#Serbia #Ambiente – A VOLTE RITORNANO: LA RIO TINTO CONTESTATA IN SERBIA – di Gianni Sartori

fonte immagine @luxymus, Kreni-promeni / Facebook

Nella multinazionale Rio Tinto (all’epoca Rio Tinto-Zinc, mi pare, in seguito Rio Tinto Ldt) ero inciampato ancora nei primi anni ottanta con le iniziative antiapartheid (e relative campagne di denuncia e boicottaggio). Per cui ero venuto a conoscenza della presenza, non sempre gradita, di questa compagnia mineraria in Sudafrica. L’avevo poi ritrovata, sempre negli ottanta, in alcune scritte di protesta sui muri di un’azienda mineraria (non so cosa avesse combinato) in Catalunya. Del resto – ma lo avrei scoperto soltanto in seguito – il nome derivava direttamente dal fiume della penisola iberica lungo cui avviò nel 1873 le prime attività di scavo (nella provincia di Huelva). In genere, se non ricordo male, veniva contestata soprattutto per gli effetti deleteri per l’ambiente che provocava.
Sinceramente me n’ero ormai dimenticato.
La ritrovo ora in Serbia, nuovamente messa in discussione per le possibili, ulteriori ferite che potrebbe infliggere, oltre cha all’ambiente, alla salute degli abitanti delle aree interessate dalla sua attività.

In questi giorni il centro e le strade principali di alcune città sono rimasti occupati e bloccati dalle proteste che – sia a Belgrado che in altre località – hanno coinvolto migliaia di cittadini serbi contrari a due nuove leggi. Una sulle espropriazioni e l’altra sul referendum: secondo i manifestanti, due cavalli di Troia per consentire la realizzazione di alcuni progetti industriali nocivi per la salute.
Viene contestata soprattutto la prevista apertura di una miniera di litio per mano appunto della Rio Tinto.

Dato che – ovviamente – bloccare le strade e il traffico non è consentito neanche in Serbia – per evitare di incorrere nei rigori della legge e per limitare l’intervento della polizia, i manifestanti hanno attraversato e riattraversato in massa (“massa critica”) le strade, instancabilmente. Con l’ovvio risultato di mandare il traffico in tilt.
Mentre nella capitale le iniziative di protesta si sono svolte nel complesso pacificamente, altrove si sono registrati disordini e scontri con la polizia. In particolare a Sabac i contestatori avevano circondato il commissariato locale esigendo la scarcerazione di alcuni manifestanti fermati dalla polizia. Dato che per l’anno prossimo sono previste le elezioni generali, le manifestazioni hanno fornito anche l’occasione per esprimere le istanze dell’opposizione politica serba.

Gianni Sartori

#Kurds #Attacchi – HANNO UN NOME LE SOSTANZE CHIMICHE UTILIZZATE DALLA TURCHIA CONTRO I CURDI – di Gianni Sartori

fonte immagine hawarnews.com

Risale agli inizi di novembre la nascita di una “Coalizione contro le armi chimiche nel Kurdistan iracheno”. Un’ampia iniziativa contro le operazioni militari avviate in aprile da Ankara nel Kurdistan del Sud (oltre le proprie frontiere) e su cui grava il fondato sospetto dell’utilizzo di armi chimiche. L’invasione terrestre e i bombardamenti, almeno ufficialmente, sarebbero rivolti esclusivamente a colpire le basi del PKK, ma non hanno risparmiato i civili.
Finora (oltre a numerosi sindacalisti, giornalisti, avvocati, docenti universitari, esponenti della cultura, difensori dei diritti umani…) a tale Coalizione hanno aderito alcune organizzazioni britanniche come Peace in Kurdistan, Campaign Against Criminalising Communities e Defend Kurdistan Initiative UK.
Oltre all’invio di una delegazione (composta da medici, studiosi, giornalisti, politici…) nel nord dell’Iraq per visitare di persona i luoghi interessati dal conflitto e incontrare le persone sopravvissute ai gas asfissianti, nei programmi della Coalizione sono previsti incontri con i responsabili del PDK (Partito democratico del Kurdistan, al potere nella regione curda dell’Iraq), dell’UPK (Unione patriottica del Kurdistan) e del consolato britannico.
Con un rapporto finale da inoltrare alla sede di Ginevra delle Nazioni Unite.

Da parte della Coalizione un appello è stato rivolto alle istituzioni internazionali (in particolare all’ONU e all’Organizzazione per la proibizione delle armi chimiche – OIAC) affinché intervengano per fermare tali crimini di guerra. Critiche anche al governo britannico in quanto avrebbe concesso – stando alle dichiarazioni della Coalizione – una settantina di licenza per l’esportazione di armamenti che potrebbero aver contenuto fosforo bianco.
La questione era stata sbrigativamente accantonata dal ministro turco della Difesa, Hulusi Akak. Negando l’uso di gas chimici e sostenendo che sarebbe stato utilizzato solo spray al peperoncino.
Da parte del PKK, attraverso il membro del comitato esecutivo Murat Karayilan, su SterkTV è arrivata sia una immediata smentita di tali affermazioni, sia la denuncia dell’uso di almeno cinque armi chimiche già individuate.
Si tratterebbe di:
1) Un gas nervino conosciuto come Sarin (talvolta odorerebbe di frutta; ricordate “l’odore delle mele” percepito dai bambini curdi prima di morire soffocati all’epoca di Saddam ?) che congela le cellule nervose provocandone lo stordimento e successivamente la morte.
2) un’altra arma chimica soffocante avrebbe invece contenuto il gas cloropin. Conosciuto anche come “Croce Verde”, venne prodotto e utilizzato della Germania ancora nella prima Guerra mondiale. Non si esclude che attualmente la Turchia sia in grado di produrlo autonomamente.
3) un altro gas (pure di produzione tedesca e di colore giallo) conosciuto come zolfo Mustant che brucia – letteralmente – le persone (chiamato anche “Croce Bianca”).

4) non si conosce invece la denominazione di un altro gas utilizzato nel Kurdistan del Sud i cui effetti sono quelli di un generale intorpidimento, la perdita della memoria e una temporanea paralisi.
5) e infine l’unico di cui Ankara ha ammesso l’uso, lo spray al peperoncino. Impiegato in genere contro i manifestanti, all’interno dei tunnel il suo utilizzo può comunque risultare micidiale.



Gianni Sartori