Figen Yüksekdağ , co-presidente dell’HDP a Milano

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Domenica 26 giugno 2016, dalle 16,30 in poi, si svolgerà, organizzata da HDP-Italia e da Macao, una “Giornata in solidarieta’ con le vittime di ISIS” con la presenza di Figen Yüksekdağ, co-presidente dell’Halkların Demokratik Partisi – HDP.

L’evento si svolgerà presso il MACAO, Nuovo centro per le arti, la cultura e la ricerca di Milano. Viale Molise 68 20137 Milano.

pro Lombardia Indipendenza sarà presente per donare all’esponente politica Kurda una copia del volume edito dal Movimento e scritto da Gianni Sartori, quale segno di solidarietà con il popolo Kurdo.

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LURRA TA ASKATASUNA / TERRA E LIBERTÀ – intervista (15 agosto 2005) con Juan Mari Beldarrain, esponente di Eguzki – Di Gianni Sartori

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Ho incontrato Juan Mari Beldarrain a Donostia (San Sebastian) ai margini di una manifestazione indetta da Animalien Eskubideen Aldeko Elkartea (Associazione ProDiritti degli Animali) contro le corride. Manifestazione cui ho partecipato molto volentieri (molti slogan in euskara, lingua basca) in quanto mi ha dato la possibilità di conoscere il variegato mondo ecologista e animalista di Euskal Herria (Paesi Baschi). Ricordo che oltre a Eguzki (“Sole” in basco) in Euskal Herria esiste attualmente anche un’altra associazione, presente soprattutto in Navarra: Lurra (“La Terra”).

Una curiosità: alla manifestazione avevo incontrato Joseba Alvarez,  noto esponente di Batasuna che partecipava con la famiglia.

 

Quando e come è nato Eguzki?

In pratica proveniamo tutti dai Comitati Antinucleari. Quando la vicenda di Lemoiz (centrale nucleare nei pressi di Bilbao mai completata per le proteste e le azioni dirette degli antinucleari, nda) si concluse*, organizzammo un incontro per decidere il da farsi e prendemmo la decisione di non disperdere il patrimonio di esperienze e di organizzazione accumulato in tanti anni di resistenza ai progetti dei padroni dell’energia. In questo modo nacque una nuova organizzazione ecologista**, Eguzki. In quel momento c’erano molti gruppi, un’eredità del movimento antinucleare (forse il più ampio tra quelli attivi in Europa, nda): solo in Hegoalde (Paese Basco del Sud, sotto amministrazione spagnola, nda) i gruppi locali erano un’ottantina. Individuammo varie tematiche (ecologiste, ambientali, animaliste, sociali…) su cui lavorare insieme. In tutti era ben presente la consapevolezza di essere baschi, ma non c’era una posizione comune sulla questione dell’indipendenza.

 

Ci furono difficoltà (defezioni, scissioni…) nel tenere insieme un così gran numero di associazioni, a volte diverse per ideologia?

Quattro-cinque anni dopo ci fu in effetti una scissione. Alcuni militanti se ne andarono e fondarono Eki (ancora “Sole” ma nell’euskara di Iparralde, Paese Basco del Nord, sotto amministrazione francese, nda). In Eki la tendenza principale era apertamente trotzkista e, in parte, maoista. Mentre in Eguzki prevale la componente della sinistra abertzale (“patriottica”, tendenzialmente indipendentista) ma comunque autonoma rispetto ai partiti.Questa scissione comportò un indebolimento, una perdita di  “risorse”, anche perché negli anni successivi non abbiamo assorbito molta gente. Attualmente la maggior parte dei militanti è ancora costituita dalla “vecchia guardia” antinucleare, siamo  dei “veterani” con venti-trenta anni di militanza sulle spalle.

 

Qual è il vostro metodo di intervento?

Lavoriamo su due livelli: interveniamo tutti sulle problematiche nazionali (naturalmente si riferisce a Euskal Herria, nda) e ogni gruppo si occupa dei problemi locali.Eguzki è una sorta di “camera di compensazione”; prima lottavamo di più a livello di tutta Euskal Herria, ora prevalgono gli interventi specifici, locali. Purtroppo questo talvolta porta ad una scarsità di coordinamento ed essendo, ogni gruppo, fondamentalmente autonomo, si rischia di alimentare forme di personalismo.Dopo la centrale di Lemoiz, anche la questione della diga di Itoiz è diventata quasi un caso internazionale (ricordo le spettacolari azioni dimostrative, in stile Green Peace, nelle principali capitali europeee…). Qual è la vostra posizione?Per quanto riguarda la diga, noi come Eguzki appoggiammo sia il Coordinamento (“Coordinadora”) di Itoiz che i “Solidarios”, anche se tra loro non erano d’accordo sui metodi di lotta.

Contro la diga di Itoiz si operò sostanzialmente in tre modi:

1)      con le mobilitazioni, le manifestazioni, l’incatenamento per fermare i lavori;

2)      a livello giuridico utilizzando tutte le possibilità offerte dalla legislazione;

3)      con l’azione diretta e il sabotaggio.

 Noi pensiamo che tutti questi metodi siano validi. Invece il Coordinamento non considera valido il terzo e quando avvenne il famoso sabotaggio dei cavi, alla fine degli anni ’90, ruppe con i “Solidarios”.Come Eguzki tentammo, invano, di mediare. Da quel momento appoggiammo le iniziative, le manifestazioni e mobilitazioni di entrambi, partecipandovi regolarmente. Ricordo che da quel momento ci fu una vera e propria opera di criminalizzazione dei “Solidarios” con persone finite in galera e altre latitanti.Sottolineo comunque che noi non fummo il “motore” delle lotte contro Itoiz, ma che vi prendemmo parte attivamente.

 

Qual è attualmente la situazione di Itoiz, dopo che la diga è stata quasi completata?

Ci sono problemi di continui piccoli terremoti dovuti probabilmente al riempimento dell’invaso e la popolazione è seriamente preoccupata per quello che potrebbe avvenire. Si teme un altro Vajont. Recentemente gli abitanti della zona, sia quelli sfollati che quelli dei paesi circostanti, hanno visitato Longarone e la diga del Vajont, dove le conseguenze sono state ben più gravi. Quest’anno saranno invece gli Italiani a ricambiare la visita.Aoitz è attualmente il paese che sta lottando maggiormente. Come sai il vecchio paese è stato evacuato (ora è ricoperto dall’acqua) e gli abitanti “trasferiti” a forza. L’ultima iniziativa dei “Solidarios” era stata quella di rinchiudersi (sbarrando porte e finestre con il cemento) nelle case. Per allontanarli hanno dovuto intervenire con le ruspe.

 

Mi dicevi che un’altra questione di cui vi state occupando è quella degli inceneritori…

Quello degli inceneritori è un vecchio problema, ritornato prepotentemente d’attualità, soprattutto in Gipuzcoa (una delle province di Hegoalde, insieme a Bizkaia, Araba e Nafarroa, nda).Già nel ’92 si voleva costruirne uno, ma riuscimmo ad impedirlo dando impulso alla raccolta differenziata e al riciclaggio.Dopo quattro anni ci riprovarono e questo contenzioso rimane aperto. Da parte nostra abbiamo cambiato tattica. Nel primo caso agimmo direttamente come Eguzki, mentre ora partecipiamo ad un ampio movimento sociale dei cittadini. Noi segnaliamo, appoggiamo, partecipiamo. Sottolineo che questo movimento non è assolutamente ideologizzato.

In Gipuzcoa sono previsti due inceneritori, uno dei quali vicino alla frontiera con la Francia. Sono interessati tre comuni: Hondarribia, Irun e Hendaia, quest’ultima in Iparralde (Euskadi Nord, sotto amministrazione francese, nda). Il progetto è stato “venduto” all’opinione pubblica come “cooperazione europea” e gode di finanziamenti CEE. In Iparralde la cosa è stata al centro di molte discussioni; tutti i municipi avevano rifiutato l’inceneritore, tranne Hendaia, una località prettamente turistica con 25mila abitanti in estate e solo 8mila in inverno. In sostanza è una sorta di alleanza tra PSF (socialisti francesi) e PSE (Partito Socialista di Euskadi, emanazione del PSOE, nda). Purtroppo il progetto di questo inceneritore sta andando avanti, ma cresce anche la resistenza popolare. A Irun ci sono state manifestazioni con più di cinquemila persone (e per una piccola località sono molte). C’era anche la proposta di un referendum, ma è stata bloccata dal governo. Però si è tenuto ugualmente nelle strade, in modo illegale e autogestito. Ha partecipato (nonostante le evidenti difficoltà organizzative) quasi il 50% della popolazione con un secco NO al 100% tra i votanti.

 

E qui, a Donostia?

Un altro inceneritore è previsto appunto a Donostia, ma sta sollevando un grande rifiuto sociale di massa. Inizialmente avevano cominciato a costruirlo a Urnieta e qui ci fu una vera e propria rivolta. In una località con nemmeno tremila abitanti si tennero manifestazioni a cui partecipava l’80% della popolazione. Venne addirittura assalita la casa del sindaco e l’amministrazione ha fatto marcia indietro. Allora il PNV (Partito Nazionalista Basco, “democristiano”) ha cercato un altro sito ed è stato individuato a Donostia (San Sebastian) pensando che in una grande città la coesione sociale è minore.Perfino il sindaco (del PSOE) ha detto di no, in parte contro il suo stesso partito. Si tratta anche di una “guerra interna” con il candidato del PNV alle prossime elezioni, ma per una volta lo appoggiamo. La questione al momento è in “ebollizione”, ma in ogni caso sta nascendo una forte opposizione popolare.

 

Un’altra organizzazione ecologista presente in Euskal Herria è Lurra (“La Terra”). Che cosa vi unisce e che cosa vi divide?

Devo fare una precisazione. Quando dall’interno di Eguzki nacque la proposta di una nuova associazione ecologista, Lurra, con un respiro più ampio, ci fu un solo voto contrario, il mio.Parlo quindi a livello personale, non come portavoce di Eguzki.Votai contro perché non vedevo possibilità di far crescere, attraverso Lurra, il movimento ecologista. A mio avviso è un accordo di “volontà”, di intenzioni, più che altro teorico. Non è un accordo tra persone che lavorano, lottano insieme; mi pare esista più che altro come immagine, per la stampa, per il pubblico…Comunque la proposta di Lurra è quella di estendere la lotta ecologista ad altri settori, a persone in relazione con la Terra ma non ecologisti (agricoltori, produttori, reti del commercio biologico e alternativo, associazioni di consumatori, settori sensibili dell’Università…) in particolare sulle questioni del territorio, dell’acqua, della biodiversità.Il progetto è quello di un’alleanza per difendere la Terra. L’ipotesi è sicuramente buona anche se, mi pare, nella pratica ancora non funziona.Lurra esiste ormai da tre anni e ha prodotto libri, riviste… ma non lotte, iniziative nelle strade.Un’altra contraddizione è che il gruppo è presente soprattutto in Navarra, dove Eguzki praticamente non esiste.Nelle Vascongadas rimane Eguzki e poco o niente Lurra. La mia opinione (del tutto personale, non a nome di Eguzki) è che sia abortita, morta giovane.

 

In molte parti di Europa è cresciuta una coscienza dei Diritti degli Animali. Aumentano le persone che fanno una scelta vegetariana e che si impegnano nella Liberazione Animale (anche tra i No-global). Esistono animalisti in Eguzki?

Capisco di darti una delusione ma personalmente sono “onnivoro” (quindi mangio anche carne) e in genere non sono d’accordo con chi tiene animali domestici. La considero una forma di schiavitù (J. M. si riferisce a cani e gatti, ma non agli allevamenti, veri lager per gli “altri animali”; su questo, ovviamente, io e lui non siamo assolutamente d’accordo, nda). Tuttavia in Eguzki (che è un movimento soprattutto di carattere sociale, politico, rivendicativo…) sono presenti anche alcuni animalisti, pur essendo una minoranza.Naturalmente siamo contro la caccia e contro la corrida; siamo contrari alla vivisezione, anche se in Euskal Herria non c’è mai stata una vera e ampia presa di coscienza su questo tema.Abbiamo invece relazioni politiche sia con i pescatori che con gli agricoltori (allevatori compresi) e difendiamo questi due settori sociali. Lavoriamo insieme al sindacato EHNE (Euskal Herriko Nekazari Elkartea, Associazione degli Agricoltori Baschi) per favorire la produzione locale e biologica. Pensiamo che il piccolo agricoltore, che conosce la sua terra, possa diventarne il “custode”…Con la questione della caccia abbiamo ottenuto una vittoria significativa. La UE aveva proibito la caccia nel momento del ritorno degli uccelli migratori, in febbraio e marzo.La provincia di Gipuzcoa, sostenendo che qui è una “tradizione locale”, l’aveva consentita e aveva fatto ricorso a Strasburgo, ma è stata multata. Si tratta sicuramente di un successo, anche per i gruppi conservazionisti e protezionisti.

 

Che opinione avete dei “Verdi”? E di Green  Peace?

In Hegoalde (Paese Basco del Sud, nda) i “Verdi” praticamente non esistono. Sono invece presenti in  Iparralde (Paese Basco del Nord, nda) e non sono “filofrancesi” ma nemmeno abertzale.Da noi c’è un gruppo che usa la sigla, Berdeak (“Verdi” in basco), ma non ha quasi militanti ed è integrato in Izquierda Unida. Sono una copia di “I.U.-Verdi” della Spagna.Non abbiamo problemi con Green Peace***; ma attualmente non abbiamo nemmeno rapporti dato che riconosce soltanto Green Peace in Spagna e non in Euskal Herria. Con Green Peace ci fu una grossa polemica al tempo di Itoiz quando questa organizzazione criticò duramente il sabotaggio dei cavi.

 

Una tua opinione sul cosiddetto “antropocentrismo” (inteso come visione del mondo, spesso con forti implicazioni religiose e gerarchiche) e sulle critiche radicali cui viene sottoposto, soprattutto dai gruppi animalisti?

Esprimo una mia opinione personale. Noi umani siamo abitanti della Terra; non importa come ci siamo arrivati, ma dobbiamo vivere in relazione con il suolo e il mare, con i nostri vicini, piante e animali… E dobbiamo mantenere un equilibrio perché tutti ci aiutiamo: il sole, la terra, l’acqua…Se uno rompe l’equilibrio (come sta avvenendo ora) tutto si frantuma, si degrada. Quindi per me l’importante è mantenere l’equilibrio, l’armonia…Per questo siamo anticapitalisti e anche contro lo sviluppo (anche quello dell’URSS di ieri e della Cina di oggi); infatti siamo convinti che il mercato sia fonte di squilibrio e di oppressione e quanto più grande diventa il mercato (come con la globalizzazione) tanto più aumentano squilibrio e oppressione.

 Gianni Sartori

5 dicembre 2005

 * Juan Mari si riferisce ai primi anni Ottanta, quando il Consiglio dei Ministri riconobbe pubblicamente che  le previsioni dei futuri bisogni energetici erano state volontariamente e arbitrariamente sovrastimate e stabilì una moratoria per alcune centrali nucleari in costruzione, tra cui Lemoiz chiusa poi definitivamente nell’inverno del 1994.

 ** Ho notato che la maggior parte dei militanti ecologisti prende le distanze dal termine “ambientalista”, sinonimo (in questo contesto particolare) di eccessiva moderazione se non di collaborazionismo. Per esempio spesso vengono definiti “ambientalististi” i “verdi” presenti in Izquierda Unida, considerati parolai.

 *** Alcuni dei primi e più attivi militanti di Green Peace in Europa erano baschi.

 

RITORNO ALLA TERRA: NON SOLO CIBO – di Fausto Gusmeroli – (già pubblicato sul sito http://www.ruralpini.it/index.htm )

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Pubblichiamo questo interessante articolo di Fausto Gusmeroli, già apparso sul sito http://www.ruralpini.it/index.htm  e ringraziamo il prof. Michele Corti per la gentile concessione.

Staccato da ritmi che lo ricollegavano a quelli della terra l’uomo della realtà contemporanea manifesta sempre più frequentemente patologie organiche ma anche atrofia spirituale e morale. Salvare la terra non è solo per il cibo

RITORNO ALLA TERRA: NON SOLO CIBO

Il distacco dalla terra non si esprime solo nell’indifferenza per l’origine del cibo che mangiamo, è anche privazione di stimoli conoscitivi, emotici, psichici. Ma, nel mentre ci si rende conto del rischio che corre un umanità sempre più estranea alla madre terra e se ne riscopra il valore, una folle corsa alla distruzione dei suoli agricoli e alla industrializzazione agricola procede per forza di inerzia e di meccanismi economici e tecnologici fuori controllo

 

di Fausto Gusmeroli

La rivoluzione industriale segna, in occidente, la fine di quella civiltà rurale nata nel Neolitico e che ha caratterizzato gli ultimi diecimila anni di storia dell’umanità. L’industrializzazione è resa possibile dall’utilizzazione di una nuova e immensa fonte energetica, i combustibili fossili, che attraverso i motori e le macchine potenziano a dismisura la capacità di lavoro dell’uomo. Questa, nella civiltà rurale, era assai più modesta, potendo contare solo sull’energia fornita dagli agroecosistemi e su una forza lavoro di tipo biologico (animali e uomo).

L’uomo viene “strappato” alla terra, fisicamente e metafisicamente. Le industrie richiamano braccia dalle campagne, che si spopolano. L’economia agricola e il mondo contadino, con tutto il corredo di credenze, valori e tradizioni, divengono marginali, sovrastati da modelli produttivi, sociali e culturali totalmente altri. Il legame ancestrale con la terra si spezza e con l’era dell’informatica s’impone addirittura l’idea di una realtà virtuale, immateriale, affrancata dalla natura stessa. La potenza dell’energia fossile consente in effetti all’uomo di manipolare ogni ambiente di vita, di “crearsi” un mondo del tutto artificiale.

Un grande rischio, tuttavia, perché l’uomo rimane entità biologica, oltretutto geneticamente non diversa da quei primi uomini selezionatisi entro gli ecosistemi naturali attraverso processi coevolutivi di rete. Porsi completamente al di fuori delle reti ecosistemiche, senza relazioni con le altre specie, svincolati dai ritmi e cicli naturali, non può non comportare effetti negativi per la nostra specie. Vi è, ad esempio, chi intravvede nella genesi di certe malattie degenerative una sorta di disadattamento genetico, una difficoltà del nostro organismo a vivere in ambienti troppo alterati, troppo diversi da quelli naturali. Ancor più nei disturbi del comportamento e nelle patologie neuro-psichiatriche si riconosce una matrice ambientale e ai pazienti si suggerisce, in molti casi, una qualche forma di ritorno alla natura e all’attività fisica. Le stesse terapie farmacologiche spesso non fanno altro che cercare (invero non sempre con buon esito) di ricostruire equilibri che una vita più naturale garantirebbe di per sé. Assistere al sorgere del sole, per citare un esempio, sembra stimolare la produzione organica di serotonina, un neurostrasmettitore in grado di agire sull’umore, mentre l’osservare il tramonto favorirebbe la produzione di melatonina, un ormone che regola il sonno.

Un ritorno alla terra, dunque, avrebbe un significato che va oltre la semplice produzione di cibo, coinvolgendo direttamente il benessere delle persone. Aiuterebbe a comprendere il senso della vita, il divenire, le sue fasi e i suoi momenti, la nascita e la morte, il limite e la provvisorietà quali condizioni imprescindibili dell’esistenza. Aiuterebbe a restituire significato all’attesa, alla pazienza, al rispetto delle regole, alla solidarietà e ad altre esperienze e valori che una società parossisticamente in corsa, competitiva e individualista sembra avere smarrito. La terra che accoglie e custodisce la vita, la terra madre delle antiche culture, riassume davvero in sé un simbolismo spirituale ed etico ricco e profondo, che rimanda ad una sacralità.

Come, allora, giudicare il nostro paese che, nonostante sia ben lontano dall’autosufficienza alimentare e possieda un paesaggio agrario di straordinaria varietà e bellezza, non difende con determinazione l’agricoltura e non pone un freno al consumo di suolo? Nella sola Regione Lombardia, uno dei territori più ricchi e densamente abitati d’Europa, il consumo giornaliero è di 13 ettari, una superficie pari a 17 campi di calcio inghiottita quotidianamente da una cementificazione oggi priva di qualsiasi ragione! Viene in proposito alla mente un noto aforisma attribuito al capo pellerossa Setting Bull: Quando sarà avvelenato l’ultimo fiume, abbattuto l’ultimo albero, ucciso l’ultimo bisonte, pescato l’ultimo pesce, solo allora capirete che il denaro non si mangia! Forse noi, uomini tecnologicamente molto più avanzati, pensiamo davvero di poterci nutrire col denaro, o con i bit.

Tornare alla terra, dunque, ma come? O meglio: con quale tipo di agricoltura? Si, perché oggi ci sono tanti modi per coltivare la terra, con differenti impatti sul suolo, la sua fertilità e la sua vitalità biologica. Si tratta, evidentemente, di un’altra storia, molto lunga e complessa, da raccontare in altro momento. Qui ci si accontenta di rimarcare come non basti un generico ritorno alla terra. Occorre accompagnarlo con un atteggiamento di massimo rispetto, il rispetto dovuto al bene pubblico più importante, con l’acqua e l’aria, per il mantenimento della vita stessa sul pianeta. Sembra proprio di poter dire che questo rispetto non appartiene a quell’agricoltura intensiva e industrializzata affermatasi negli ultimi decenni. Ma, appunto, questa è un’altra storia.