#Kurds #Rifugiati – LE ORGANIZZAZIONI CURDE (KNK, HDP, PKK) INTERVENGONO SULLA CRISI UMANITARIA ALLA FRONTIERA POLACCA – di Gianni Sartori

fonte immagine Reuters

Da giorni circa tremila rifugiati che – invano – cercavano di entrare in Europa attraverso la Polonia, rimangono bloccati alla frontiera, nella foresta.
Molti di quei disperati (in gran parte donne e bambini) sono curdi che provengono dalla regione autonoma dell’Iraq e dal nord della Siria. Ossia da territori sottoposti, se pur in maniera diversa, agli attacchi di Ankara.
Abbandonati da entrambi gli Stati confinanti, sarebbero già una ventina quelli morti di ipotermia, fame o disidratazione. Una dozzina quelli desaparecidos.

Sulla questione è intervenuto il Congresso nazionale del Kurdistan. Rivolgendosi all’Unione europea, il KNK ha definito “disumano e inammissibile” il modo in cui Polonia e Bielorussia trattano i migranti. Con un appello non solo all’Ue ma anche a “tutti i cittadini europei dotati di coscienza” a non restare in silenzio e a trovare una soluzione.
Denunciando inoltre come Erdogan, Lukachenko e Putin stiano “utilizzando i rifugiati come un’arma politica”.
Evidentemente l’astuto presidente turco (che in questi anni aveva già sperimentato l’utilizzo dei migranti come strumento di pressione nei confronti della Ue) ha fatto scuola.
Oggi il suo obiettivo, secondo il KNK, sarebbe quello di “cacciare i curdi dalle loro terre per modificarne la stessa demografia”. Sostituendo i curdi con popolazioni e organizzazioni sotto il suo controllo (turchi, turcomanni, addirittura palestinesi…).
Altro intervento da segnalare, quello del Partito democratico dei Popoli. A nome di HDP, Pervin Buldan e Mithat Sancar si sono rivolti a Josep Borrel (rappresentante dell’Ue per gli affari esteri) affinché, in nome del rispetto dei diritti umani, venga accantonata la soluzione del blocco militare e i rifugiati (tra cui oltre 500 bambini) vengano soccorsi e accolti.

Lo stesso appello è stato rivolto al Segretario generale e al Commissario ai diritti dell’uomo del Consiglio d’Europa oltre che a varie organizzazioni onusiane.
I portavoce di HDP si son detti “profondamente rattristati dal dover vedere un governo europeo spianare le armi contro i rifugiati invece di distribuire cibo e coperte”.
Non si conosce ancora il tenore della risposta di Josep Borrel all’appello di HDP. In compenso in questi giorni il capo della diplomazia europea ha presentato ai 27 ambasciatori degli Stati membri quella che viene definita la “bussola strategica”. Un progetto che sta per essere esaminato a Bruxelles e che comporta la creazione entro un paio di anni di una forza europea di reazione rapida.

Da parte del PKK (Partito dei lavoratori del Kurdistan) un accorato invito, un’esortazione alla popolazione curda affinché non fugga dal Bashur (il Kurdistan del Sud, in territorio iracheno) autoesiliandosi. E una richiesta al governo regionale curdo, quella di metter in campo adeguate iniziative per garantire condizioni di vita dignitose alla popolazione. Come in Rojava (dove Ankara sta operando con metodi che ricordano la pulizia etnica), così in Bashur un drastico cambiamento demografico (ossia la sostituzione della popolazione originaria curda) non farebbe altro che gli interessi della Turchia.
Calcolando che almeno 30mila persone hanno lasciato il Bashur in un solo anno, la Commissione Esteri del PKK ha esplicitamente accusato il governo turco e quello della regione autonoma (in pratica il PDK) di esserne responsabili.
Sia del massiccio esodo e spopolamento che della tragedia in corso sulla frontiera tra Polonia e Bielorussia. 
Una tragedia legata alla crisi economica, alla disoccupazione, alla disperazione diffusa. Conseguenza dei “30 anni di politiche attuate dalle autorità del Kurdistan del Sud e dai paesi occupanti”. Dalla Turchia in particolare. Con il rischio che questa parte del Kurdistan divenga “una zona di espansione per il nazionalismo fascista turco e per l’ideologia dell’islamismo radicale”.
Per questo il PKK chiama la popolazione curda e i giovani in particolare a “non abbandonare il Paese utilizzando la propria forza nella lotta per la giustizia, la democrazia e la libertà”.



Gianni Sartori

#Kurds #Syria – IN SIRIA LE ARMI NON TACCIONO ANCORA (E I CURDI SI PREPARANO AD UNA POSSIBILE NUOVA INVASIONE) – di Gianni Sartori

fonte Southfront.org

Lungi dall’essere pacificata e normalizzata, la situazione in Siria si mantiene “stabilmente instabile” e bellicosa, incerta. Permane infatti il rischio di ulteriori conflitti aperti che travalichino l’attuale “guerra a bassa intensità”. Andando ben oltre le odierne scaramucce, scambi di cannonate (che comunque lasciano sul terreno decine di civili, sia quelle di provenienza turca che governativa) e uccisioni mirate con i droni (una specialità di Ankara).
Le forze curde e i loro alleati locali (FDS e YPG – Unità di protezione del popolo) controllano ancora quel territorio (nel nord della Siria a est dell’Eufrate) che ormai è universalmente riconosciuto come Rojava. E portano avanti, rafforzano e sedimentano, il loro progetto di autogestione democratica grazie all’impegno dell’Amministrazione autonoma del nord-est siriano (AANES). Addirittura aprono sedi di rappresentanza (l’equivalente di un consolato o di un’ambasciata) all’estero. Come è avvenuto in Svizzera in agosto. Ovviamente i curdi qui operano tra mille difficoltà e perennemente sotto pressione. Basti pensare ai costi dell’irrisolto problema dei miliziani di Daesh e delle loro famiglie (si parla di decine di migliaia di persone, solo in Al-Hol oltre 60mila) ancora nelle mani dei curdi. Senza che a livello internazionale si cerchi una soluzione adeguata, garantendo il rimpatrio nella nazione di origine degli islamisti stranieri.
Gli accordi tra Mosca e Ankara dell’ottobre 2019 in qualche modo sembrano reggere e la Turchia, per ora, non ha lanciato altre operazioni militari in grande stile. Limitandosi, come già detto, a bombardamenti quasi quotidiani contro le postazioni curde.
Ma intensificando soprattutto le operazioni mirate contro quartieri generali e depositi e contro esponenti curdi (ma forse in questi casi si dovrebbe parlare di esecuzioni extragiudiziali). Utilizzando soprattutto i droni e talvolta gli aerei. In questo modo, il 19 agosto a Qamishli, è stato assassinato il comandante delle YPG Renas Roj mentre il giorno dopo veniva colpita Tall Tamr dove era prevista una riunione di esponenti politici e comandanti curdi (sette le vittime accertate).

Di questi fatti – e di almeno un’altra ventina di attacchi similari sempre in agosto – si erano apertamente lamentati con la Russia i membri di una delegazione approdata a Mosca. Nel frattempo i curdi rispondono come possono e il 7 settembre, per esempio, i colpi di mortaio provenienti dalle loro linee avrebbero causato la morte di un soldato e diversi feriti (sia tra i militari turchi che tra i miliziani dell’ANS). Ma soprattutto, in vista di una possibile nuova invasione, scavano tunnel e trincee.
Altre questione di non facile soluzione (sollevata regolarmente sia da Israele che dagli USA): la presenza iraniana sul territorio siriano. Sia quella iraniana tout court che quella filo-iraniana, ovvero le milizie sciite (non solo Hezbollah). Presenza che anche recentemente ha scatenato diversi attacchi aerei da parte di Israele.
Il 22 aprile veniva colpita la base antiaerea di Dmeir e un missile siriano aveva colpito un aereo israeliano (aereo che pare sia riuscito a rientrare in patria, ma solo per esplodere nei pressi di una centrale nucleare). Il mese successivo, il 5 maggio, altro raid e così il 9 giugno (questo su Damasco). Tra il 20 e il 22 luglio venivano colpite le zone intorno adAleppo e Homs, mentre Damasco – per la seconda volta in due mesi – il 19 agosto. Altri attacchi aerei, sempre contro installazioni ritenute sotto il controllo di Hezbollah (o comunque di altre milizie legate a Teheran), in settembre.
Da parte loro, gli statunitensi avevano pesantemente bombardato alla fine di giugno le postazioni di Hashd Al-Shaabi, un gruppo che si ritiene sia finanziato dall’Iran. Immediata la risposta della milizia sciita che aveva esploso numerosi colpi di lanciagranate contro Al-Omar, una zona controllata dai curdi.

Gianni Sartori

#IncontriSulWeb – “La lingua ligure, ieri, oggi, domani”

Un incontro con il prof. Fiorenzo Toso, linguista e docente universitario, uno dei massimi esperti a livello internazionale delle minoranze linguistiche d’Europa, per raccontare la Storia della lingua ligure, il suo utilizzo attuale e le prospettive per il futuro. Parleremo inoltre della lingua tabarchina, un altro dei temi di studio del nostro ospite.

#MemoriaStorica #Elsass – 11 novembre 1918/11 novembre 2021

L’armistizio di Compiègne fu l’accordo sottoscritto alle ore 05:00 dell’11 novembre 1918 tra l’Impero tedesco e le potenze Alleate che pose fine alla Prima Guerra Mondiale. L’associazione alsaziana Unsri Gschìcht intende ricordare oggi i 380.000 cittadini dell’Alsazia e della Mosella che combatterono vestendo le divise di quello che allora era il loro Stato e soprattutto coloro che non tornarono più alle loro famiglie. La storia ufficiale si dimenticherà presto di loro. Ci associamo nel ricordo dei “Feldgrauen”.