprio in ottobre Erdogan si era consultato sia con Biden che con Putin ed è plausibile pensare che non ne abbia ottenuto il tacito assenso per l’ulteriore invasione. 
Un contrattempo (per Ankara e Daesh beninteso) a cui se ne aggiunse presto un altro. Quando le FDS avevano individuato e arrestato alcune “cellule dormienti” a Hesekê e Raqqa ricevendo da uno dei caporioni arrestati la confessione che il loro obiettivo era il carcere di Hesekê. Un progetto quindi apparentemente disinnescato dall’operazione delle FDS, ma in realtà solo rinviato.
Altra coincidenza. Con un tempismo perfetto, al momento dell’attacco jihadista al carcere, l’esercito e l’aviazione turchiattaccavano simultaneamenteZirgan, Tel Tamer (da dove avrebbero potuto intervenire agevolmente in sostegno a Daesh) e Ain Issa causando vittime tra i civili. 
Questo per quanto riguarda Ankara. E Damasco? 
Rimane sempre a guardare mentre il territorio della Siria viene occupato da forze straniere? In realtà prima dell’attacco jihadista si era registrata un’intensa attività militare dell’esercito siriano proprio a Hesekê. Ma soprattutto era andata intensificandosi una violenta campagna diffamatoria nel confronti dell’amministrazione autonoma (AANES) delle FDS sui media siriani filogovernativi. Inevitabile collegare tutto ciò ai recenti incontri tra il MIT (intelligence turca) e il Mukhabarat (intelligence siriana).
Un riavvicinamento tra i rispettivi servizi (ostili e su fronti opposti per molte questioni, ma sostanzialmente concordi nei confronti del “pericolo curdo”) che li aveva visti confrontarsi alla fine di dicembre (stando almeno a quanto riportava la stampa turca) in Giordania, ad Aqaba. Sempre basandoci su quanto scrivevano i giornali turchi, nel corso della riunione si sarebbe discusso anche di “operazioni congiunte nel nord-est della Siria” e in particolare di “un’operazione militare turca per la profondità di 35 chilometri in revisione agli accordi di Adana; la sollevazione delle tribù (in chiave anti curda, ca va sans dire, come ci aggiornano regolarmente alcuni siti rosso-bruni italici nda) a Deir ez-Zor, Hesekê  e Raqqa; la liberazione dei detenuti nelle prigioni e la ricostruzione di Aleppo”.  
Sempre sulla stampa turca – e quindi la cosa va presa con beneficio d’inventario – si suggeriva che Mosca e Damasco apparivano interessati, favorevolmente, alle richieste turche.

UN COMPLOTTO ANNUNCIATO CONTRO L’AMMINISTRAZIONE AUTONOMA
Qualche giorno prima, il 22 dicembre 2021, c’era stata la dichiarazione congiunta dell’ultima (per ora, siamo già alla diciassettesima) riunione di Astana tra Russia, Turchia e Iran. 
Con cui si stabiliva che le parti interessate erano concordi nell’”opporsi alle attività separatiste che minacciano la sicurezza nazionale dei paesi vicini all’est dell’Eufrate”. Inoltre venivano definite “illegali” (anzi, un vero e proprio “sequestro”) i redditi provenienti dal petrolio siriano. Con un evidente riferimento al fatto che i curdi, dovendo comunque sopravvivere e tenere in piedi l’amministrazione autonoma, le milizie di autodifesa e soprattutto garantire prezzi calmierati (sia del pane che del combustibile) alla popolazione, si rivendono il petrolio. Del resto perché non dovrebbero farne uso visto che sgorga su quei territori dove convivono con arabi, turcomanni, armeni e altre popolazioni? Territori, ricordo, liberati dalla presenza di Daesh soprattutto grazie al sacrificio di migliaia di curdi delle YPG.
Per chi vuole intendere, se pur dietro un linguaggio formalmente corretto, il messaggio era chiaro.

Ora, secondo i curdi, in questa dichiarazione si intravedono i presupposti per un autentico complotto contro l’amministrazione autonoma (AANES) e il Rojava. In caso di vittoria dell’operazione al carcere di Hesekê è probabile che la Turchia sarebbe intervenuta da Tell Tamer (da nord) mentre Damasco avrebbe attaccato da Tabqa, Raqqa e Deir ez- Zorsud (da sud). Così come si era probabilmente stabilito nell’incontro tra il MIT e il Mukhabarat.
Magari con la scusa di porre fine al massacro (facilmente prevedibile se Daesh non fosse stata fermata in tempo) da loro stessi promosso, previsto e forse pianificato.
Se la pronta, coraggiosa risposta delle FDS ha impedito comunque un disastro ben peggiore, rimane il dubbio che a conti fatti quanto è accaduto possa ugualmente portare acqua al mulino dei due regimi. 

Potrebbe infatti fornire il pretesto (non solo a Damasco e Ankara, ma anche a Mosca e Teheran) per accusare l’amministrazione autonoma di incapacità e inadeguatezza. Di essere esposta ai rigurgiti di Daesh. Prima alimentati e innescati, poi strumentalizzati come alibi per “riportare l’ordine” in Rojava. 
A nostra consolazione, va ricordato che i curdi hanno dimostrato ancora una volta di essere un osso duro. Oltre che per i cani rabbiosi di Daesh, anche per mastini di Ankara e Damasco. 

Gianni Sartori








#Kurds #Yazidi – L’ESERCITO TURCO E QUELLO IRACHENO AGISCONO IN SINTONIA CONTRO LA POPOLAZIONE YAZIDA (E IL PDK DI BARZANI DA CHE PARTE STA?) – di Gianni Sartori

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Il giorno 21 gennaio, nel primo pomeriggio,  un altro colpo è stato inferto da Ankara ai militanti yazidi di Shengal (Siniar). L’attacco contro un mezzo di trasporto è avvenuto nell’area della valle di Shilo ed è costato la vita a due membri delle YBŞ (Unità di Resistenza di Shengal). Le vittime sono il comandante delle YBŞ Azad Êzdîn e il combattente Enver Tolhildan. Almeno altri due yazidi, non ancora identificati, sono rimasti gravemente feriti. L’episodio si inserisce in un clima di crescenti minacce, provenienti sia dall’esercito iracheno (pochi giorni fa aveva richiesto alle Ezidxan Asayish, una milizia yazida di autodifesa, di abbandonare la zona di Sinune minacciando, in caso contrario, di costringerle con la forza), sia dal PDK di Barzani.  Obiettivo non dichiarato, ma evidente, esautorare l’autogoverno e l’autogestione qui instaurati (sul modello del Confederalismo democratico, come in Rojava) dai curdi yazidi. Una minoranza perennemente perseguitata (non solo durante l’occupazione dell’Isis) e che ha rischiato semplicemente di scomparire. A questo clima intimidatorio, evidentemente, anche Ankara ha voluto portare il suo contributo. D’altra parte è noto che ancora nel 2020 è stato siglato un accordo tra PDK e governo centrale iracheno, sotto la supervisione turca, per annullare l’autogoverno di tale minoranza. In questi ultimi giorni, mentre l’esercito iracheno andava rafforzando le sue posizioni e la popolazione organizzava manifestazioni di protesta, a Sinune tre giornalisti venivano arrestati (preventivamente?) dai militari iracheni. Tali eventi costituiscono una sorta di “effetto collaterale” (ma forse a ben guardare, nemmeno tanto “collaterale”) dei ripetuti interventi dell’esercito e dell’aviazione turca nel Nord dell’Iraq. Iniziati il 23 aprile 202, ufficialmente contro il PKK, hanno coinvolto anche la regione yazida. Altri due combattenti delle YBŞ (Seîd Hesen e İsa Xwededa) erano stati uccisi con i droni il 16 agosto. Il giorno dopo la Turchia bombardava addirittura un ospedale uccidendo quattro operatori sanitari e quattro combattenti YBŞ. Inoltre ai primi di dicembre, nel quartiere diKhanesor, un altro drone aveva eliminato Merwan Bedel, copresidente del Consiglio esecutivo dell’amministrazione autonoma di Shengal. Nella stessa operazione venivano feriti i suoi due figli. Quattro giorni dopo, l’11 dicembre, veniva pesantemente bombardato, sempre dall’aviazione turca e – ricordo – sempre in territorio iracheno, il palazzo dove si trova la sede del Consiglio popolare di Khanesor. Va anche detto che tutti gli sforzi congiunti del governo iracheno, del PDK di Barzani e della stessa Turchia per eliminare l’autoamministrazione della comunità yazida, si sono dovuti arenare di fronte alla ferma resistenza della popolazione. Almeno finora.

Gianni Sartori

#Kurds #News – COPRIFUOCO IN ROJAVA – di Gianni Sartori

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Anche una rivoluzione radicalmente democratica e libertaria (nel senso tradizionale, non di “ultraliberista”) come quella del Rojava può essere messa nella condizione di dover ricorrere a mezzi straordinari. Mezzi che, fatalmente, contemplano anche aspetti autoritari, coercitivi. Toccò perfino alla colonna Durruti nel ’36 quando procedeva di villaggio in villaggio per consentire (non imporre: erano autogestite dai contadini poveri e senza terra) le collettivizzazioni a spese dei proprietari terrieri in genere schierati con i franchisti.
Analogamente il Comitato degli Affari interni dell’AANES (l’Amministrazione autonoma del nord e dell’est della Siria) si è visto costretto a imporre un “coprifuoco totale” (24 ore su 24) per almeno una settimana nel cantone di Hassaké (dove le milizie dello stato islamico hanno attaccato un carcere cercando di far evadere i loro affiliati qui detenuti). Nelle altre città del nord e dell’est della Siria viene invece decretato un “coprifuoco parziale per la sicurezza della regione” (dalle ore 18 alle sei del mattino).
Sicuramente un’imposizione che non mancherà di creare difficoltà e disagi alla popolazione, ma a questo punto diventata non procrastinabile.
Gli attacchi congiunti dell’esercito turco (coadiuvato dai suoi mercenari) e di Daesh non consentono esitazioni.
La durata per ora prevista va dal 24 al 31 gennaio. In questo periodo rimarranno aperte soltanto attività essenziali come i panifici, i mulini, gli ambulatori, le stazioni di servizio e gli uffici delle amministrazioni comunali. Anche i trasporti tra una città e l’altra saranno sottoposti a tali restrizioni. Del resto, come si diceva, la situazione è grave.
L’ultimo bilancio (purtroppo si teme parziale e provvisorio) parla di almeno 45 combattenti (tra membri delle FDS e delle forze di sicurezza interna, oltre ad alcuni volontari) rimasti uccisi negli scontri con le milizie jihadiste intorno al carcere di Sina. I feriti finora segnalati sarebbero oltre una ventina.

Gianni Sartori

#Kurds #News – SINTONIA E SINCRONICITA’ TRA TURCHIA E DAESH NEL NORD DELLA SIRIA – di Gianni Sartori

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Il 21 gennaio le FDS (Forze democratiche siriane) hanno respinto  (almeno per il momento, non si possono escludere ulteriori sviluppi) quello che sotto ogni aspetto si configurava come un attacco congiunto tra la Turchia – sfacciatamente schierata – e le milizie jihadiste.
L’attacco turco era rivolto contro i villaggi di Mişêrfe, Cehbel e Mielek (Ain Issa, nel nord della Siria) mentre veniva bombardata l’autostrada M4. Stando a quanto dichiarato dalle FDS, nel corso dei combattimenti, proseguiti per tutto il giorno, sono rimasti uccisi alcuni miliziani jihadisti (cinque accertati). Almeno due civili invece hanno perso la vita a Cehbel sotto le bombe turche.

Quanto sta avvenendo nel nord della Siria, nonostante le documentate denunce di sistematiche e ripetute violazioni dei diritti umani da parte dell’esercito invasore turco e dei suoi ascari, ultimamente non sembra scuotere più di tanto la coscienza internazionale. Forse pensando che i curdi ormai hanno svolto il ruolo loro assegnato, ossia di carne da cannone contro l’Isis. Di quello che sta combinando Erdogan, l’alleato Erdogan, all’Occidente in fondo non interessa più di tanto. E pazienza per i curdi!
Una posizione non esplicitamente dichiarata, ma vera nella sostanza.

Unica eccezione, in questi giorni, la rivolta e l’evasione di centinaia di prigionieri appartenenti allo Stato islamico. Avvenuta nel centro di detenzione (una ex scuola) di Sina nel distretto di Xiwêran (Ghweiran) nella città di Hassaké dove erano rinchiusi in circa cinquemila tra sostenitori e miliziani dell’Isis. Si tratta di persone provenienti da una cinquantina di Paesi (che in genere non mostrano nessuna fretta nel volere riprenderseli) e tra loro vi sono parecchi elementi definiti “molto pericolosi”.
L’evasione si era potuta svolgere grazie all’attacco dall’esterno di un gruppo di appartenenti allo Stato islamico (una – o forse più di una – di quelle che vengono chiamate “cellule dormienti”).
Almeno una mezza dozzina di jihadisti sarebbero morti negli scontri con le forze di sicurezza dell’AANES (Amministrazione autonoma del Nord e dell’Est della Siria) che, ovviamente, erano intervenute per impedire l’evasione di massa e riprendere il controllo della struttura.
La contemporaneità tra l’attacco jihadista e la rivolta all’interno del carcere conferma che si trattava di una mossa pianificata e concordata.

Questa in breve la sequenza dei fatti. Gli attaccanti avevano inizialmente fatto esplodere alcuni barili di diesel all’interno di un immobile (appartenente a una società petrolifera) che sorge proprio di fronte al carcere. Quasi contemporaneamente altri jihadisti inviavano contro la porta del carcere un’auto e alcune motociclette riempite di esplosivo. A questo punto, presumibilmente, doveva partire l’assalto vero e proprio. Veniva tuttavia stroncato sul nascere dall’immediata reazione delle unità di Asayish (le forze della sicurezza interna dell’AANES).
Messi in difficoltà, almeno temporaneamente, gli assalitori e una parte degli evasi fuggivano in direzione del quartiere di Zihûr (Al-Zohour). Immediatamente circondato e isolato, così come la prigione, dai combattenti delle FDS.
Attraverso gli altoparlanti delle moschee, gli abitanti del quartiere venivano informati di quanto stava accadendo e invitati a tenere ben chiuse le loro porte.
Nelle stesse ore sia il quartiere interessato che l’intero distretto di Xiwêran venivano sorvolati dagli elicotteri della coalizione internazionale. Due jihadisti sarebbero stati abbattuti dai tiratori scelti delle YPG (Unità di Protezione del Popolo) e altri tre nel corso dei combattimenti. 

Questi eventi sembrano aver ridestato le paure dell’Occidente per una possibile resurrezione di Daesh/Isis.
Invece quasi nessuno sembra voler prendere atto della sostanziale unità di azione e intenti, della sintonia, tra l’assalto al carcere, opera degli integralisti islamici e le ultime operazioni militari messe in campo da Ankara contro i curdi.
Infatti, proprio mentre le FDS dovevano confrontarsi con le milizie di Daesh, la Turchia ne approfittava per intensificare gli attacchi sul Rojava
Il 21 gennaio un drone turco colpiva alcuni esponenti del Consiglio militare di Til Temir sulla strada per Hassaké dove si stavano recando in sostegno alle FDS contro lo stato islamico. Nella mattinata del 22 gennaio – come già detto -truppe mercenarie filo-turche hanno attaccato la regione di Ain Issa (mentre l’autostrada M4 veniva fatta oggetto di tiri di artiglieria).
Le FDS, oltre a sottolineare come tale attacco coincidesse con quanto avveniva intorno al carcere di Hassaké, hanno dichiarato che altri cinque jihadisti erano rimasti uccisi nei combattimenti.

A tale riguardo il copresidente del dipartimento degli Esteri dell’AANES ha indicato nelle potenze internazionali (USA e Russia in primis) i primi responsabili di quanto era avvenuto.
Intervistato dall’ANF (Agenzia di stampa Firat News), Abdulkarim Omar ha precisato che questo “non è il primo episodio del genere e non sarà l’ultimo. Tali eventi sono la conseguenza dell’incapacità delle potenze internazionali di assumersi le proprie responsabilità. Noi abbiamo eliminato la presenza militare dello Stato islamico nella regione,
ma non per questo il terrorismo è finito definitivamente. La nostra è stata una vittoria puramente militare, ma l’organizzazione jihadista è ancora potenzialmente attiva, così come non è scomparsa la loro ideologia. Alcune bande dello stato islamico non hanno mai smesso di portare i loro attacchi, non solamente contro le prigioni”.Da  segnalare un certo compiacimento – del tutto fuori luogo – espresso da qualche rosso-bruno filo-Assad che qualificava la battaglia tra FDS e Daesh come “uno scontro tra le due bande”. Equiparando il  movimento di liberazione curdo agli ascari islamo-fascisti filoturchi. Insisto: demenziale!

Gianni Sartori