#EuskalHerria – PAESI BASCHI: LA LOTTA CONTINUA, MA PER I PRIGIONIERI NON SI INTRAVEDONO SOLUZIONI ADEGUATE – di Gianni Sartori

Anche se i media ne parlano sempre meno, nei Paesi baschi le contraddizioni permangono aspre e producono conflitto. Oppure – come si usava dire in tali frangenti – la lotta continua.

Continua nelle strade, come sabato scorso nel quartiere di La Rochapea a Irunea (Pamplona) dove molti giovani di area abertzale hanno risposto all’appello di Gazte Koordinadora Sozialista.

Oltre ai prevedibili scontri con la polizia, sia con quella municipale – “autonoma” – che con quella nazionale (entrambe avrebbero fatto uso di proiettili di plastica), si sono registrati incendi di cassonetti e la distruzione di qualche bancomat. Al momento non ci sono notizie di arresti tra i manifestanti.

Ma contemporaneamente dalle carceri – sia spagnole che francesi – arrivano notizie drammatiche in quanto va aumentando il numero dei detenuti contagiati dal Covid19.

Tra loro anche un malato di sclerosi multipla, Ibon Fernandez Iradi. Incarcerato a Lannemezan (in Francia, dipartimento degli Alti Pirenei) rimane in cella nonostante abbia manifestato diversi sintomi della malattia. Per il momento le autorità non sembrano intenzionate a scarcerarlo come invece hanno chiesto alcune organizzazioni basche, in particolare EH Bai e EH Bildu.

Preoccupazione veniva espressa (in data 11-11-2020) anche da Etxerat in quanto “Ibon è uno dei 18 prigionieri baschi con patologie gravi e incurabili che da tempo avrebbero dovuto essere messi in libertà; così come richiediamo ancora una volta, soprattutto in questo nuovo scenario della pandemia”.

Il Tribunale della Cassazione aveva dato il suo consenso alla sospensione della pena (per ragioni di salute), ma Ibon rimane in carcere, in qualche modo “sequestrato” dal pubblico ministero della Corte di Appello.

Una palese – secondo Etxerat – violazione dei diritti del detenuto.

Come si ricordava in un comunicato, la commissione dei Diritti Umani delle JJGG (Juntas Generales de Gipuzkoa), con il sostegno di vari partiti politici (EH Bildu, PNV, PSE e Podemos) aveva stabilito che una persona con infermità di tale portata non poteva rimanere incarcerata.                                  

Per questo sia EH Bai che EH Bildu (ricordando quali rischi corrono le persone con gravi patologie qualora siano stati contagiati dal Covid19) rivolgono un accorato appello al governo francese affinché Ibon possa rientrare nella sua casa dove avrebbe modo di essere seguito e curato in maniera adeguata. Certamente più adeguata di quanto possa avvenire nella cella di una prigione.   Su iniziativa di Etxerat sono previste varie manifestazioni per la sua immediata scarcerazione (e anche per quella degli altri prigionieri gravemente ammalati, ovviamente). Per ora la prima si è svolta a Lasarte-Oria.

 
 

Gianni Sartori

#KURDS #IRAN – PEGGIORANO LE CONDIZIONI DELLA PRIGIONIERA CURDA ZEYNAB JALALIAN – di Gianni Sartori

Non dico che l’abbiano creato e fatto circolare appositamente, ma sicuramente il Covid-19 si sta rivelando alquanto funzionale al potere (comunque inteso, sia economico che politico). In particolare nell’eliminazione fisica dei soggetti “non produttivi” (stando ovviamente ai parametri del capitalismo: anziani, poveri, marginali, malati, senza tetto…), delle minoranze comunque scomode (nativi del continente americano, sia a nord – vedi nelle riserve degli USA – sia a sud- vedi in Amazzonia) e ovviamente dei prigionieri politici. Emblematico che in Turchia siano stati rimessi in libertà (anche se provvisoria) fior fiore di delinquenti mentre rimanevano in galera i militanti curdi e della sinistra rivoluzionaria turca.

Ovviamente – o almeno si presume – la stessa politica viene adottata da altri regimi.

Della prigioniera politica curda Zeynab Jalalian, detenuta in Iran, si era già parlato nell’estate scorsa all’epoca del suo sciopero della fame per essere riportata nella prigione di Khoy.

Oggi il suo caso torna alla ribalta in quanto, malata appunto di Covid19, il 10 ottobre è stata trasferita dalla sezione femminile della prigione di Kermashan alla prigione di Yazd. In soli sei mesi è questo il quarto suo trasferimento.

Arrestata nel 2008, era stata condannata a morte nel gennaio 2009 (due anni dopo la pena venne mutata in ergastolo) per presunta appartenenza al PJAK (Partiya Jiyana Azad a Kurdistane – Partito per una vita libera in Kurdistan)

La notizia dell’ennesimo trasferimento ha potuto darla ai familiari nel corso di una brevissima telefonata – due minuti – durante la quale ha anche informato il padre di essere stata nuovamente minacciata di torture.

Prima di Kermanshah, per circa tre mesi era stata rinchiusa in un carcere a oltre mille chilometri di distanza da dove vivono i suoi familiari. Con tutte le immaginabili difficoltà per poterla visitare (uno scenario tristemente noto ai familiari dei prigionieri politici turchi così come a quelli baschi). Prima ancora, fino all’aprile 2020, si trovava nella prigione di Qarchak a Varamin, non lontano da Teheran e a Khoy.

Nel corso di tali trasferimenti era stata contagiata dal virus e – a causa delle catene – aveva riportato ferite ai polsi e alle caviglie. Ferite che – non essendo mai state curate – le causano acute sofferenze.

Le attuali condizioni di salute di Zeynab Jalalian sono tali da suscitare preoccupazione. Soffre di gravi infezioni, di problemi renali e sta perdendo la vista. Si tratta dunque di un soggetto a rischio in quanto il Covid19 risulta particolarmente pericoloso per la vita delle persone già colpite da altre patologie.

Tuttavia le autorità carcerarie iraniane le rifiutano qualsiasi visita specialistica così come di venir curata fuori dal carcere.

In compenso, come ad altri prigionieri politici, le è stata offerta la possibilità di un pubblico pentimento (alla televisione). In cambio, forse, di cure più adeguate. Un metodo che inevitabilmente ricorda quelli della Inquisizione.

Le numerose campagne a sostegno di Zeynab, purtroppo, finora non sembrano aver portato a nessun miglioramento della sua situazione.

 

Gianni Sartori

#ALSAZIA #ELSASS – il ricordo dei 50.000 Feldgrauen caduti

11 novembre 1918 – 11 novembre 2020 : l’associazione Unsri Gschìcht rende omaggio ai 380.000 abitanti della Alsazia e della Mosella che hanno combattuto dal 1914 al 1918 per la loro patria di allora, la Germania,  e soprattutto ai 50.000 di loro che non sono più tornati alle loro case.

Un contributo per scrivere una pagina di Storia vera contro ogni falsificazione operata dalla Francia.