I PAESI BASCHI, DOPO LA TREGUA DELL’ETA – di Gianni Sartori

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intervista a Joseba Alvarez* (Ufficio Esteri di Batasuna)

                        (Gianni Sartori – maggio 2006)

 

Quali sono stati i cambiamenti più significativi dopo la tregua annunciata da ETA?

Forse la cosa più significativa a due mesi di distanza dall’annuncio del “cessate il fuoco permanente” da parte di ETA, è che la società basca percepisce come la sinistra indipendentista ce la stia mettendo tutta affinché il processo di pace vada nella giusta direzione; a mio avviso non si può dire lo stesso del governo Zapatero. Mentre ETA dopo sette settimane dall’“alto el fuego” ha dato un’ampia intervista, pubblicata sul quotidiano “Gara”, riaffermando la sua volontà politica di proseguire, mentre Batasuna ha reso pubblico il suo gruppo di negoziatori, il governo spagnolo ha continuato ad arrestare i militanti baschi (e anche recentemente uno di loro ha denunciato di aver subito tortura), mantiene l’illegalizzazione di Batasuna, continua con la dispersione dei prigionieri e delle prigioniere baschi. Inoltre il giudice Marlaska dell’Audiencia Nacional aveva convocato otto dei principali dirigenti di Batasuna e il PSOE si rifiutava di costituire la Mesa de Partidos (Tavolo dei Partiti) “perché Batasuna è illegale”. Per colpa del Governo è stato perso tempo prezioso e il PSOE ha bloccato la creazione della Mesa de Partidos. L’attuale situazione del processo di pace (a due mesi, ripeto, dalla dichiarazione di Alto el Fuego Permanente di ETA) è molto grave, delicata.

 

Quindi che giudizio date dell’atteggiamento di Zapatero?

Il presidente spagnolo Zapatero ha creato una Comisiòn de Verificaciòn del Alto el Fuego, una cosa completamente inutile che ha confermato quello che era già evidente, ossia che ETA ha rispettato la parola data. Solo ora ha detto che in giugno annuncerà l’inizio di contatti ufficiali con ETA. Da quello che si vede (e se queste notizie saranno confermate) tutto sembra indicare che uno dei due tavoli o dei forum di dialogo, quello della smilitarizzazione, avrà inizio. Tuttavia l’altro spazio, forum o tavolo di dialogo, la Mesa Politica de los Partidos, resta bloccata a causa del PSOE che sostiene di non potersi riunire con noi in maniera ufficiale essendo il nostro partito illegale. Tutti sanno che la soluzione del conflitto esige i due accordi, quello politico e la smilitarizzazione. Per questo dico che la situazione è grave. Non ha senso che il PSOE dica di non potersi riunire con Batasuna perché è illegale, mentre nello stesso momento il governo di Zapatero, ugualmente del PSOE, decide di riunirsi ufficialmente con ETA che, oltre a essere illegale e clandestina, è anche considerata un’organizzazione terrorista.

 

E come vi ponete nei confronti degli altri partiti baschi (PNV, EA, Aralar…) in relazione ad una soluzione politica?

Tutte le forze politiche basche, la maggioranza dei sindacati e anche la stragrande maggioranza dei movimenti sociali baschi sono apertamente schierate in favore di un processo di pace in Euskal Herria e criticano l’operato di Zapatero e del PSOE. Un altro problema è che il governo di Ibarretxe (governo della Comunità Autonoma Basca, nda) usa l’Ertzaintza (polizia autonoma basca) per reprimere qualsiasi iniziativa di Batasuna, da fedele esecutore degli ordini del governo e della magistratura spagnola. Il PNV (moderati di centrodestra) dice di opporsi alla politica spagnola, ma la sua polizia, l’Ertzaintza, opera in perfetta sintonia con Madrid. Un atteggiamento che giudico vergognoso, oltre che politicamente irresponsabile. Comunque se dipendesse dalle organizzazioni nazionaliste basche la Mesa de Partidos sarebbe stata avviata da tempo, dato che tutte si riuniscono abitualmente, in maniera pubblica e ufficiale, con Batasuna.

 

In una precedente intervista avevi parlato di “un accordo all’irlandese” per fare come in Quebec. Ti sembra che la strada intrapresa vada in questa direzione?

Non direi. In altre parole, dal governo spagnolo e dal governo francese non è venuta nessuna dichiarazione paragonabile a quella storica di Downing Street sulla questione nordirlandese, una dichiarazione in cui si dica chiaramente che in futuro sarà rispettato quello che decideranno i cittadini baschi in una situazione di pace e democrazia. E senza questa “dichiarazione irlandese” non possiamo certo operare come nel Quebec (il riferimento è ai referendum sull’indipendenza, nda) e nemmeno come nel Montenegro, dove la Serbia ha accettato il risultato del referendum nonostante implichi l’indipendenza del Montenegro e la perdita di una parte del territorio che i serbi considerano parte della loro nazione.

Per ora siamo a questo punto, ma non abbiamo alcun dubbio che quello intrapreso è il cammino da percorrere se veramente si vuole risolvere definitivamente e in maniera positiva il conflitto basco.

 

Recentemente altri prigionieri politici baschi sono morti in carcere. Qual è la situazione attuale di questi prigionieri (maltrattamenti, dispersione…)?

Intanto la situazione del collettivo dei prigionieri e delle prigioniere baschi non è migliorato negli ultimi anni, nemmeno dopo la proclamazione dell’Alto el Fuego Permanente da parte di ETA. Anzi, proprio il contrario. Mentre anche il governo spagnolo ha riconosciuto che ETA non ha causato la morte di nessuno negli ultimi mille giorni, nello stesso periodo sono morti più di una dozzina di prigionieri (di cui tre suicidi) a causa della politica carceraria e delle condizioni in cui versano le prigioni spagnole e francesi. Altrettanti familiari di prigionieri sono morti in incidenti stradali mentre si recavano a trovare i loro familiari dispersi in carceri lontane centinaia, talvolta migliaia di chilometri da casa. Non solo non gli viene riconosciuto lo status di prigionieri politici, ma vengono violati i loro diritti fondamentali come quello di poter studiare in carcere o di scontare la pena più vicino alle loro famiglie.

Su questa questione il governo spagnolo non rispetta nemmeno la volontà della maggioranza della società basca che chiede il loro avvicinamento e la fine dell’isolamento carcerario. Siamo pertanto ancora molto lontani dalla possibilità per i prigionieri di prendere parte attivamente al processo di pace e dalla scarcerazione di tutti e di tutte, come è avvenuto in Irlanda e in Sudafrica.

 

Cosa prevedi per il prossimo futuro in Euskal Herria?

Fino a un paio di giorni fa non sapevamo nemmeno se nel giro di una settimana gli otto responsabili  nazionali di Batasuna che dovevano presentarsi all’Audiencia Nacional di Madrid (tra cui anche Joseba Alvarez, nda) sarebbero stati ancora in libertà o in carcere.

È evidente che la carcerazione degli interlocutori di una delle parti non sarebbe stata la soluzione migliore per portare avanti il processo di pace1. Il futuro di questo processo in Euskal Herria sta quindi nelle mani del governo spagnolo e del PSOE. Se loro vanno avanti, anche noi continueremo ad avanzare. Se loro bloccano il processo, questo finirà con l’arenarsi.

 

Un tuo commento su quello che sta avvenendo in Catalunya (sulla questione dell’autonomia, il ruolo dell’ERC…).

Intanto vorrei precisare che non è la stessa cosa parlare della regione autonoma detta Catalunya o di Paisos Catalans (l’insieme del territorio nazionale catalano). Così come non è la stessa cosa parlare della Comunità Autonoma Basca di Euskadi (tre province) o di Euskal Herria, ossia del territorio nazionale basco (sette province). La Generalitat de Catalunya (cioè del Principat che non comprende né le Isole Baleari, né Valencia, né Perpignan) aveva deciso di patteggiare una riforma del suo attuale statuto di Autonomia per Catalunya. Zapatero aveva promesso di rispettare il risultato del dibattito parlamentare portato avanti dal “Tripartito” formato da PSC (Partito Socialista Catalano, nda), ERC (Sinistra Repubblicana di Catalogna, indipendentisti, nda) e ICV (Verdi Catalani). Più del 90% del Parlamento catalano ha approvato una riforma dello statuto (che non implica l’indipendenza o il diritto all’autodeterminazione); tuttavia Zapatero, con l’indispensabile aiuto di CiU (Convergència i Unió, autonomisti di centrodestra), non ha mantenuto la parola data e ha “mutilato” la proposta originaria, quella che era stata accettata in Catalunya. Madrid non ha rispettato la volontà, democraticamente espressa, dei cittadini catalani che risiedono in questa parte del territorio nazionale, Catalunya (che non coincide con la totalità dei Paisos Catalans). Di conseguenza, tanto il PSC, come ERC e ICV, sono stati traditi da Zapatero e la base di ERC, per denunciare tutto ciò, ha imposto ai suoi dirigenti un chiaro NO nel referendum previsto per il 18 giugno. Questo NO era già richiesto dalla sinistra indipendentista catalana (Endavant, MDT, PSAN, Estat Català e altri…). CiU, come il PNV basco, ha tradito la richiesta maggioritaria di Catalunya in cambio della sua presenza nel futuro governo catalano per difendere i suoi affari. È quello che ha fatto negli ultimi decenni in Catalunya arrivando ad appoggiare il governo di Aznar del Partito Popolare a Madrid. Per prima cosa bisognerà vedere quale sarà il risultato del referendum del 18 giugno e, dopo, quale sarà il risultato delle elezioni autonomiste anticipate. Quello che è certo è che Zapatero non è in grado di “chiudere” la questione catalana per poi affrontare quella basca da posizioni più favorevoli. È facilmente prevedibile che, nei prossimi mesi, il panorama politico catalano si radicalizzerà in conflitto con gli interessi di Zapatero e del PSOE, favorendo la nascita di un forte movimento indipendentista e di sinistra in Catalunya e nei Paisos Catalans.

 

È possibile fare un confronto (analogie e differenze) tra Euskal Herria e Paisos Catalans dal punto di vista dell’autodeterminazione?

Sia i Paisos Catalans che Euskal Herria sono due popoli, due nazioni, depositarie dello stesso diritto all’autodeterminazione. In entrambi i casi si deve rispettare quello che i cittadini e le cittadine decidono in pace e libertà, compresa anche l’indipendenza, come nel Montenegro. Quello che ci distingue dai catalani non sono i diritti che sono gli stessi, ma la strategia di liberazione nazionale e sociale che portiamo avanti nei nostri rispettivi paesi. Questa, senza dubbio, è il risultato delle differenze sociali e politiche delle due nazioni, dovute al diverso processo politico di resistenza e costruzione nazionale e sociale che abbiamo vissuto nel corso della nostra ampia storia di lotta.

 

Gianni Sartori

maggio 2006

 

note: Joseba Alvarez nel 1997, al momento del processo contro i dirigenti di Herri Batasuna, ricopriva la carica di responsabile per l’euskara (la lingua basca) nel partito abertzale (indipendentista di sinistra). Liberato, con gli altri esponenti, dopo qualche anno di carcere è diventato responsabile dell’Ufficio Esteri (Kampoko Harremanetarako Batzordea) della nuova formazione Batasuna. Insieme ad altri esponenti di Batasuna si era recato varie volte in Sudafrica “a scuola di colloqui di Pace” (come avevano già fatto molti irlandesi, sia repubblicani cattolici che unionisti protestanti durante i colloqui per l’Irlanda del Nord) studiando attentamente l’esperienza di riconciliazione nazionale del dopo-apartheid.

In seguito venne nuovamente incarcerato.

Come è noto la tregua di ETA (la tregua del 2006, durata circa nove mesi) venne poi tragicamente interrotta dall’attentato del 30 dicembre 2006 all’aeroporto di Madrid che determinò la rottura dei negoziati (cominciati in giugno). In seguito, pur rivendicando l’attentato (che avrebbe dovuto essere solo dimostrativo e invece provocò due vittime), ETA aveva dichiarato di voler mantenere la tregua per permettere un ulteriore sviluppo del processo di soluzione politica del conflitto.

ERMUA (Euskal Herria) – 13 luglio 1997 – intervista di Gianni Sartori a Gorka Martinez (HB)

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(13 Luglio 2016 – l’atto in ricordo di Miguel Angel Blanco con la presenza di Pello Urizar di Euskal Herria Bildu)

 

Luglio 1997: uno dei momenti più drammatici nella tormentata storia di Euskal Herria. Erano i giorni immediatamente successivi a una delle azioni più assurde e crudeli compiute da ETA, l’assassinio di un ostaggio inerme, il consigliere comunale del PP Miguel Angel Blanco Garrido. E all’orizzonte si profilava la scadenza del processo contro l’intera Mesa Nacional di Herri Batasuna, il partito indipendentista basco accusato di collaborare con ETA.

Il governo del fascistoide Josè Maria Aznar sembrava intenzionato a “capitalizzare” fino in fondo l’operato di ETA e la richiesta di pena di morte per gli “etarras” veniva formulata da filosofi e accademici (Gustavo Bueno proponeva addirittura di riesumare il “garrote”).

Da parte mia ritenevo di dover comunque ascoltare anche l’altra campana, quella di Herri Batasuna. Avevo quindi incontrato Gorka Martinez, responsabile delle relazioni internazionali e membro della Mesa Nacional. In questa veste Gorka era stato recentemente incarcerato, poi liberato su cauzione e rischiava una decina di anni di carcere. Il processo all’intera Mesa Nacional di HB stava per cominciare  (6 ottobre 1997) e come è noto si concluse con pesanti condanne. Tra il 1997 e il 2000 l’esponente abertzale verrà incarcerato varie volte (sia come membro della Mesa Nacional che in seguito come esponente dell’Ufficio esteri di HB) ammalandosi gravemente. E’ morto per un tumore all’inizio del 2002. 

EUSKAL HERRIA/ INTERVISTA A GORKA MARTINEZ

(Gianni Sartori – luglio 1997)

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Come si pone Herri Batasuna di fronte all’ultima azione di ETA, l’uccisione di Miguel Angel Blanco?

Ovviamente non ci rallegriamo per la morte di nessuno e comprendiamo pienamente il dolore dei familiari, proprio perché in quanto militanti abertzale (sinistra patriottica, ndr) da anni sperimentiamo sulla nostra pelle lutti e sofferenze. Gli ultimi avvenimenti, però, non possono essere adeguatamente compresi se non si considerano le circostanze che li hanno preceduti, il contesto in cui si sono svolti. Noi riteniamo il governo spagnolo direttamente responsabile di questa morte. Non è possibile dimenticare l’intransigenza e la chiusura totale del governo spagnolo davanti alla richiesta di gran parte della società basca che chiedeva il rimpatrio (non la liberazione) dei prigionieri/e politici/che baschi/e. Richiesta che era stata fatta propria da partiti, associazioni, movimenti; una richiesta con cui non si chiedeva altro che l’applicazione della legge per cui i prigionieri avrebbero il diritto di scontare la loro pena in Euskal Herria. Il governo Aznar ha ripetutamente dato prova di non voler rispettare questi diritti elementari. ETA aveva sequestrato Blanco in quanto dirigente del Partito Popolare in Bizkaia, ma il governo di Aznar (leader del Partito Popolare, ndr) nemmeno per un momento ha dato l’impressione di voler risolvere il problema e ha preferito trasferire questa responsabilità alla società civile. Inoltre questa morte è direttamente legata all’illegalità praticata dal governo in materia di politica carceraria (ETA aveva chiesto il rimpatrio nelle carceri di Euskal Herria dei prigionieri baschi, attualmente disseminati nelle varie carceri spagnole; non chiedeva la liberazione dei prigionieri, ndr). Se il governo applicasse la legge, tutto questo non sarebbe mai accaduto. La società basca in questi ultimi anni si era ampiamente mobilitata con manifestazioni, scioperi della fame, petizioni… per l’applicazione delle leggi e per il rispetto dei diritti fondamentali dei prigionieri politici, ma i governi spagnoli hanno sempre detto NO. Bisogna capire che anche questa azione deriva direttamente dal rifiuto sistematico del governo di riconoscere i diritti della comunità dei prigionieri e che la richiesta di rimpatrio per i prigionieri baschi è legittima, legale.Questo scontro sociale interno alla società basca risponde esclusivamente agli interessi di Madrid, incapace di affrontare le proposte di dialogo e negoziati che da almeno due anni vengono portate avanti dal movimento abertzale con l’”Alternativa Democratica”. Nei giorni precedenti la morte di Miguel Angel Blanco, il governo spagnolo aveva nuovamente mostrato la sua totale incapacità nel risolvere i problemi, trasformando l’azione di ETA (il sequestro, ndr) in una “questione di stato”, ottenendo l’appoggio della monarchia e di tutte le forze politiche ed economiche.

Ma non credi che proprio tutte queste iniziative della società basca, anche all’estero (penso all’occupazione delle ambasciate spagnole nelle principali capitali europee che ha visto mobilitarsi centinaia di cittadini baschi, parenti e amici dei prigionieri…) rischiano ora di essere vanificate dall’azione di ETA?

Non penso proprio che quello che la società basca ha saputo mostrare con la sua mobilitazione oggi abbia perso di valore. Caso mai è il governo che ha dato prova dei suoi limiti, della sua incapacità o impossibilità di risolvere i problemi.

In questi settimane abbiamo assistito a veri e propri attacchi contro le sedi di Herri Batasuna e contro i militanti abertzale. A tuo avviso si è trattato di reazioni spontanee o sono state organizzate dai partiti avversari? E in questo caso da quali? Il Partito Popolare o il PSOE (Partito socialista, ndr)? E il PNV (nazionalisti baschi moderati, ndr)?

Sicuramente i partiti hanno avuto un ruolo, anche se in forma diversa. Mentre il Partito Popolare di Aznar si è impegnato direttamente, gli altri -PSOE, PNV, IU (Izquierda Unida, ndr)…- hanno reagito in modo molto accomodante rinunciando, a mio avviso, anche alla loro identità, si trattasse dei partiti della sinistra o dei nazionalisti moderati; forse anche per paura. Per definire quello che è accaduto si può parlare di “mobilitazione reazionaria delle masse”; alla fine del secolo si ripete in qualche modo quello che accadeva negli anni Venti e Trenta, con il fascismo, in Germania, Spagna, Italia… Fondamentale è stato il ruolo dei mezzi di comunicazione; è provato che i direttori dei principali giornali e televisioni si sono riuniti con esponenti governativi per concordare obiettivi è intensità del messaggio da trasmettere. Questo intervento si è sovrapposto alla necessità oggettiva della società basca di trovare una via d’uscita al conflitto con i risultati che sai: tentativi di linciaggio, molotov contro le sedi di Herri Batasuna, ecc. Si è trattato in gran parte di un movimento alimentato dai partiti (il Partito Popolare in primo luogo) e dai mezzi di comunicazione, un movimento sostanzialmente di carattere reazionario, ma non per questo bisogna ritenere che sia reazionaria la società basca. Una sorta di isteria collettiva che rapidamente ha perso slancio: infatti gli inviti alla criminalizzazione, al linciaggio nei confronti degli indipendentisti lanciati dal Partito Popolare sono stati raccolti sono inizialmente. Noi non temiamo che si crei un clima permanente di scontro sociale perché quello che è accaduto è in massima parte effetto della manipolazione, non è un elemento permanente. Alla fine questa politica si risolverà in un fallimento per il Partito Popolare e i suoi alleati. Noi manteniamo con fermezza la nostra volontà di dialogo con chiunque, al fine di trovare una soluzione per l’attuale conflitto che lacera Euskal Herria.

Sull’ennesimo suicidio (vero o presunto) di un militante abertzale, detenuto nel carcere di Albacete, che ci puoi dire?

Sicuramente questi episodi riflettono la situazione in cui versano i prigionieri politici, In questo momento non possiamo dire se si tratti di suicidio o omicidio. la mancanza di condizioni umane minime. Quest’anno vi sono stati già parecchi episodi analoghi, anche tra gli obiettori totali e anche in questi casi la causa risiede nella politica penitenziaria adottata dal governo. Per non parlare di Josu Zabala che sicuramente è stato “suicidato” da una squadra della morte.

Una settimana fa si è parlato di alcuni documenti da cui risulterebbe che, ancora nell’82, il PNV avrebbe collaborato con i Servizi spagnoli, fornendo elenchi di presunti militanti di ETA. Cosa ci puoi dire in proposito?

Che per noi non è una novità e questi documenti vengono alla luce grazie alle lotte intestine tra i gruppi di potere. Il PNV ha sempre collaborato con le forze di sicurezza contro la sinistra abertzale. E appena ha avuto una sua polizia “autonoma” lo ha fatto in proprio.

Dopo l’uccisione di Blanco da parte di ETA si è assistito ad una generale presa di distanza nei vostri confronti, anche da parte di chi vi seguiva con interesse. Cosa mandi a dire?

Vorrei ribadire che quanto è accaduto è conseguenza di una situazione politica non risolta; noi, sia ben chiaro, non viviamo per la morte, ma questa è la realtà odierna di Euskal Herria e richiede una soluzione politica. Non si può pensare di concentrare la storia di un popolo che lotta da anni per la sua liberazione in un giorno o in un singolo episodio.

Gianni Sartori  (luglio 1997)

 

 

EUSKAL HERRIA: NIENTE DI NUOVO SOTTO IL SOLE? – di Gianni Sartori

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Diciamolo francamente: dalla liberazione di Arnaldo Otegi era lecito aspettarsi di più: un consistente rilancio della via basca all’indipendenza e al socialismo (“bietan jarrai ”).Invece sembra quasi che al momento la ruota della Storia in Euskal Herria stia girando a vuoto.Ricapitoliamo. Negli ultimi mesi (oltre alla liberazione del noto esponente abertzale dopo sei anni e mezzo di carcere*) altri eventi significativi sembravano preludere ad una ripresa delle iniziative per l’autodeterminazione.

 Era giunta a conclusione l’esperienza di ABIAN (un processo per “accumulare forze per conquistare una Repubblica Basca libera”). Ricordo che ABIAN era partita nel novembre 2015 per proseguire nel percorso avviato, ancora nel febbraio 2010, con ZUTIK EUSKAL HERRIA (“In piedi Paese Basco”). Esperienza quest’ultima sicuramente importante (in quanto costituiva un autentico “cambio di strategia” rispetto alla fase resistenziale) ma che non sembra aver poi realizzato quanto la sinistra abertzale si proponeva.

 Sicuramente importanti le numerose iniziative a favore dei diritti delle prigioniere e dei prigionieri politici baschi. Tra le altre, la presentazione di un documento ai parlamentari europei in visita nel paese Basco (febbraio 2016) e la carovana di 400 furgonetas per far conoscere le attività di Mirentxin Gidariak, una associazione di autisti volontari che aiutano i familiari dei prigionieri a visitare i loro parenti in carcere (“Azken bidaia izan dadila”).

 

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 La “caravana solidaria” era composta da veicoli dello stesso numero dei familiari che ogni fine settimana coprono migliaia di chilometri per visitare i loro congiunti in carcere. Nei propositi del collettivo promotore dell’iniziativa (“Mirentxin Gidariak”): coinvolgere la società basca affinché “questa ingiusta realtà venga consegnata alla storia”. Le lotte del popolo basco contro la politica carceraria di Madrid (in particolare contro la dispersione, una ulteriore sofferenza imposta anche ai familiari) sono di vecchia data e in questa circostanza gli organizzatori dell’iniziativa non hanno nascosto la loro soddisfazione per la positiva risposta riscontrata nelle città e nei villaggi percorsi dalla carovana, spesso tra gli applausi dei residenti. Alcuni dati sui tragitti settimanalmente percorsi dai parenti dei prigionieri per raggiungere le varie carceri disseminate sia in territorio spagnolo che francese: Villena 720 km; Murcia 830 km; Foncalent 760 km; A Lama 730; Poitiers 550 km; Saint Maur 680; Almeria e Huelva 1.000 km; Granada 780 km; Valencia 540 km; Herrera 620 km. Senza dimenticare le 16 persone che hanno perso la vita mentre tornavano da una di queste prigioni, dopo un viaggio estenuante.

 Tra i momenti più toccanti, il transito della carovana davanti al carcere di Basauri dove era rinchiuso Aitzol Gogorza, un prigioniero gravemente ammalato.

La liberazione di Aitzol Gogorza era stata richiesta anche durante la manifestazione di  Basurto dove i lavoratori dell’ospedale, su convocazione del sindacato LAB e di ESK, si sono riuniti all’esterno della struttura ospedaliera. Tra le loro rivendicazioni, oltre alla liberazione dei prigionieri gravemente ammalati (come in teoria sarebbe stabilito dalla legislazione), la richiesta di protocolli particolari per questi pazienti. Da segnalare poi le opere realizzate da vittime della repressione esposte nella mostra di Anguleri (“Aldharrikatuz”).

Nel frattempo, nonostante il regno di Spagna sia stato condannato in ben otto occasioni per non aver voluto investigare in merito alle denunce per tortura, in un solo mese (tra aprile e maggio oltre una quindicina di persone sono state arrestate per aver denunciato la pratica della tortura. Una conferma di quale sia l’atteggiamento prevalente nella magistratura spagnola: evitare che queste denunce diventino un’occasione per rimettere in discussione la situazione di “colonia interna” in cui versa Hego Euskal Herria (Hegoalde, Paese Basco sotto amministrazione spagnola).

NON SI ARRESTANO COSI’ ANCHE GLI AUTORI DI MURALES?

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Sotto certi aspetti siamo di fronte ad una storia incredibile, surreale. Nell’ottobre 2009 Txelui Moreno venne arrestato nel corso della retata contro, tra gli altri, Arnaldo Otegi e Rafa Diez. Nel gennaio 2011 toccò a suo figlio Iker, accusato (e arrestato insieme ad una dozzina di altri giovani militanti) di far parte di EKIN, organizzazione socialista basca molto attiva in campo sociale. Le torture vennero alla luce quando uno dei giovani arrestati (Patxi Arratibel), costretto dalla polizia a firmare una dichiarazione, aggiunse al suo nome la parola “Aztnugal” (a rovescio “aiuto” in euskera). La maggior parte degli arrestati era stata torturata e il caso di Iker Moreno venne inserito nel documento del CPT 2011. Il Tribunale Europeo dei Diritti Umani condannò il Regno di Spagna per mancanza di accertamenti sulla denuncia di torture subite da Patxi Arratibel. Nell’aprile 2016 Iker e altri quattro sono stati trascinati in giudizio. Quasi contemporaneamente, nella città natale di Iker, Burlata, veniva realizzato un grande mural di solidarietà con le vittime della tortura (in assoluta legalità: il mural era stato autorizzato sia dall’Amministrazione che dal proprietario della parete). Dopo aver trascorso un anno e mezzo in carcere, gli accusati sono venuti a un accordo con il tribunale riconoscendo (obtorto collo, si presume) che “la loro attività politica aveva violato la legge spagnola”. Ma, a sorpresa, cinque giorni dopo questo accordo, il 19 aprile, la polizia spagnola arrestava otto persone (tra cui il fratello, il padre e la madre di Iker, oltre ai pittori che avevano realizzato il mural) accusandoli di “ingiurie e diffamazione contro la Guardia Civil e sorvolando sul fatto che la G.C. non appariva nemmeno sul murale di Burlata. Particolare non secondario: nessun giudice aveva ordinato l’arresto dei pittori. Alla fine di maggio, poi, altri otto giovani sono stati arrestati nella località navarra di Atarrabia per aver realizzato un altro mural contro la tortura (sempre con l’autorizzazione municipale).

 

 Qualche buona notizia invece da Iparralde (Paese Basco sotto amministrazione francese). Sembra non aver subito battute d’arresto il processo per creare un raggruppamento unico dei municipi in Ipar Euskal Herria. Un evento che, se si dovesse realizzare, rappresenterebbe un salto qualitativo non indifferente  nel futuro riconoscimento della Nazione basca.

Gianni Sartori

 

 

 * Il tour europeo di Otegi (e, in particolare, la sua visita in Catalunya) erano stati seguiti con attenzione dai media europei.

Ma, nonostante nei suoi interventi, avesse saputo trasmettere con energia la sensazione di un nuovo corso, la società civile e l’opinione pubblica internazionale non sembrano ancora  pronte per comprenderlo e praticarlo.

BOYCOTT TURKEY! – (tramite Gianni Sartori)

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Dal 25 Giugno al 16 Luglio parte in Italia una mobilitazione nazionale contro la guerra in corso in Turchia e le violenze verso il popolo Curdo

Dal mese di Luglio dello scorso anno, il governo Turco ha dichiarato una nuova guerra al popolo curdo, interrompendo i negoziati con il presidente Abdullah Öcalan, detenuto in totale isolamento nell’isola carcere di Imrali e aprendo una campagna militare e politica dentro i suoi confini. 

La campagna in corso del governo Erdogan ha portato nel corso dell’ultimo anno alla distruzione di decine di città curde e all’imposizione del coprifuoco permanente. Interi quartieri delle grandi città di Diyarbakir, Sirnak, Cizre, e innumerevoli villaggi sono stati rasi al suolo, in un operazione militare che ha colpito innanzitutto civili, donne, anziani, bambini, bruciati vivi all’interno delle loro case. La campagna militare non ha risparmiato neanche i vicini confini della Turchia colpendo i villaggi del Kurdistan del Sud in Iraq con bombardamenti a tappeto e con le operazioni in corso sul confine siriano che accumulano vittime tra i profughi. 

Accanto alla campagna militare, una campagna politica ha portato in carcere in questi mesi migliaia di persone: dagli intellettuali e docenti universitari impegnati per la pace, ai giornalisti non filo governativi, agli amministratori locali delle municipalità curde. Ogni manifestazione di dissenso è ancora oggi sotto attacco. 

L’ultimo decisivo capitolo della campagna di aggressione è stato ottenuto con la convalida governativa della riforma istituzionale che revoca l’immunità parlamentare ai deputati del Partito Democratico dei Popoli, l’HDP, la più larga opposizione ufficiale verso il progetto di riforma presidenziale del presidente Erdogan e al contempo concedendo però immunità giudiziaria ai militari complici delle operazioni dell’Isis in Turchia e autori delle violenze nella guerra contro il popolo curdo.

A fronte di ciò il popolo curdo e il movimento di liberazione del Kurdistan continuano a portare avanti una battaglia di resistenza, contro l’annientamento fisico e politico per un autonomia democratica in Turchia. 

L’Europa, le Nazioni Unite, gli Stati Uniti non hanno ancora intrapreso azioni concrete per fermare le scellerate politiche della Turchia ma credono di poterla piegare ai propri interessi, nonostante le politiche nazionaliste e dittattoriali oggi in atto. 

Per rompere il silenzio internazionale la Rete Kurdistan Italia parteciperà dal prossimo 25 Giugnio alla campagna europea di boicottaggio del turismo in Turchia e dei prodotti turchi, per informare sulle brutalità commesse a danno del popolo curdo a livello locale e nazionale.

Invitiamo tutte le realtà sensibili e presenti a livello nazionale a coordinare campagne locali e a organizzare eventi di pubblicizzazione nel periodo dal 25 Giugno al 16 Luglio per rendere efficace una azione di boicottaggio che parta dalle azioni quotidiane, dalla spesa quotidiana all’organizzazione delle vacanze, per interrompere il flusso di denaro in Turchia e sostenere un sanzionamento dal basso delle politiche del governo Erdogan.

Sostieni la resistenza del popolo curdo contro l’Isis e contro Erdogan!
Il Silenzio è complice, la Solidarietà è un arma. Boicotta la Guerra!

 

Ufficio di Informaizone del Kurdistan in Italia

UIKI Onlus