4 novembre, intervento di Claudio Bizzozero, sindaco di Cantu’ (Co)

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NIENTE FASCIA TRICOLORE MA FASCIA NERA PER UN GIORNO CHE NON È DI FESTA MA DI LUTTO


(testo del discorso tenuto oggi al sacrario dei caduti)


Che significato hanno le celebrazioni del 4 novembre? Per lo stato, questo è il giorno in cui si festeggiano l’unità nazionale e le forze armate. Noi qui a Cantù invece, fin dal primo anno del nostro insediamento, abbiamo voluto dare a questo giorno un senso del tutto differente: per noi, questo è il giorno in cui piangiamo le vittime di tutte le guerre, a partire da quelle del ’15/’18. La retorica nazionalista di allora invitava i giovani a correre alle armi per difendere il “sacro suolo patrio” dall’invasione straniera. In realtà sappiamo bene che nessuno aveva dichiarato guerra al regno d’Italia, nessuno l’aveva attaccato né invaso, mentre al contrario l’Austria aveva tutto l’interesse a concedere ai Savoia tutto ciò che desideravano, pur di scongiurare l’apertura di un terzo fronte. Quella terribile carneficina si poteva dunque tranquillamente evitare ma fu voluta dai potenti di allora per consolidare il loro potere economico e politico. Per questo, solo per questo, più di 650.000 giovani vite furono mandate al macello.
Mi è capitato in questi giorni di leggere due lettere di due protagonisti di allora: il comandante supremo pro tempore dell’esercito, Luigi Cadorna; ed uno dei tanti anonimi giovani fanti mandati al fronte a crepare.
Cadorna, cioè l’uomo che attribuì la disfatta di Caporetto “alla mancata resistenza dei reparti vilmente ritiratisi senza combattere ed ignominiosamente arresisi al nemico” (mostrando così tutto il suo disprezzo per i molti che avevano perso la vita a causa dei suoi folli comandi), comunicò all’allora presidente del consiglio, con lettera in data 6 giugno 1917, la sua intenzione di assumere (come di fatto poi assunse) “le più energiche misure di repressione dei gravi sintomi di indisciplina, diserzione ed antipatriottismo, manifestatisi fra le truppe, ivi comprese le fucilazione immediate su vasta scala, rinunciando alle forme del procedimento penale, per troncare il male alle sue radici, ed assumendo anche, con inesorabile severità, provvedimenti estremi quali la decimazione dei reparti infettati dal contagio”, rimettendo così in vigore “un supremo atto di repressione” che in quel momento era, a suo dire, “un’arma più che mai necessaria, in mano al comando”.
Di segno del tutto opposto il contenuto della lettera di una giovane recluta venticinquenne che invitava i genitori a “non credere agli atti di valore dei soldati e a non dar retta alle fandonie ed alle menzogne dei giornali, perché i poveri soldati non combattono con orgoglio né con ardore, ma vanno al macello perché costretti dal timore della fucilazione” e concludeva la sua lettera scrivendo che se avesse avuto “per le mani il capo del governo, o meglio dei briganti, lo avrebbe strozzato personalmente”.
Stride il contrasto fra le folli farneticazioni del pluridecorato Cadorna e la lucidità di quel giovane anonimo soldato venticinquenne (non decorato ma condannato a quattro anni di carcere militare, proprio a causa di quella lettera) che aveva colto perfettamente il vero significato di quella carneficina: benedire col sangue di centinaia di migliaia di giovani e sancire con la retorica nazionalista, l’atto di nascita di una presunta nazione che in realtà altro non era che un insieme multiforme di popoli diversi, ciascuno dei quali legato alle proprie tradizioni locali, contro le quali (e non contro gli Asburgo) i Savoia dichiararono la loro guerra, pensando così di chiudere il conto aperto col precedente massacro di contadini, partigiani e patrioti del sud, battezzato dagli storici di regime col termine di “lotta al brigantaggio”.
Col sangue delle fosse comuni del sud, prima, e con quello delle trincee del nord, poi, si volle tentare di inoculare il virus del nazionalismo e del patriottismo (tanto caro al successivo mostro fascista che non a caso da quella carneficina prese vita) al quale le nostre genti, cresciute per secoli nel culto delle identità locali e delle autonomie comunali e regionali, erano state fino ad allora del tutto immuni.
E non è un caso che un grande maestro come Ermanno Olmi ci abbia così poeticamente ricordato come i soldati in trincea cantassero i canti malinconici delle loro terre e non invece gli inni retorici voluti dal regime ed imposti alle truppe a colpi di fucilazione.
Da una parte i Savoia ed i loro scagnozzi ad imporre il massacro, ben protetti nei salottini del loro potere; dall’altra parte la povera gente del popolo costretta a morire nel fango delle trincee e dei campi di battaglia. Per i primi le decorazioni e le piazze da intitolare alla loro memoria; per i secondi il massacro e l’oblio.
Tutto questo spiega il motivo per cui oggi ho deciso di vestire una fascia a lutto e non quella tricolore, e noi tutti siamo qui insieme a ricordare le vittime e non i vincitori, che in realtà tali non furono perché anche alla fine di quella guerra, come di ogni altra guerra, non ci furono vincitori e vinti, ma solo sconfitti e la prima ad essere sconfitta fu anche allora, come sempre, l’umanità.
Concludo questo breve discorso esprimendo infine un augurio: che a 100 anni di distanza da quella immane tragedia, si trovi oggi il coraggio di fare finalmente giustizia, reintitolando vie e piazze non più ai carnefici di allora, responsabili del mattatoio, ma alle vittime innocenti di quel terribile massacro.

Claudio Bizzozero


Sindaco libero
del Comune departitocratizzato di Cantù

1978, SANGUE PER LE STRADE DI BARCELONA – di Alberto Schiatti

NI OBLIDEM, NI PERDONEM……….  EL MILLOR HOMENATGE, LA VICTORIA !!!

Chiunque si è recato negli ultimi anni a Barcelona in occasione della Diada avrà assistito a una enorme festa di popolo, con famiglie intere, giovani, anziani, insomma tutto un popolo che scende nelle strade con allegria e gioia, cantando e suonando, ponendo quindi la propria richiesta di autodeterminazione in un ambito assolutamente pacifico. E non si sono mai verificati incidenti di nessun genere fra manifestanti e le forze di polizia presenti.

Ma non è sempre stato così: nel passato durante la Diada il sangue è corso sui marciapiedi delle vie della capitale catalana, il sangue ad esempio di Gustau Munoz, un ragazzo di 16 anni che manifestava a favore di un cambio istituzionale e sociale.

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Per meglio inquadrare i fatti, torniamo al 1978, in quel processo politico di “transizione” fra la dittatura franchista e il nuovo assetto democratico dello Stato spagnolo. Un processo che oggi viene sempre più considerato dalla parte più impegnata dell’indipendentismo catalano e basco come una “grande illusione”: in effetti, basterebbe considerare come i quadri politici ed amministrativi dello Stato fossero ancora zeppi di personaggi coinvolti con l’assetto franchista. Ovviamente questo si riscontrava in modo ancora maggiore fra le Forze Armate e gli organismi di Polizia, non essendoci stato quasi nessun ricambio di organici.

E tutto questo anche grazie alla accettazione silenziosa della maggior parte della cittadinanza spagnola, consapevole che occorreva dare un taglio al passato ma che tale taglio non dovesse essere troppo traumatico, per non rispolverare scenari di guerra civile.

In questa situazione, prendevano sempre più piede le rivendicazioni di chi chiedeva l’autodeterminazione dei vari popoli che abitavano la penisola iberica, soprattutto Baschi e Catalani. A ciò si univa la protesta per la situazione di carattere economico-sociale, che vedeva passare la Spagna da paese di grande latifondo agricolo a realtà di emergente economia di carattere industriale, ma senza cambiamenti di fondo per le classi più disagiate.

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Mentre in Euskal Herria tutto ciò avrebbe dato ancor più stimolo all’attività di ETA, in Catalunya si svolgevano manifestazioni di piazza sempre più partecipate e represse, nonchè alla nascita del movimento armato di Terra Lliure.

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Ed è proprio in una di queste manifestazioni, quella svoltasi l’11 settembre 1978 in occasione della Diada, che vi furono duri scontri con la Polizia nelle vie del centro di Barcelona. Per impedire ai manifestanti di arrivare al Palau de la Generalitat, la Polizia sbarrò le vie di accesso e si accesero furibonde mischie a colpi di bottiglie molotov e lancio di lacrimogeni. E in Calle Ferran dei colpi di arma da fuoco abbatterono Gustau, un giovane nato a Sevilla appassionato di alpinismo e politica, che svolgeva la sua attività nell’ambito delle formazioni giovanili marxiste catalane. Pare che a sparare furono alcuni agenti in borghese della Policia Armada spagnola. Il ragazzo, che già in altre manifestazioni era stato ricoverato in ospedale a causa di una pallottola di gomma esplosa dalla Polizia, morì in un lago di sangue, nonostante fosse soccorso da un medico di passaggio e anche a causa del notevole ritardo con il quale fu fatta intervenire un’ambulanza. Una fine tragica, ma anche l’inizio di un tentativo di depistaggio delle responsabilità, fatto di pressioni sul personale ospedaliero e sulla stampa. Anche la famiglia del povero Gustau subì fortissime pressioni, mirate a nascondere la verità dei fatti accaduti, pressioni che aumentarono in vista del funerale. Questo si svolse con tentativi evidenti di confondere tutti coloro che intendevano partecipare e infine con una dura repressione nei loro confronti. Nulla evidentemente era cambiato dal 1974, anno in cui si svolsero le esequie di Salvador Puig-Antich. Il regime era crollato, ma i sistemi rimanevano gli stessi.

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Purtroppo neppure negli anni successivi la famiglia ebbe un seppur minimo risarcimento da parte dello Stato, dopo una lunga sequela di perizie e controperizie, testimonianze e indagini. Nel 1983, l’Audencia Nacional, un organo centrale estremamente politicizzato, chiuse definitivamente il caso.

Quello di Gustau Munoz resta un caso non risolto, ma il suo ricordo è sempre vivo nelle formazioni, soprattutto giovanili, che hanno raccolto il suo testimone: tutti gli anni, in occasione della Diada, viene ricordato sul luogo della sua morte con canti, discorsi e omaggi floreali. E anche chi giunge da ogni parte d’Europa per partecipare alla Diada ha la possibilità di partecipare in modo commosso a questa cerimonia, prima di tuffarsi in un bagno di folla festante.

Alberto Schiatti

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NUOVI ARRESTI DI ESPONENTI KURDI – (segnalazione di Gianni Sartori)

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Secondo l’informazione arrivata dalla agenzia di stampa ANF i due co-presidenti dell HDP S. Demirtas e F. Yuksekdag sono stati prelevati dalle loro case e sono stati detenuti. Tra gli arresti ci sono anche Leyla Birlik, Ziya Pir, Nursel Aydgan, Selma Irmak, Ferhat Encu, M Ali Aslan .
Sino ad adesso sono stati arrestati 10 deputati del HDP, e stanno arrestando uno per uno anche gli altri. 

A Bilgen portavoce di HDP ha fatto appello in modo molto forte e ha chiato tutto il popolo tramite ANF a reagire contro questo gravissimo atto. La reazione a questo atto dirà come la vicenda proeguirà e con che risultato.

L’organizzazione dei curdi in Europa, a partire dalla Germania, e le organizzazioni e delle donne hanno chiamato tutto il popolo a scendere in piazza.

C’è una forte preocccupazione e chiediamo a tutte le forze democratiche e in primo luogo ai deputati di mostrare la loro solidarietà contro questo fascismo dell’AKP di Erdogan!

UIKI Onlus

Ufficio d’Informazione del Kurdistan in Italia

SIMBOLI MISTERIOSI E INQUIETANTI IPOTESI ALEGGIANO (ANCHE) SUI MOVIMENTI DI LIBERAZIONE – di Gianni Sartori

Il mondo è governato da personaggi molto diversi rispetto a quello che immaginano coloro che non sono dietro le quinte”
Benjamin Disraeli 

 

Pensi mai ai Simbionesi? No?! Sbagli, la CIA potrebbe usarli per complottare alle tue spalle!”   

Zenga Kuren

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E SE TUTTO NON FOSSE ALTRO CHE UNA GRANDE COSPIRAZIONE ?

 

Complotti e cospirazioni vanno per la maggiore. Lo stesso dicasi per premonizioni, coincidenze sincroniche, dimensioni occulte, misteri ermetici e sette iniziatiche. Da Ivan Stang a R. Anton Wilson, Michel A. Hoffman, i due Thompson (Damian e Richard), Laurence Gardner, William Bramley (indipendentemente da chi realmente si celi dietro queste identità) e riesumando Zecharia Sitchin , il “dannato” Charles Fort, il guaritore sufi Jean Josipovivi, gli occultisti aspiranti alchimisti Louis Pauwels e Jacques Bergier(1), il compianto Sbancor  di American Nightmare (morto per un “incidente”? Ma scherziamo…!?) e magari anche Peter Kolosimo, c’è solo l’imbarazzo della scelta.

Alcuni autori (si veda l’eccentrico David Icke, sospettato talvolta di “revisionismo storico”, in Italia pubblicato dalla Macro) individuano nella CIA, nella Massoneria e in qualche famiglia di petrolieri, in particolare i Bush,  i maggiori responsabili di omicidi politici, guerre, massacri e genocidi degli ultimi decenni (dal Salvador all’Iraq). Niente di nuovo per quanto riguarda la Cia. Ne avevano ampiamente denunciato i misfatti sia Chomski che Ziegler, oltre al nostro Giulietto Chiesa  (e perfino Saverio Tutino su cui mantengo qualche riserva, come minimo portava sfiga…)(2).

Sconcertante non è tanto la dichiarata paranoia (“paranoia critica” come quella teorizzata da alcuni surrealisti e situazionisti?) dei soidisant esperti in cospirazioni quando evocano i livelli occulti che sovraintendono ai destini del pianeta (“al giorno d’oggi chiunque non sia almeno un po’ paranoico è soltanto pazzo”), ma piuttosto il meccanismo per cui da una cospirazione si passa, quasi per necessità intrinseca, ad una cospirazione superiore. Dai Templari alla Massoneria, dai nazisti alla Cia…transitando per Rosacroce, “Illuminati”, P2.

E arrivando magari alle oscure  “Guardie Carcerarie” fuoriuscite dalla Quarta Dimensione, ossia alla “Madre di tutte le Cospirazioni”.

 Nonostante alcune comprensibili perplessità (incolpare di ogni disastro presunti  cospiratori è anche un modo per distogliere l’attenzione da colpevoli ben più concreti come multinazionali, servizi segreti e apparati industrial-militari) confesso di trovare la cosa alquanto intrigante e quindi ci metto del mio, non fosse altro che per confondere ulteriormente le idee.

 E’ già stata ampiamente documentata e analizzata la simbologia utilizzata dalle

società segrete più famose, in genere legate alla conservazione (o all’apparente trasformazione) del potere.

Diamo per scontato l’utilizzo della simbologia con intenti evocativi (svastiche, rune, asce bipenni… (3)) da parte dei gruppi di destra. Spesso in maniera filologicamente scorretta come nel caso della croce celtica che in Irlanda sovrasta le tombe dei volontari caduti di IRA (socialisti rivoluzionari, antimperialisti, sicuramente di sinistra) e INLA (comunisti). Quella ostentata ancora negli anni settanta dal Fronte della Gioventù, organizzazione giovanile neofascista legata al MSI (e prima ancora da Giovane Europa e oggi da Forza Nuova) è in realtà la “croce cerchiata delle ss francesi” (v. la mostrina della compagnia Flak, contra-aerea della Charlemagne) che in alcuni manifesti rivela di essere originariamente una “svastica tonda”. Simbolo ampiamente utilizzato anche dall’OAS e poi da Ordre Nouveau. Cosa poi ci azzecchino i gioiosi e solari Celti con i tetri e necrofili fascisti nostrani, notoriamente nostalgici dell’imperialismo romano, è cosa del tutto inspiegabile (come gran parte del ciarpame ideologico fascista, sostanzialmente un bric-à-brac, come acutamente segnalava Furio Jesi(4)).

 Diventa invece alquanto inquietante scoprire che simboli arcani (protostorici, mi suggeriscono) sono stati utilizzati anche da gruppi e gruppuscoli di sinistra. Potrebbe trattarsi di un inconsapevole richiamo agli archetipi, di semplici coincidenze. Ma, visto che qui si intende parlare di cospirazioni, non si può escludere che qualche infiltrato abbia inteso “criminalizzare” (o “marcare”) a priori l’organizzazione rivoluzionaria.

Penso in particolare a due formazioni che hanno utilizzato per il loro logo il “Serpente”, creatura dalle implicazioni altamente simboliche ed evocative.

In un caso (l’ETA basca) siamo di fronte ad una variante del caduceo; nell’altra (i Simbionesi, S.L.A.) troviamo il Cobra a sette teste, lo stesso che sovrasta e protegge Visnu.

 L’immagine del serpente (talvolta del serpente che si morde la cosa formando un 8) è ricorrente in quel sovraffollamento di società segrete e confraternite (si parla di una “Confraternita del Serpente” operante in Egitto attorno al 3.400 a.C.) di cui si occupano sistematicamente i teorici delle cospirazioni. Presente nella Bibbia in qualità di diavolo tentatore (o forse patrono dei fruttivendoli) attraversava strisciando anche le mitologie di Sumeri ed Egizi, spesso associato agli dei venuti dal cielo. In alcuni credenze rappresenta un simbolo della creazione dell’uomo da parte delle divinità; in altre, il passaggio dalla “beata ignoranza” alla conoscenza e alla consapevolezza. 

Di questo rimane una traccia precisa nel caduceo, antico simbolo costituito da un bastone, talvolta provvisto di ali, con uno o due serpenti attorcigliati e diventato simbolo della Medicina. Il serpente era collegato al dio greco della medicina, Asclepio, Esculapio (Aesculapius) per i romani. Nel 203 a.C. l’apparizione di un serpente sacro (signum Aesculapii) che si rifugiò nell’isola tiberina avrebbe annunciato la fine di una terribile pestilenza.

Una varietà di colubro, elegante e innocuo serpente diffuso anche in Europa, è chiamato appunto “Colubro di Esculapio” (Elaphe longissima).

Coincidenza: tra gli altri attributi del dio vi erano il cane e il bastone (anche separato dal serpente) che ritroviamo poi, entrambi, in San Rocco, santo taumaturgo e guaritore (della peste in particolare).

 Un caduceo, nella versione di bastone sovrastato da un 8 attorcigliato, lo esibiva anche Ermes (Mercurio per i romani), alato messaggero degli dei. Da notare poi l’accostamento costante al gallo, sia per Esculapio che per Mercurio (gallo che ricompare, forse non casualmente, con san Pietro). In alcune antiche raffigurazioni indiane il caduceo, completo di ali e serpenti, aleggia sui “Vimana”, sorta di macchine volanti utilizzate in memorabili antichissime battaglie da misteriosi visitatori extraterrestri.

Esiste poi un rapporto anche tra il simbolo del caduceo e lo yoga. Come è noto nello yoga vengono attivati i chakra, sette punti del corpo che corrispondono a precisi organi interni connessi a particolari funzioni. Si ritiene che i chakra producano una frequenza elettromagnetica che interagisce con i condotti vitali e l’energia kundalini (dal sanscrito kundal, spirale) alla base della colonna vertebrale. Questa preme all’interno e sale, in forma di serpente, sino alla ghiandola pineale, donando una sensazione di completezza. Si parla di una “brezza fresca” in condizioni di equilibrio; di calore se incontra disordini energetici relativi a chakra danneggiati. Il caduceo di Hermes (ma anche di Thot), avvolto dai serpenti, deriverebbe dal bastone brahmanico. Secondo questa interpretazione il serpente rappresenta quindi il flusso energetico spiraliforme, mentre la sommità sferica potrebbe rappresentare il cervello con gli emisferi (le due ali).

Per altri addetti ai lavori il caduceo ricorderebbe addirittura l’elica del DNA. Alcuni si spingono a ipotizzare una manipolazione genetica operata da qualche misteriosa entità (Dei, Anunnaki, Naga, extraterrestri….a scelta) tale da produrre un improvviso salto evolutivo, da cui sarebbe derivato l’homo sapiens (anche se, con il senno di poi, il risultato attuale appare alquanto insoddisfacente, come minimo un esperimento fallito(5)).

In alternativa potrebbe simboleggiare genericamente il “dono della conoscenza” fatta agli uomini dagli “dei” (o almeno da alcuni “dei” perché altri avrebbero preferito mantenerli nell’ignoranza) dove per “dei” si possono intendere entità provenienti sia dallo spazio che da un’altra dimensione.

L’arte medica rientrerebbe appunto nel sapere donato agli uomini dagli “dei”. Usato abitualmente come insegna dalle farmacie (e dai veterinari), il caduceo appariva anche in diverse “allegorie alchimistiche” (vedi il “volatile fisso”). Per non parlare poi dell’inquietante “Serpente crocefisso”, sesto stadio del procedimento alchemico secondo Flamel, utilizzato dai seguaci della Filosofia ermetica che lo avevano ripescato dalla tradizione gnostica. I primi gnostici del Nord Africa utilizzavano come simbolo Nahustan, un serpente aureo o bronzeo attorcigliato a una croce lignea. Il caduceo corrisponde quindi all’”Albero della Conoscenza” e sopravvive in forma degradata anche nelle fiabe in qualità di “bacchetta magica”.

E con questo il cerchio potrebbe chiudersi e il serpente tornare a mordersi la coda.

 FIGLI DI MATRIX O DI NATRIX?

 E’ sicuramente curioso scoprire che un’organizzazione autenticamente rivoluzionaria (sorta nel 1958, in un contesto particolare, per combattere la dittatura franchista, variante iberica del fascismo) che si proponeva di conquistare l’indipendenza e costruire il socialismo in Euskal Herria (“bietan jarrai”: continuare con entrambi è il motto in euskara posto sotto all’ascia di Eta) abbia adottato un simbolo così particolare e simile al caduceo. Ne parla José Manuel Pagoaga (“Peixoto”) nel libro “Felix Likiniano, miliziano de la Utopia” (ed. Txalaparta) che raccoglie varie testimonianze sullo scomparso scultore basco di antica fede e militanza anarchica, ideatore appunto del simbolo di Euskadi Ta Askatasuna. Racconta Peixoto di quando Likiniano gli mostrò per la prima volta, a Baiona, la scultura raffigurante l’ascia con il serpente attorcigliato destinata a diventare “el anagramma” di Eta.

 “Cosa ti sembra di questo?”, mi chiese. Non sapevo cosa rispondere e sicuramente gli diedi una delusione. Nei tre anni successivi me lo mostrò almeno altre sei volte e io sempre uguale, freddo. Mai una volta che gli dicessi “che meraviglia!” oppure “salta immediatamente agli occhi il suo significato”. Tanto che alla fine si vide costretto a spiegarmelo! Avrà pensato “questo è proprio stupido, non c’è altro da fare che spiegarglielo con pazienza, come si fa con i bambini”: Un po’ alla volta mi introdusse alla comprensione del simbolo. Mi parlò dell’ascia come strumento che i baschi utilizzarono in battaglia nel corso della storia, delle asce di bronzo di Roncisvalle (furono i Baschi e non gli Arabi ad attaccare la retroguardia dell’esercito di Carlomagno, dopo che i Franchi avevano saccheggiato Pamplona nda)…”Abbiamo sempre dovuto lottare per lo stesso motivo , mi disse -anche voi ora state lottando per questo…”: Bene, la faccenda dell’ascia adesso era chiara, ma il serpente? Cosa c’entrava il serpente? Allora pazientemente Felix mi spiegò anche la questione del serpente: “Che cosa bisogna fare per usare convenientemente l’ascia? Bisogna avvicinarsi all’obiettivo con circospezione, silenziosamente, come un serpente appunto…”.

 Così suona la versione ufficiale, quella di cui sicuramente erano convinti gli interessati; anche se l’abbinamento di ascia e serpente resta, per chi scrive almeno, leggermente inquietante. 

 Per quanto riguarda i Simbionesi (SLA, Symbionese Liberation Army), forse non è un caso che in molti testi sulle cospirazioni si faccia riferimento all’uccisione (e alle indagini sistematicamente insabbiate) del produttore-regista Thomas Harper Ince (v. “Quarto Potere”) sottolineando le responsabilità del magnate della stampa William Randolph Hearst a cui il famoso film era chiaramente ispirato.

Non manca quasi mai un accenno al fatto che la nipote del magnate, Patty Hearst, venne rapita dai membri del SLA, aderendo poi alla loro causa e partecipando a qualche rapina. Con il nome di battaglia di “Tania” (un riferimento alla guerrigliera caduta con il CHE in Bolivia) sembra fosse diventata la compagna di “Cujo” (a cui fa riferimento anche un romanzo di Stephen King), uno dei leader dell’organizzazione, poi ucciso dalla polizia.  Nell’immagine divenuta ormai canonica della giovane, basco in testa e mitra puntato, si riconosce sullo sfondo il simbolo del Cobra a sette teste adottato dai Simbionesi (6).

Il gruppo del SLA, ritenuto all’epoca di estrema sinistra, almeno a livello di intenzioni  (ma forse anche manipolato dai Servizi), aveva impostato la propria militanza sul concetto di “simbiosi” ed era fortemente impregnato di “cultura psichedelica”. Negli anni settanta, anche se per breve tempo, divenne uno dei fenomeni più spettacolarizzati nel variegato panorama del ribellismo statunitense. Inizialmente era formato da un gruppo di studenti di San Francisco che balzarono alla ribalta mediatica con un comunicato del 4 febbraio 1974 in cui rivendicavano il rapimento di “Patricia Campbell Hearst, figlia di Randolph Hearst” considerata “prigioniera di guerra”. Per la cronaca, mentre quasi tutti i membri di SLA venivano sistematicamente eliminati dalla polizia, talvolta con metodi discutibili e in circostanze poco chiare (un po’ come accadde da noi con i Nap), Patricia ritornò presto, dopo un breve periodo di detenzione, alla sua vita dorata dichiarando di aver subito “controllo mentale”. Una decina di anni fa gli ultimi membri di SLA, all’epoca sfuggiti alla cattura e che da oltre trent’anni vivevano sotto falso nome, sono stati arrestati.

 SESHA e MUKALINDA, FRATELLI SERPENTI

 Il simbolo del Cobra a sette teste (anche se talvolta, forse per ragioni grafiche, diventano cinque) nei miti cosmogonici indiani corrisponde a Sesha (“Durata”), il serpente che protegge Visnu, divinità vedica legata all’energia solare e depositaria del principio di conservazione della creazione. Con Brahma e Shiva costituisce la Trimurti. Visnu si sarebbe manifestato attraverso i suoi Avatara (discese, incarnazioni…) che periodicamente intervengono a salvezza del Mondo. I più noti sono Rama e Krishna. Visnu viene raffigurato con quattro braccia che reggono la conchiglia, il disco, la mazza e il fiore di loto, talvolta a cavallo dell’uccello gigante Garuda (un vimana?).

Anche il Budda (considerato un altro avatar) si presenta protetto da Mukalinda, serpente a sette teste definito un “Naga”. Budda stava meditando sotto un albero di fico ed era infastidito dal vento e dalla pioggia. Un naga, preso dalla compassione, gli si arrotolò intorno sette volte dispiegando sopra di lui le sue sette teste, come una tettoia. Nella mitologia indiana i Naga (“Cobra” in sanscrito) sono serpenti in grado di assumere forma umana e considerati alla stregua di esseri divini. Nel Ramayana l’origine dei “Re-cobra” viene fatta risalire a 870mila anni fa e in un testo tibetano vengono identificati con i serpenti che “ridiscesero per pacificarsi con la quinta razza, ammaestrarla (sic! Brividi lungo la schiena…nda) e istruirla”. Naga e Nagini (le femmine) vengono raffigurati con lunghe code intrecciate sotto la vita, immagine che ritroviamo nell’iconografia gnostica (”Abraxas”). Risalendo ancora più indietro nel tempo, possiamo ricordare che secondo la “Genesi dei Nacaal”(6), il Mondo sarebbe stato creato da una “Potenza Autoesistente” rappresentata come un Serpente dalle sette teste:

 “Sulla Terra plasmata nello spazio dai gas, si formarono l’atmosfera e le acque. Poi la luce solare illuminò il fango delle profondità marine schiudendo le uova cosmiche”.

 Analogamente anche Visnu , mentre riposa sul serpente dalle sette teste, sogna la creazione dell’Universo, spargendo il suo seme nelle acque cosmiche. Il seme poi si trasforma in un uovo d’oro da cui viene generata ogni creatura vivente.

Volendo trovare un nesso tra il serpente del caduceo e il cobra a sette teste, possiamo riandare all’incontro con il Budda (che nelle sue vite precedenti sarebbe stato anche un serpente). L’illuminazione (l’energia kundalini che risale dalla base della colonna vertebrale fino alla ghiandola pineale, raffigurata nel serpente del caduceo) si rese possibile proprio grazie alla presenza del Cobra dalle sette teste, sette come i sette chakra.

Ricordo anche che secondo alcune versioni (non si esclude apocrife e agiografiche) in quella circostanza il Budda avrebbe poi “convertito” il naga al buddismo.

 ERENSUGUE

 Tornando ai Simbionesi, non si può escludere (pensando agli interessi psichedelici dei componenti del gruppo) che la scelta del simbolo derivasse, prosaicamente, da suggestioni meno profonde: un cobra del genere appariva sulla copertina di un disco di Jimi Hendrix. Quello che invece sconcerta è ritrovare un serpente a sette teste anche nella mitologia basca. Si tratta dell’Erensugue detto anche Iransugue, Ersugue o Edensugue. In euskara, l’antica lingua basca, il termine “sugue (attualmente si usa la forma “suge”) indica alcuni tipi di serpenti, in particolare la “culebra” (in castigliano) la biscia, ossia i colubri (v. Elhuyar hiztegi txikia, dizionario di euskara-gaztelania, basco-castigliano ed.1998).

A proposito: “Eden sugue” cosa vi ricorda?

Erensugue viene rappresentato sia con sette teste che con una sola. In alcune versioni le sette teste si formavano una alla volta e con lo spuntare della settima la misteriosa creatura veniva avvolta dalle fiamme (una variante della Fenice?). Allora si alzava in volo e si dirigeva verso l’Oceano dove sprofondava.

Altre leggende parlano di decapitazione, incidente capitato all’Erensugue che viveva sul monte Aralar. Esecutore, l’arcangelo san Michele a cui è stato dedicato un santuario, da secoli meta di pellegrinaggi.

I luoghi in cui veniva solitamente avvistato sono la grotta di Azalegui sui monti di Ahuski, la grotta di Balzola e appunto la cima del monte Aralar, una delle montagne sacre dei baschi, tornata in auge qualche anno fa quando alcuni fuoriusciti da Batasuna (nata dopo la messa fuori-legge di Herri batasuna, Euskal herritarrok e altri, oggi Sortu, integrato nella coalizione Euskal herria Bildu) decisero di chiamare Aralar un nuovo partito indipendentista di sinistra, abertzale, ma contrario alla lotta armata.

Tornando alla nostra mitica creatura, va detto che non disdegnava di nutrirsi anche di esseri umani. Inevitabile qualche accostamento: l’Idra di Lerna (provvista però di ben nove teste) uccisa da Ercole e anche, si parva licet, il meno celebre draghetto della Vallarsa, giustiziato da san Colombano a colpi di falce.

Secondo uno dei libri del Mahabharata anche il guerriero Arjuna (nome di battaglia di un eroico partigiano comunista, lettore di Salgari, presumibilmente, più che di antichi testi sacri indiani), combattente al fianco di Krishna, uno degli avatar di Visnu, si scontrò con un re Naga a nove teste. Non ebbe tuttavia problemi nell’accoppiarsi con Ulupi, figlia di un altro re Naga. Una suggestiva descrizione dell’episodio venne riportata da Borges in “Manuale di zoologia fantastica”.

Per concludere, un doveroso accenno alle lotte di liberazione condotte nel Nagaland dalle popolazioni indigene, in particolare quelle denominate Naga. Lotte sicuramente autentiche e “telluriche” (v. “Theorie des Partisanen”, Teoria del partigiano, di Carl Schmitt).

 Il Nagaland, piccolo stato dell’India nordorientale, confina a nord con l’Arunachal Pradesh, a sud con il Manipur, a est con la Repubblica di Birmania (Myanmar), a ovest e a nord con l’Assam. Subì la dominazione inglese dal 1980 e nel 1947, dopo l’indipendenza indiana, il territorio rimase diviso tra varie giurisdizioni gestite dai diversi gruppi tribali. Nel 1957, dopo una serie di proteste e scontri, il governo indiano creò una singola unità amministrativa naga, sotto la propria giurisdizione. A questo provvedimento i Naga risposero rifiutandosi di pagare le tasse. Nel 1960 il Nagaland divenne uno stato autonomo all’interno dell’Unione indiana, anche se intanto le lotte dei separatisti continuavano. Un parziale armistizio venne concordato nel 1975, ma in alcune zone non venne accettato. L’organizzazione della società naga è strutturata in base a clan tribali, variando da modelli “democratici” (come quelli adottati dai gruppi Angami e Ao) a quello autocratico dei Konyak.

 MASSONI A BELFAST?

 Tra i tanti esempi di manipolazioni nei confronti di entrambi gli schieramenti di una guerra o di una guerra civile, gli autonominati esperti in cospirazioni e complotti (vedi il solito David Icke che però sembra sottovalutare il ruolo dell’imperialismo inglese) citavano spesso l’Irlanda del Nord per il sanguinoso conflitto tra cattolici repubblicani e protestanti lealisti (alla Corona inglese).

Davanti all’ipotesi che in realtà dietro le quinte operasse una qualche frazione della massoneria indirizzando e strumentalizzando sia le varie formazioni repubblicane (IRA, INLA, in passato anche IPLO) sia quelle “lealiste” (UDA, UVF, UFF…) ero rimasto alquanto perplesso. Conosco bene, avendola anche fotografata per un reportage negli anni ottanta, la “Casa d’Orange”, fino a non molti anni fa in grado di controllare non solo la politica discriminatoria, ma anche gran parte delle attività lavorative e assistenziali di Belfast. Ostentava apertamente sulla facciata simboli inequivocabilmente massoni.

Ma, onestamente, non mi sembrava (e non mi sembra tuttora) questo il caso dei “papisti”, i cattolici repubblicani notoriamente non-settari e di sinistra.

Anche se, ripensandoci, ci sarebbe una strana coincidenza. Uno dei simboli ricorrenti sui manifesti, sulle tombe e soprattutto sui policromi murales che adornano le aree cattoliche (Falls road, Andersontown, Divis Flats…) è costituito dalla Fenice che, si dice, risorge dalle proprie ceneri. (8).

In teoria un simbolo della perenne rivolta irlandese che riesplode nonostante ogni sconfitta. Tuttavia non mi risulta che l’Araba Fenice sia un mito celtico (9).

Era stata invece ampiamente utilizzata dalla Massoneria e qualche “esperto in cospirazioni” suggerisce che perfino l’aquila dalla testa bianca, scelta come simbolo degli USA, non sia altro che un banale comouflage della Fenice.

Fenice che fu anche il simbolo dei colonnelli greci, per non parlare dell’operazione Phoenix in Vietnam e, si parva licet, della copertura di Ordine Nuovo (Giancarlo Rognoni, Nico Azzi…) a Milano. Senza trascurare che il mito della Fenice, ciclicamente di ritorno sulla Terra per dare sepoltura dentro a un uovo al proprio padre, potrebbe derivare da quello cosmogonico per cui ogni creatura deriva dall’uovo originato dal seme di Visnu.

Ma, mi chiedo, i “Provisionals” tutto questo lo hanno mai sospettato?

 COINCIDENZA SINCRONICHE?

 Nel corso della stesura di questo… chiamiamolo pure articolo,  suggestionato da quanto andavo scoprendo, mi son fatto qualche idea sul significato più o meno recondito dei serpenti attorcigliati.

Ero partito con la modesta coincidenza, analogia, dell’utilizzo del serpente da parte di due gruppi tutto sommato diversi, la storicamente rilevante Eta e l’effimero SLA.

Poi le cose si sono incrociate, aggrovigliate, attorcigliate (appunto!): il caduceo, kundalini, Erensugue, la Fenice…Coincidenze?

E ho pensato che forse i diversi piani della “realtà” si srotolano nel Tempo e nello Spazio come appunto le spire di un serpente, talvolta incrociandosi e producendo le note “coincidenze sincroniche”, in genere non previste o prevedibili.

 

Gianni Sartori

 

 (1) Almeno uno dei due autori de “Le matin des magiciens” (Il mattino dei maghi), teorici del realismo fantastico, dovrebbe essere ancora in vita e forse  approdato alla “Nouvelle Droite” (quella fondata da Alain de Benoist).

 (2)  Penso alla tragica vicenda dell’alpinista Castiglioni (suo parente tra l’altro) arrestato e poi morto sul ghiacciaio durante un tentativo di fuga dopo un incontro clandestino con Tutino, penso ai Montoneros (Francisco Reinaldo Urondo “Paco” e la sua compagna) da lui intervistati e subito dopo scoperti ed eliminati (v. due suoi articoli su Linus, maggio e agosto 1976).

Ci sarebbe anche altro, ma mi fermo qui. E pace all’anima sua.

 (3) Utilizzata in Italia da Ordine Nuovo, l’ascia bipenne veniva talvolta spacciata come un simbolo di “origine cretese” o anche “etrusca”, ma in realtà era un richiamo al collaborazionismo francese in quanto simbolo della Repubblica di Vichy (quella del maréchal  Pétain) durante l’occupazione nazista.

 (4) Arditamente, ma con prove incontestabili alla mano, il prematuramente scomparso Furio Jesi paragonava il massimo teorico del neofascismo e neonazismo nostrani, Julius Evola, a Liala (v. in “Cultura di destra” ed. Garzanti, 1979). Non deve mai avergliela perdonata l’attuale presidente della Fondazione intitolata al razzista Evola: Gianfranco de Turris, autore della prefazione a un libro di Gianluca Casseri, il militante di destra (forse legato a Casa Pound) che assassinò due senegalesi a Firenze. Commentava infatti (“con rara sensibilità” vien da dire) la morte di Jesi avvenuta per l’ossido di carbonio sprigionato da una stufa: “Furio Jesi? Quell’intellettuale ebreo morto per una fuga di gas?”. C’è da chiedersi come possano esponenti della cultura democratica e di sinistra presenziare insieme a tale personaggio a convegni e dibattiti (per esempio sulla questione irlandese).

 (5) Ancora scarsamente presa in considerazione la vecchia ipotesi di una “Discarica cosmica” per cui sulla Terra verrebbero pietosamente scaricati tutti i risultati fallimentari di tale operazione. Questo spiegherebbe agevolmente la venuta al mondo di personaggi come Hitler, Mussolini, Pinochet, Berlusconi, Bush, Erdogan etc…

 (6) Lettura consigliata: “Trance” (diventata nell’edizione italiana ”Pastorale rivoluzionaria”) di Christopher Sorrentino.

 (7) I “Santi Fratelli”, una stirpe leggendaria risalente alla civiltà Mu.

(8) Fenice che risorge dalle fiamme? In realtà “tecnicamente” quella raffigurata nei murales è una Fenice che si immola, brucia, non che risorge. Stando ai testi canonici rinascerebbe sotto forma di larva -o di uovo- crescendo rapidamente, in due-tre giorni. Quanto al Parco della Fenice a Dublino, il nome è solo la traduzione, errata e  anglicizzata, del Parco dell’Acqua Limpida, in gaelico Pàirc an Fhionn-Uisce.

Un discorso a parte poi per la soidisant e forse apocrifa “Fenice irlandese”, l’Augurey…ma andrebbe troppo per le lunghe.

  (9) Come invece un altro volatile, il corvo (Corvus frugilegus o Corvus corax, entrambi presenti in Irlanda) che simboleggia la Morrigan, dea degli spiriti e delle battaglie.

Riferisco che secondo qualche autore in realtà si tratta della cornacchia, anzi della cornacchia grigia (Corvus corone cornix) dato che l’altra cornacchia, quella nera (Corvus corone corone) non frequenterebbe le brughiere dell’Isola Smeralda. Assolutamente da vedere quella in pietra che sovrasta la statua di Cù Chulainn morente nel cimitero di Derry (copia di quella posta sul luogo dell’insurrezione del 1916 a Dublino)..

 

 

KURDISTAN, ARRESTATI I CO-SINDACO DELLA CITTA’ DI AMED – (tramite Gianni Sartori)

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I due co-sindaci della metropoli curda di Amed (Diyarbakir)  Gültan Kışanak e Fırat Anlı sono stati arrestati la sera del 25.10.. L’arresto di Kışanak e Anlı sarebbe stato avviato dalla procura generale in base a un’indagine sul PKK. Mentre Kışanak è stata arrestata al suo ritorno da Ankara all’aeroporto di Amed, i poliziotti hanno arrestato il secondo co-sindaco della città, Anlı, a casa sua. 

Al momento sono in corso le perquisizioni delle abitazioni dei due. Anche l’edificio dell’amministrazione è stato assaltato dalla polizia e al momento è ancora in corso la perquisizione.

I due co-sindaci di Amed nelle elezioni amministrative del 2014 erano stati eletti con una percentuale di voti del 55%. Anche se non è previsto dalla legislazione turca, il Partito per la Pace e la Democrazia (BDP), il partito antecessore dell’HDP (Partito Democratico dei Popoli) per le elezioni amministrative aveva annunciato che nei comuni nei quali sarebbe stato eletto, nell’ambito della parità di genere sarebbero stati governati da un vertice costituito da una donna e da uomo. Questa impresa poi nei 97 comuni nei quali il BDP è stato eletto come forza maggioritaria, è stato anche praticato.

Attualmente l’AKP al governo procede in modo pesante contro tutte le amministrazioni locali curde. In complessivamente 25 comuni nei quali il BDP è stato eletto nel 2014, i sindaci in base alla legge sullo stato di emergenza in Turchia sono stati destituiti: I comuni sono stati poi sottoposti ad amministrazione forzata. Numerosi sindaci e numerose sindache a seguito di questo provvedimento sono stati arrestati. Gli arresti di Kışanak e Anlı al momento rappresentano il culmine della repressione da parte dello Stato turco.

Ufficio di informazione del Kurdistan in Italia

Dichiarazione del HDP

The state will not be able to take the people’s will hostage…

Last night the Co-mayors of Diyarbakir City Council, Gultan Kisanak and Firat Anli, were taken under arrest while their homes and the City Council buildings were searched. This is an unlawful and arbitrary act.

The Erdogan-AKP government is continuing to abuse the will of the people. By attacking the political will of the Kurdish people the state is aiming to liquidate any meaningful democratic opposition in the country. The taking into custody of Gultan Kisanak and Firat Anli is an open declaration of war against democratic politics.

This unlawful and arbitrary act is against universal humanitarian values, democratic principles and contradicts the international agreements that Turkey itself is a signatory of.

This atmosphere of suppression, lawlessness and tyranny created by the state is unacceptable. The state is responsible for this historical mistake and chaotic atmosphere.

These arbitrary and unlawful arrests must end immediately. The Co-mayors of Diyarbakir City Council, who have been taken under arrest on fabricated evidence, must be freed at once.

We call upon all non-governmental organisations, political parties, the forces of democracy and peace, international institutions and parliaments: do not stay silent in the face of these unlawful attacks. Do not accept the immensely unlawful measures currently being implemented in Turkey.

HDP Executive Committee
26 October 2016

 

NICULAIU BATTINI (Ghjuventù Indipendentista) vs. Stato Francese – (traduzione di “Lancelot”)

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Dichiarazione di Niculaiu Battini davanti alla Corte d’Assise Speciale di Parigi (28 settembre 2016)

 

Signore e signori magistrati dello Stato francese,

Mi chiamo Niculaiu Matteu Michele Battini. Sono nato a Parigi il 12 settembre 1993 nel seno della Diaspora corsa e sono cresciuto fra Bustanicu e Corti, in Corsica, dall’età di 4 anni fino al giorno della mia incarcerazione all’età di 19 anni.

In questo momento sono studente per corrispondenza iscritto al terzo anno della Facoltà di Lingue, Letteratura e Civiltà straniere e regionali all’Università della Corsica.

Membro ri-fondatore di Ghjuventù Indipendentista, nominato membro d’Onore durante l’Assemblea Generale del luglio 2013, sono stato eletto rappresentante per gli studenti della filiera di Lettere durante le elezioni generali del gennaio 2016. Sono stato incarcerato il 31 maggio 2013 e oggi ho 23 anni.

Accetto di comparire davanti a voi in quanto prigioniero politico, rifiutando sin dall’inizio ogni abuso di linguaggio come l’impiego della definizione infamante di “terrorista”. Intendo parlare a nome delle migliaia di giovani patrioti che dividono le nostre aspirazioni identitarie, progressiste, sociali e di emancipazione. Il tradimento di qualche vile personaggio, ancora ieri al fianco di coloro che oggi essi accusano, vi ha permesso di implicarmi e di farmi conoscere tre anni e mezzo di esilio carcerario prima di questo processo.

Oggi, a viso scoperto, assumo le mie responsabilità e le conseguenze dei miei atti senza opporvi altra arma che questa mia dichiarazione.

Ho aderito alla causa del popolo corso sapendo perfettamente a cosa mi esponevo. Non è certo la mia personalità o i presunti atteggiamenti aggressivi che mi hanno posto a sostenere e a promuovere dei mezzi di lotta violenti ed illegali. In effetti, io sono meno appassionato ai fucili che alla poesia o alla letteratura. Sarebbe vano, ipocrita e per lo meno ridicolo evocare la resistenza clandestina riducendola a una volgare analisi di profili psicologici senza parlare mai del contesto conflittuale che l’ha resa necessaria. Se dei patrioti corsi hanno fatto ricorso alle armi contro lo Stato che voi rappresentate, due secoli e mezzo di oppressione linguistica, di schiacciamento culturale e di autoritarismo centralista ne sono stati la ragione. La Nazione corsa esiste e non sarà mai la parte di un altro paese. La Storia ci ha trasmesso una Lingua, una Bandiera, una  Terra, un’eredità nazionale e il dovere di difendere i nostri Diritti naturali all’Autodeterminazione all’interno dell’Europa dei Popoli, di fronte a coloro che arrivano persino a negare la nostra esistenza.

“La Corsica non è un dipartimento francese, è una Nazione vinta che rinascerà” scriveva Saveriu Paoli nel 1914. Un secolo più tardi, nel dicembre 2015, con un voto democratico, al termine di un lungo periodo di resistenza e di lotta, il Popolo corso ha fatto di questa speranza una realtà eleggendo un Governo nazionalista. La Catalogna, i Paesi Baschi, la Scozia, l’Irlanda del Nord, la Corsica e tanti altri Paesi: in tutta Europa si stanno svegliando le Nazioni culturali contro gli Stati-nazione, la diversità linguistica con il monolinguismo, la democrazia locale contro la tecnocrazia centralista. E’ ineluttabile, il Popolo corso sarà riconosciuto e altrettanto i suoi diritti.

Io pagherò il prezzo di questo mio impegno senza alcun rimpianto. Io dichiaro di non avere che un Paese, la Corsica. Confermo il mio impegno patriottico, il mio sostegno attivo alla resistenza e la mio adesione al processo di smilitarizzazione iniziato dal FLNC nel 2014. Io affermo che la mia fedeltà è riposta nell’attuale Governo corso, essendo questa la sola autorità politica davanti alla quale piegherò il ginocchio.

Per finire, il mio onore di patriota mi impedisce di riconoscere questa Corte.

Potete condannarmi pesantemente e costringermi a purgare la mia pena, ma tutto questo non vi porterà a ottenere il mio consenso, la mia sottomissione o il rifiuto delle mie idee. Mi assumo la responsabilità di quello che ho potuto dire, scrivere o fare, prima e durante la mia detenzione, al servizio del mio Paese.

Fate il vostro dovere, signore e signori membri della Corte.

Io, per quello che mi riguarda, sono convinto di aver fatto il mio.

 

Niculaiu Battini

Varrone, una colonna dello”storico” – del prof. Michele Corti – da http://www.ruralpini.it/index.htm

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La visita del 23-24 agosto scorso in alta val Varrone all’unico alpeggio lecchese che produce lo “storico”, ovvero il prestigioso e secolare formaggio d’alpe a latte intero con aggiunta di latte di capra orobica. Qui con Daniele Colli si perpetua la tradizione della scuola di casari di Gerola

testo e foto (copyfree) di Michele Corti

(07.09.16) L’alta Valvarrone, di cui ci siamo occupati di recente (Varrone e Biandino cuore di ferro e formaggi), è tutt’oggi un caposaldo della produzione dello “storico”, capolavoro caseario di latte intero a munta calda degli alpeggi dislocati nelle valli che convergono in corrispondenza del pizzo dei Tre signori. Tale formaggio era chiamatobitto in Valtellina ma che era prodotto e commercializzato anche sul versante bergamasco (con il nome di branzi) e su quello lecchese. Oggi non solo il branzi (prodotto anche in inverno, con latte parzialmente scremato) ma anche il bitto dop (per quanto quest’ultimo prodotto in alpe con latte intero) dell’antico formaggio conservano la forma con il caratteristico scalzo concavo ma non molto di più. I “ribelli del bitto”, che non hanno mai accettato la “modernizzazione” del bitto dop avevano cercato, prima con il bitto “valli del bitto” e, successivamente, con il bitto “storico”, di mantenere la tradizione dell’antico formaggio operando conflittualmente nell’ambito della dop. Risultando la cosa impossibile – e non potendo, a termini di legge, continuare ad utilizzare il nome “bitto” – si è deciso, prima dell’avvio della stagione d’alpeggio in corso, di rinunciare ad esso e di utilizzare semplicemente la denominazione “storico” (anche se il nome registrato definitivo verrà svelato solo all’imminente Salone del gusto a Torino tra qualche giorno).

Lo “storico” ha resistito meglio sul versante bergamasco e lecchese dove i produttori sono meno esposti a ricatti

Nelle valli del bitto, le pressioni dei comuni proprietari degli alpeggi (Albaredo e Gerola) e degli altri enti a sostegno del sistema agroindustriale valtellinese hanno indotto diversi produttori a “rientrare all’ovile” abbandonando la compagine dei ribelli e finendo per allinearsi all’uso di abbondanti quantità di mangime. Al di là dei confini della provincia di Sondrio, invece, le pressioni sono state minori (non assenti perché anche i produttori “storici” che caricano in provincia di Bergamo e Lecco hanno aziende invernali in Valtellina). L’alpe Varrone è di proprietà del comune di Premana che vede con favore il proseguimento di una produzione storica prestigiosa che, come visto nel precedente articolo, ha svariati secoli all’attivo e – prima dell’arrivo di casari e caricatori dalla Valgerola – era realizzata da valsassinesi. Va precisato a tale riguardo che l’alta Valvarrone, attraversata dalla “via del bitto”, ovvero dallo storico collegamento tra Introbio in Valsassina e Morbegno in Valtellina, fa parte del territorio comunale (il “censuario”) di Introbio pur non essendo in Valsassina ma, per l’appunto, in Valvarrone, la valle di Premana.

L’alpe Varrone oggi

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L’alpe è caricata dall’azienda Enrico Colli di Delebio. I Colli sono originari di Gerola ma, come diverse altre famiglie, si sono trasferiti al fondovalle dove hanno avviato aziende zootecniche dotate di buone superfici foraggere. Enrico Colli esercita anche la funzione di casaro (solo in alpe, perché in inverno il latte viene venduto). Il fratello Daniele (laureato in veterinaria) è il capo-pastore. In alpe lavorano come pastori anche Ronny Taddeo, di Pagnona (Valvarrone) con 5 vacche proprie, Daniele Tagliaferri, anche lui di Pagnona, con 15 vacche, Marco Svanella di Cosio con 3 vacche. Completano lo staff Giovanni Manni e Piero Acquistapace, senza animali propri. L’alpe, già di per sé estesa (in passato gli ettari pascolati superavano i 300) oggi comprende anche Lareggio, un tempo alpe autonoma. Pur disponendo di buoni pascoli (seppure con una pendenza media piuttosto elevata) Lareggio non dispone di fabbricati, così è pascolata solo dagli ovini.

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All’ alpe Varrone esistono ancora numerosi calecc’, le piccole capanne casearie distribuite sui pascoli dove il latte viene lavorato appena munto senza subire soste o danni da trasporto.

In alpe il “bel tempo” crea spesso più difficoltà del “brutto”

Quando ho visitato l’alpe (23 e 24 agosto) la malga delle bovine pascolava il “Piano dell’acqua” un pascolo che si incontra, dopo brevissimo cammino, scendendo dal rifugio Santa Rita lungo l’antica via del ferro. A causa del rialzo termico (dopo un agosto piuttosto mite) gli animali in attesa della mungitura si erano radunati in uno spazio ridotto mantenendosi a contatto di groppa. Un comportamento legato al caldo che, rendendo le mosche più attive e fastidiose, spinge gli animali ad addossarsi gli uni agli altri per ostacolarne il volo. Questo ammassamento non avveniva tradizionalmente quando le bovine non erano decornificate.

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Daniele Colli (sotto) spiega come le vacche con le corna sono solite, in circostanze come queste, raggrupparsi in piccoli gruppi di 3-4 soggetti (tra loro legati da reciproca simpatia) per difendersi dal caldo e dalle mosche. In assenza di corna (e quindi di rischio di prendersi una cornata), invece, le vacche dell’intera malga formano un gruppone a ranghi serrati. Il problema è riuscire a mungere in queste condizioni. La difficoltà aumenta non poco.

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Se le bovine brune senza corna non sono molto pittoresche ci pensa la malga delle capre a riportarci indietro nel tempo e a creare un paesaggio unico di corna e lungo pelo varipinto svolazzante. Le capre qui sono in buon numero e tutte orobiche (in parte dei Colli in parte di diversi proprietari della zona che le affidano loro di buon grado).

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Le capre sono preziose per la diversa qualità del loro latte che, miscelato a quello vaccino, contribuisce a conferire al formaggio “storico” le caratteristiche che ne fanno un prodotto di grandissimo pregio, un frutto della combinazione sapiente e non casuale di elementi che si sono adattati ed evoluti reciprocamente: la qualità del pascolo e del latte, la tecnica accurata che solo casari con passione e “buona mano” sanno padroneggiare.

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Le capre, però, richiedono una “gestione”. Sono animali che tendono a comportamenti non sempre prevedibili e che hanno una notevole propensione a coprire lunghe distanze e salire, salire sulle cime e le creste (il senso dlel’equilibrio e la capacità arrampicatrice sono proverbiali). Se non ci sa fare il capraio ha un compito duro. All’alpe Varrone il capraio è Ronny, un giovane allevatore per vocazione di Pagnona. Possiede trenta capre orobiche ( alpeggiate, però, altrove). Ronny, generosamente, non lesina elogi al suo cane riconoscendo come senza un buon cane anche il migliore dei caprai ha vita dura. Se il cane è capace di agire in relativa autonomia e di recuperare le capre inerpicatisi su sponde scoscese evita al capraio molta fatica.

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La mungitura delle capre è molto più rapida e meno problematica. va detto cheiamo anche verso la fine della stagione e il latte è calato. Le capre vengono confinate in un recinto elettrico presso la baita e un giovane pastore provvede a “rifornire” di capre non ancora munte la batteria dei mungitori che operano affiancati (sopra). Una foto simile l’avevo fatta all’alpe Culino negli anni ’80. Ne è passata di acqua nel Varrone. Anche Enrico, il casaro, partecipa alla mungitura (è il primo a destra nella foto). Terminata la mungitura, mentre il casaro – dopo l’aggiunta del latte di capra – inizia a lavorare il latte, Daniele va a “dare l’erba”, ovvero a stendere il filo elettrico a delimitare la nuova parcella di pascolo. Le bovine, che parevano impigrite e stressate per il caldo, appena il nuovo recinto è pronto, si rianimano e si rimettono a pascolare di buona lena l’erba nuova e quindi golosa.

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Le capre, invece, sostano più a lungo presso la baita (sopra in un aprospettiva curiosa dall’apertura per il fumo della baita). Partiranno dopo per le loro scorribande serali. Daniele mi spiega che anche questa baita era un calecc’. È stato in occasione della recente ristrutturazione della casera da parte del comune di Premana (comune industriale ma attento a mantenere in buone condizioni strade forestali e alpeggi impegnandovi una quota significativa del bilancio) che è stata realizzata questa baita.
I lavori della casera avevano consentito di risparmiare qualcosa e così il calecc’ del Piano dell’acqua è diventato baita. All’interno (vedi sotto) le condizioni non sono molto diverse da quelle di un calecc’, c’è solo un po’ più di spazio e le murature sono più altre e legate invece che a secco. Ovviamente non c’è il tendone ma una copertura fissa di lamiera grecata sostenuta da travetti. Il fumo è allontanato facilmente nello spazio libero tra muratura e copertura (che scarica il peso, peraltro limitato, solo in alcuni punti lungo il perimetro murario).

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La lavorazione dello “storico” presuppone l’assenza fretta. Fatta di soste e di lunghi periodi di mantenimento in agitazione della massa contenuta nella vecchia caldaia di rame (operazione che anche in diversi alpeggi con grosse quantità di latte è oggi assolta da agitatori meccanici). C’è tempo per pensare e, se si ha compagnia, per conversare. I Colli ci tengono a mettere in rilievo la loro appartenenza alla “scuola di Gerola”. Da ragazzini hanno iniziato a fare i cascin sotto la guida di casari storici. I risultati si vedono. Questa primavera lo storico di Varrone era in vetrina in uno dei templi della gastronomia mondiali: Peck (sotto si legge “Varrone” impresso sullo scalzo).

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Casaro del bitto a tredici anni

Enrico vanta una specie di record in quanto ha iniziato a portare a conclusione una lavorazione di bitto a soli tredici anni (di solito l’iniziazione dei casati avviene a quindici). Il motivo di tanta precocità va ricercato nell’abitudine di alcuni casari di ingannare i “tempi morti” della lunga lavorazione con dei “cicchetti”. Racconta Enrico: “Il casaro che aiutavo era ubriaco e così mi ha chiesto di tenere su la grana” (durante la cottura la cagliata ormai frammentata deve essere mantenuta in agitazione per evitare che depositandosi si “scotti” sul fondo molto caldo della caldaia riscaldata con la fiamma di legna diretta). È una fase un po’ tediosa all’inizio, poi, invece, la grana deve essere ripetutamente controllata per verificare che sia asciogata al punto giusto controllandone la lucentezza e l’elesticità (con le dita). Quella provvisoria sostituzione di un casaro, che aveva alzato troppo il gomito, fu l’inizio della carriera di Enrico. “Il casaro vide che avevo la mano e mi disse di andare avanti, ogni tanto mi dava dei consigli del tipo: «tira su di un grado» e mi fece portare a termine la lavorazion da solo, a tredici anni”. Anche intuire che un ragazzino possegga “la mano” fa parte di quella capacità di visione, di intuizione, di sensibilità a pelle che non viene e non verrà mai sopravvalutata abbastanza e che non si troverà esposta su nessun manuale tecnico. Erano, però, le doti che facevano la differerenza tra i bravi casari e i mediocri. Enrico, ma anche il fratello, manifestano grande considerazione e rispetto per i casari storici, per la “scuola di Gerola” della quale si sentono – con merito – i continuatori pur in un contesto profondamente cambiato. “Facciamo ancora tanti calecc’, questa è l’unica baita… e abbiamo veramente tante capre orobiche” tiene a ribadire Daniele che, d’accordo il fratello, auspica che nello “storico” venga introdotto un sistema di premi atti ad incentivare in massimo grado il rispetto delle rigide prescrizioni.

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Reperire ragazzi capaci è uno dei problemi dell’alpeggio tradizionale

Tra i problemi richiamati dai Colli al primo posto vi è quello del reperimento della manodopera. I due fratelli, insieme ai pastori con vacche proprie e muniti di esperienza, costituiscono una buona “base”; però servono anche dei giovani “apprendisti” per completare l’organico e coprire tutte le mansioni e il carico di manodopera complessivo. “Non si può dire che non ci siano ragazzi che si offrano, ma troppo spesso non hanno il minimo di esperienza e di capacità; a volte li vedi che non sanno neppure camminare in montagna, non sanno portare un secchio, dovresti insegnar loro tutto”.
In forza di questa situazione durante le prime settimane la mungitura viene eseguita meccanicamente. Considerato che i Colli sotto altri profili (Varrone è alpe modello sia per i calecc’ per la buona malga di capre orobiche, per l’ottima qualità della lavorazione) la “casera” (il centro dell’ex bitto storico) ha consentito di buon grado ad accettare – in deroga alla regola della mungitura a mano – questa situazione, consapevole delle difficoltà incontrate e della buona volontà dei Colli. Giova ripetere che la regola della mungitura a mano non è dettata da una forma di purismo e primitivismo a tutti i costi ma dalla constatazione che 1) se in condizioni stalline la qualità del latte e lo stress della mammella possono anche essere migliori con la mungitura meccanica, in alpeggio le condizioni cambiano e la non perfetta funzionalità e pulizia degli apparati di mungitura porta ad avere un latte con cariche totali e cellule somatiche anche superiori di quello ottenuto mungendo a macchina; 2) ancora più importanti e cariche di conseguenze sono gli effetti di un non oculato utilizzo dei “carri di mungitura” che determinano forti rischi di cattivo utilizzo del pascolo con quello che ne consegue in termini di alterazione della qualità floristica del pabulum e, in definitiva, di qualità del latte e del formaggio.
La soluzione ai problemi dell’apprendistato, l’ho espresso anche ai Colli, va cercata in una “scuola pratica d’alpeggio” che insegni prima di tutto a gestire i pascoli e a mungere a mano. Questo è da anni un programma del Centro dell’ex bitto storico che si spera possa presto decollare (c’è in cantiere un progetto in collaborazione con il FAI). A conferma dell’adesione alla “vecchia scuola” di casari di Gerola i Colli sottolineano come “non serve imparare a fare il formaggio se prima non si è imparato a gestire il pascolo, a mantenerne e migliorarne la qualità dlel’erba”. Dietro questo concetto (conoscere l’erba e l’animale e come farli interagine al meglio) c’è tutta la sapienza che ha fatto del bitto (oggi dello “storico”) un formaggio diverso dagli altri.

Il cavallo non c’è più, peccato

Mentre la lunga lavorazione prosegue vado con Ronny a portare le mascherpe e le forme di bitto fresco in casera. Scendiamo con un piccolo (e non troppo ben in arnese) Daihatsu d’annata che, però, in montagna, fa il suo servizio (come tutti i mezzi spartani concepiti decenni fa).

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Daniele spiega che: “fino a quattro anni fa c’era il cavallo, poi considerando che le piste raggiungono tutte le porzioni del pascolo abbiamo preferito usare la jeep” . Una scelta dettata dalla capacità di carico e non tanto dalla velocità (“Il cavallo era più veloce”). Così si porta il formaggio in casera una volta al giorno. Con il cavallo bisognava fare due viaggi. Confesso che il “pensionamento” del cavallo, un elemento non secondario dell’alpeggio mi ha lasciato un po’ di amaro in bocca. La casera, però, è stata sistemata come si deve (non è scontato). C’è la mascherpera (foto sopra) come una volta e la cantina non ha subito alterazioni con la ristrutturazione. La tendenza all’aumento delle estati calde ha però consigliato di installare un sistema di serpentine di raffreddamento (l’edificio disponde di parrecchi pannelli fotovoltaici). “Quest’anno, però, hanno funzionato 2-3 giorni” mi dice Ronny. Ed io: “Ma fa molto freddo nonostante il caldo fuori”. “Oggi sta andando”. Disporre di una bella casera tradizionale ma con la sicurezza di un impianto in grado di abbassare quel tanto la temperatura in periodi critici è una gran bella cosa. Ancora una volta va reso merito al comune di Premana, proprietario attento e consapevole del suo patrimonio d’alpeggi (sono ben dodici anche se questo è quello più importante). Il confronto con certe pessime sistemazioni sul versante valtellinese ma anche bergamasco (eseguire da comuni o altri enti pubblici, leggi Ersaf -Regione Lombardia) è impietoso.
Va detto chiaro: se l’erba è buona, il latte anche, il casaro è bravo ma la cantina non è all’altezza si rovina un risultato che avrebbe potuto essere ottimo.

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L’orgoglio di fare il pastore a Varrone

Anche se le prime partite hanno già lasciato la casera (alcune dirette al Centro dell’ex bitto storico cui ne sono destinate un centinaio) quest’ultima si presenta ancora ben fornita offrendo gioia agli occhi e all’olfatto. Ronny mi spiega che vuole farsi pagare in formaggio. “Ho i miei piccoli clienti, anche fino a Lecco”. Si capisce che il lavoro gli piace e che collaborare a fare lo “storico” e commercializzarlo gli da soddisfazione e lo fa sentire orgoglioso (“quest’anno è stata qua la mia fidanzatina della val Camonica, anche lei allevatrice e appassionata, l’ho conosciuta su facebook”).

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Rifugio e alpeggio dialogano

Tornati alla baita si sono fatte quasi le otto. È tempo si salire al rifugio Santa Rita per la cena. Il rifugio da quest’anno ha una nuova gestione. La famiglia che lo ha rilevato aveva un B&B in Brianza. Sono molto accoglienti e mantengono anche buoni rapporti con i pastori (che vengono dopocena a fare un salto). Ronny con le capre passa alla mattina presto. Il rifugio utilizza il formaggio dell’alpe (con una fortuna così a portata di mano…). In realtà il Santa Rita, collocato tra la val Biandino e l’alta Valvarrone è in una posizione casearia che forse nessun rifugio dell’intero arco alpino puà vantare. Da una parte lo stracchino fatto all’antica da Teresa Platti (classe 1937), famiglia che fin oltre la metà dell’Ottocento ha caricato Varrone e poi, sino ad oggi e dininterrottamente, Biandino. Dall’altra uno dei migliori formaggi d’alpe in assoluto al mondo (Varrone primeggia anche tra le alpi dello “storico”). Non è finita: ad Artino si fa pasta di caprino con la capra orobica, una straradicata tradizione valsassinesi di caprino a coagulazione acida (a proposito degli ignoranti che la definiscono “alla francese” anche quando abbiano esempi da noi). Tre prodotti che sintetizzano l’anima casearia orobica. C’è da pensare a qualche iniziativa in proposito. A far comprendere la grandezza di queste tradizioni concentrate in queste valli ci sarebbe la coda di turisti da varie parti del mondo. Però, da noi, piuttosto che riscoprire storia e orgoglio – oggetti pericolosi per il “sistema”, che preferisce adattarsi ad un ruolo perdente, da brocchi, nella globalizzazione piuttosto che mettere in moto processi non facilmente controllabili – si preferisce perdere anche le migliori opportunità economiche.

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Al mattino scendo a fare colazione con i pastori, ovviamente con latte di capra. C’è ancora tempo per qualche conversazione con Enrico.

La consapevolezza di appartenere a una storia, senza bisogno di ostentare superiorità

Due sono i messaggi che mi consegna: il primo riguarda l’atteggiamento da tenere nei confronti degli “altri” (non solodel bitto dop, ma in genere quelli che non apprezzano la “fissa da trogloditi” dei produttori fedeli alla tradizione del grande formaggio degli alpeggi orobici). Enrico mi dice: “Io ho dovuto più volte sostenere le ragioni dello storico con gli altri, nella cooperativa. Ero uno contro trenta. Allora facevo capire loro che non pretendiamo di essere più bravi di loro; abbiamo alle spalle una tradizione diversa, una storia diversa dalla loro, tutto qui”. La seconda considerazione riguarda le generazioni passate di casari. C’è molto rispetto e riconoscienza nelle parole di Enrico. Un modo per ribadire: “Sì ho la mano per lavorare il latte ma faccio quello che faccio perché ho dietro una scuola, una storia”. La filosofia dei “ribelli” è in definitiva questa. Una riconoscenza che porta Colli ad auspicare che: “bisognerebbe scrivere un libro sui casari, andare a intervistare le famiglie, quelli che ci sono ancora…”. Ha ragione.

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L’aria si sta già scaldando. Dal momento che ci sono 13,5 km (e non pochi su e giù) per tornare alla macchina (l’alpe Varrone non è proprio dietro l’angolo) è meglio incamminarsi. La malga delle bovine va all’abbeverata e poi inizia il ciclo di pascolo.

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L’esperienza di questa valle e di quest’alpe è troppo bella perché non sia condivisa da più persone rispetto a quelle che la frequentano. Basterebbe come richiamo l’opportunità di vedere come nasce uno dei formaggi migliori al mondo. Ma ci sono anche le miniere, le vie storiche, la capra orobica, il paesaggio.

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