KURDISTAN – LO SCIOPERO DELLA FAME CONTINUA. FINO ALLA VITTORIA – di Gianni Sartori

Kurdes-Strasbourg

Qualche giorno fa, a Strasburgo, 14 curdi in sciopero della fame  si sono sottoposti ad un ulteriore esame medico.

Il dottor Fahrettin Gulsen ha dichiarato di aver riscontrato un peggioramento della loro situazione. Come era, del resto, prevedibile dato che ormai per questi militanti si sta avvicinando il novantesimo giorno di digiuno.

Il medico ha spiegato di aver già eseguito oltre una dozzina di controlli generali dall’inizio della protesta e che, fatalmente, i sintomi sono andati via via accentuandosi. Inoltre si tratterebbe di sintomi che rimandano a possibili, inquietanti “danni permanenti”.

Un primo gruppo di sintomi è rappresentato da malesseri e disturbi sistematici, ricorrenti. Quali: nausee, vomito, difficoltà nell’assumere liquidi, vertigini, tachicardia, aritmia, abbassamento di pressione, bruciori gastrointestinali e anali, infiammazioni, dolori acuti. Oltre, ca va sans dire, a una  preoccupante perdita di peso.  

E non si escludono primi segnali di pericolose infezioni renali.

Gulsen ha poi rilevato un secondo gruppo di sintomi di natura neurologica: difficoltà nel sollevarsi e camminare, sensibilità estrema alla luce, ai rumori e agli odori. Mal di testa che inizia col manifestarsi in prossimità della nuca per poi espandersi dappertutto, crampi neuromuscolari, ronzii negli orecchi e riduzione dell’udito.

Ovviamente si è accentuata la perdita di sonno.

Sintomi questi, secondo il medico visitante, presenti ormai in quasi tutti gli scioperanti.

Per concludere: “Sappiamo che nessuno vuole conseguenze negative quali potrebbe derivare dall’ulteriore deterioramento della salute dei militanti in sciopero della fame.  Per questo rispondere alle loro richieste (in sostanza: la fine dell’isolamento per il leader curdo Ocalan nda) si configura come un dovere umanitario affinché si ponga termine all’azione di protesta. Sia i cittadini che le istituzioni devono prendere misure urgenti in tal senso. Un improvviso peggioramento potrebbe avvenire in qualsiasi momento in uno qualsiasi degli scioperanti. Non è facile dirlo, ma in quanto medico è mio dovere parlarne. E l’urgenza di questo mio appello va compresa adeguatamente”.

Fahrettin Gulsen ha poi spiegato che le conseguenze negative dello sciopero della fame si riflettono innanzitutto sulla possibilità di muoversi dei militanti, ormai gravemente compromessa. Rimarcando anche sul fatto che i visitatori non dovrebbero essere troppo insistenti nel volerli vedere e incontrare accontentandosi delle notizie fornite dai volontari che li assistono.

In solidarietà con gli scioperanti curdi, in particolare con la deputata di HDP Leyla Guven, dal 12 marzo due esponenti del TKP/ML, comunisti turchi, hanno intrapreso uno sciopero della fame (di cinque giorni, per ora). Si tratta di Seyit Ali Ugur e di Deniz Pektas, al momento rinchiusi in un carcere tedesco.

Lo hanno annunciato durante una udienza del loro processo che si svolge a Monaco.

Gianni Sartori

CATALUNYA – Incontro pubblico a Ginevra per parlare di rispetto dei Diritti Umani – promosso da UNESCO CAT

Si svolgerà oggi a Ginevra, presso il Palazzo delle Nazioni, un incontro pubblico promosso da http://unescocat.org/  per parlare dell’attuale situazione all’interno della Spagna in merito a rispetto dei Diritti Umani, alla luce di quanto sta avvenendo con il processo contro i leaders catalani ed con altri processi sul territorio.

Fra i relatori l’avv. Olivier Peter, membro del collegio di difesa di Jordi Cuixart e l’avv. Amaia Izco, membro del collegio di difesa dei giovani di Altsasu recentemente condannati a dure pene detentive per una rissa fuori da un bar con esponenti della Guardia Civil .

unescocat

CATALUNYA – OPINIONI – INTERNET, UNA FINESTRA SUI MONDI PARALLELI – di Alberto Schiatti

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(immagine del cartoonist Jordi Calvís – pubblicata su http://www.fotlipou.com/ )

 

Spesso assistiamo a dibattiti pubblici o a discussioni private sul significato dell’utilizzo di Internet e sulla sua problematicità. Certo esistono problemi, esistono abusi, esistono gestioni scorrette di questo strumento che , pian piano, è andato ad occupare spazi importanti nella nostra vita.

Ma non possiamo negare l’utilità di Internet: siamo connessi con il mondo intero e in tempo reale possiamo seguire avvenimenti che, in passato, ci sarebbero stati raccontati dalla stampa in modo più o meno legato alla realtà. Ora non è più così, grazie allo streaming siamo nelle piazze, nelle strade, in mezzo a popoli che festeggiano o che protestano, viviamo in modo diretto gioie, dolori, atrocità. E possiamo entrare anche in luoghi che, sia per distanze che per opportunità, ci sono state sempre preclusi.

Come le aule di un tribunale, e non un tribunale qualsiasi, ma un Tribunale Supremo di uno Stato, dove si giudicano imputati che vivono sulla loro pelle la minaccia di una condanna pesantissima, alcune decine di anni di carcere, per reati altrettanto gravissimi a loro attribuiti.

E’ evidente a tutti che ci riferiamo a quanto sta accadendo a Madrid,  all’interno del maestoso palazzo dove ha sede il Tribunal Supremo spagnolo che ha messo alla sbarra i leaders indipendentisti catalani, esponenti della politica o dell’associazionismo, colpevoli secondo l’accusa di ribellione,  sedizione, violenze ed altre nefandezze accessorie.

Grazie alle telecamere e alla ritrasmissione in rete, possiamo vivere al loro fianco (non lo nascondiamo) il dibattimento che si sta svolgendo in questi giorni e possiamo valutare in modo totalmente autonomo la questione.

Ed ecco che un primo pensiero attaversa la nostra mente: stiamo assistendo, come nelle migliori pellicole cinematografiche del genere, alla dimostrazione dell’esistenza di due mondi paralleli: quello dell’accusa e quello degli imputati e dei loro difensori.

E fino a un certo punto non ci possiamo stupire più di tanto: è ovvio che in qualsiasi dibattimento giudiziario ci siano due opposti modi di valutare i comportamenti e le azioni, a seconda di quale parte si rappresenti.  Ma, mentre quasi sempre quanto è avvenuto e ha causato l’imputazione rimane nella sfera della versione ufficiale dei fatti, qui, sempre grazie agli strumenti di comunicazione che Internet ci offre, il mondo intero ha assistito, nell’ autunno del 2017, a quanto avveniva nelle strade e anche nei palazzi della politica della Catalunya.

Il mondo intero ha assistito ai dibattiti al Parlament di Barcelona, con spazio democraticamente lasciato a chi era contrario all’indipendenza.

Tutti abbiamo assistito al travaglio, anche interiore, dei leaders politici catalani, stretti tra una piazza estremamente rivendicativa e il pericolo di una repressione, anche armata, che Madrid poteva scatenare da un momento all’altro.

Ogni persona, anche in disaccordo con le tesi catalaniste,  ha potuto assistere, con un sentimento che passava dallo stupore all’indignazione, alle violentissime cariche della Guardia Civil e della Policia Nacional contro manifestanti non-violenti e soprattutto contro indifesi cittadini che volevano solo esercitare uno dei diritti democratici fondamentali, quello di votare e di scegliere quindi il proprio futuro attraverso le urne.

Qualsiasi persona che si interessa un minimo di quanto avviene fuori dalla sua porta di casa conosce quanto è avvenuto prima e dopo questi fatti, con perquisizioni in pubblici uffici, arresti e mandati di cattura internazionali nei confronti degli esponenti di associazioni culturali, della politica o anche solo dell’amministrazione pubblica catalana.

Persone che, come nel caso dei cosiddetti “due Jordis” (Jordi Cuixart e Jordi Sanchez, rispettivamente presidenti di Omnium Culturale e di Assemblea Nacional Catalana), sono in carcere preventivo da più di 500 giorni. Oppure, come nel caso del President catalano Carles Puigdemont e di altri esponenti della politica, sono costretti all’esilio per poter far sentire all’estero la voce dell’indipendentismo, o anche solo della libertà d’espressione politica.

Ed ecco che appare il secondo “mondo parallelo”: quello dei giudici del Tribunal Supremo, quello della Fiscalia, quello in poche parole di una Spagna centralista e nazionalista che non vuole arrendersi, nonostante la facciata di una Costituzione “democratica”, al fatto che esistano al suo interno Nazioni differenti e che ognuna di queste abbia il diritto di esprimere il proprio dissenso.

Una Spagna che ancora si richiama al motto franchista “Una, Grande y Libre!” e che poggia, oggi come allora, su Monarchia, Forze Armate e poteri economici. E che grida “a por ellos”,  applaudendo le Forze di Polizia in partenza verso la Catalunya e incitandole a reprimere in modo violento “i ribelli”. Una Spagna che non è cambiata, nonostante il  maquillage della Costituzione del ’78  e la cosiddetta “transizione” dalla dittatura alla democrazia, quella che numerosi esponenti politici baschi e catalani  hanno sempre definito “la grande truffa”.

E in questo “mondo parallelo” assistiamo ogni giorno, durante il dibattimento, alla negazione del fatto che tutto ciò che è avvenuto si possa catalogare nel mondo della politica e che quindi sia la politica che deve dare risposte.  Ecco quindi che una delle accuse principali rivolte ai “due Jordis” sia quella di aver danneggiato dei veicoli della Guardia Civil, salendo sui tetti per invitare la folla a defluire in modo ordinato; che quella nei confronti di Carme Forcadell, ex presidente del Parlament di Barcelona, sia quella di aver autorizzato votazioni in questo consesso pubblico; che quella nei confronti di altri esponenti catalani sia di aver utilizzato fondi pubblici o il loro incarico pubblico per organizzare un Referendum, deciso e approvato con votazioni negli organi competenti.  

Particolarmente ridicole sono state poi le deposizioni dei responsabili delle Forze di Polizia spagnole, che hanno sostenuto che le stesse in quei giorni si sono trovate di fronte “muri umani violenti”, che arrivavano a versare detersivi liquidi a terra, per far scivolare gli agenti, e che, secondo relazioni di servizio,  qualche agente ha subito la frattura di qualche dito. O che funzionari che eseguivano perquisizioni in uffici pubblici catalani hanno dovuto accontentarsi di mangiare qualche “boccadillo” , invece di uscire a pranzare, per paura di violente ritorsioni.

Una visione da mondo parallelo, come dicevamo, smentita anche in questo caso da quanto il mondo intero ha visto in quei giorni in diretta dalle vie catalane, con manifestanti decisi, determinati, organizzati, ma assolutamente non violenti; con centinaia di feriti curati dalle strutture ospedaliere; con cariche violentissime e utilizzo di micidiali palle di gomma sparate ad alzo zero; con agenti che saltavano su uomini e donne a terra; con una popolazione atterrita che assisteva ad uno scenario degno di stati dittatoriali del terzo mondo.

E nella contrapposizione tra questi due mondi paralleli, ecco che la ritrasmissione delle udienze via internet ci offre un’altra possibilità: quella di assistere con un po’ di stupore alla difesa degli imputati, che ricordiamo sono lontani dalle loro case e dalle loro famiglie da più di un anno. Forse non eravamo più abituati, dopo aver assistito per decenni allo spettacolo indegno offerto da politici “nostrani”, dei poveri rubagalline al confronto, che con balbettii o con tecniche ostruzionistiche e dilatorie cercavano di sfuggire al giudizio. Od eravamo abituati all’eterno scarica-barile di responsabilità.

Qui a Madrid siamo di fronte a personaggi che con dignità, con coraggio e con determinazione portano avanti la strategia che Jordi Cuixart aveva anticipato anche nell’articolo che abbiamo ospitato nel numero scorso di Dialogo Euroregionalista: quella di trasformare questo processo in una sorta di “boomerang” nei confronti dello Stato spagnolo.  E questo a partire dalla loro dichiarazione iniziale: “Siamo prigionieri politici, non politici prigionieri”. Una frase che riassume tutto: voi non state mettendo sotto processo degli individui per il loro comportamento, giusto o sbagliato che possa essere, ma state mettendo sotto giudizio un’Idea, delle scelte politiche, un sentimento Nazionale che noi interpretiamo, una voglia di libertà che non potrete reprimere. Anche se ci condannerete, non importa, la nostra è una testimonianza di libero pensiero, e  questo non potrete reprimerlo.

“#Jo Acuso”, ed anche noi accusiamo: questa Spagna retriva e autoritaria; questa Europa sorda e imbelle; questo mondo politico italiano che assiste in silenzio, ieri come oggi, a quanto avviene a poche migliaia di chilometri, nascondendosi dietro la difesa di uno status quo, e poi interviene con alterigia per quanto avviene dall’altra parte del mondo, nonostante le proprie scarsissime competenze; questo mondo dei media, che quasi sempre tace, riempiendosi poi la bocca di concetti come libertà di stampa o di informazione; ma anche l’opinione pubblica che, salvo sporadici casi, fa finta di non vedere, di non sentire, di occuparsi d’altro,  e non capisce che quello che avviene oggi a Madrid potrebbe avvenire (e sotto sotto sta spesso già avvenendo ) in altre parti d’ Europa,  con la repressione del dissenso e dei sentimenti di identità nazionale che stanno pian piano emergendo sotto la coltre di nebbia, dopo il crollo dei blocchi ideologici.

Noi accusiamo e siamo, senza se  e senza ma, al fianco degli imputati e di tutto un Popolo, che sta tracciando una strada per tutti noi. Questa è fondamentalmente la sua colpa nei confronti delle oligarchie politiche ed economiche: quella di essere un faro per tutti gli altri Popoli d’Europa, di costituire un pericoloso esempio da seguire; quella di essere la prima tessera di un domino che potrebbe finalmente portare a quello che tutti coloro che ci seguono si auspicano.

L’Europa delle Nazioni, quell’Europa unita nelle sue differenze, nel reciproco rispetto, senza costruzioni statuali ormai decrepite. L’unica soluzione per poter far fronte ai grandi blocchi politico-economici che la globalizzazione ci serve ormai nel piatto e per poter dar efficaci risposte a vicini Popoli che, al di là del Mediterraneo, chiedono di accedere ad una vita più degna.

Visca Catalunya, Visca la Llibertat

Alberto Schiatti

CORSICA – #MemoriaStorica – “Fucilati in prima ligna”

Un interessantissimo documentario realizzato dalla giornalista e documentarista Corsa Jackie Poggioli sui giovani isolani che furono fucilati durante la Prima Guerra Mondiale.

Da quanto emerge dal documentario, spesso questi contadini e montanari che erano stati arruolati e spediti al fronte in quell’immane massacro furono messi sotto processo e condannati in quanto vittime di pregiudizi.  Erano Corsi, ed in quanto tali, “francesi di second’ordine”, poco graditi dai Comandi Militari.

Il documentario è stato trasmesso a suo tempo dalla rete France 3 Corse ViaStella

Ghjenti – © 2011, France 3 Corse ViaStella

KURDISTAN – incontro a Milano – “Il Rojava-Uno straordinario esempio di democrazia dal basso”

Si svolgerà sabato 16 marzo a Milano, presso il Centro Culturale “Concetto Marchesi”, un incontro per illustrare la realtà dell’esperimento in corso nel Nord della Siria, dove il popolo curdo sta realizzando una forma di democrazia di grande significato:
– Partecipazione di tutti fin dal livello del piccolo villaggio (“La Comune”)
– Amministrazioni democratiche ricche e articolate a ogni livello (“confederalismo democratico”)
– Centralità della liberazione delle donne (principio della doppia carica: un uomo e una donna in qualunque organismo)
– Principio di pluralità e rispetto della diversità (di genere, etnica, religiosa)
– Politiche ecologiche di salvaguardia dell’ambiente, e sobrietà degli stili di vita.
Tutto ciò – quasi incredibilmente – in una situazione in cui i curdi vengono minacciati di sterminio, prima da parte dell’ISIS, che le milizie curde hanno sconfitte,  e oggi da parte della Turchia.

Rojava milano

8 MARZO IN TURCHIA E ISRAELE: LA REPRESSIONE E’ ALL’ORDINE DEL GIORNO – di Gianni Sartori

turkey 8 march

L’8 marzo degli scorsi anni in Turchia si aveva come l’impressione di una maggiore – per quanto minima – “tolleranza” nei confronti delle manifestazioni.

Una sorta di tacito accordo per cui la polizia fingeva di non vedere gli striscioni e i cartelli con le scritte antigovernative, di non udire gli slogan.

Anche dopo lo sgangherato “golpe” del 2016.

Ma non quest’anno.

turkey

I raduni previsti erano decine nel paese. A Instanbul, sin dal primo pomeriggio, la polizia aveva preventivamente bloccato la centrale strada pedonale Istiklal dove in serata dovevi svolgersi una delle principali manifestazioni.

I manifestanti – diverse migliaia di persone – sono stati brutalmente dispersi con proiettili di plastica e lacrimogeni.

Analogamente, in novembre, una manifestazione femminista era stata attaccata e dispersa con gli stessi metodi.

Identica storia, se non peggio, in Palestina.

A Gaza l’8 marzo un manifestante palestinese – Tamer Arafat – è stato ammazzato e altri 42 sono rimasti feriti. Contro di loro i soldati israeliani avevano aperto il fuoco durante le ricorrenti proteste alla frontiera. Tra i feriti: due donne, 15 bambini, quattro paramedici (addetti alle ambulanze di soccorso) e due giornalisti.

Ordinaria amministrazione

Gianni Sartori

IRELAND – Documentario: “Un’Irlanda federale? Il punto nel 1978”

Con l’effettiva possibilità che l’Irlanda si stia muovendo verso referendum paralleli sulla questione della riunificazione entro i prossimi anni, ecco un interessante documentario sull’argomento tratto dagli archivi di Thames Television in Gran Bretagna. Trasmesso per la prima volta nel 1978 e presentato dal giornalista Peter Taylor, “L’Irlanda federale?”, presenta personaggi noti della politica e del mondo rivoluzionario dell’epoca, in particolare Garret FitzGerald, John Hume, Ruairí Ó Brádaigh e John Taylor. Comprende anche l’osservazione convincente dell’allora Taoiseach, Jack Lynch, secondo cui una pace duratura e duratura in Irlanda è quasi impossibile finché la presenza territoriale della Gran Bretagna rimane nel nord-est dell’isola.

 

“…senza autodifesa, un popolo non può vivere in medio oriente… “ – Intervista a Yilmaz Orkan dell’Ufficio d’Informazione del Kurdistan in Italia UIKI-ONLUS – di Gianni Sartori

uiki

D) E’ indiscutibile che le YPG (Unità di protezione popolare) e le Forze Democratiche Siriane hanno rappresentato l’essenza delle forze di terra nella lotta contro il Califfato, pagando un prezzo molto alto con la vita di migliaia di combattenti per la libertà. Ma questo non ha fermato gli attacchi di Ankara contro le regioni autonome curde nel Nord della Siria. Si può parlare di un – ennesimo – tentativo di pulizia etnica da parte della Turchia? Quali sono stati i precedenti?

R: Prima di creare la Repubblica in Turchia, l’impero ottomano e il movimento Ittahat-Teraki (Giovani Turchi) volevano creare una popolazione omogenea. Per questo motivo hanno compiuto il genocidio contro gli armeni, nel 1915. Quando nel 1923 ci fu la nascita della Repubblica Turca, iniziò il processo di assimilazione di tutte le differenti etnie che vivevano in quelle terre. Così ebbe inizio la politica di annientamento che vediamo tutt’ora essere applicata dalla Turchia contro il popolo curdo. Al momento, mentre tutte le altre etnie sono state eliminate, i curdi continuano a resistere. Ciò è il prodotto di una politica nazionale, applicata da tutti i governi che si sono susseguiti, fino ad arrivare ad oggi. Dopo il 25 aprile 2015, il governo di Erdogan ha cambiato modalità: ha attaccato i curdi nelle città del sud est dell’ Anatolia (Kurdistan del Nord) uccidendo 299 persone solo nella città di Cizre, e per la prima volta ha iniziato ad attaccare i curdi al di fuori dello Stato turco. Per questo motivo ha appoggiato l’Isis e i gruppi jihadisti, i quali sono stati prima addestrati in Turchia, e poi inviati a combattere in Siria. Una parte di questi combattenti tra l’altro, fanno parte dell’ intelligence turca. Quando il governo turco ha capito di non poter sconfiggere i curdi utilizzando questi jihadisti, ha deciso di formalizzare una alleanza con loro (“loro” si riferisce ai gruppi jihadisti, ovvio nda) ed ha attaccato e invaso Afrin, nel nord della Siria. Questa minaccia continua ancora oggi: l’esercito turco ha infatti invaso anche una parte del Kurdistan Iracheno.

D) Il ritiro, totale o parziale degli USA dal Nord della Siria fornirebbe alla Turchia l’occasione per un’invasione su larga scala. La Francia sembrava proporsi come garante dell’incolumità delle popolazioni curde. Vedi le recenti dichiarazione dell’ex presidente Hollande a Kirkuk e gli appelli del Partito Socialista francese. Vedi anche l’ appello all’Unione europea di Generation-s per “creare una zona di protezione sotto l’egida dell’ Onu nel Nord della Siria”. Una vostra opinione e un vostro commento sull’eventuale ruolo sia di Parigi che delle Nazioni Unite…

R: Gli Stati della Coalizione Internazionale hanno collaborato con i Popoli del Rojava e solo assieme sono riusciti a sconfiggere l’Isis. Oggi i popoli autoctoni hanno creato un sistema confederale e democratico in cui le diverse etnie e religioni vivono assieme. Questa è una grande vittoria. Nonostante l’ Isis stia per essere eliminato fisicamente nella zona del Rojava, la minaccia jihadista non è ancora finita. In migliaia sono stati arrestati e sono detenuti nei campi di prigionia, mentre le loro famiglie (donne e bambini) si trovano nei campi di sorveglianza. Adesso vorremmo istituire un Tribunale Internazionale per procedere contro i crimini di guerra commessi da questi foreign fighters. Fino a quando ciò non accadrà, la Coalizione Internazionale non potrà ritirarsi. Siamo noi i primi a chiederci dove potrebbero andare a finire tutti questi combattenti. La guerra civile non si è ancora fermata in Siria. Secondo noi, la Coalizione dovrebbe avere un ruolo di garante per la creazione di una Siria che sia realmente federale e democratica. Se si dovesse ritirare prima, tutti gli sforzi fatti fino ad ora rischierebbero di essere inutili ed altre forze regionali come Iran e Turchia, occuperebbero questi territori in pianta stabile. La Francia così come i dirigenti degli Stati Uniti sono a conoscenza di tutto ciò.

D) L’offerta del movimento curdo a Damasco per una soluzione che comporti una Siria decentralizzata – federale – ha qualche possibilità di essere recepita? Cosa ha risposto Damasco finora?

R: Fino ad ora il regime non ha ancora un nuovo progetto per la Siria. Assad vorrebbe ritornare alla situazione preesistente all’inizio della guerra. Vorrebbero ritornare al 2010. Qualcuno, all’interno del suo entourage, propone una autonomia culturale per i popoli. Ma dopo 8 anni di guerra, dopo migliaia di feriti e caduti, questo non è più possibile. Oggi tutte le popolazioni, le diverse etnie, di diverse religioni, chiedono libertà. Quando andiamo a vedere il sistema creato nel Rojava, ci rendiamo conto che questo impianto funziona. Per questo proponiamo un sistema che sia federale o confederale.

D)Scioperi della fame a oltranza, sia di Leyla Guven, sia di altri prigionieri ed esponenti politici… La risposta della solidarietà internazionale è stata adeguata alla gravità della situazione? Vi sembra siano state comprese correttamente – da parte dell’opinione pubblica e delle istituzioni internazionali, Unione europea in primis – le ragioni profonde di tale lotta estrema, radicale (ossia, la fine dell’isolamento per Ocalan)?

R: Quando Leyla ha iniziato lo sciopero della fame, voleva dare un messaggio per far capire la gravità della situazione sotto il regime di Erdogan in Turchia ed in Kurdistan. Dopo il 25 aprile 2015 (data della fine delle trattative del Tavolo di Pace tra Turchia e il popolo curdo, per il tramite di Ocalan), è iniziato un processo di islamizzazione del Paese. Erdogan ha distrutto l’apparato statale rendendo de facto inutili le istituzioni governative. L’unico elemento di garanzia per garantire la pace, erano le trattative con Abdullah Ocalan e la mediazione del partito HDP. L’inizio dell’isolamento del presidente e l’inizio dell’incarcerazione dei rappresentanti del partito HDP rappresentano il momento in cui è finito il periodo di pace ed ha avuto inizio la guerra. Gli istituti europei ed internazionali hanno capito cosa sta accadendo ma ancora non hanno deciso che tipo di politica adottare nei confronti della Turchia. Noi abbiamo motivo di credere che anche la CPT (Commissione di Prevenzione della Tortura) voglia andare a visitare il carcere di Imrali per rompere l’isolamento. La Turchia ha espresso il suo veto a tale visita ed il Consiglio Europeo non si è ancora espresso. Ciò significa che non è stata ancora decisa la linea politica da avere nei confronti della Turchia. Ricordiamo che la Turchia gestisce la crisi migratoria dei profughi siriani.

D) Erdogan appare letteralmente ossessionato dai curdi, ma al momento – dovendo render conto sia a Putin che a Trump – la situazione rimane incerta, sospesa. E’ possibile che la questione sia anche – o soprattutto – di natura economica, commerciale? Vedi l’acquisto da parte di Ankara del sistema S-400 dalla Russia, vedi la questione degli aerei F-35 statunitensi…

R: Dopo 8 anni di conflitto armato, anche Erdogan ha capito che la politica in Siria è decisa da USA e Russia. Inizialmente il suo progetto era volto ad un capovolgimento del regime alevita di Assad in favore di un nuovo regime sunnita, guidato dai Fratelli Musulmani. Se andiamo a vedere la situazione attuale, ciò non è accaduto. Il regime si è rafforzato nell’ultimo periodo e nel nord della Siria è nato un nuovo progetto, il Rojava appunto. La politica della Turchia adesso, è volta solo ed esclusivamente a sconfiggere questa nuova autonomia perché Erdogan ha paura che i 25 milioni di curdi ed i 3 milioni di arabi che vivono in Turchia chiedano più autonomia. Oggi tutte le risorse sono utilizzate per acquistare armi e per convincere sia gli USA che i Russi a fare una alleanza bellica contro i curdi. La Russia per il momento appoggia questa politica. Se andiamo a vedere cosa è successo ad Afrin, la Russia ha appoggiato l’intervento militare turco. Gli americani invece, la pensano diversamente. Il sistema S-400 russo è programmato per attaccare lo spazio aereo NATO. Gli USA sono ovviamente contrari all’acquisto di questo sistema da parte di Ankara, perché si chiedono contro chi lo dovrebbe usare, dato che la Turchia è ancora all’interno dell’alleanza NATO.

D)Il 28 febbraio si è tenuta presso il Parlamento di Bruxelles una conferenza dedicata alle donne yazidi. Potreste illustrare quale sia stata la tragedia subita da questa popolazione curda?

R: Secondo noi, i governi in medio oriente sono contro i popoli autoctoni che praticano religioni diverse. L’idea di questi regimi è quella di stabilizzare i territori creando uno stato islamico, che sia di religione sunnita o sciita, e la cui popolazione sia composta da turchi, arabi e persiani. Per questo motivo secondo noi alcuni Paesi hanno direttamente appoggiato Daesh, o comunque sono rimasti silenziosi dinanzi a tali atrocità. Chi si nasconde dietro lo Stato Islamico, chi ha dato loro armi e rifornimenti, ha iniziato questa guerra nel 2014 attaccando prima gli assiri e poi gli yezidi curdi. Poi hanno attaccato i curdi a Kobane. Volevano creare con la forza una zona omogenea  composta esclusivamente da musulmani, dando vita ad un Paese sunnita islamico. Per questo motivo, quando hanno occupato Mosul, lì hanno forzato i giovani arabi ad unirsi alla guerra. Invece, quando hanno attacco Shengal, dove vive la popolazione yazida, gli uomini sono stati uccisi mentre donne e bambini sono stati rapiti. Più di 7000 donne sono state vendute al bazar di Raqqa, mentre i bambini sono stati indottrinati per diventare dei “bravi musulmani”. In quella conferenza a Bruxelles gli yezidi volevano raccontare cosa fosse successo, chiedendo altresì l’autonomia di Shengal per la loro popolazione. Dopo questa esperienza, hanno capito che senza autodifesa, un popolo non può vivere in medio oriente. Per questo erano lì; per chiedere all’ Unione Europea di essere garante nella protezione di questi territori.

(Gianni Sartori)