President Maroni, una lengua ge l’hem – tratto da http://www.linkiesta.it/blogs/lombardia-next-state-europe

Roberto Maroni: …Cataluña tiene una ventaja respecto a Lombardía, y es que tiene una fuerte identidad, que es fundamentalmente la lengua. La Lombardía no tiene una lengua propia. Hemos hablado de esto y me ha ilustrado de la vía que ha iniciado.

El Paìs: ¿Le gustaría que Lombardía siguiera la misma vía y hacer un referéndum?

Roberto Maroni Me gustaría que un día pudiéramos hacer la misma vía. El problema, insisto, es que no tenemos un elemento unificador como es la lengua catalana.

Roberto Maroni: …la Catalogna ha un vantaggio rispetto alla Lombardia, ovvero ha una forte identità, che è fondalmentalmente la lingua. La Lombardia non ha una propria lingua. Oggi abbiamo parlato di questo e mi ha spiegato della via che ha intrapreso.

El Paìs: Le piacerebbe che la Lombardia seguisse la stessa via e tenesse un referendum?

Roberto Maroni: Mi piacerebbe che un giorno potessimo intraprendere la stessa via. Il problema, insisto, è che non abbiamo un elemento unificatore come è la lingua catalana.

Queste le dichiarazioni del Presidente di Regione Lombardia, Roberto Maroni, al principale quotidiano spagnolo. Dalle sue parole, quindi, si evince che un referendum sull’indipendenza della Lombardia sarebbe impossibile a causa dell’inesistenza di un collante identitario, quale potrebbe essere la lingua comune. Nulla di più sbagliato, per i seguenti motivi:

1) Per quanto la riscoperta del catalano (brutalmente soffocato dal regime di Franco) sia un processo fondamentale per la rinascita della coscienza catalana, non è necessariamente detto che non si possa avere un referendum sull’autodeterminazione prima del raggiungimento del bilinguismo “lingua madre – lingua statale”: in Scozia, infatti, la lingua correntemente parlata è l’inglese e la diffusione del gaelico scozzese non è al pari del catalano in Catalogna. Si può benissimo ripercorrere la via irlandese, ovvero riprendendo la lingua locale dopo aver raggiunto la completa indipendenza.

2) La lingua lombarda esiste, almeno quanto esiste quella veneta citata dallo stesso Maroni come elemento di accomunanza con il catalano in Catalogna: ” El Véneto sí está haciendo algo similar a Cataluña, tiene más similitudes”. Che vi siano differenze tra il parlato di Vares, di Lecch, di Bressa e di Berghem è pacifico e al di fuori di qualsiasi discussione, lo è meno però il credere che in Catalogna si parli ovunque lo stesso tipo di catalano, o che in Veneto ci sia una lingua completamente uniforme da Verona a Venezia. Una lingua è formata da varianti, non è un monolite standard immodificabile (a meno che non sia artificiale); proprio su questo blog abbiamo pubblicato lo scritto di Marc Tamburell, dell’Università di Bangor (Galles) in cui venivano messe a confronto la lingua lombarda e quella catalana, e che riportiamo di seguito: http://www.linkiesta.it/blogs/lombardia-next-state-europe/lingua-lombarda-e-lingua-catalana-un-paragone

Se la lingua lombarda è nel 2014 ancora in questo stato, il demerito è da attribuire non solo allo Stato italiano che la ignora bellamente o la ostacola (ha del resto tutto l’interesse a farlo), ma anche di chi si ergeva a paladino della stessa in campagna elettorale per poi non fare nulla nelle sedi apposite. In questa e nella scorsa legislatura, l’assessorato alle Culture, Identità e Autonomie della Lombardia risulta essere ricoperto da un aderente al partito Lega Nord (Massimo Zanello prima e Cristina Cappellini poi) a parole sempre in prima linea per la difesa dell’identità lombarda. Di una legge regionale volta a tutelare la lingua lombarda se ne parlava anche durante la scorsa legislatura, eppure non è mai emerso nulla in tal senso; quanto dobbiamo aspettare prima di avere un benché minimo riconoscimento, fondato su basi linguistiche riconosciute a livello internazionale (come la catalogazione UNESCO, per esempio)? Certamente il lavoro non è semplice, ma è possibile che alla fine non si arrivi mai al nulla?

Lanciamo quindi un appello all’Assessore Cappellini, pregandola di non recepirlo come tentativo di mera polemica politica, ponendole le seguenti domande:

A che punto si trova la legge regionale di riconoscimento / salvaguardia della lingua lombarda?
Da chi è stata redatta?
Perché la stesura della stessa non è stata adeguatamente pubblicizzata alla cittadinanza lombarda, rendendola così patrimonio di tutti e non solo del partito che la propone?
Entro quando, quindi, potremo contare almeno su un riconoscimento regionale?

Per ora ci fermiamo a questo appello, speranzosi di ricevere risposte nel breve periodo.

La sovranità dei cittadini, una riforma possibile.

La Carta Europea delle autonomie locali¹, emanata nel 1985, stabilisce che gli stati membri debbano sostenere il progressivo sviluppo di forme di autogoverno, termine che quel testo definisce da un lato come un trasferimento di parte delle funzioni di potere dai governi centrali ai governi locali, dall’altro come un’assunzione di responsabilità da parte dei Cittadini, ai quali si aprono spazi crescenti di partecipazione attiva alle decisioni assunte dagli enti locali.

A seguito della sua entrata in vigore il parlamento italiano ha dovuto recepire almeno formalmente alcune indicazioni della Carta Europea, promulgando inizialmente la legge 8 giugno 1990, n. 142², denominata «Ordinamento delle autonomie locali», quindi la Legge 3 agosto 1999, n. 265, denominata «Più autonomia per gli enti locali»³. Infine il governo ha adottato il Decreto Legislativo 18 agosto 2000, n. 267 «Testo unico delle leggi sull’ordinamento degli enti locali»⁴.

Questo quadro giuridico prevede che, a partire dal 1990, comuni e province siano dotati di uno statuto, che costituisce una sorta di costituzione dell’ente locale. Per la normativa vigente in Italia, la formulazione, le modifiche, gli aggiornamenti e l’approvazione degli statuti sono di esclusiva competenza dei consigli comunali e provinciali. Ciononostante, gli statuti degli enti locali rappresentano una grande opportunità per la riforma del nostro sistema politico, e un vero e proprio tallone d’Achille del regime partitocratico italiano, blindato nella propria assoluta autoreferenzialità.

Una revisione, specie se coordinata tra un buon numero di amministrazioni locali, degli statuti di comuni e province potrebbe consentire a un numero crescente di comunità locali di sperimentare gli strumenti della partecipazione popolare. Una riforma concertata degli statuti potrebbe permettere ai Cittadini di prendere piena coscienza dei propri diritti, e di comprendere a fondo la natura assolutistica ed eversiva dell’attuale regime partitocratico, intravedendo una soluzione alla crisi morale ed economica del paese nella partecipazione diretta dei Cittadini al governo della cosa pubblica. Una riforma così concepita richiederebbe quindi un’azione lucida, coordinata e decisiva da parte di Liste Civiche decise a ribaltare dalla periferia i rapporti tra il potere dello stato e quello dei Cittadini.

Il compimento di questa riforma a livello locale sarà in grado di rigenerare nei Cittadini un senso di appartenenza alle comunità locali, percepite come strumento di libertà e di progresso, anziché di asservimento al regime, e promuovere in loro l’aspirazione a vivere in un paese in cui il potere dello stato, anche e soprattutto a livello centrale, non sia più appannaggio di caste politiche colluse con la malavita organizzata e i poteri forti, ma sia sottoposto ad un controllo popolare permanente.

Partecipazione popolare a scartamento ridotto

A seguito della prima legge (142/1990), in tutti gli statuti comunali e provinciali sono stati introdotti i referendum abrogativi, consultivi e, in rari casi⁵, propositivi circa specifiche materie sulle quali il consiglio comunale o provinciale mantiene comunque la potestà di deliberare a propria discrezione.

Nella successiva legge (265/1999) dalla definizione dei referendum sono stati rimossi gli aggettivi consultivo e propositivo. Circa il referendum consultivo, la sentenza della corte costituzionale numero 334/2004, si pronuncia significativamente come segue: «…dal momento che il referendum ha carattere consultivo e non priva il legislatore nazionale della propria assoluta discrezionalità quanto all’approvazione della legge…». Analogamente, anche il consiglio comunale e provinciale (o regionale) sono liberi di non tener in alcun conto l’esito di un referendum consultivo o propositivo.

Se i politici sono liberi di disattendere la volontà dei Cittadini espressa tramite un referendum consultivo, perché allora mantenere in vigore queste forme fittizie di partecipazione popolare? Si tratta di una pantomima di democrazia adottata dallo stato centralista per fingere di avere recepito la normativa europea sulla partecipazione dei Cittadini alla vita degli enti locali.

Il maggiore studioso del Federalismo del secolo ventesimo ha scritto: «La sovranità, nelle Repubbliche federali viene invariabilmente attribuita al popolo che delega i propri poteri ai diversi governi o che si accorda direttamente per esercitare il potere come se esso stesso fosse il governo. … Il popolo sovrano può delegare e dividere i poteri come meglio crede, ma la sovranità rimane sua proprietà inalienabile.»⁶.

Che cos’è la sovranità se non il potere di deliberare, modificare o abrogare le leggi che riguardano tutti? La vera riforma costituzionale di cui lo stato ha bisogno si riassume in un’unica modifica dell’assetto costituzionale, che riguarda la Sovranità dei Cittadini sui governanti. L’articolo 1 comma 2, della Costituzione ha assegnato al popolo la sovranità dello stato, per limitarla subito dopo⁷ allo scopo di minimizzare il rischio di un ritorno al regime fascista. Tuttavia, quando il rischio di un ritorno al fascismo è stato scongiurato, tale limitazione ha avuto il solo risultato di salvaguardare l’interesse dei partiti e la loro facoltà di disporre, ad esclusivo vantaggio proprio e delle proprie clientele, della ricchezza prodotta dai Cittadini con il proprio arduo lavoro quotidiano.

Tutto ciò premesso, è necessario e indifferibile, nonché fattibile, ribaltare i rapporti di potere tra Cittadini e politici partendo dagli Enti locali. Strumento di questo processo rivoluzionario possono essere le Liste Civiche, formate da Cittadini che rifiutino il meccanismo della delega totale della sovranità proprio del sistema di potere italiano. Queste liste, oltre che perseguire obiettivi politici peculiari dei propri territori, dovrebbero porre come prerequisito del proprio programma elettorale, una riforma radicale dello statuto del consiglio comunale o provinciale per il quale si candideranno.

Primo passo: i referendum deliberativi

Una volta eletti, i Consiglieri comunali (o provinciali) dovranno pertanto finalizzare la loro azione principalmente a ridurre drasticamente il potere della partitocrazia, mettendo in atto la prima modifica dello statuto comunale o provinciale, ovvero eliminando gli attuali tipi di referendum, ed introducendo in loro vece i referendum deliberativi di iniziativa e di revisione a livello comunale e provinciale.

Per referendum di iniziativa, s’intendono azioni tese ad imporre a sindaco, giunta e consiglio comunale o provinciale, deliberazioni su argomenti che interessano l’intera comunità. Per referendum di revisione, s’intendono quelle deliberazioni che, già assunte dall’amministrazione comunale o provinciale, si vogliono modificare emendando o abrogando norme esistenti. In entrambi i casi la volontà espressa dalla maggioranza dei Cittadini elettori circa materie di ambito locale dovrà avere valore esecutivo immediato, senza ulteriori elaborazioni o mediazioni politiche, e indipendentemente dal numero dei votanti. Infatti dovrà essere abolito il quorum, strumento che nega la democrazia assegnando a chi non partecipa un potere decisionale maggiore rispetto alle persone responsabili che partecipano alla consultazione popolare. Unico limite all’esecuzione letterale della volontà espressa dalla maggioranza dei Cittadini sarà la tutela dei diritti fondamentali dei Cittadini e dei diritti delle minoranze.

Secondo passo: il difensore civico eletto dai Cittadini

Sempre nel suddetto Decreto legislativo 18 agosto 2000, n. 267 «Testo unico delle leggi sull’ordinamento degli enti locali» si fa inoltre riferimento al difensore civico⁸, una figura istituzionale che si pone al servizio dei cittadini per aiutarli a dirimere contese aperte con le amministrazioni locali, e a vigilare sulla puntuale osservanza degli adempimenti che spettano a questi ultimi. Le Liste Civiche federate dovranno riformare lo statuto del proprio ente (comune o provincia) disponendo che il difensore civico venga eletto dai Cittadini, mentre gli statuti prevedono oggi, ironicamente, che esso sia nominato dai propri controllati, cioè i consiglieri comunali o provinciali.

Norberto Bobbio affermava: «La vecchia domanda che percorre tutta la storia del pensiero politico: “chi custodisce i custodi?” oggi si può ripetere con quest’altra formula: “chi controlla i controllori?”. Se non si riuscirà a trovare una risposta adeguata a questa domanda, la democrazia, come avvento del governo visibile, è perduta.»

Conclusione

Riassumendo, poiché nella normativa vigente le modifiche agli statuti comunali o provinciali sono prerogative esclusive dei consiglieri comunali o provinciali, le Liste Civiche federate dovranno farsi promotrici di un’iniziativa coordinata tra tutti i consiglieri eletti del movimento, allo scopo di risolvere la questione dell’effettivo esercizio della democrazia, il che equivale a dire l’effettivo esercizio della partecipazione Popolare, leggasi Sovranità dei Cittadini, come previsto sia dalla costituzione italiana sia dalla Carta Europea delle Autonomie Locali.

Non dimentichiamo che la storia ammonisce coloro che rendono impossibili le rivoluzioni pacifiche, poiché renderanno inevitabili le rivoluzioni violente.

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1) (a) versione html (http://conventions.coe.int/Treaty/en/Treaties/Html/122.htm) e word (http://conventions.coe.int/Treaty/en/Treaties/Word/122.doc) in lingua inglese; (b) riassunto scritto malamente in lingua italiana (http://conventions.coe.int/Treaty/ita/Summaries/Html/122.htm)

2) Legge 8 giugno 1990, n. 142 “Ordinamento delle autonomie locali.” (Pubblicata in G.U. 12 giugno 1990, n. 135, S.O.) Capo III – Istituti di partecipazione

Partecipazione popolare. – 1. I comuni valorizzano le libere forme associative e promuovono organismi di partecipazione dei cittadini all’amministrazione locale, anche su base di quartiere o di frazione. I rapporti di tali forme associative con il comune sono disciplinati dallo statuto.

2. Nel procedimento relativo all’adozione di atti che incidono su situazioni giuridiche soggettive devono essere previste forme di partecipazione degli interessati secondo le modalità stabilite dallo statuto.

3. Nello statuto devono essere previste forme di consultazione della popolazione nonché procedure per l’ammissione di istanze, petizioni e proposte di cittadini singoli o associati dirette a promuovere interventi per la migliore tutela di interessi collettivi e devono essere altresì determinate le garanzie per il loro tempestivo esame. Possono essere previsti referendum consultivi anche su richiesta di un adeguato numero di cittadini.

4. Le consultazioni e i referendum di cui al presente articolo devono riguardare materie di esclusiva competenza locale e non possono aver luogo in coincidenza con altre operazioni di voto.

3)Legge 3 agosto 1999, n. 265 (in SO n. 149 alla GU n. 183 del 6 agosto 1999)

Disposizioni in materia di autonomia e ordinamento degli enti locali, nonché modifiche alla legge 8 giugno 1990, n. 142. Capo i. Revisione dell’ordinamento delle autonomie locali

Art. 3. (Partecipazione popolare). L’articolo 6 della legge 8 giugno 1990, n.142, e’ sostituito dal seguente:

1. I comuni valorizzano le libere forme associative e promuovono organismi di partecipazione popolare all’amministrazione locale, anche su base di quartiere o di frazione. I rapporti di tali forme associative con il comune sono disciplinati dallo statuto.

2. Nel procedimento relativo all’adozione di atti che incidono su situazioni giuridiche soggettive devono essere previste forme di partecipazione degli interessati secondo le modalita’ stabilite dallo statuto, nell’osservanza dei principi stabiliti dalla legge 7 agosto 1990, n.241.

3. Nello statuto devono essere previste forme di consultazione della popolazione nonche’ procedure per l’ammissione di istanze, petizioni e proposte di cittadini singoli o associati dirette a promuovere interventi per la migliore tutela di interessi collettivi e devono essere altresi’ determinate le garanzie per il loro tempestivo esame. Possono essere altresi’ previsti referendum anche su richiesta di un adeguato numero di cittadini.

4. Le consultazioni e i referendum di cui al presente articolo devono riguardare materie di esclusiva competenza locale e non possono avere luogo in coincidenza con operazioni elettorali provinciali, comunali e circoscrizionali”.

4) Decreto Legislativo 18 agosto 2000, n. 267 ”Testo unico delle leggi sull’ordinamento degli enti locali” pubblicato nella Gazzetta Ufficiale n. 227 del 28 settembre 2000 – Supplemento Ordinario n. 162

Articolo 8 Partecipazione popolare

1. I comuni, anche su base di quartiere o di frazione, valorizzano le libere forme associative e promuovono organismi di partecipazione popolare all’amministrazione locale. I rapporti di tali forme associative sono disciplinati dallo statuto.

2. Nel procedimento relativo, all’adozione di atti che incidono su situazioni giuridiche soggettive devono essere previste forme di partecipazione degli interessati secondo le modalita’ stabilite dallo statuto, nell’osservanza dei principi stabiliti dalla legge 7 agosto 1990, n. 241.

3. Nello statuto devono essere previste forme di consultazione della popolazione nonche’ procedure per l’ammissione di istanze, petizioni e proposte di cittadini singoli o associati dirette a promuovere interventi per la migliore tutela di interessi collettivi e devono essere, altresì, determinate le garanzie per il loro tempestivo esame. Possono essere, altresì, previsti referendum anche su richiesta di un adeguato numero di cittadini.

4. Le consultazioni e i referendum di cui al presente articolo devono riguardare materie di esclusiva competenza locale e non possono avere luogo in coincidenza con operazioni elettorali provinciali, comunali e circoscrizionali.

5. Lo statuto, ispirandosi ai principi di cui alla legge 8 marzo 1994, n. 203, e al decreto legislativo 25 luglio 1999, n. 286, promuove forme di partecipazione alla vita pubblica locale dei cittadini dell’Unione europea e degli stranieri regolarmente soggiornanti.

5) Si veda ad esempio la normativa vigente presso il Comune di Cremona (http://www.comune.cremona.it/bd_ui-viewContent-id_info_form-317.phtml). Si noti che in questo comune il comitato dei garanti, che ha il potere di negare l’ammissibilità di un referendum, viene eletto esclusivamente dal consiglio comunale senza alcuna componente eletta dai Cittadini.

6) D. J. Elazar, “Idee e forme del federalismo”, Edizioni di Comunità, Milano, pag. 90

7) La Costituzione della Repubblica Italiana. Art. 1. L’Italia è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro. La sovranità appartiene al popolo, che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione.

8) Articolo 11 – Difensore civico

1. Lo statuto comunale e quello provinciale possono prevedere l’istituzione del difensore civico con compiti di garanzia dell’imparzialità e del buon andamento della pubblica amministrazione comunale o provinciale, segnalando, anche di propria iniziativa, gli abusi, le disfunzioni, le carenze ed i ritardi dell’amministrazione nei confronti dei cittadini.

2. Lo statuto disciplina l’elezione, le prerogative ed i mezzi del difensore civico nonché i suoi rapporti con il consiglio comunale o provinciale.

3. Il difensore civico comunale e quello provinciale svolgono altresì la funzione di controllo nell’ipotesi prevista all’articolo 127.
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Appunti per una Lombardia Indipendente e Federale

È inutile soffermarsi sulla diagnosi, sulle ragioni che hanno portato al disastro in cui ci troviamo, ma c’è un aspetto che vorremmo sottolineare: lo sfacelo di questo paese del quale nostro malgrado facciamo parte è lo sfacelo di un sistema verticista, centralista e autoreferenziale, basato sulla cosiddetta democrazia rappresentativa, cioè su un sistema di deleghe in bianco che i cittadini, con il voto, conferiscono agli eletti. Quella che viviamo non è una crisi occasionale, ma la deriva necessaria di un sistema siffatto.

Pierre-Joseph Proudhon

Non occorre andare al sud. Guardate cos’ha fatto a tutti noi, specie ai più giovani tra noi, sia localmente che sedendo nel parlamento romano, la nostra classe dirigente, in gran parte settentrionale:

Ha distrutto l’economia, il tessuto produttivo e l’occupazione con il peso insostenibile della spesa pubblica, della compravendita del consenso e della tassazione che ne consegue.
Ha distrutto l’ambiente vendendo il territorio ai cementificatori della ‘ndrangheta perché costruisse case e capannoni di cartapesta su terreni trasformati in discariche tossiche (si veda l’esempio bresciano).
Ha permesso ai migliori offerenti di inquinare le nostre acque e l’aria che respiriamo.
Ha distrutto qualunque sistema di promozione professionale basato sul merito, spacciando lo schifo poltronaro per palingenesi cristiana o “autonomismo padano”.
Ha distrutto qualunque trasparenza negli “investimenti pubblici” (sempre tra virgolette) con l’uso familistico e clientelare delle risorse pubbliche e degli appalti.
Ha eretto sontuosi monumenti a sé stessa sventrando il nostro paesaggio e costellandolo di sgorbi di cemento, quelli che Oneto assimilava a sterchi architettonici, sparpagliati per la val Padana.
Ha distrutto la scuola cancellando il senso civico dalle materie di insegnamento e diffondendo una forma trita e nauseante di pensiero unico statalista e nazionalista.
Ha devastato, non solo logorato, la parola Federalismo (l’unico torto storico di Miglio fu quello di pronunciare questa parola al cospetto dei bravehearts di Cassano Magnago).

Per acquisire consenso occorre elaborare un nuovo modello che sia l’antitesi di ciò che di odioso l’italia rappresenta per tutti noi.

Possiamo credere ciecamente alle promesse di illibatezza di qualunque classe dirigente? Possiamo darle credito illimitato, o dobbiamo pensare che

La LOGICA vada ribaltata
Le REGOLE DEL GIOCO vadano ribaltate

Occorre tornare a ragionare da federalisti, magari senza dirlo troppo in giro, visto lo scempio che è stato fatto di questa parola.

Alcuni opinionisti sostengono che in Italia sia possibile costruire un assetto federale, e che questo risolverebbe alla radice la questione della secessione, oltrepassandola e rendendola di fatto inutile. Noi dissentiamo da questa visione: crediamo che il paese Italia sia del tutto incompatibile con la costruzione di un modello federale, e pensiamo che non si possano né si debbano federare realtà totalmente asimmetriche sul piano dell’autosufficienza e della vocazione economica. Sarebbe come offrire al leone di federarsi con la gazzella purché non la sbrani più. Il leone segue la sua inclinazione, dunque o declinerebbe, o accetterebbe con la frode. Oggi non può esserci un federalismo italiano, e neppure domani avrebbe senso, perché gli stati nazionali, e anche quelli pseudonazionali come il nostro, si stanno sgretolando. All’inizio del ’900 ce n’erano 50. Ora sono 200. E i più piccoli tra loro sono i più prosperi.

Ma cos’è il federalismo? A parte il fatto ovvio di essere unione spontanea e consensuale di individui e comunità.

Carlo Cattaneo

Ne esistono mille definizioni, ma parliamo di sostanza, di caratteristiche qualificanti.

Libero scambio, libera competizione, libera impresa, sgravata dal peso economico dello Stato; libertà temperate solo dalla tutela degli interessi e dei diritti naturali degli individui in ciascuna comunità, ad esempio il diritto alla salute dei viventi e dei nascituri, all’integrità dell’ambiente, all’autodeterminazione di una comunità che stabilisce a maggioranza la propria vocazione, agricola o industriale o altro. Si tratta di quelle tutele di cui lo Stato centralizzato si erge a garante, ma che nei fatti non ha mai saputo o voluto realizzare.

Detassazione competitiva, come accade nella libera competizione tra i cantoni svizzeri che cercano, a suon di sgravi fiscali, di attrarre investimenti sul proprio territorio. È il principio della competizione economica nella cooperazione politica, che pone un freno alle rendite parassitarie di qualunque livello di governo, locale o centrale.

Lo Stato non come maestro di vita, ma come apparato di servizi, snello, scarno, ordinato, poco costoso, efficiente e servizievole come un buon ufficio postale svizzero.

Primato dell’individuo, al centro della società, sulle cariche pubbliche; niente toghe o ermellini, simboli di ieraticità, di pretesa sacralità dello Stato; niente sermoni quotidiani; niente severi ammonimenti da parte di chi faceva una misera cresta sui rimborsi dei viaggi aerei; niente Stato etico, “depositario di valori supremi”; niente Stato estetico (gli assessori alla cultura…).

I costi della pubblica amministrazione non possono restare una variabile indipendente, determinata dal numero di aspiranti alla professione di politico o pubblico amministratore, né dalla necessità di soddisfare gli appetiti che conseguono alla compravendita del consenso elettorale. Le dimensioni di un qualsiasi organismo di governo debbono essere stabilite dai Cittadini in modo che il governo produca benefici superiori ai propri costi.

Principio di sussidiarietà. Primato delle comunità locali sul governo federale, quale che sia. Como e Sondrio potranno dirimere tra loro un contrasto che li riguardi, senza interferenze da Milano. Idem per Bergamo e Brescia. Idem per Lodi e Cremona. Il governo federale sarà inteso quasi unicamente come tavolo di incontro delle comunità locali sovrane. Sovranità delle comunità locali per ciò che riguarda il proprio territorio. Si veda il caso della Valsusa: se una cosiddetta opera pubblica minaccia la salute o gli interessi di una comunità, la comunità ha il sacro diritto di opporsi alla sua costruzione, nonostante le pressioni dello Stato in armi.

Frazionamento, polverizzazione e diffusione del potere. Lo spostamento del baricentro politico dal centro alla periferia favorisce un avvicinamento del potere ai cittadini, facilitati nel compito di controllarlo e contenerne gli abusi. Bilanciamento tra i poteri basato sulla responsabilità, l’autogoverno e l’autosufficienza economica. In un sistema federale, le piccole dimensioni delle comunità minimizzano il contrasto inevitabile tra interessi collettivi e diritti individuali proprio di qualunque consesso sociale.

Rinascita delle vere identità dalla libera espressione del gusto e delle vocazioni locali e individuali. Nessuno che parla in dizione alla radio o in TV. Nessuno che impone una cultura pretesa come “nazionale” ad un coacervo di nazioni diverse unificate con le armi.

Contrattualismo, non tavole delle leggi, generiche, vincolanti da qui all’eternità, bensì contratti, con un inizio, una durata e una conclusione ben definiti, che vertano su fatti precisi e limitati, non su pretese di princìpi e valori universali. La rappresentanza come contratto vincolante tra eletti ed elettori. Non un sistema di garanzie a lungo termine, costosissime per la collettività, erogate dallo Stato in cambio della fedeltà a una fazione politica, fino allo sfacelo dei conti dello Stato, ma un sistema di opportunità concrete per le persone laboriose e intraprendenti, opportunità di guadagnarsi pane, serenità e benessere senza pesare sugli altri.

Continua evoluzione, libertà, per le generazioni a venire, di riformulare i termini del contratto politico, senza vincoli, di emendare gli errori commessi, di aggiungere nuove norme, di togliere quelle superflue. Evoluzione dei trattati costituzionali in base all’evolvere delle sfide emergenti e dei legittimi interessi dei cittadini, fatta salva la tutela imprescindibile dei diritti naturali degli individui e delle minoranze.

Johannes Althusius
In ultima analisi:

Sovranità inderogabile dei cittadini sui governanti, che si deve poter esprimere tramite gli strumenti della democrazia diretta, affiancata alla democrazia rappresentativa, quali iniziative popolari e referendum deliberativi o legislativi senza quorum, su qualunque materia deliberata ai vari livelli di governo, senza eccezioni, comprese quindi le materie fiscali e l’adesione ai trattati internazionali. Compresa la costituzione, che potrà essere modificata o implementata da parte dei cittadini sovrani, come accade nei paesi civili. Compreso il diritto di revoca del mandato conferito con il voto a qualunque livello di governo.

Il più prolifico studioso del federalismo del XX secolo, Daniel Elazar, in un suo libro tradotto da Marco Bassani (Idee e forme del Federalismo), scrisse: “La sovranità nelle repubbliche federali viene invariabilmente attribuita al popolo, che delega i propri poteri ai diversi governi o che si accorda per esercitare direttamente quei poteri come se fosse esso stesso il governo. ( …) Il popolo sovrano può delegare e dividere i poteri come meglio crede ma la sovranità rimane una sua proprietà inalienabile“. Questo è il senso profondo e la “causa prima” del Federalismo.

Ci troviamo a cavallo di un crinale che separa

Lo Stato moderno, unitario, indivisibile ed accentrato, padrone ed estorsore, in cui “sovrano” è lo Stato
dall’ordinamento federale o contrattuale in cui “sovrano” è l’individuo, il cittadino, la persona.

Giacomo Consalez, 10 gennaio 2014
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Perche’ essere Indipendentista?

Se si analizzano le cause che hanno traghettato la Lombardia nell’attuale crisi socio-economica e le conseguenze a cui essa andrà incontro non si possono trascurare opportunità e possibilità che il cammino indipendentista offrirebbe a tutti i cittadini lombardi.

Di seguito propongo una lista di “perchè” ogni cittadino lombardo dovrebbe definirsi indipendentista:

perché nel mondo in cui viviamo avere uno Stato è una garanzia e un enorme vantaggio sotto ogni punto di vista, mentre non averlo è il contrario;

perché essere indipendentista è l’opzione più vicina alla volontà popolare; “Autonomia” significa chiedere mentre “Indipendenza” significa decidere. Per la prima occorre appunto chiedere al Parlamento romano un permesso che va totalmente contro gli interessi di quest’ultimo e quindi sarà negato, mentre per la seconda solamente i cittadini lombardi possono imporre la loro sacrosanta volontà di autodeterminazione armati di carta e e penna;

perché significa partecipare al resto del mondo con una voce e un voto che esprima la volontà e gli interessi della nostra società. La Lombardia è uno dei centri nevralgici dell’economia europea ed è inammissibile che essa non possa partecipare direttamente alla vita politica europea. Le decisioni sono sempre più prese al di fuori del quadro dello stato-nazione, quindi restando una regione italiana il peso e l’influenza della Lombardia risultano nulli;

perché una vera e sana nazione è creata solamente dalla libera e spontanea aggregazione della popolazione che la compone. Uno stato nato da guerre di annessione e invasioni poi forgiato da guerre mondiali e colonizzazione culturale non sarà altro che un agglomerato di popoli tenuti uniti con la forza per gli interessi di pochi; i disastri susseguitisi durante tutti i centocinquanta anni di forzata unità e centralismo imperante sono lapalissiani e sotto gli occhi di tutti;

perché l’attuale assetto dello stato italiano rende impossibili delle riforme strutturali che vengano incontro ai problemi affrontati ogni giorno dai cittadini lombardi. Queste riforme cozzerebbero contro poteri e clientele dalle quali il Parlamento romano dipende imprescindibilmente e che quindi risultano impraticabili. Alla luce di questo è possibile solo la progettazione di una nuova repubblica ex novo, che non ricada negli stessi errori che l’esperienza italiana ha prodotto, fondata su una vera e totale sovranità popolare che garantisca giustizia sociale per tutti;

perché nel mondo odierno i paesi che funzionano meglio e dove è riscontrata una migliore qualità della vita sono quelli di piccole dimensioni. Una minore popolazione rende più semplice l’attuazione della democrazia diretta che di conseguenza garantisce una gestione più equa, responsabile e trasparente delle risorse pubbliche, inoltre il senso civico trova un terreno fertile per espandersi e radicarsi;

perchè ogni popolo che ignora la propria storia e cultura non saprà mai nulla del proprio presente; lo stato italiano ha sempre ignorato e relegato in un angolino le varie culture e lingue locali appartenenti al patrimonio culturale dei popoli che lo compongono. Dovrebbe essere responsabilità di ogni lombardo conservare e sostenere la lingua e la cultura che gli appartiene anche per contribuire al variegato patrimonio culturale che l’Europa offre, nel quale la cultura lombarda ha tutte le carte in regola per inserirsi; per permettere tutto ciò è indispensabile l’esistenza di uno stato lombardo che rappresenti la Lombardia nelle opportune sedi;

perché gestire le proprie risorse e organizzare la propria società nella più totale indipendenza è il modo migliore, e se la Lombardia potesse farlo non farebbe altro che sfruttare appieno il proprio potenziale da sempre zavorrato dal peso e dalle richieste dello stato italiano;

perché i lombardi per troppi secoli sono caduti sotto le grinfie dei più disparati dominatori, è ora che essi ritornino padroni del proprio futuro senza che nessun governo esterno ne distolga le decisioni e ne condizioni il cammino;

perché in Europa è in atto una crisi dello stato-nazione che col passare dei decenni sta sempre più manifestandosi. I grandi moloc da decine di milioni di persone non hanno più ragione di esistere, essi non sono più in grado di soddisfare i bisogni e gli interessi dei cittadini che li compongono, i dati parlano chiaro: nel 1900 esistevano 61 stati nazionali mentre oggi se ne contano ben 195. Altri popoli in Europa stanno percorrendo la stessa strada, basti pensare alla Catalunya dove pochi giorni fa un milione e mezzo di persone sono scese in piazza per l’indipendenza, o alla Scozia dove nel 2014 verrà indetto un referendum per l’indipendenza dal Regno Unito. Spesso si dice che in Italia siamo indietro sempre su tutto ed è verissimo, anche in questo campo non abbiamo rivali;

perché questa società ha bisogno di una completa catarsi per spazzare via il marcio prodotto da centocinquanta anni di unità. L’unico modo per delegittimare corruzione, mafia, casta e compagnia bella è quello di staccare la spina al sistema nel quale esse hanno trovato terreno per radicarsi ed espandersi; inoltre il modo migliore per combatterle è dare vita a un nuovo sistema amministrativo dove i gestori della cosa pubblica siano sotto stretto controllo degli elettori e addirittura esecutori della volontà popolare; in questo modo essi non potrebbero andare contro gli interessi della collettività e agire per il bene di pochi;

perché se davvero la Lombardia diventasse uno stato indipendente avremo finalmente raggiunto una totale rottura con un triste passato. Ogni tentativo di riforma ha fallito e illuso i cittadini, non ci sono motivi per i quali convenga ancora credere nelle favole.

Tutti dovremmo essere indipendentisti semplicemente perché non c’è motivo per non esserlo!

Nicola Di Luca

http://www.prolombardia.eu