Fine anno di Resistenza per il popolo curdo, sia in Kurdistan che in Europa – di Gianni Sartori

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Premessa di carattere clinico. C’è sicuramente qualcosa di paradossale, schizofrenico, nell’agire di Erdogan. Solidale in politica estera con il popolo oppresso palestinese, repressivo in politica “interna”  nei confronti dell’altrettanto oppresso popolo curdo. Una sorta, quello di Ankara, di “colonialismo interno di Stato”, profondamente analogo a quello praticato da Israele verso i palestinesi.

In questo mese di dicembre 2017, in una dichiarazione dei prigionieri curdi di PKK e PAJK è risuonata l’eco della mai dimenticata protesta dei POW irlandesi degli anni settanta. Il rifiuto di indossare la divisa carceraria da parte dei detenuti repubblicani (in quanto prigionieri politici e non criminali) portò prima alla protesta degli “uomini-coperta” e infine allo sciopero della fame del 1981 che costò la vita a dieci militanti (tre dell’INLA, sette dell’IRA).

Nel loro comunicato del 26 dicembre, i prigionieri curdi definiscono come “fascismo” l’imposizione della uniforme carceraria.

Di sicuro tale norma non verrà né accettata, né subita pacatamente: “Noi come detenuti del Pkk e del Pajk non indosseremo mai l’uniforme. Noi la faremo a pezzi se la costringerete su di noi. La nostra posizione su questo argomento è veramente chiara. Lo scopo principale dell’uniforme è di spogliare gli individui della loro identità e volontà”.

Ossia l’imposizione per decreto “dell’omogeneità dello stato nazione e la sua politica della negazione e dell’annientamento”.

Con orgoglio i prigionieri curdi rifiutano l’ennesimo attacco nei confronti della loro dignità e rivendicano la loro identità di resistenti, di “persone che difendono i diritti umani e la libertà di pensiero per una vita libera e giusta. Noi siamo le persone che lottano per la libertà sociale e la verità in linea con la legittima autodifesa per i nostri obiettivi e ideali” .

Si evoca anche, nel comunicato, la ribellione del 14 luglio del 1982, quando la lotta si estese alle carceri coinvolgendo circa 8mila prigionieri politici. Per la cronaca, il 1982 era l’anno in cui entrava in vigore la nuova Costituzione turca e venivano criminalizzati sia l’uso della lingua curda che ogni altra espressione culturale.

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E IN EUROPA?

Intanto in Europa, a Strasburgo, il presidio a tempo indeterminato che da anni si tiene davanti al Consiglio d’Europa ha visto crescere in dicembre la partecipazione di centinaia di persone divenendo un vera e propria manifestazione di massa. 

La richiesta, costante negli anni, rivolta sia al Consiglio d’Europa che al CPT (Comitato Europeo per la prevenzione della tortura e delle pene o trattamenti inumani o degradanti) rimane quella di togliere il leader curdo Abdullah Ocalan dal duro regime di isolamento a cui viene sottoposto.

Dal settembre del 2016 mancano notizie precise sul suo stato di salute e si teme per la sua sicurezza, come per quella degli altri detenuti. Oltre 700 (settecento!) richieste dei suoi avvocati per poterlo incontrare sono state respinte, in violazione di ogni norma e regolamento onusiani e del Consiglio d’Europa, compresi quelli firmati dalla stessa Turchia.

In particolare: Convenzione dell’ONU del 10 dicembre 1984 contro la tortura e altre pene o trattamenti crudeli, Convenzione europea per la prevenzione della tortura e delle pene o trattamenti inumani o degradanti e Protocollo aggiuntivo dell’ONU del 4 febbraio 2003. Tutti regolamenti (ratificati dalla Turchia nel settembre 2005 ) che impegnano gli Stati a garantire che le persone in stato di detenzione non siano esposte alla tortura o a altre misure  inumane o degradanti. Anche consentendo che tali persone prigioniere vengano visitate regolarmente nelle loro celle ai fini di misure preventive non giudiziarie.

A questo punto è lecito chiedersi perché le Nazioni Unite e il Consiglio d’Europa mantengano tale atteggiamento di totale inerzia e indifferenza di fronte a quelle che appaiono con evidenza autentiche violazioni dei diritti del prigioniero politico Öcalan.

In particolare, il CPT avrebbe diritto alla visita negli istituti di pena potendo quindi ispezionare e indagare autonomamente dato che ogni Stato firmatario si è impegnato a permettere tali visite e a collaborare con il CPT. In teoria, il comitato dispone di un accesso illimitato alle aree di sorveglianza e può muoversi senza alcuna limitazione, anche incontrando i prigionieri separatamente, senza la presenza di guardie o altro. Nel secondo paragrafo della Convenzione Europea per la prevenzione della tortura viene stabilito che le visite possono svolgersi in qualsiasi momento; non solo in tempo di pace, ma anche durante stati di guerra e di emergenza. Se il rispettivo Paese non dovesse collaborare o non accettare le raccomandazioni del comitato, a questo Paese – se i due terzi dei componenti votano a favore – e successivamente all’opinione pubblica viene fornito un documento sul caso preso in esame. Ma questo non sta avvenendo nel caso di Ocalan, mettendo in forse ogni dichiarazione di buoni propositi per impedire che le persone in stato di detenzione vengano sottoposte a minacce e pericoli.

Insomma, è lecito chiedere al CPT, come intende, qui e ora, garantire la sicurezza e l’integrità psicologica e fisica del prigioniero Ocalan?

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COMPLIMENTI ALL’ANC

Da segnalare la presa di posizione, di segno diametralmente opposto, di una organizzazione come l’African National Congress (ANC, il partito di Nelson Mandela). Durante il suo 54° congresso (Johannesburg, dicembre 2017) ha pubblicamente richiesto l’immediata liberazione di Ocalan e di tutti i prigionieri politici. Il nuovo segretario dell’ANC, Ramaphosa (così come quello uscente, Zuma) aveva condiviso la dura lotta contro l’apartheid (costata ai Neri della RSA lutti, sofferenze, impiccagioni, secoli e secoli di detenzione) del compianto Nelson Mandela. E niente come la definizione di “Mandela curdo” esplicita quale sia il ruolo attuale di Ocalan per il suo popolo.

Nel comunicato finale l’ANC dichiara apertamente di “sostenere la lotta del popolo curdo per i diritti politici e umani e per la pace e la giustizia in Medio Oriente” chiedendo “a tutte le parti coinvolte di svolgere il proprio compito per una soluzione politica”.

Inoltre chiede “la liberazione di Abdullah Öcalan e di tutti prigionieri politici”.

Un sostegno esplicito e autorevole, provenendo da una delle organizzazioni che maggiormente hanno lottato contro il razzismo istituzionalizzato, contro la discriminazione e l’oppressione.

Un omaggio postumo all’impegno del compianto Essa Moosa, scomparso nel febbraio 2017. Moosa era stato l’avvocato sia di Mandela che di Ocalan, oltre che presidente del Kurdish Human Rights Group (KHRAG).

Gianni Sartori

 

Nuriye Libera! – segnalazione di Gianni Sartori

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Anche se solo in “libertà provvisoria” e, in attesa dell’appello, condannata a sei anni per presunto terrorismo.

Sperando ovviamente che il suo fisico duramente provato dal lungo sciopero della fame possa recuperare.

In ogni caso una testimonianza per chi “sente sulla propria pelle qualsiasi ingiustizia fatta a chiunque in qualsiasi parte del mondo”.

E un barlume di speranza per l’umanità sofferente, umiliata e offesa del pianeta.

Gianni Sartori

QUARTA UDIENZA PER NURIYE GULMEN E SEMIH OZAKCA – di Gianni Sartori

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QUARTA UDIENZA PER NURIYE GULMEN E SEMIH OZAKCA

(Gianni Sartori)

Come previsto e preannunciato, il 17 novembre nel carcere di Sincan (Ankara) si è svolta la quarta udienza del processo intentato contro Nuriye Gulmen e Semih Ozakca.

Forse è ancora prematuro parlare del governo di Erdogan come “di un regime ormai in preda alla disperazione” per non essere più in grado di estirpare il dissenso.

Ecco, magari non sarà proprio “disperato”, ma sicuramente appare in difficoltà.

Se ancora non boccheggia, sicuramente ansima per lo sforzo. Non barcolla, per ora, ma sicuramente annaspa.

Tra gli obiettivi prioritari del governo AKP (Adalet ve Kalkınma Partisi) : mettere definitivamente a tacere le voci di questi due eroici insegnanti in sciopero della fame dal 9 marzo. Nuriye e Semih stanno lottando per riavere non solo il posto di lavoro, ma anche la loro dignità di cittadini. Una dignità violata dalle massicce purghe che hanno portato al licenziamento di migliaia e migliaia di lavoratori.

Ufficialmente costituivano una ritorsione  per il tentato golpe del 2016, ma poi  chiaramente sono andate oltre per miglia e miglia. Colpendo, condannandole alla morte civile, soprattutto persone del tutto estranee alla vicenda. Un’occasione imperdibile per liberarsi di ogni oppositore, magari solo potenziale.

Ora il potere turco ha estratto dalla manica un altra carta (truccata, a quanto sembra) procurandosi  un nuovo “collaboratore”. Di quelli stipendiati ovviamente.

Fatih Sofak ha fatto pervenire una sua dichiarazione che è apparsa in palese contraddizione con quella di Berc Ercan, l’altro accusatore dei due insegnanti (nonché collaboratore a libro paga).

Quanto a Nuriye, anche stavolta non le è stato consentito di presenziare.

E’ apparsa però in video conferenza e, nonostante  254 giorni di sciopero della fame abbiano chiaramente lasciato il segno, si è mostrata, raccontano i militanti solidali presenti in aula “sempre con la stessa forza e con lo stesso sorriso”.

La forza di chi sa di essere nel giusto, vorrei aggiungere.

La sua dichiarazione è stata interrotta più volte dal giudice che ha dato prova di un’assoluta mancanza di rispetto nei confronti della prigioniera politica.

Lei comunque si è rifiutata di rispondere alle accuse fintanto che non le verrà consentito di lasciare l’ospedale di Numune (dove rimane segregata) e di essere presente in aula.

Lo farà, ha spiegato, quando potrà “guardare tutti negli occhi”. Intendendo soprattutto gli occhi dei suoi accusatori.

Ha invece voluto ringraziare lungamente tutti coloro che si stanno esponendo con azioni di solidarietà nei confronti della lotta condotta da lei e da Semih.

Alla fine il tribunale ha sostanzialmente confermato l’attuale situazione.

Nuriye, indicata come facente parte della gerarchia dell’organizzazione DHKP-C,

non è stata scarcerata e resta quindi piantonata in ospedale.

Invece Semih, accusato di essere membro e propagandista della stessa “organizzazione terrorista”, rimane ai domiciliari.

Per l’altra imputata, Acun Karadag, è decaduta ogni accusa di relazione con l’organizzazione DHKP-C. Si è trattato presumibilmente di un tentativo per  spezzare, con un trattamento differenziato, il forte legame che esiste tra i tre imputati.

Ma nella dichiarazione  in aula Acun ha confermato la sua solidarietà nei confronti di Nuriye. Un intervento che ha suscitato una forte emozione, sia nei presenti che nella stessa Nuriye, sollevatasi dal letto “regalandoci uno dei suoi sorrisi più belli” (come ha raccontato un solidale).

Per Acun è stato comunque confermato l’obbligo di firma settimanale.

Invece per i manifestanti che protestavano fuori dal tribunale: cariche della polizia, gas lacrimogeni e cannoni ad acqua.

Ordinaria amministrazione di questi tempi.

 La prossima udienza, la quinta ormai, si terrà il 27 novembre.

E probabilmente neanche stavolta a Nuriye verrà consentito di essere presente in aula.

Tra gli avvenimenti recenti da segnalare, l’arresto avvenuto una quindicina di giorni fa di Selcuk Kozagacli, portavoce degli avvocati progressisti della Turchia, da tempo vittima di una campagna di stampa diffamatoria,

In precedenza Selcuk Kozagacli era già stato escluso con decreto del tribunale di Ankara dal collegio difensivo (di cui era presidente) di Nuriye e Semih.

Con in aggiunta il divieto di occuparsi del caso e di essere presente alle udienze.

Al momento si trova ancora in carcere.

Ma negli ultimi 15-20 giorni il ritmo degli arresti sembra aver subito un’accelerazione. Si calcola che siano oltre un’ottantina i prigionieri politici trascinati nelle prigioni turche in soli tre mesi.

Gianni Sartori