BON NADAL A TUCC

BON NADAL A TUCC! #prolombardia #indipendenza #AnotherEurope

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GIANNI BRERA, il GranLombardo

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Nell’anniversario della scomparsa, ricordiamo Gianni Brera riportando un testo che compare nel Blog della sezione bresciana di pro Lombardia Indipendenza  https://bresciaprolombardia.wordpress.com

Pro Lombardia Indipendenza intende rendere omaggio a uno dei grandi rappresentanti della “coscienza lombarda”: Gioann Brera infatti ai più è noto come grandissimo giornalista sportivo, ma in realtà fu anche romanziere, appassionato di storia e fervido difensore della sua amata nazione lombarda.
Lo ricordiamo attraverso alcuni passi tratti da “Lombardia amore mio” e “Storie dei Lombardi”, lasciando infine spazio al ricordo commosso che scrisse l’amico Giorgio Bocca all’indomani della sua prematura scomparsa (articolo tratto da “Parola di Brera”).
 

“In tutte le regioni malgovernate d’Italia si fanno plebisciti entusiasti della riunificazione d’Italia: in Lombardia non si fa nulla. Non i Lombardi hanno voluto l’Italia una: i Piemontesi erano più poveri e arretrati di loro: perchè desiderarli quali nuovi padroni? indire un plebiscito in Lombardia sarebbe stato pericoloso. <Siamo i più ricchi dell’Impero> scriveva Carlo Cattaneo <non vedo perchè ne dovremmo uscire>”.

 

“Milano prospera com’è suo destino e suo vanto. All’amministrazione dello Stato provvedono i piemontesi, onesti ma duretti di crapa. In pochi anni si trovano a essere sopraffatti dalla marea dei burocratici meridionali. Così l’Italia, ennesimo paradosso della storia, viene ben presto governata dalle sue colonie… Ma un giorno ricordiamoci noi Lombardi di essere stati trattati come terra di conquista, di non aver potuto esprimere una nostra precisa volontà popolare”.

 

“Quando scoppia la ribellione del marzo 1848, Milano segue o anticipa le altre capitali d’Europa. Non si parla ancora di Italia e nessuno parla di rivoluzione. Semplicemente Milano si ribella e si fa rispettare in nome delle libertà civili”.

 

“ …la gran parte del Paese vive più o meno allegramente su di noi, che esprimiamo circa il 30% dell’economia “nazionale”. Nè possiamo dolercene, perchè metteremmo in ancora più vivo risalto la nostra qualità di imbecilli (da cui, per logica estensione, la qualifica di “barca di cojoni” attribuita a Milano). Come uscire da questa incresciosa situazione? Diamine: facendo noi stessi politica, imponendoci agli altri, tanto meno numerosi di noi!”.

 

“Vengono affibbiati ai Lombardi tutti i peggiori difetti di cui possa patire un popolo… però, senza offesa, debbo subito aggiungere che i Lombardi non sono disposti a cambiare con chicchessia, né in Italia, né fuori. Va ben inscì?”.

 

“Immagino che i funzionari addetti alla delimitazione delle regioni da poco annesse al Piemonte abbiano subito compreso quanto sarebbe stato rischioso unire tutti i Lombardi: essi costituiscono in effetti una nazione non molto inferiore per entità numerica all’Olanda o al Belgio, di cui ripetono anche il chimismo etnico (Germanici più Celti in maggioranza). L’equilibrio demografico fra le regioni sarebbe stato compromesso d’acchito. Così succede che un buon terzo dei Lombardi vive fuori dai nostri confini amministrativi, e che una piccola parte, come accade ai Baschi in Francia, viva addirittura fuori dai confini politici nazionali”.

 
 
“E di lui mi sono bevuto, copiandolo se ci riuscivo, le sue cose migliori che non erano le grandi cronache sportive e neppure i pur ottimi e misconosciuti romanzi, ma i suoi racconti di caccia e pesca.. In quei racconti di cacce e pesca sui laghi della Lombardia, anche nel piccolo lago su cui aveva costruito la sua casa, o nel grande Po e nel limpido Ticino qui si che viene fuori la grande letteratura lombarda, la poesia della grande pianura madre, delle sue acque nivali e glaciali, delle sue marcite e delle sue risaie e di tutto ciò che l’intelligenza seppe, di questa terra e acqua nutrendosi, produrvi da Manzoni a Cattaneo, dal Plinio comasco al Virgilio mantovano”. (Giorgio Bocca, 20 dicembre 1992)

“La patria di un uomo è il posto dove è nato”, scriveva Brera.
E il suo posto era la Lombardia.
Ringraziamo un uomo che in momenti non sospetti attraverso il suo impegno e le sue opere ha permesso ai Lombardi di riscoprire la propria identità di popolo e che per questo viene celebrato a pieno titolo come il Granlombardo.

La comunità Euroregionalista in lutto per la scomparsa del prof. Eric Defoort

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Questa mattina pro Lombardia Indipendenza, insieme a  EUROPEAN FREE ALLIANCE,  piange la scomparsa di Eric Defoort, ex presidente del nostro partito politico europeo. Sin da adolescente si è battuto per il riconoscimento dei diritti del popolo fiammingo e per la completa autodeterminazione dello stesso. Professore di storia presso l’Università Cattolica di Bruxelles, perfettamente conscio quindi dell’eredità storica lombarda in tema di federalismo e libertà comunali, ha accolto con vivo piacere l’ingresso del nostro movimento nella grande casa europea di EFA. Il suo grande contributo per l’autodeterminazione di tutti i popoli d’Europa non sarà dimenticato.

Ad ALEX SALMOND il Coppieters Award 2016

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Durante un incontro presso la sede del Centre Maurits Coppieters di Bruxelles, il prossimo 14 dicembre verrà consegnato ad  ALEX SALMOND, storico esponente del SNP scozzese, il Coppieters Award 2016, quale riconoscimento per il suo impegno a favore dell’Autodeterminazione.

Ricordiamo che sotto l’impulso di Alex Salmond si celebrò nel 2014 il primo Referendum per l’Indipendenza della Scozia, un’occasione purtroppo persa dal Popolo scozzese.

In occasione della premiazione di Bruxelles, sarà presente una delegazione di pro Lombardia Indipendenza, guidata dal Presidente Giovanni Roversi, che consegnerà all’illustre ospite una bandiera del movimento lombardo, quale segno di assoluta fratellanza fra i due Popoli.

ALBA GU BRATH

LOMBARDIA LIBERA ED INDIPENDENTE

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Documentario “YVAN COLONNA, l’impasse” trasmesso da FR3 – Via Stella

Ieri, con una sentenza della Corte Europea dei Diritti dell’Uomo che fa gridare allo scandalo chi sostiene l’innocenza di Yvan Colonna, si è chiusa definitivamente l’avventura processuale del militante nazionalista corso, condannato all’ergastolo per l’omicidio del prefetto francese Erignac.

Ora non resta che sperare in una soluzione politica della vicenda.

Da parte nostra, vi offriamo la visione di questa inchiesta che descrive i fatti e la personalità di Yvan Colonna.

 

8 dicembre 2016, il “caso” YVAN COLONNA davanti alla ECHR

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Giovedi’ 8 dicembre 2016 (tra l’altro il giorno di “a Festa di a Nazione Corsa”) è una data importante nella vicenda che vede coinvolto Yvan Colonna, il prigioniero politico corso, in quanto presso la Corte Europea dei Diritti dell’Uomo verrà discussa la causa intentata contro lo Stato francese per chiedere la revisione del suo processo.

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E’ già questo un risultato positivo per il militante nazionalista: solo il 5% delle richieste di intervento di questo organo sovra-nazionale vengono accettate e portate in discussione. Evidentemente anche in questa sede sono state riscontrate le assurde contraddizioni emerse nei vari procedimenti contro Colonna (testimonianze non ammesse, perizie balistiche non prese in considerazione, ecc. ecc.). Una serie di comportamenti dell’autorità inquirente e di quella giudicante che hanno evidenziato come quella contro Yvan Colonna sia una vera e propria persecuzione “di Stato”.

Ora la parola passa ai giudici della Corte Europea e in tutti coloro che hanno a cuore questo caso (un caso emblematico che non interessa solo un militante politico ma che puo’ essere riferito ad ogni cittadino europeo) cresce la speranza di una sentenza favorevole, che obblighi lo Stato francese alla celebrazione di un nuovo processo.

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Alberto Schiatti

SCUSATE SE VI PARLO DI TIZIANA… (di Gianni Sartori)

In questo Blog ci occupiamo di Storia dei Popoli, di Tradizioni, di Cultura, di Territori, di Ambiente. E ospitiamo articoli di chiunque si sia occupato e si occupi di questi temi, senza esclusione. Pubblichiamo volentieri anche articoli che, ad un primo approccio, sembrano non aver nulla a che fare con i nostri temi classici. Ma non è così: anche scrivere su personaggi che, in ogni ambito, hanno segnato le nostre Terre con la loro vita (e purtroppo anche con la loro morte…) significa parlare di noi, del nostro passato e del nostro futuro. E lo facciamo volentieri soprattutto quando questi pezzi sono scritti con il cuore, come sa fare il nostro amico Gianni Sartori. (ndr).

 

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Entro in punta di piedi, in punta di piedi e con gli scarponi in mano.

Non tanto per soggezione nei confronti  del gran “Mondo dell’Alpinismo” (ho incontrato Grandi Alpinisti che, umanamente parlando, erano scanzonati bambinoni, magari un tantino presuntuosi), ma proprio per il profondo rispetto che porto alla memoria di Tiziana Weiss.

Per farla breve. Quel tragico 23 luglio 1978 (indegnamente ca va sans dire) potrei essere stato l’ultima persona che ha parlato con Tiziana. A parte il suo compagno di cordata, ovviamente.

All’epoca, ancora più speleologo (speleista?) che alpinista e in seguito più escursionista (per quanto avventato, talvolta avventuroso) che alpinista, avevo ripreso a frequentare saltuariamente l’ambiente del CAI vicentino; sia in “Gogna” (ex cava trasformata in palestra di roccia) che sulle Piccole Dolomiti.  Qui ritrovai un ormai esperto Ruggero Pegoraro, nipote di Pierino Radin (suo zio) che ricordavo giovanissimo operaio all’epoca della sua, breve, militanza in lotta comunista.

In precedenza, primissimi anni settanta, ero stato più volte in cordata con un caro amico, il compianto Mariano Parlato.

 Per gran parte degli anni settanta ho lavorato anche di sabato pomeriggio (prima come facchino, poi come operaio e finalmente in una grande libreria dove poter alimentare la mia formazione di “proletario autoalfabetizzato”). Impossibilitato quindi a seguire gli amici in Dolomiti nei fine settimana. Ero in libertà, per quanto vigilata, soltanto al lunedì mattina. Lo trascorrevo regolarmente o in Gogna (incontrando talvolta Renato Casarotto “in fuga” dalla stazione) o a Lumignano, a quei tempi ancora eco-compatibile, dove solitamente salivo 2-3 volte in libera solitaria la Marusca e la Danieli scendendo in corda doppia.

Spesso, bontà sua, il Ruggero rinunciava alle uscite del CAI di due giorni (sabato e domenica)  e mi aspettava per raggiungere nottetempo un fienile, baita o rifugio delle Feltrine o delle Pale, da dove il giorno dopo imbarcarsi per affrontare qualche via.

Così avvenne in quella sera lontana del luglio 1978. Partimmo verso le nove di sera, eccezionalmente con la 500 di mia moglie, mentre all’epoca giravo quasi esclusivamente in moto.  Raggiungemmo la Val Canali e, su indicazione di Pierino Radin, “occupammo” un fienile ben provvisto di fieno attendendo l’alba per salire al rifugio Treviso.

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Qui intravidi una ragazza. Mi pare si sporgesse da una finestra, forse un balcone, dell’annesso-rustico al rifugio; la notai, ma non la riconobbi (ma di sicuro era sorridente, almeno nei miei ricordi).

Fu Ruggero a farmelo notare; “Hai visto? Quella era la Tiziana Weiss…”. L’avevamo vista un paio di volta a Vicenza dove presentava le sue diapositive. Una sola, ricordo, del “mio amico Cozzolino”* (in libera solitaria su una parete del Civetta). E poi quelle della spedizione Annapurna III del 1977 (a cui entrambi -Radin e Weiss – avevano preso parte) dove il nostro concittadino Pierino aveva rischiato seriamente di rimanerci, come invece accadde allo sfortunato Luigino Henry. Per inciso,  chissà che fine avrà fatto il portatore soprannominato “Diesel” che se lo era riportato a spalle fino al campo base, per ben 6 giorni attraverso crepacci e seracchi?

Era stato proprio proiettando queste immagini che Tiziana aveva espresso un certo rammarico per il fatto che “in fondo queste terre e popolazioni noi le stiamo rovinando, stiamo esportando anche qui i nostri modelli consumistici…”. Poche frasi, ma che esprimevano un grado di consapevolezza (politica, ambientale o semplicemente umana) irraggiungibile per la gran parte del mondo alpinistico, come si confermerà ampiamente negli anni successivi. Vedi per esempio in occasione dell’ultimo devastante  terremoto in Nepal. Le richieste degli alpinisti bloccati ai campi base (dove comunque erano in grado di sopravvivere) di essere prelevati con l’elicottero, mentre tanta popolazione stava tirando le cuoia sotto le macerie, scandalizzarono perfino Messner. 

Arrivati sotto la parete risalimmo lo zoccolo ( le “rocce gradonate ed erbose”) in cerca dell’attacco. Mentre ci stavamo rendendo conto di aver preso una cantonata (una “falsa partenza”: la nostra via, la Castiglioni-Detassis, iniziava più a sinistra) vedemmo arrivare e salire fino a dove stavamo discutendo, due alpinisti. Tra cui appunto Tiziana Weiss. Anche loro avevano sbagliato (cercavano l’attacco della Frisch-Corradini), ma in senso opposto; avrebbero dovuto quindi tornare sui loro passi, in direzione del rifugio, come verificarono consultando la “nostra” guida (in realtà era quella di Radin che l’aveva prestata, con le dovute raccomandazioni, al promettente nipote-allievo). Scambiammo qualche considerazione e Tiziana, saputo della parentela, chiese a Ruggero notizie di Pierino. Da parte mia trovai il tempo di complimentami per la sua, se pur breve, analisi  sui danni prodotti dall’esportazione di modelli e “stili di vita” occidentali in Nepal e dintorni (anche quelli esibiti da soggetti soidisant  alternativi come hippies o alpinisti…).

Ci salutammo e qui avvenne qualcosa. Li stavo osservando mentre, ridiscesi, si allontanavano lungo la base delle pareti (Ruggero, più professionale, stava studiando la possibilità di raggiungere il nostro attacco in traversata, senza dover scendere) quando a un mio commento ad alta voce (“ciò Rugy, ormai tachemo a conosare gente inportante…”; vado a memoria, ma sicuramente era in lengoa veneta, da notare la “n” davanti alla “p”) Tiziana si voltò e sorrise. Rimasi ammaliato. Ricordo che portava un fazzoletto, giurerei che fosse azzurro-verde con qualcosa di bianco, avvolto intorno al capo. Con lo sguardo e un cenno mi fece intendere che non era il caso, per lei non c’erano “persone più o meno importanti”, gerarchie.

A questo punto, a distanza di anni,  mi pongo da solo un’obiezione. A parte la soggettiva interpretazione del significato del suo sguardo, come avrò fatto a coglierne la luminosità – e quella del sorriso – dall’alto? Forse, mi dico, non eravamo tanto alti.**

Tutti qui. Se ne andò immersa nella luce, o almeno così la  rivedo quando ci penso.

Strano, dato che molti dei ricordi di quel giorno sono opachi, immersi in una nebbia neanche tanto sottile. In gran parte reale. Infatti ad un certo punto (verso metà della salita, mi pare) la nebbia salì concretamente e ci avvolse. Poi avvertimmo il rumore  dell’elicottero, un rumore che sembrava lacerare il silenzio ovattato in cui eravamo immersi e che fece dire a Ruggero: “Qualcuno deve essersi fatto male, temo”. Quasi una premonizione (in realtà a quel punto Tiziana era già caduta alla base delle pareti e l’elicottero era servito per recuperare il compagno rimasto incrodato).

 Non intendo qui raccontare la nostra salita, ovviamente; solo ricordare che Ruggero, estrosamente, improvvisò un paio di avventate varianti. Del resto era già quasi in partenza per un nuovo viaggio verso l’India e il Nepal (la prima volta se l’era fatto tutto in autostop, praticamente da solo: un grande).

Arrivati in “vetta” cominciammo una mesta discesa, oppressi da qualche triste presentimento.

Il rientro  (un II come dicono, anzi dicevano?), all’epoca non ancora attrezzato con gli invadenti spit, richiese una certa attenzione. A tratti avvolti nella nebbia, in un’atmosfera un po’ cupa, deambulammo fino al rifugio. Entrando espressi probabilmente una eccessiva dose di autocompiacimento, al punto che venni immediatamente zittito dallo sguardo severo del Ghigno***, il gestore di allora. Ci guardammo intorno cogliendo un’atmosfera veramente da veglia funebre che ci lasciò interdetti. Venne in nostro soccorso, materna, Adriana Valdo, sua amica da tempo (Tiziana si era pubblicamente complimentata con lei in occasione della serata a Vicenza per il meritato riconoscimento di Accademica del CAI). La frase piombò fra noi come un macigno: “E’ caduta Tiziana Weiss”. Si parlò anche, mi pare, di una manovra impropria, di una discesa in corda doppia utilizzando solo un cordino (o era una fettuccia?) senza moschettone, di un nodo che si era sciolto…non so.

A questo punto ho un vuoto di memoria (rimozione?) e mi rivedo il giorno dopo, lunedì, in Gogna dove incontrai Franco Perlotto. Gli raccontai l’evento esprimendo la mia preoccupazione per Tiziana che difficilmente sarebbe sopravvissuta all’incidente. Ci fu anche un breve alterco quando Franco esclamò : “Ah, ma allora la Weiss non l’aveva ancora fatta la Frisch…?!”. Ricordo che lo mandai cordialmente a quel paese per la superficialità che rasentava, a mio avviso, il cinismo (anche se in seguito espresse rammarico per quel commento e comunque lei la Frisch l’aveva già percorsa almeno una volta). Tiziana se ne andò  il 26 luglio, mercoledì. Da allora mi è capitato spesso di incontrare nelle situazioni più disparate persone che l’avevano conosciuta (sulle Mesules, in treno tornando da Budapest, sul Col Nudo e nella sua città,  a Trieste, dove frequentavo saltuariamente il Germinal…), ma non avevo mai scritto nulla su quella giornata –  per pudore, credo – considerandola un momento personale.

L’ho fatto ora (e in parte ne sono già pentito), ma è venuta così.

Quindi “scusate se vi ho parlato di Tiziana” che sicuramente sta arrampicando da qualche parte, nella Luce “oltre l’Arcobaleno”.

 

Gianni Sartori

 

 PS stavo qui a scrivere davanti alla finestra (ore 11 del 2 dicembre) contemplando le colline e, giuro, sul poggiolo si è posata una cinciallegra, anzi, no: una cinciarella (Parus caeruleus)! …saltella, cerca quasi di entrare, si appoggia al vetro posandosi infine sulla maniglia del balcone spalancato…sul capo, minuscolo, brillano  al sole i colori Azzurro e Bianco…ciao Tiziana

* nota 1) “Oggi sono molti gli alpinisti che vanno sul VI°, ma fra tutti quanti lo fanno “veramente”, e cioè lealmente, senza ricorrere ad abbondanti chiodature o strani sotterfugi, specialmente sui tratti estremamente difficili che si avrebbero dovuto compiere in arrampicata libera ? Oggi, i mezzi tecnici, sono tanti e tali che permettono agli alpinisti senza scrupoli di fare vie di VI° anche se non sono capaci di farlo in modo onesto e si è giunti al punto in cui non si esita più a piantare chiodi ad espansione dove i primi scalatori sono passati in libera” (E. Cozzolino).

 ** nota 2) sia detto senza offesa, non mi ricordo invece per niente dell’altro, il suo compagno di cordata. Come se non ci fosse (mi pare fosse biondo, ma potrei sbagliarmi). Ubi maior…(anche se dirlo non è propriamente “una cosa di sinistra”)

 ***3) Tragica sorte quella del Ghigno, destinato a restare paralizzato per un incidente in moto. Continuò ancora a frequentare il suo rifugio, in carrozzella, fino a quando non pose fine ad una situazione diventata ormai insopportabile con un colpo di fucile.

 **** nota 4) Ho scritto questo commento stimolato dalla polemica per la scarsa attenzione dimostrata da wikipedia nei confronti di Tiziana Weiss

(https://it.wikipedia.org/wiki/Tiziana_Weiss).

La biografia inviata è stata pesantemente amputata e quanto pubblicato non corrisponde assolutamente all’importanza di questa donna triestina nella storia dell’alpinismo. Fermo restando che la grandezza di Tiziana Weiss emerge comunque dalla sua vita, dalle sue imprese, dalla sua sensibilità; ben oltre qualsiasi citazione in rete.

 E concludo. Sono passati 38 anni. Sinceramente non avrei creduto di arrivarci (al 2016 intendo), di poterla raccontare dopo incidenti vari, sia in montagna che in moto, ripetute incursioni come free-lance in zone, se non di guerra aperta, sicuramente  di “guerra a bassa intensità” (Irlanda del Nord, Euskal Herria, etc…), un tentativo di linciaggio (Madrid, ottobre 1997), un paio di pestaggi e anche si parva licet (ma neanche tanto parva a ripensarci) Genova 2001 con i gas CS (la la Diaz no, non si può avere tutto…). Quasi dimenticavo: un principio di intossicazione da sostanze non ben identificate (colle, vernici? Boh, forse entrambe) quando facevo l’operaio. Potevo restarci: un bel regalo del liberismo, ovvio.

 E ora, come tutti a una certa età, ripenso a chi nel frattempo se ne è andato, definitivamente senza biglietto di ritorno: EFFE (Fernando Ruggero, un grande speleologo (con lui esplorai la grotta-voragine “Gianni Ribaldone”), Roberto Gemo (frequentato in anni non sospetti, prima che diventasse Superpippo, quando veramente “correva solo per se stesso”), Mariano Parlato (una tempesta di neve estiva sulle Mesules; la via Conforto a Lumignano con la sicura fatta, letteralmente, con i piedi, un suo brevetto; l’infruttuoso tentativo al Cimoncello di cui non trovammo mai l’attacco perdendoci inesorabilmente nella boscaglia…) e altri con cui ho condiviso un tratto di sentiero, una cordata, una spedizione al Buso della Rana o nella grotta del Torrione di Vallesinella (vedi Mario Carniel).

Fra tutti loro, anche se solo “intravista”, Tiziana Weiss brilla ancora di una speciale luce propria, per sempre.

GS

 

 

AUGURI AL PKK: A 39 ANNI DALLA NASCITA E’ VIVO E LOTTA PER I POPOLI DEL MONDO – di Gianni Sartori

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In occasione dell’anniversario del PKK, il 39°, la guerriglia curda ha inviato un messaggio ai giovani del Kurdistan invitandoli a unirsi al PKK.

Rafforzeremo la nostra lotta – si legge nel comunicato – fino a quando il nostro popolo e tutti i popoli del mondo saranno liberi”.

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“PRIMA DEL NOSTRO MOVIMENTO IL POPOLO CURDO PROVAVA LA MORTE OGNI GIORNO”

 Sulle pubblicazioni curde sono apparse varie interviste realizzate tra i guerriglieri che si oppongono alle milizie fasciste di ISIS e Al Nusra (senza dimenticare il loro principale sponsor, il governo turco).

Per il combattente Nizar Zeriker (HPG) il PKK è sorto “in condizioni difficili, quando nessuno aveva il coraggio di combattere. E’ nato in memoria del martire Haki Karar come risposta al fascismo, alle politiche di annichilimento praticate contro il nostro popolo. Prima il popolo curdo provava la morte ogni giorno, era ridotto all’auto-negazione”.

Poi, con la nascita del PKK “il destino dei curdi è cambiato”. E veramente, per quanto lo Stato turco abbia cercato di distruggerlo con ogni mezzo immaginabile (pensiamo alle squadre della morte), il movimento non ha mai smesso di svilupparsi, grazie anche alla grande capacità di Ocalan di elaborare e rinnovare il pensiero, la filosofia del movimento stesso.

Un altro guerrigliero intervistato ha ricordato che il PKK “ è iniziato con una manciata di persone e oggi ne mobilita milioni svolgendo un ruolo chiave nella ricostruzione democratica del Medio Oriente”. E la lotta, continuava il guerrigliero, continuerà a svilupparsi “sulle montagne, nelle città, nelle prigioni, in tutto il Kurdistan e in tutto il Medio Oriente se necessario” sulla base del motto elaborato da Ocalan: “ Non vivremo più come prima e non combatteremo più come prima”.

 “Fino al 27 novembre 1978 -interveniva un altro membro di HPG – non c’erano segni della nazione curda e il nostro popolo era politicamente molto debole. La fondazione del PKK ha rappresentato una vera resurrezione, da allora abbiamo vissuto una serie di trasformazioni incredibili, miracolose e questo processo di cambiamento prosegue positivamente. Come esponenti delle HPG siamo ora più forti, più attrezzati per proteggere i valori e le conquiste che i nostri combattenti caduti ci hanno lasciato in eredità.  E proseguiva: “Noi continueremo a difendere le nostre conquiste e le terre del Kurdistan sia contro le bande criminali di ISIS e di Al Nusra, sia contro la politica fascista di Turchia e Iran, a fianco di tutti i popoli oppressi del mondo”.

 Certo ne hanno fatto di strada i curdi da quando non potevano parlare la loro lingua e temevano addirittura di pronunciare il loro nome. “Prima i curdi non potevano nemmeno dire che erano curdi – ha aggiunto Arjin Merdin (guerrigliera YJA Star) – eravamo un popolo alienato dalla sua stessa cultura e dalla propria lingua. Inoltre le donne che prima del PKK non avevano alcun spazio nella società, hanno ora raggiunto un grande livello di organizzazione”.

Per Cudi Miros (HPG) oggi il popolo curdo “è più vicino alla libertà di quanto lo sia mai stato prima. Allora, prima della nascita del PKK, i curdi nelle quattro parti del Kurdistan si erano allontanati tra loro,erano divisi anche dal punto di vista culturale. Poi la coscienza nazionale si è risvegliata e oggi possiamo vederlo chiaramente a Shengal, nella resistenza in Bakur, Bashur e Rojava dove giovani provenienti da ogni parte del Kurdistan lottano nelle medesima trincee contro ISIS o contro il fascismo turco”.

Per la guerrigliera Dicle Koto (YJA Star ): “l’anniversario della fondazione del PKK è per noi importante e significativo. Il primo esercito di donne in tutto il mondo è nato grazie al leader Apo. Nel 39° anniversario della fondazione del nostro partito, ripetiamo la nostra promessa di prendere parte alla lotta più forti e più attive che mai, in linea con gli obiettivi dei nostri martiri e l’ideologia del nostro leader.”

 Il PKK NON E’ UN PARTITO O UN MOVIMENTO QUALSIASI”

 Anche Aram Fırat (HPG ) ha voluto ricordare come 39 anni fa “Apo ha lanciato il movimento insieme a un piccolo gruppo di amici in circostanze difficili” sottolineando come sarebbe completamente errato “considerare il PKK come “un partito o un movimento qualsiasi. Dobbiamo capire le circostanze nelle quali il PKK è stato fondato e le realtà dei curdi e del Kurdistan se davvero vogliamo capirlo. Il nostro movimento non ha perso il suo ritmo da quando il leader Apo (Ocalan ndr) ha compiuto il primo passo fino ad oggi. Come militanti apoisti proteggeremo i sogni e l’eredità dei nostri eroici martiri che hanno portato il nostro movimento fino a oggi”.

Aram Firat aveva poi concluso il suo appassionato intervento sostenendo che “la lotta per la terra, il popolo e i popoli oppressi del mondo è la cosa più sacra al mondo. Per questa ragione invito la gioventù del Kurdistan e il nostro popolo a rafforzare la lotta. Il nostro popolo e la gioventù del Kurdistan deve proteggere e rafforzare i valori che il PKK ha creato”.

“ll nostro movimento non è solo per il popolo curdo, ma per tutti I popoli oppressi. Ogni volta che premiamo il grilletto esprimiamo la rabbia e l’odio che proviamo per le forze colonialiste” – ha dichiarato senza mezzi termini Beritan Cudi, guerrigliera di YJA Star, mentre Serhat Xelat ha inteso porgere gli auguri “per il 39° anniversario del PKK” ricordando che i valori creati nel corso degli ultimi quaranta anni hanno consentito lo sviluppo di un movimento in cui ormai si riconoscono milioni di persone.

 CHIEDIAMO GIUSTIZIA PER SAKINE, FIDAN E LEYLA

 Il 23 gennaio 2017, a Parigi, dovrebbe iniziare il processo per l’assassinio di tre militanti curde uccise il 9 gennaio 2013: Sakine Cansiz (tra i fondatori del PKK), Fidan Dogan e Leyla Saylemez.

La conclusione è prevista entro il il 24 febbraio.

L’imputato è un giovane turco, Omer Guney, riuscito a infiltrarsi nelle organizzazioni curde e arrestato il 13 marzo 2013. Dagli atti del processo sembrerebbe ormai certo che il presunto colpevole era da tempo in contatto con il MIT, i servizi segreti turchi. Secondo le organizzazioni curde, il MIT potrebbe aver commissionato il delitto allo scopo di intimidire i militanti e stroncare sul nascere ogni tentativo di soluzione politica del conflitto.

 Grazie alla mobilitazione delle organizzazioni curde, finora il triplice omicidio non è stato archiviato. Decine di migliaia di persone si sono radunate per intere settimane nella capitale francese e davanti alle ambasciate  in tutta Europa in occasione degli anniversari chiedendo  una condanna effettiva dei colpevoli e l’individuazione dei mandanti.

 In questi giorni l’Ufficio di Informazione del Kurdistan in Italia (UIKI) ha lanciato un appello “per portare a Parigi la nostra richiesta di verità e giustizia affinché alle udienze siano presenti osservatrici e osservatori internazionali”.

Un monito contro il terrorismo di stato per impedire il ripetersi di simili atrocità.

Perché, prosegue il comunicato di UIKI “vogliamo assumere la difesa del diritto alla vita di ogni persona contro gli attacchi da parte dello Stato”.

Riempire l’aula del tribunale, seguire ogni udienza del processo ha un significato ben preciso: mostrare che Sakine, Fidan e Leyla non sono state dimenticate, non solo dal loro popolo, ma anche  da tutti coloro che ritengono irrinunciabili valori come pace, democrazia, giustizia e libertà.

 Gianni Sartori

* nota 1) L’uccisione delle tre militanti curde, sia nelle circostanze che nelle modalità, ricorda il caso di Dulcie September, attiva esponente antiapartheid (in quanto membro dell’African National Congress) assassinata dai Servizi segreti sudafricani, sempre a Parigi, il 29 marzo 1988. Un’azione probabilmente intesa anche a colpire il presidente francese Mitterand, “colpevole” di aver fatto togliere l’ANC dall’elenco delle organizzazioni terroristiche. Analogamente l’uccisione delle tre donne curde potrebbe aver rappresentato un messaggio, di stampo mafioso, verso Hollande che aveva espresso una se pur tiepida solidarietà nei confronti dei curdi (tra l’altro aveva incontrato almeno una delle tre militanti uccise). E non dimentichiamo che anche la moglie di Mitterand sfuggì fortunosamente ad un attentato proprio mentre era impegnata a favore dei curdi con la sua fondazione (France Libertés fondation Danielle Mitterand).  In questo caso la manovalanza era irachena, pare ma esiste il fondato sospetto che anche la CIA potesse essere coinvolta.

Risulta quindi mai attuale, a mio avviso, la  lettera aperta (apparsa anche su “La Stampa”) che Danielle Mitterand aveva inviato nel 2003 al popolo curdo:

 “Cari amici curdi, una volta di più gli interessi delle potenze straniere voi pongono al centro dell’attualità internazionale. Potreste spiegarmi che senso ha dato la potenza americana a questa ‘partnership’ con voi?

Potreste mostrarmi un solo documento ufficiale in cui un responsabile dell’amministrazione americana si sia impegnato a favore delle vostre richieste e rivendicazioni per uno Stato iracheno democratico e federale? Come sapete gli americani stanno minando nuovamente il vostro paese e hanno l’intenzione di usare ancora bombe all’uranio impoverito. Mi dite di non potervi opporre alla volontà della superpotenza americana nella guerra che conduce contro l’Iraq, tanto più che sono i vostri ‘protettori”. Ma potete fare affidamento  su un Paese, gli Stati Uniti, che vi ha tradito tragicamente due volte, nel 1975 e nel 1991? Al vostro posto, non mi fiderei”.