RITORNO ALLA TERRA: NON SOLO CIBO – di Fausto Gusmeroli – (già pubblicato sul sito http://www.ruralpini.it/index.htm )

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Pubblichiamo questo interessante articolo di Fausto Gusmeroli, già apparso sul sito http://www.ruralpini.it/index.htm  e ringraziamo il prof. Michele Corti per la gentile concessione.

Staccato da ritmi che lo ricollegavano a quelli della terra l’uomo della realtà contemporanea manifesta sempre più frequentemente patologie organiche ma anche atrofia spirituale e morale. Salvare la terra non è solo per il cibo

RITORNO ALLA TERRA: NON SOLO CIBO

Il distacco dalla terra non si esprime solo nell’indifferenza per l’origine del cibo che mangiamo, è anche privazione di stimoli conoscitivi, emotici, psichici. Ma, nel mentre ci si rende conto del rischio che corre un umanità sempre più estranea alla madre terra e se ne riscopra il valore, una folle corsa alla distruzione dei suoli agricoli e alla industrializzazione agricola procede per forza di inerzia e di meccanismi economici e tecnologici fuori controllo

 

di Fausto Gusmeroli

La rivoluzione industriale segna, in occidente, la fine di quella civiltà rurale nata nel Neolitico e che ha caratterizzato gli ultimi diecimila anni di storia dell’umanità. L’industrializzazione è resa possibile dall’utilizzazione di una nuova e immensa fonte energetica, i combustibili fossili, che attraverso i motori e le macchine potenziano a dismisura la capacità di lavoro dell’uomo. Questa, nella civiltà rurale, era assai più modesta, potendo contare solo sull’energia fornita dagli agroecosistemi e su una forza lavoro di tipo biologico (animali e uomo).

L’uomo viene “strappato” alla terra, fisicamente e metafisicamente. Le industrie richiamano braccia dalle campagne, che si spopolano. L’economia agricola e il mondo contadino, con tutto il corredo di credenze, valori e tradizioni, divengono marginali, sovrastati da modelli produttivi, sociali e culturali totalmente altri. Il legame ancestrale con la terra si spezza e con l’era dell’informatica s’impone addirittura l’idea di una realtà virtuale, immateriale, affrancata dalla natura stessa. La potenza dell’energia fossile consente in effetti all’uomo di manipolare ogni ambiente di vita, di “crearsi” un mondo del tutto artificiale.

Un grande rischio, tuttavia, perché l’uomo rimane entità biologica, oltretutto geneticamente non diversa da quei primi uomini selezionatisi entro gli ecosistemi naturali attraverso processi coevolutivi di rete. Porsi completamente al di fuori delle reti ecosistemiche, senza relazioni con le altre specie, svincolati dai ritmi e cicli naturali, non può non comportare effetti negativi per la nostra specie. Vi è, ad esempio, chi intravvede nella genesi di certe malattie degenerative una sorta di disadattamento genetico, una difficoltà del nostro organismo a vivere in ambienti troppo alterati, troppo diversi da quelli naturali. Ancor più nei disturbi del comportamento e nelle patologie neuro-psichiatriche si riconosce una matrice ambientale e ai pazienti si suggerisce, in molti casi, una qualche forma di ritorno alla natura e all’attività fisica. Le stesse terapie farmacologiche spesso non fanno altro che cercare (invero non sempre con buon esito) di ricostruire equilibri che una vita più naturale garantirebbe di per sé. Assistere al sorgere del sole, per citare un esempio, sembra stimolare la produzione organica di serotonina, un neurostrasmettitore in grado di agire sull’umore, mentre l’osservare il tramonto favorirebbe la produzione di melatonina, un ormone che regola il sonno.

Un ritorno alla terra, dunque, avrebbe un significato che va oltre la semplice produzione di cibo, coinvolgendo direttamente il benessere delle persone. Aiuterebbe a comprendere il senso della vita, il divenire, le sue fasi e i suoi momenti, la nascita e la morte, il limite e la provvisorietà quali condizioni imprescindibili dell’esistenza. Aiuterebbe a restituire significato all’attesa, alla pazienza, al rispetto delle regole, alla solidarietà e ad altre esperienze e valori che una società parossisticamente in corsa, competitiva e individualista sembra avere smarrito. La terra che accoglie e custodisce la vita, la terra madre delle antiche culture, riassume davvero in sé un simbolismo spirituale ed etico ricco e profondo, che rimanda ad una sacralità.

Come, allora, giudicare il nostro paese che, nonostante sia ben lontano dall’autosufficienza alimentare e possieda un paesaggio agrario di straordinaria varietà e bellezza, non difende con determinazione l’agricoltura e non pone un freno al consumo di suolo? Nella sola Regione Lombardia, uno dei territori più ricchi e densamente abitati d’Europa, il consumo giornaliero è di 13 ettari, una superficie pari a 17 campi di calcio inghiottita quotidianamente da una cementificazione oggi priva di qualsiasi ragione! Viene in proposito alla mente un noto aforisma attribuito al capo pellerossa Setting Bull: Quando sarà avvelenato l’ultimo fiume, abbattuto l’ultimo albero, ucciso l’ultimo bisonte, pescato l’ultimo pesce, solo allora capirete che il denaro non si mangia! Forse noi, uomini tecnologicamente molto più avanzati, pensiamo davvero di poterci nutrire col denaro, o con i bit.

Tornare alla terra, dunque, ma come? O meglio: con quale tipo di agricoltura? Si, perché oggi ci sono tanti modi per coltivare la terra, con differenti impatti sul suolo, la sua fertilità e la sua vitalità biologica. Si tratta, evidentemente, di un’altra storia, molto lunga e complessa, da raccontare in altro momento. Qui ci si accontenta di rimarcare come non basti un generico ritorno alla terra. Occorre accompagnarlo con un atteggiamento di massimo rispetto, il rispetto dovuto al bene pubblico più importante, con l’acqua e l’aria, per il mantenimento della vita stessa sul pianeta. Sembra proprio di poter dire che questo rispetto non appartiene a quell’agricoltura intensiva e industrializzata affermatasi negli ultimi decenni. Ma, appunto, questa è un’altra storia.

APPELLO URGENTE PER NUSAYBIN di Gianni Sartori

 

Raccogliendo l’appello della Commissione Affari Esteri di HDP (Partito Democratico dei Popoli), l’Ufficio d’Informazione del Kurdistan in Italia (UIKI Onlus) chiede, in particolare a esponenti delle istituzioni e delle organizzazioni per i diritti umani, di partecipare a una delegazione che il più urgentemente possibile si rechi nella zona della città di Nusaybin, sotto coprifuoco totale (24 ore) da ormai quasi 80 giorni. 

Questa la situazione: 

mentre da giorni l’esercito turco bombardava indiscriminatamente interi quartieri, il 26 maggio le Unità di Protezione Civili (YPS) curde dichiaravano pubblicamente di aver lasciato la città il giorno precedente per evitare ulteriori sofferenze alla popolazione civile. Ma, nonostante questo gesto unilaterale di cessate il fuoco da parte delle YPS, gli attacchi si sono ulteriormente intensificati.

Mentre le unità speciali della polizia turca e i militari continuano a bombardare e sparare, HDP e alcune organizzazioni della società civile stanno cercando di impedire che qui si ripetano altri massacri come quelli avvenuti a Cizre dove circa almeno duecento persone erano state bruciate vive negli scantinati dalle forze di sicurezza. In particolare tentano di garantire un’uscita di sicurezza dall’area assediata per i civili. 

In base ai dati forniti da HDP una settantina di persone, tra loro molti bambini, erano riuscite a uscire dalla città, ma sono state immediatamente fermate e arrestate dai turchi. Avvocati, familiari e il deputato di HDP di Nusaybin, hanno dichiarato che molti dei fermati sono stati sottoposti a tortura. 

Una conferma che le esibizioni di umanità da parte delle forze di sicurezza nei confronti dei prigionieri (come quelle che si sono viste nei media) sono solo propaganda. 

Intrappolati sotto i bombardamenti o torturati nelle mani dei carcerieri, gli abitanti di Nusaybin sembrano non avere scelta. Per questo HDP chiede alla Comunità internazionale di “di tenere sotto attenta osservazione la situazione a Nusaybin e di usare tutti i mezzi a sua disposizione per fermare le torture alle quali sono sottoposti i detenuti e fermare il fuoco e il bombardamento indiscriminato contro la città”. 

E’ quindi quanto mai urgente che una delegazione qualificata si rechi al più presto a Nusaybin per verificare quanto sta avvenendo e impedire ulteriori violazioni dei diritti umani.

Gianni Sartori 

nota: si precisa che i costi saranno a carico di chi decide di aderire all’appello. I gruppi di osservatori saranno di piccole dimensioni (3-4 persone) e l’adesione va data entro il 2 giugno (a UIKI Onlus – http://www.uikionlus.com/ )

 

LA TURCHIA VERSO IL FASCISMO? PER ORA ERDOGAN E L’OLIGARCHIA TURCA STANNO ANCORA MUOVENDO I PRIMI PASSI, MA LA DIREZIONE E’ QUELLA… (Gianni Sartori)

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LA TURCHIA VERSO IL FASCISMO? PER ORA ERDOGAN E L’OLIGARCHIA TURCA STANNO ANCORA MUOVENDO I PRIMI PASSI, MA LA DIREZIONE E’ QUELLA…

(Gianni Sartori)

 

Mentre l’oligarchia turca, colonialista e fascista, prosegue nella sua  politica di distruzione e saccheggio in Kurdistan, lo Stato turco e il Presidente Erdogan si stanno indirizzando verso un modello sempre più autoritario .

La nuova guerra contro i curdi era cominciata nel luglio del 2015, dopo la sospensione del processo di pace e con l’isolamento completo imposto al dirigente curdo Abdullah Ocalan.

 Poi erano cominciate le azioni suicide contro i civili, quelle che UIKI aveva stigmatizzato come  “un’operazione congiunta AKP-ISIS”. Cinque persone erano rimaste uccise a Diyarbakir, 33 a Suruc e un centinaio ad Ankara. Negli stessi attacchi oltre 900 persone erano rimaste ferite.

 In una seconda fase dell’operazione, erano entrati in azione esercito e polizia turchi.

Da mesi in molte città del Kurdistan è stato dichiarato il coprifuoco.

Cizre, Silopi e Sur sono stata quasi completamente distrutte e solo a Cizre 120 civili sono stati bruciati vivi in una cantina. Un massacro documentato anche da ONU, HRW e Amnesty International.

Nusaybin, Yuksekova e Sirnak stanno ora vivendo tragedie analoghe e ormai tutte le città curde sono quotidianamente sotto attacco. Oltre 800 civili, in maggioranza donne e bambini, sono stati uccisi dall’esercito turco.

Chiunque abbia osato esprimere critiche alla guerra voluta da Erdogan è stato pesantemente minacciato, compresi i 1028 accademici che avevano firmato l’appello: “non vi seguiremo in questo crimine” (molti di loro sono già stati licenziati). Messi a tacere anche i media con la minaccia di azioni legali. Centinaia di giornalisti restano in prigione e chiunque abbia il coraggio di opporsi al delirio di onnipotenza di Erdogan viene etichettato come “terrorista”.

Presumibilmente lo scopo di Erdogan con la sua annunciata “riforma

dello stato in senso presidenziale” (bonapartismo?) è quello di svuotare il sistema parlamentare. Un importante passo in direzione di questo obiettivo è stato compiuto revocando  l’immunità parlamentare dei deputati dell’HDP (Partito Democratico dei Popoli, all’opposizione) accusati di fiancheggiamento al PKK per aver sostenuto il processo di pace.

Complici dell’AKP (il partito di governo, privato recentemente del presidente e primo ministro Davutoğlu), il MHP (i  “lupi grigi”, fascisti) e il CHP (Partito Repubblicano del Popolo, kemalista e soidisant “socialdemocratico”).  Confermando ancora una volta che l’unica cosa che accomuna quei partiti che rappresentano il nazionalismo di Stato (AKP, MHP e CHP) è l’ostilità nei confronti del popolo curdo,

 L’UE, gli USA e la NATO si sono limitati a qualche blanda dichiarazione (del tipo: “la democrazia è in pericolo”; o anche: “la qualità della democrazia sta scadendo”) minimizzando la gravità di quanto sta accadendo e rendendosi di fatto corresponsabili di questo atto dittatoriale compiuto da un loro alleato strategico. Mentre il presidente del Parlamento Europeo, Martin Schulz, osava parlare di “colpo alla democrazia turca e alla libertà politica”, la cancelliera Angela Merkel (che si era spesa per firmare l’accordo  con la Turchia per bloccare i profughi) ha dichiarato che in futuro “solleverà il problema”. Un comportamento sicuramente gradito da Erdogan che così non deve preoccuparsi di interferenze esterne.

Ma dal punto di vista dei curdi: “La democrazia in Turchia è finita!”.

 Se davvero (per ipotesi, puramente accademica) volessero salvaguardare la democrazia e la stabilità nella regione, le potenze occidentali (invece di collaborare con uno Stato che, mentre sostiene l’ISIS, fa la guerra al popolo curdo) dovrebbero applicare sanzioni economiche, militari e politiche nei confronti di Ankara.

Quanto all’obiezione che in fondo Erdogan è stato eletto, basti ricordare che lo era stato anche Hitler.

E’ cosa nota che quando un regime vuole togliersi di torno le opposizioni in Parlamento, non deve far altro che privarle dell’immunità (per poi magari incarcerare qualche deputato). E queste sembrano essere le intenzioni di Erdogan.  Nel frattempo prosegue l’opera di eliminazione fisica dei semplici militanti nelle strade, nelle prigioni e sulle montagne.

Gianni Sartori

UN “CORRIDOIO INDUSTRIALE-MILITARE” ATTRAVERSA IL VICENTINO? FORSE, GRAZIE AGLI “AMICI” STATUNITENSI – di Gianni Sartori

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UN “CORRIDOIO INDUSTRIALE-MILITARE” ATTRAVERSA IL

VICENTINO?

FORSE, GRAZIE AGLI “AMICI” STATUNITENSI

 

Gianni Sartori

 

La nuova base nordamericana all’ex Dal Molin? Si potrebbe anche pensare che in fondo i vicentini se la meritavano. Se si convive per oltre cinquant’anni con un cancro come la “Caserma Ederle” (per non parlare delle basi sotterranee di “Pluto” a Longare e della “Fontega” al Tormeno) non è lecito meravigliarsi quando scoppia la metastasi.*

Tra le più penalizzate dall’ingombrante presenza imperiale, sicuramente  la zona est di Vicenza (e il quartiere di san Pio X in particolare) dove da anni vige una situazione abnorme a causa della presenza della Ederle. Qui ho vissuto a lungo e posso confermare che certe volte alla mattina presto sembrava di essere nella Belfast degli anni ottanta (una realtà che conoscevo di persona come free-lance), con centinaia di marines che correvano o marciavano in tenuta da combattimento. E non sono passati molti anni da quando enormi elicotteri chinook sorvolavano il quartiere a bassa quota mettendo a repentaglio la vita degli abitanti (contro questo, almeno, riuscimmo a provocare un paio di interrogazioni parlamentari). Ma agli inizi del secolo sembrava ormai prevalere la cristiana rassegnazione.

 

Poi è arrivato il progetto all’aeroporto Dal Molin e per circa un decennio la questione ha avuto risonanza nazionale. L’incremento dei soldati in servizio a Vicenza è una ulteriore conferma dell’importanza strategica della città del Palladio nell’ottica della ristrutturazione globale dell’esercito USA.  Oltre al trasferimento da Heidelberg a Wiesbaden (sudovest della Germania) del quartier generale delle Forze terrestri, nei piani del Pentagono si parlava di una riduzione del numero dei comandi operativi in Europa: Grafenwoehr (Baviera, Germania), Wiesbaden (Assia, Germania), Kaiserslautern (Renania-Palatinato, Germania) e appunto Vicenza. Ai due battaglioni della 173ª Airborne Brigade di stanza alla Ederle (periodicamente utilizzati in Afghanistan), se ne aggiunge un 3°. Saranno i corpi d’élite di pronto impiego. Il progetto, ormai realizzato, della costruzione di un nuovo complesso militare ha consentito di rimodulare la 173ª, cioè trasferire a Vicenza anche il contingente stanziato in Germania (oltre 4mila effettivi) e trasformarlo in Forza di Reazione Rapida, pronta in poche ore a trasferirsi nei teatri di guerra. Questo progetto, che l’amministrazione locale aveva tenuto nascosto per circa due anni (per la cittadinanza solo indiscrezioni di stampa e reticenze nelle risposte a interrogazioni locali e nazionali; alla fine furono le autorità statunitensi a dare notizie più dettagliate), fa aumentare considerevolmente la presenza militare USA e s’inscrive in quel contesto di dipendenza e servitù che caratterizza il nostro paese. Come è facile immaginare, avrà un impatto devastante in termini sociali, ambientali e di sicurezza in un territorio che vede già una consistente presenza di presidi militari.

 E dopo l’indispensabile premessa (“politicamente corretta”?) parliamo degli effetti collaterali, in particolare di degrado ambientale.

 Tempi grigi, color del cemento, per il paesaggio tradizionale del Basso Vicentino, territorio dove si annunciano ulteriori devastanti escavazioni e cementificazioni. La A31 (Valdastico Sud), infilandosi tra le colline di Monticello, Albettone, Lovolo e Lovertino (le piccole alture che costituivano il trait d’union naturalistico tra due aree geologicamente diverse, i vulcanici Euganei e i carsici Berici) ha rappresentato il colpo di grazia. Ma forse, oltre alle speculazioni, alla corruzione e alle infiltrazioni mafiose (vedi rifiuti tossici), anche gli Usa (o meglio, le loro basi) hanno contribuito ad accelerare la grande opera di cui non si sentiva alcun bisogno.

 E’ ormai cosa nota quali materiali siano stati utilizzati per il fondo autostradale

Già individuati nel tratto di Albettone, i rifiuti tossici (centinaia di tonnellate depositate nottetempo e, secondo lo scopritore Marco Nosarini**, provenienti dalle fonderie) potrebbero essere stati utilizzati per buona parte della tratta di circa 50 chilometri che attraversa il Basso vicentino arrivando a Badia Polesine (e presumibilmente anche per l’ ingiustificata serie di raccordi e rotatorie, vedi intorno a Ghizzole). Sia nel caso della A31 che in quello della Pedemontana, appare evidente come il Veneto venga sempre più esposto ai rischi di infiltrazioni di ogni genere. Sia di sostanze tossiche che di tipo mafioso, soprattutto in tempo di crisi.

Ovviamente c’è di che preoccuparsi, soprattutto a livello sanitario.

Ancora nel 2012 ne avevo parlato con Maria Chiara Rodighiero, esponente di Medicina Democratica e dell’AIEA (Associazione italiana esposti amianto).

 “La cosa è grave” -mi spiegava- anche se probabilmente gli eventuali effetti si potranno vedere solo tra qualche anno, 10-15, dato che i minerali pesanti hanno la tendenza ad accumularsi nell’organismo”.

 Oltre all’autostrada vera e propria, preoccupano i danni collaterali: nuove zone industriali (chi ha interesse a costruire nuovi, immensi, capannoni in tempo di crisi? Forse la mafia, suggerisco), caselli, svincoli, cavalcavia, raccordi stradali (vedi Ghizzole e dintorni), le “voci” (regolarmente smentite, ma ricorrenti) di un futuro “villaggio americano”  a Nanto. Senza accantonare la minaccia, per ora rientrata, di circa 200 campi, 600mila metri quadri, divorati dal progetto Despar ai Casoni di Ponte di Lumignano (tra Longare e Montegaldella). Oltre al ventilato “parco industriale” di un milione di metri quadrati, aumentabile fino a due milioni, dalle parti di Badia Polesine (provincia di Rovigo, verso l’Adige).

In base al piano territoriale regionale, un’area di due chilometri di raggio attorno ai caselli viene considerata “zona speciale” e quindi cementificabile senza possibilità di opporsi da parte di comuni, cittadini e comitati. A conclusione dell’inchiesta (estate 2013) alcuni esponenti politici della Provincia risultavano, se non incriminati, per lo meno indagati (ma, si precisava, quasi a scusarsi, era un “atto dovuto”). Peccato che questo sia avvenuto dopo che il casello di Longare era ormai aperto e funzionante da qualche mese e quello di Albettone da una quindicina di giorni. Tempismo perfetto o soltanto coincidenza sincronica? A voler pensare male, sembra quasi che si sia voluto mettere l’opinione pubblica di fronte al “fatto compiuto”.

 

Forse bisognava pensarci prima. Un convegno di tre giorni contro la nuova autostrada, organizzato da alcuni ambientalisti (oltre all’ottimo Arnaldo Cestaro, Francois Bruzzo e Margherita Verlato, sorella del compianto  Antonio di Italia Nostra) a Cà Brusà nel 2006, vide una significativa partecipazione di comitati provenienti da ogni parte della penisola (No Tav, No Mose, No Ponte di Messina) accogliendo anche i primi vagiti del No Dal Molin, ma venne quasi ignorato dalle popolazioni locali. Per non parlare delle amministrazioni, entusiasticamente a favore della devastante grande opera. ***

Ma, tornando alla premessa iniziale, cosa ci azzeccano in tutto questo  gli “americani” (i militari statunitensi)?

A tale proposito vado a ripescare  la mia ipotesi di qualche anno fa su un “corridoio industriale-militare” (concetto che ho preso in prestito dai compagni zapatisti) che partendo da Vicenza nord si spinge ad attraversare l’intero Basso Vicentino.

Anche se la cosa è passata quasi inosservata, va segnalata. Visto dall’alto il tracciato definitivo dell’autostrada (dal progetto originario ha subito varie modifiche) suggerisce un possibile utilizzo militare. La nuova base statunitense al Dal Molin (talvolta denominata “Ederle 2”) è ottimamente servita dalla Valdastico Nord, così come la vecchia “Ederle 1” si trova in prossimità del casello di Vicenza est. Restava defilata soltanto la base sotterranea di Longare “Pluto”, in passato deposito nucleare (solo “in passato”? E’ una coincidenza che in zona i casi di leucemia siano superiori alla media?)**. Ma ora, con il nuovo tratto, ha a disposizione un comodo casello. Ben servito dall’A31 (con relativo casello) anche il nuovo poligono di tiro ad Albettone (che presumibilmente non sarà utilizzato solo dai “civili”). Senza dimenticare che non lontano da dove l’autostrada finisce, esiste una base militare semi-abbandonata. Niente di strano se a qualcuno venisse in mente di ripristinarla. A questo punto anche l’ipotesi di un “villaggio americano” a Nanto, già ventilata e sbrigativamente definita “fantasiosa”, diventa plausibile dato che sorgerebbe in posizione strategica. Gli abitanti del ridente paesello erano stati premurosamente tenuti all’oscuro, ma qualche incontro tra le passate amministrazioni e i militari statunitensi sembra proprio esserci stato.

Devo constatare che c’è qualcosa di sconcertante nel modo in cui questa popolazione sta svendendo la propria Terra. Eppure siamo tra il territorio de “La Boje” e quello della Brigata partigiana Silva e pur sempre  nella stessa provincia che ha dato i natali a Luigi Meneghello (“I Piccoli Maestri”), a Rigoni Stern, ai fratelli Ismene e Ferruccio Manea (il mitico comandante Tar). Senza dimenticare Antonio Giuriolo e Dino Carta…

Accusata poi di far la “Cassandra”, l’ambientalista vicentina Elena Barbieri aveva paragonato l’A31 al Cavallo di Troia “un regalo astuto e malefico, creato apposta per distruggere definitivamente quel territorio”. I sindaci dell’Area Berica avevano “promesso ai loro cittadini mirabilie e l’inizio di un glorioso avvenire di prosperità, ma mentre parlavano di modernizzazione nel rispetto della sicurezza del paesaggio, nei loro occhi si intravedeva il luccichio delle colate di cemento. Un cavallo di Troia donato dagli astuti politici, imprenditori e palazzinari agli abitanti del luogo. Un cavallo dentro cui si nascondevano agricoltura disastrata, impermeabilizzazione del suolo (un incentivo a future alluvioni), scomparsa del piccolo commercio, colate di cemento per la grande distribuzione, devastazione del paesaggio tradizionale e del contesto delle ville venete, svilimento ulteriore della biodiversità”. A futura memoria.

Gianni Sartori

 

*nota: va comunque riconosciuto che, per quanto inconcludenti, le manifestazioni di protesta non sono mancate. Innumerevoli negli anni Sessanta e Settanta, all’epoca del Vietnam, hanno scandito la storia di questa città anche in epoca successiva. Alcuni di noi ricordano ancora la manifestazione dell’8 ottobre 1967 (lo stesso giorno della cattura del “Che”, poi assassinato) quando la Celere 2 di Padova caricò fin oltre lo stadio Menti. L’anno seguente, dicembre 1968, toccò al centro storico venir ricoperto da innumerevoli bandiere vietcong, mentre l’allora ministro Rumor veniva accolto da un nutrito lancio di uova. Si sarebbe vendicato degli ingrati concittadini nel maggio 1972 (ricordo che durante la manifestazione giunse la notizia della morte di Franco Serantini) ordinando una carica contro obiettori di coscienza, pacifisti e anarchici conclusasi con fermi e ricoveri ospedalieri per un paio di commozioni cerebrali. Tra le vittime, il futuro fotografo pubblicitario Giuliano Francesconi e due militanti pacifisti, Francesco e Chiara (il primo destinato a laurearsi in medicina, la seconda, ironia della sorte, a emigrare proprio negli USA, in California credo).

 Grandiose anche le manifestazioni dei primi anni Ottanta contro l’istallazione dei missili a Comiso con i cortei (ne ricordo uno dell’82 con figlia in spalla) che ora potevano compiere l’intero periplo della caserma Ederle grazie al nuovo stradone di via Aldo Moro. Nel 1986 la protesta contro i bombardamenti in Libia e contro le interferenze nordamericane in Nicaragua e Salvador riunì in Viale della Pace autonomi, “Costruttori di Pace”, anarchici, Radio Gamma e una miriade di associazioni. Bilancio del corteo: una mezza dozzina di bandiere a stelle e strisce bruciate tra la Ederle e il centro. Da non dimenticare il presidio di cinque-sei disperati con maschera antigas (fornite da un operaio delle fonderie Valbruna) all’epoca del primo attacco all’Iraq di Bush-padre mentre la massa dei pacifisti protestava silenziosamente in Piazza dei Signori. A seguire le manifestazioni contro i bombardamenti NATO sulla Jugoslavia, quando si videro sfilare insieme le bandiere di Rifondazione con quelle della Lega Nord, migliaia di lavoratori serbi immigrati e qualche esponente dei Verdi con la bandiera listata a lutto. Poi l’Afghanistan e di nuovo l’Iraq. E avanti così fino alle fiaccolate contro la pena di morte e alle manifestazioni più recenti del “dopo-Genova” con i lanci di uova alla vernice dei Disobbedienti sui muri rinnovati e rialzati della solita caserma. Mi pare fosse il 2003…

E poi le decine di grandi manifestazioni targate NO DAL MOLIN, a partire da quella del 2 dicembre 2006 con circa 30mila partecipanti (cifra largamente superata in alcune scadenze successive). Il 16 gennaio 2007, quando Prodi dichiarò ufficialmente l’assenso alla costruzione della Base USA al Dal Molin, subito dopo questa notizia circa 8 mila vicentini andarono ad occupare i binari della Stazione. “consapevoli che qualsiasi base militare è strumento di guerra,che le vittime della guerra sono sopratutto civili e bambini,che la guerra opprime e distrugge i popoli…”.

Altro che «pacifica convivenza con l’ospite statunitense».

 

 **Nota: Appassionato di archeologia, Marco Nosarini ha raccolto e conserva pezzi di materiale raccolti lungo la “grande opera” quando era in costruzione. Nella zona di Albettone finora aveva rinvenuto resti sia preistorici che romani. Ma di fronte alla “cosa nera” individuata nell’agosto 2010, ha capito immediatamente che si trattava d’altro. Allertati i carabinieri di Campiglia dei Berici, ha presentato il primo esposto. “Passato a Vicenza -racconta- l’esposto è rimasto in questura per undici mesi” forse perché il materiale raccolto non era stato analizzato. Nell’aprile 2011 un nuovo indizio. Il cane di un abitante del luogo beve l’acqua di un fossato vicino all’autostrada e nel giro di due giorni muore. L’ipotesi è che l’acqua penetrando nel materiale proveniente dalle fonderie produca un micidiale “percolato”. Si teme la presenza di nocivi minerali pesanti. Nosarini ricorda che all’epoca del suo primo esposto “probabilmente il tratto utilizzato era di un chilometro o due” mentre ora potrebbero essere già una trentina. “Da 120mila a 300mila metri cubi” ipotizza. E senza calcolare le decine di raccordi stradali. Intanto l’inchiesta passava alla procura di Brescia (v. quella già in corso sulla Brescia-Milano, v. la ditta Locatelli) e poi, d’ufficio, all’Antimafia di Venezia (DIA). Va sottolineato che “se fosse stata un’inchiesta normale, sarebbe stata trasferita a Vicenza”. Nel frattempo sembra proprio che si vada verso una generale assoluzione dei circa 30 indagati.

 

***E, sempre in tema ambientale, non dimentichiamo che i lavori al Dal Molin (attorno a cui scorre il principale fiume vicentino alimentando, insieme alle piogge, la falda) hanno comportato, oltre alla cementificazione di una vasta area, uno spostamento del fiume, l’ampliamento dell’argine sul lato della base e l’inserimento nel suolo di un enorme quantità di pali in cemento (vere e proprie palafitte, stile Venezia) che, molto probabilmente, hanno funzionato come una “diga” sotterranea costringendo l’acqua a fuoriuscire. Con i risultati che sappiamo: le periodiche alluvioni.

In origine i pali (mezzo metro di diametro) dovevano essere solo ottocento, ma alla fine ne sarebbero stati utilizzati circa tremila, piantati fino a 18 metri di profondità. Sembra che inizialmente i pali non reggessero proprio per la presenza della falda acquifera. Sarebbe interessante scoprire in che modo siano riusciti poi a piantarli. Quanto cemento avranno usato?Nota: Sempre in tema ambientale, non dimentichiamo che i lavori al Dal Molin (attorno a cui scorre il principale fiume vicentino alimentando, insieme alle piogge, la falda) hanno comportato, oltre alla cementificazione di una vasta area, uno spostamento del fiume, l’ampliamento dell’argine sul lato della base e l’inserimento nel suolo di un enorme quantità di pali in cemento (vere e proprie palafitte, stile Venezia) che, molto probabilmente, hanno funzionato come una “diga” sotterranea costringendo l’acqua a fuoriuscire. Con i risultati che sappiamo: le periodiche alluvioni.

In origine i pali (mezzo metro di diametro) dovevano essere solo ottocento, ma alla fine ne sarebbero stati utilizzati circa tremila, piantati fino a 18 metri di profondità. Sembra che inizialmente i pali non reggessero proprio per la presenza della falda acquifera. Sarebbe interessante scoprire in che modo siano riusciti poi a piantarli. Quanto cemento avranno usato?

 

 

 

 

 

 

 

L’ALTERNATIVA CURDA: O LIBERTA’ O LIBERTA’ (di Gianni Sartori)

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L’ALTERNATIVA CURDA: O LIBERTA’ O LIBERTA’

(Gianni Sartori)

Erdogan? Una fonte inesauribile di trovate che, se non fossero tragiche, potrebbero indurre al sorriso di compatimento.

Dopo la dichiarata intenzione di “togliere la cittadinanza turca ai seguaci del PKK”, il presidente dello Stato turco ha spiegato che a causa delle trappole esplosive tra le forze di sicurezza turche ci sarebbero troppe perdite e che quindi l’unica soluzione (“per la protezione dei civili”) sarebbe quella di “sgomberare completamente le zone dove si svolgono le operazioni e far saltare da lontano le case inabitabili”. Dimenticando che sono state rese inabitabili dai bombardamenti dell’esercito turco.

Niente di nuovo sotto il sole. Anche durante l’assedio della città di Cizre

lo stato turco aveva sperimentato la strategia di cacciare gli abitanti con i bombardamenti. In un primo tempo la popolazione dei quartieri assediati veniva gradualmente sfinita e spinta alla fuga da settimane di coprifuoco; poi, quelli che si rifiutavano di andarsene venivano letteralmente massacrati. Solo a Cizre oltre 150 persone hanno perso la vita negli attacchi e centinaia di abitazioni risultano ormai devastate.

Identica la situazione a Sur, il centro storico di Diyarbakir.

A quanto pare Erdogan vuole ora applicare questa strategia anche nelle città di Nisêbîn (Nusaybin), Gever (Yüksekova) e Silopi. Nelle tre le città continuano gli attacchi delle forze di sicurezza, ma ora incontrano la resistenza delle Unità di Difesa dei Civili (YPS – Yekîneyên Parastina Sivîl) che cercano di difendere i loro quartieri. In base a quanto riportato da fonti vicine alle YPS “le forze di sicurezza turche vengono appoggiate anche da jihadisti che sono riconducibili a Isis o al Fronte Al-Nusra”. E diversi jihadisti sono già stati uccisi nei combattimenti.


Durante gli attacchi contro Silopî solo il 6 aprile erano stati assassinati almeno sei civili. Quel giorno le forze di sicurezza turche avevano sparato ripetutamente con i missili contro due quartieri della città colpendo numerosi appartamenti dove si trovavano dei civili. Dopo la morte di una decina di persone, gli abitanti della città hanno iniziato a fuggire. Contemporaneamente, una cinquantina di abitanti di Silopî, tra cui anche componenti del Partito Democratico delle Regioni (DBP), venivano arrestati dalla polizia turca.

CURDA E ALEVITA: DOPPIAMENTE DISCRIMINATA

Una denuncia sulla situazione delle città curde era venuta da GULTAN KISANAK in un’intervista con la stampa tedesca.

Per la sindaca di Diyarbakir “Ankara sta conducendo una guerra coloniale contro la popolazione curda”.

Nata nel 1961 a Elazig, negli anni ’90 Gultan Kisanak ha lavorato come giornalista per varie testate (molto spesso sequestrate o vietate) diventando caporedattrice del quotidiano Özgür Gündem. Dal 2011 al 2014 per il Partito per la Pace e la Democrazia (BDP), di cui è stata co-presidente, ha fatto parte del parlamento turco. Nel 2014 per il Partito Democratico delle Regioni (DBP) è stata eletta sindaca di Diyarbakir , città nell’est della Turchia abitata prevalentemente da curdi. Kisanak fa parte della comunità religiosa degli aleviti.


Parlando di Sur, il quartiere della città vecchia di Diyarbakir messo sotto coprifuoco per settimane dal dicembre scorso, ha ricordato che qui “circa un mese fa il governo ha proclamato ufficialmente la fine del coprifuoco, ma in altri cinque quartieri è ancora in corso. 30.000 abitanti sono stati scacciati da Sur. 20.000 di loro non hanno più case perché sono state distrutte da mesi di fuoco di carri armati e artiglieria. Un ritorno degli sfollati al momento non è possibile. A Sur vivevano molte persone povere che negli anni ’90 sono state scacciate dai loro villaggi dall’esercito e si sono poi ricostruite una nuova vita a Diyarbakir. La politica di espulsione ha anche gravi conseguenze economiche per la gente di Sur. Molti piccoli negozi di artigiani sono falliti. La situazione ora è perfino peggiorata perché lo Stato ha espropriato e statalizzato quasi tutto il quartiere della città vecchia. Dicono che è per motivi di sicurezza. Gli abitanti poveri vengono scacciati. Molti non ricevono un indennizzo perché erano solo inquilini o avevano costruito le case per conto loro negli insediamenti informali chiamati Gecekondular e non erano registrate. Vogliono ricostruire il quartiere con case nuove e strade larghe. E ancora non si sa chi dovrà andarci ad abitare. Ma abbiamo l’esempio del quartiere Sulukule a Istanbul. Lì sono stati scacciati i rom che tradizionalmente lo abitavano. Negli edifici nuovi e cari sono poi andate ad abitare persone ricche provenienti dall’Arabia Saudita”.

Quanto al problema impellente di opporsi comunque a questo Landgrabbing, la sindaca ha sottolineato come “questa sia forse la prima volta nella storia che viene espropriata un’area così grande con 50.000 abitanti. Gli espropri dai quali sono colpiti anche edifici pubblici, parchi, musei e chiese, sono in contrasto con il diritto amministrativo dei comuni. Noi ci opponiamo in due modi. Da un lato procediamo per vie legali. Ma contemporaneamente puntiamo alla mobilitazione della popolazione. 310 organizzazioni della società civile si sono unite in un movimento per la ricostruzione di Sur.

Dopo l’interruzione del dialogo con il Movimento di Liberazione curdo da parte del Presidente Recep Tayyip Erdogan e il suo annuncio di non accettare il risultato elettorale del giugno 2015 nell’estate scorsa una serie di comuni curdi, incluso Diyarbakir-Sur si sono dichiarati autogovernati. Al governo questo è servito come pretesto per i suoi attacchi contro le città curde”.

Al giornalista Nick Brauns che le chiedeva se “da questo punto di vista la proclamazione dell’autonomia democratica non sia stata prematura” ha ricordato che per il popolo curdo “l’autonomia democratica non è un progetto nuovo. Già nel 2007 abbiamo deciso questo progetto nel congresso del Partito per una Società Democratica (DTP), partito che poi è stato vietato, e dopo lo abbiamo confermato in programmi di partito e conferenze. Nelle zone dove siamo stati eletti quindi abbiamo cominciato a mettere in pratica l’autogoverno. Anche durante il dialogo di pace tra lo Stato e il rappresentante curdo Abdullah Öcalan la questione dell’autogoverno era centrale. Il PKK nel frattempo ha ammesso che non aveva messo in conto una tale politica di guerra da parte dello Stato, ma aveva sperato in una prosecuzione del dialogo. Come DBP abbiamo fatto tutto per evitare gli scontri, ma non abbiamo trovato ascolto da parte del governo. Tuttavia continuo a sperare nella fine dei combattimenti e in un ritorno al dialogo con il coinvolgimento di Öcalan”.


E ha continuato: “I curdi vogliono uno status politico e il loro autogoverno, mentre il governo li vuole liquidare con pochi diritti culturali. Ma noi non conduciamo solo una lotta nazionale per i curdi. Per noi si tratta anche del fatto di conquistare democrazia per tutta la Turchia. Non vogliamo che le amministrazioni comunali siano solo copie dello Stato centrale, perseguiamo un’alternativa democratica. Le decisioni dovranno essere prese in parlamenti popolari nei quartieri. Le donne e i giovani dovranno organizzarsi in consigli. Gli altri gruppi etnici e minoranze religiose nella nostra regione dovranno avere diritto di parola”.

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CEMIL BAYIK

In aprile è intervenuto anche Cemil Bayık, leader del PKK ricordando l’impegno per la pace del prigioniero politico curdo Abdullah Öcalan. Purtroppo ha dovuto amaramente riconoscere che “tutti questi sforzi sono stati negati da Erdoğan”.

Nel suo articolo (“La lotta rimuoverà l’isolamento e porterà la soluzione”, pubblicato sui quotidiani Azadiya Welat e Yeni Özgür Politika) Cemil Bayik scriveva che “Tayyip Erdoğan e Ahmet Davutoğlu stanno ingannando i popoli della Turchia. È chiaro come è finito il processo chiamato il “processo di risoluzione”. Come risultato di anni di impegno, una dichiarazione di democratizzazione e una risoluzione per la questione curda sono state presentate al pubblico a Dolmabahçe. Chi lo ha negato e ha detto che il progetto non esisteva? Chi ha detto che questi messaggi stavano legittimando İmralı per via del messaggio del leader Apo di democratizzazione e soluzione nel Newroz 2015? Chi ha tenuto il leader del popolo curdo in stretto isolamento dal 5 aprile 2015? Questi sono stati i primi passi di guerra e l’affossamento del processo di risoluzione democratica e politica. Quando hanno perso le elezioni il 7 giugno, il 24 luglio sono passati a una guerra a tutto campo. Le elezioni del 1 novembre erano solo una copertura politica per questa guerra. Le elezioni del 1 novembre sono state come quelle del 1946 quando ha vinto il CHP usando tutti i mezzi dello Stato. In breve, il discorso che il “PKK ha rotto la tregua e iniziato la guerra” è una grande bugia. L’Accordo di Dolmabahçe è stato rifiutato e il leader Apo è stato messo in isolamento secondo la sentenza di guerra raggiunta nel Consiglio di Sicurezza Nazionale il 30 ottobre 2014 e la decisione per questa guerra è stata messa in pratica dopo che le forze democratiche sono uscite rafforzate dalle elezioni del 7 giugno.

L’alleanza di AKP e MHP dice che continueranno questa guerra fino a quando non sarà rimasto vivo un singolo guerrigliero. Stanno dicendo quello che dicono tutti i politici senza una politica per una soluzione, stanno facendo tutto quello che questi politici hanno detto. Questo discorso e questa guerra continueranno fino a quando emergeranno una mentalità e una politica per una soluzione della questione curda.

AKP e MHP ora stanno attuando le politiche che vogliono i nemici della Turchia. Cadono nella trappola di mantenere la Turchia e i curdi in uno stato di guerra costante. Questa è la situazione in cui si troveranno coloro i quali non hanno politica per la soluzione. Solo coloro che avranno una politica di risoluzione per la questione curda agiranno a favore dei popoli della Turchia.

Nessuna forza può eliminare il Movimento di Liberazione Curdo. Le loro sono parole di guerra psicologica pronunciate per deludere i popoli della Turchia. Stanno senza dubbio usando tutti i mezzi a loro disposizione per mettere fine al Movimento di Liberazione Curdo. Ma sono destinati a fallire, come è successi ad altri negli ultimi 40 anni. La situazione attuale è ancora più infruttuosa di quanto lo fosse in passato.

Il PKK non è un movimento di “40 giorni” o un’organizzazione artificiale sostenuta dalla Turchia come ISIS. È il partito con radici profonde che hanno 43 anni e il partito con la maggiore esperienza politica nel Medio Oriente. Tayyip Erdoğan, Devlet Bahçeli e Ahmet Davutoğlu confondono il PKK con organizzazioni artificiali o create dalla propaganda. Il PKK è arrivato fino a oggi lottando con le unghie e con i denti. Ha una forza di sacrificarsi che si fonda su “o libertà o libertà”. Anche il popolo curdo non è più il popolo curdo di ieri. Anche questo popolo è maturato nella guerra che dura da 40 anni. In questo senso, Tayyip Erdoğan sta ingannando se stesso con il discorso su una guerra speciale. Certamente il prezzo lo paga il popolo. Senza alcun dubbio anche il popolo curdo sta soffrendo; ma la Turchia è la più grande perdente nel processo in cui viene rimodellato il Medio Oriente. Il leader Apo ha cercato di far vincere tutti i popoli e il paese stesso con il Manifesto del 2013 e l’Accordo di Dolmabahçe. Tuttavia, Tayyip Erdoğan ha respinto questo approccio e questo sforzo e ha invece scelto la guerra. Questa guerra continuerà fino a quando le politiche di Tayyip Erdoğan e dei suoi alleati falliranno. Una guerra è stata imposta al popolo curdo. Il Movimento di Liberazione risponderà naturalmente a questa guerra con una grande e storica resistenza”.

Appare evidente che è il più ragionevole interlocutore per una soluzione era e rimane  Ocalan. Scontata l’analogia con Mandela e il Sudafrica all’epoca dell’apartheid.

Per risolvere la questione curda non è possibile evitare di confrontarsi con le proposte e con  i progetti di  Ocalan il quale, va ricordato, considera la democratizzazione della Turchia e la soluzione della questione curda come interconnesse.

Ma, come sottolineava Cemil Bayık, prima di tutto “è necessario rompere l’isolamento in cui versa Ocalan e che va avanti da più di un anno. C’è un legame diretto tra mettere fine all’isolamento e risolvere la questione curda. Se le politiche di guerra e di mancanza di soluzione vengono rese irrilevanti dalla lotta, allora l’isolamento finirà e il leader Apo potrà svolgere il suo ruolo”.

CURDI SOTTO TIRO ANCHE IN SIRIA

Come riportava in una corrispondenza del 21 aprile il giornalista Nick Brauns, dal giorno precedente “a Qamishlo nel nord della Siria erano in corso duri combattimenti tra milizie curde e forze governative siriane. Dozzine di appartenenti alle milizie, soldati e civili sono rimasti uccisi. La vita pubblica nella grande città sul confine turco abitata da curdi, arabi e assiri cristiani in larga misura si è fermata, molti abitanti fuggono verso i villaggi circostanti.

Qamishlo e Hasaka sono le uniche città nella zona di autogoverno del Rojava nel nord della Siria, dove il governo del Presidente Bashar Al-Assad dispone ancora di truppe proprie. L’esercito siriano controlla l’aeroporto di Qamishlo , le Forze di Difesa Nazionali (FDN) il quartiere governativo, alcune zone residenziali arabe, nonché una serie di villaggi a sud della città. Oltre ad alcune tribù arabe, anche la milizia assira Gozarto sostiene il regime Baath, altri gruppi assiri invece sono alleati con le Unità di Difesa del Popolo curde YPG”.

Finora era rimasta in vigore una “tregua informale” per cui da alcune componenti  dell’opposizione siriana e dal  governo turco erano state lanciate accuse contro il PYD (Partito dell’Unione Democratica, curdo) di “collaborazione con Assad”. In realtà a Qamishlo si verificavano di continuo conflitti armati di piccola entità tra curdi ed esercito siriano (soprattutto quando i curdi si opponevano al reclutamento).

I combattimenti su ampia scala erano scoppiati il mercoledì 20 aprile dopo un incidente a un checkpoint delle unità »Asayis« (in campo per la sicurezza dell’autogoverno).

Secondo quanto riferito dall’agenzia stampa curda Firat negli scontri successivi di venerdì 22 sono rimasti uccisi oltre 30 seguaci del governo.

Giovedì 21 aprile le forze curde avevano occupato un forno industriale nel centro e il carcere locale (Alaya). Qui venivano uccisi cinque appartenenti alle FDN mentre una cinquantina si arrendevano. I canali tv curdi hanno mandato in onda un video che mostrava le Asayis mentre ammainavano la bandiera siriana e issavano la propria sull’edificio.

Le unità dell’esercito siriano stazionanti nell’aeroporto hanno reagito con colpi di artiglieria contro alcuni quartieri residenziali e, secondo notizie non confermate, una decina di civili avrebbero perso la vita

Con un contrattacco, durante la notte tra il 21 e il 22 aprile giovedì, le forze del FDN riuscivano a prendere il controllo dell’ospedale Al-Salaam e dello stadio pubblico. Nello stesso giorno, venerdì 22 aprile, rappresentanti del PYD e del governo si sono incontrati per negoziare una tregua.

Il Consiglio governativo del cantone di Cizire che comprende anche Qamishlo ha accusato Damasco di essere il responsabile degli scontri la cui funzione sarebbe quella di “seminare discordia tra curdi, arabi e assiri e impedire la costruzione di una regione federale nel Rojava nel nord della Siria”.

La proclamazione dell’autonomia (in marzo) da parte dell’alleanza di opposizione dell’Assemblea Siriana Democratica formatasi intorno al PYD era stata condannata, oltre che dai governi siriano e turco, anche dall’opposizione siriana sostenuta dall’Occidente in quanto tale dichiarazione viene ritenuta “un attacco all’unità territoriale del Paese”.

Negli stessi giorni sul sito web dell’Isis (Al-Amaq) veniva rivendicato un attentato suicida contro le YPG a Qamishlo (sarebbe avvenuto il 21 aprile).

Mentre le Unità di protezione del popolo (YPG) hanno rispettato da subito l’accordo di cessate il fuoco (vedi la dichiarazione congiunta degli Stati Uniti e della Federazione Russa sulla Cessazione delle Ostilità in Siria del 17 febbraio 2016), gruppi terroristici vari hanno continuato a bombardare alcuni quartieri di Aleppo, in particolare quelli abitati in prevalenza da curdi (Şêx Meqsûd, Efrîn…).

Quartieri, va detto, che rappresentano spesso un luogo sicuro anche per molte persone non curde in fuga  dalla guerra.

Da qualsiasi parte provengano, Isis o esercito siriano, i bombardamenti  rappresentano comunque una violazione delle Convenzioni internazionali sulla protezione dei civili. Ultimamente si erano intensificati; forse una rappresaglia per le proposte  politiche (l’autonomia democratica, l’autogoverno) avanzate dall’amministrazione del Rojava.

Appoggiati dalla Coalizione nazionale siriana, e da quello che rimane del Consiglio nazionale curdo, alcuni gruppi terroristici (Jabhet Al Nusra, Ahrar Al Sham, la brigata Sultan Murad , la brigata di Al Fatah Brigade, Divisione 16, Esercito di Mujahedeen, Fastaqim Kama Umirt Group, la brigata islamica Nour al-Din al-Zanki e la Divisione del Nord) hanno utilizzato ogni genere di armi letali, comprese quelle  vietate internazionalmente, per costringere la popolazione a lasciare le proprie abitazioni.

In particolare, negli attacchi contro il quartiere di Sheikh Maqsoud sono stati utilizzati gas chimici provocando sia il ferimento che l’intossicazione di alcuni abitanti.

(vedi il rapporto dell’Agenzia Hawar News).

Nel corso dell’attacco il quartiere appariva coperto da un fumo giallo.

In un altro quartiere di Aleppo ripetutamente sotto attacco, le vittime civili sarebbero 25 e oltre cento i feriti.

A seguito di tali eventi il Consiglio generale del Partito dell’Unione Democratica (PYD) ha rivolto un invito a “tutti i paesi del Gruppo internazionale di sostegno alla Siria di assumersi le loro responsabilità e di fermare queste organizzazioni terroristiche e di proteggere i civili secondo le leggi e le convenzioni internazionali” invitando anche il Consiglio di sicurezza dell’ONU “a esercitare pressione sui sostenitori di questi gruppi terroristici, in modo particolare nei confronti del Partito della giustizia e dello sviluppo,che è diventato una fonte globale del terrorismo, che minaccia la pace e la sicurezza globale”.

Gianni Sartori

25 Aprile – di Juri Orsi – portavoce di pro Lombardia Indipendenza

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Oggi pro Lombardia Indipendenza, insieme a tutto il popolo lombardo, si ferma per ricordare la fine di un regime che per vent’anni ha privato la nostra terra dei più basilari diritti democratici. Un regime dittatoriale che per vent’anni ha perseguitato il popolo lombardo politicamente, socialmente e culturalmente, così come gli altri popoli soggiogati dall’italia. Un regime che ha cercato di imporre un’identità nazionale volgarmente mutuata dalla simbologia dell’antica Roma, distruggendo il patrimonio linguistico e culturale del nostro popolo. Oggi ricordiamo la fine di un regime totalitario e guerrafondaio, che ha portato la Lombardia in un’ennesima, fallimentare avventura bellica.

 

Ma ricordiamo anche la forza e la determinazione che hanno spinto non solo i lombardi, ma anche gli altri popoli oppressi, a resistere a questo regime, dando vita ad un movimento di liberazione fondamentale per la sua caduta. Oggi pertanto non è un giorno di doloroso ricordo ma di speranza, e di fiducia nella capacità del nostro popolo di resistere all’oppressione. E nonostante la Repubblica sorta da quel regime abbia continuato nel tentativo di creare coattivamente un’identità nazionale inesistente, noi abbiamo fiducia che il popolo lombardo possa ancora una volta resistere ad uno stato che continua a negare il suo diritto all’autodeterminazione. Oggi ricordiamo la vittoria della democrazia sulla dittatura, dei diritti sui privilegi.

 

Ma guardiamo anche al futuro, sperando che lo stesso spirito di libertà spinga la Lombardia e tutte le nazioni oppresse dall’italia verso la futura e democratica Europa dei popoli.

Juri Orsi

http://www.prolombardia.eu

 

foto: Anna Praxmayer – Monumento della resistenza, Milano – Sesto S. Giovanni

Per le resistenze di ieri e di oggi, celebriamo il 25 aprile! – tramite l’amico Gianni Sartori

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Quest’anno celebreremo insieme ai compagni e alle compagne italiane il 25 aprile, festa della Liberazione dal nazi-fascismo e della resistenza.

Proprio come i partigiani e le partigiane di allora, oggi i curdi si difendono dagli attacchi fascisti di Daesh in Siria e Iraq, dalla distruzione delle loro città in Turchia, dove con la scusa della lotta al terrorismo lo stato turco negli ultimi mesi ha massacrato in modo atroce centinaia di civili e raso al suolo intere città. Ma i curdi si difendono anche dalla repressione del dissenso, meno visibile ma altrettanto, dura in Iran, dove si procede a colpi di condanne a morte contro curdi e oppositori.

In questi mesi state create unità di difesa popolari  nelle città curde e non più solo nelle montagne. Queste unità hanno molto in comune con i gruppi di azione partigiana che operavano in molte città italiane verso la fine della seconda guerra mondiale. Il popolo le sostiene  queste unità e si sente protetto da loro, anche se purtroppo sta pagando un caro prezzo per via della pesante repressione del governo turco.

Il nemico di ieri in Italia e in Europa si chiamava fascismo e nazismo; ma anche quella parte di popolazione che ha sostenuto questi governi totalitari e ne ha condiviso obiettivi e atrocità. Anche oggi da noi, in Medio Oriente, e specialmente in Turchia, l’esercito non è l’unico nemico del popolo curdo: si è di fronte a una società – quella turca – sottoposta a continue spinte verso l’intolleranza contro le minoranze, per affermare che in Turchia c’è “un solo stato, un solo popolo (quello turco), una sola lingua, una solo bandiera”.

Il progetto dei criminali del Daesh è simile: nessuna tolleranza verso chi non è come loro, disprezzo della diversità e pratica del genocidio. Quindi è ancora fascismo e nazismo.

Oggi come ieri è necessaria l’autodifesa. Serve una grande mobilitazione antifascista e a sostegno degli altri popoli nei confronti dei popoli oppressi. Occorre una partecipazione popolare che vada oltre gli interessi cinici degli stati e che sappia agire concretamente ogni giorno per liberare spazi e sottrarli al fascismo, in Italia come in Kurdistan. Siamo tutti parte della stessa lotta e siamo dalla parte giusta. Siamo quindi con tutti i popolo resistenti che amano la libertà e lottano contro fascismo di ogni suo genere.

Viva la resistenza!

Viva il 25 aprile!

Viva l’antifascismo e viva il Kurdistan!

Ufficio di Informazione del Kurdistan in Italia -UIKI onlus

ARARAT IN CAMBIO DI ERDEMIR? – di Gianni Sartori

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ARARAT IN CAMBIO DI ERDEMIR?

 (Gianni Sartori)

 

 “Ciao Gianni, sono d’accordo sul pezzo, l’unica cosa che bisogna sottolineare di più, marcatamente, è chi lo sta chiudendo, quello, non si capisce esattamente. La denuncia secondo me non si deve fermare sul concetto, perché si chiude , ma chi è il diretto responsabile della chiusura… (fare anche una velata denuncia chiedendosi se dietro tutto ciò, possa essere anche una richiesta malcelata delle autorità turche, accettate come sempre dalla debole posizione del governo italiano….)      A presto”.

 

 

Così mi scriveva, dopo aver letto l’appello “Giù le mani da Ararat” un amico che, per ragioni storiche di famiglia, conosce bene la protervia dei governi turchi nei confronti di curdi e armeni.

Effettivamente, verificavo, dietro la richiesta di sgombero di ARARAT c’era il Comune di Roma in qualità di esecutore delle politiche renziane. Una conferma dell’intenzione di riprendersi tutti gli spazi pubblici autogestiti per poi, eventualmente, riassegnarli attraverso un bando. Una scelta chiaramente punitiva (con l’intento di far loro chiudere i battenti) nei confronti di quelle associazioni che avevano restaurato e ristrutturato, salvandoli dal degrado, spazi abbandonati dall’incuria istituzionale e privata, restituendoli alla collettività.

Ma forse nel caso di ARARAT c’è anche di peggio.

 Coincidenza, proprio in quei giorni emergeva l’alleanza strategica tra la turca Erdemir, Marcegaglia e Arvedi (affiancati dalla Cassa Depositi e Prestiti) per il salvataggio dell’acciaieria ILVA di Taranto, in vista della scadenza del 23 maggio per la presentazione di offerte vincolanti. Un’alleanza vista con favore dal governo italiano che sembra aver ormai rinunciato all’ipotesi di una cordata tutta italiana a favore di Erdemir, primo produttore di acciaio in Turchia (45° posto nella graduatoria mondiale) con un patrimonio di oltre sei miliardi di euro. Definita “società integrata con una struttura che va dall’estrazione alla  produzione di acciaio con siti produttivi a caldo e a freddo”, Erdemir è già fornitore di Marcegaglia a cui spetterebbe il compito di completare la cordata (con Arvedi e  Cassa Depositi e Prestiti).

I tempi coincidono: la visita di Erdemir all’ILVA di Taranto risale al 22 marzo, lo stesso giorno della lettera di Tronca con la richiesta di sgombero (l’ultimatum di dieci giorni scadeva il 2 aprile).

Non si può quindi escludere che in cambio di un eventuale salvataggio dell’ILVA, Ankara abbia chiesto al servizievole governo Renzi di tappare la bocca ad ARARAT, una voce dissidente ancora in grado di denunciare i crimini contro l’umanità della Turchia.

Gianni Sartori