LA LOMBARDIA CHE AFFONDA – di Juri Orsi

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Le recenti esondazioni del fiume Seveso nella periferia Nord di Milano stanno occupando le nostre cronache nazionali. Ovviamente tale accadimento è usato dall’opposizione di centro-destra come attacco all’amministrazione Pisapia, come aveva già fatto il centrosinistra con l’allora sindaco Moratti. E così, come ogni altra problematica che attanaglia il nostro territorio, la situazione idrologica della Lombardia diventerà solo un mezzo per vili battaglie politiche, nessun partito italiano operante in Lombardia si sogna minimamente di risolvere l’annosa situazione. La condizione idrologica della Lombardia è sicuramente di grande difficoltà, e necessiterebbe di un intervento importante per porvi rimedio. Da cosa deriva quest’insostenibile spada di Damocle sul territorio lombardo? Sicuramente dall’incapacità storica della classi dirigente ed imprenditoriale lombarda di limitare lo sviluppo urbanistico o quanto meno di studiarne i possibili effetti negativi sull’assetto idro-geologico.

L’urbanizzazione selvaggia che ha comportato l’interramento di vari corsi d’acqua non è stata accompagnata dalla necessaria sensibilità verso le possibili conseguenze per il territorio. Non è la prima volta che dobbiamo rilevare tale l’incapacità nelle nostre miopi classi imprenditoriali, spesso colpevoli di aver sfruttato il territorio e l’ambiente lombardo senza tener minimamente conto dei costi ambientali che avrebbero potuto riversarsi sulle vite dei lombardi. Sarebbe bello poter dire che dove non è arrivata la nostra classe imprenditoriale possa essere arrivata la nostra classe politica. Così, purtroppo, non è. Nonostante la condizione idrogeologica della Lombardia necessiti di un intervento urgente da decenni, la nostra classe politica(a prescindere dal partito italiano d’appartenenza) non ha mostrato la maturità necessaria per porre una soluzione all’annosa questione. Il modus operandi si mantiene lo stesso per ogni problema: Non risolverlo ma strumentalizzarlo politicamente ed unicamente a fini elettorali. Spesso chi critica la nostra posizione a favore della democrazia diretta millanta una superiorità intellettuale e una maggiore capacità di gestione della classe dirigente, che il popolo non sarebbe in grado di dimostrare. Se la nostra classe dirigente questa capacità ce l’ha, ha deciso di nasconderla senza farne mai mostra, riuscendoci perfettamente.

Dal nostro punto di vista è proprio ridando la vera sovranità ai lombardi che obbligheremo la nostra classe dirigente a dimostrare una maggiore capacità amministrativa, oppure a farsi da parte a favore di qualcuno che sia in grado di svolgere in modo migliore queste mansioni. È solo colpa della classe dirigente lombarda? No. È inutile negare i costi ingenti che un’operazione massiccia di messa in sicurezza dei corsi d’acqua lombardi avrebbe. La regione Lombardia e i nostri comuni non hanno i fondi necessari. Certo, se la Lombardia fosse indipendente, la Lombardia avrebbe più di 55 miliardi di euro in più ogni anno, derivanti dal residuo fiscale che smetterebbe di perdersi nei meandri dei ministeri romani. Con una simile cifra si potrebbe mettere in sicurezza l’intero territorio lombardo. Come per molte altre questioni, la Lombardia si trova ad essere vessata da uno stato predatorio e ad essere abbandonata da una classe dirigente storicamente irresponsabile. Nel frattempo, La Lombardia, e stavolta smette di essere una metafora, affonda.

Juri Orsi

pro Lombardia Indipendenza

Le recenti esondazioni del fiume Seveso nella periferia Nord di Milano stanno occupando le nostre cronache nazionali. Ovviamente tale accadimento è usato dall’opposizione di centro-destra come attacco all’amministrazione Pisapia, come aveva già fatto il centrosinistra con l’allora sindaco Moratti. E così, come ogni altra problematica che attanaglia il nostro territorio, la situazione idrologica della Lombardia diventerà solo un mezzo per vili battaglie politiche, nessun partito italiano operante in Lombardia si sogna minimamente di risolvere l’annosa situazione. La condizione idrologica della Lombardia è sicuramente di grande difficoltà, e necessiterebbe di un intervento importante per porvi rimedio. Da cosa deriva quest’insostenibile spada di Damocle sul territorio lombardo? Sicuramente dall’incapacità storica della classi dirigente ed imprenditoriale lombarda di limitare lo sviluppo urbanistico o quanto meno di studiarne i possibili effetti negativi sull’assetto idro-geologico.

L’urbanizzazione selvaggia che ha comportato l’interramento di vari corsi d’acqua non è stata accompagnata dalla necessaria sensibilità verso le possibili conseguenze per il territorio. Non è la prima volta che dobbiamo rilevare tale l’incapacità nelle nostre miopi classi imprenditoriali, spesso colpevoli di aver sfruttato il territorio e l’ambiente lombardo senza tener minimamente conto dei costi ambientali che avrebbero potuto riversarsi sulle vite dei lombardi. Sarebbe bello poter dire che dove non è arrivata la nostra classe imprenditoriale possa essere arrivata la nostra classe politica. Così, purtroppo, non è. Nonostante la condizione idrogeologica della Lombardia necessiti di un intervento urgente da decenni, la nostra classe politica(a prescindere dal partito italiano d’appartenenza) non ha mostrato la maturità necessaria per porre una soluzione all’annosa questione. Il modus operandi si mantiene lo stesso per ogni problema: Non risolverlo ma strumentalizzarlo politicamente ed unicamente a fini elettorali. Spesso chi critica la nostra posizione a favore della democrazia diretta millanta una superiorità intellettuale e una maggiore capacità di gestione della classe dirigente, che il popolo non sarebbe in grado di dimostrare. Se la nostra classe dirigente questa capacità ce l’ha, ha deciso di nasconderla senza farne mai mostra, riuscendoci perfettamente.

Dal nostro punto di vista è proprio ridando la vera sovranità ai lombardi che obbligheremo la nostra classe dirigente a dimostrare una maggiore capacità amministrativa, oppure a farsi da parte a favore di qualcuno che sia in grado di svolgere in modo migliore queste mansioni. È solo colpa della classe dirigente lombarda? No. È inutile negare i costi ingenti che un’operazione massiccia di messa in sicurezza dei corsi d’acqua lombardi avrebbe. La regione Lombardia e i nostri comuni non hanno i fondi necessari. Certo, se la Lombardia fosse indipendente, la Lombardia avrebbe più di 55 miliardi di euro in più ogni anno, derivanti dal residuo fiscale che smetterebbe di perdersi nei meandri dei ministeri romani. Con una simile cifra si potrebbe mettere in sicurezza l’intero territorio lombardo. Come per molte altre questioni, la Lombardia si trova ad essere vessata da uno stato predatorio e ad essere abbandonata da una classe dirigente storicamente irresponsabile. Nel frattempo, La Lombardia, e stavolta smette di essere una metafora, affonda.

Juri Orsi

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Le stampelle dello Stato italiano in Lombardia di Giacomo Consalez – Portavoce di pro Lombardia Indipendenza

Roberto Calderoli, esponente storico dei vertici della Lega Nord, è stato, nella sua carica di ministro delle riforme, l’autore principale della legge n. 270 del 21 dicembre 2005, una legge che ha modificato il sistema elettorale italiano e ha delineato la disciplina attualmente in vigore, salvo alcune modifiche decorrenti dal 16 gennaio 2014, in seguito all’annullamento di alcune norme da parte della Corte Costituzionale. Lo stesso Calderoli, rinnegando la sua legge in perfetto stile leghista, la definì «una porcata» in un’intervista televisiva. Per questo la legge 270 fu rinominata da calderolum a porcellum (termine che ebbe molta fortuna e diffusione) dal politologo Giovanni Sartori. La legge contravveniva in modo smaccato all’esito del referendum del 18 aprile 1993, il quale, con un consenso dell’82,7% dei voti e un’affluenza del 77%, aveva portato all’abrogazione di alcuni articoli della vecchia normativa elettorale proporzionale del Senato, configurando un sistema maggioritario, delineato in seguito dalle leggi n. 276 (per il Senato) e n. 277 (per la Camera, nota anche come legge Mattarella) del 4 agosto 1993. Abolendo i collegi uninominali, la legge n. 270 ha introdotto il premio di maggioranza senza soglia di sbarramento per la coalizione vincente alla Camera, ricalcando due leggi elettorali italiane del passato: la legge Acerbo del 1923 e la cosiddetta “legge truffa” del 1953. Inoltre, fatto a mio avviso scandaloso, con la legge 270 l’elettore si limita a votare per delle liste di candidati, senza la possibilità di indicare preferenze. L’elezione dei parlamentari dipende quindi completamente dalle scelte e dalle graduatorie stabilite dai partiti, in base a logiche che lascerei giudicare ai lettori. Recentemente, Calderoli è tornato in due clamorose occasioni a dar mostra della propria natura di arcigno difensore dell’autoreferenzialità ed impunità dello stato centralista romano. Tra la fine di giugno e i primi di luglio del 2014, assieme ad Anna Finocchiaro (PD) ha depositato un emendamento che introduce l’immunità parlamentare, un vero e proprio scudo giuridico per gli amministratori locali che diventeranno senatori. Questo provvedimento è stato seguito da un impressionante scaricabarile tra i redattori del provvedimento e il resto della compagine governativa (di cui la lega nominalmente non fa parte – Calderoli, in questo, svolge solo un ruolo di “basista”, se posso usare giocosamente questo termine). Negli stessi giorni, l’ineffabile odontotecnico si è prodotto in un nuovo festoso parto. Assieme all’anima gemella Finocchiaro, per la quale pare nutrire un trasporto intellettuale incontenibile, Calderoli ha promosso la modifica del terzo comma dell’Art. 71 della “Costituzione più bella del mondo che tutti ci invidiano”. In virtù di questa modifica, il numero di firme necessario ai promotori per presentare una legge di iniziativa popolare sale da cinquantamila a trecentomila. E, aggiunge il testo redatto tra gli altri dallo statista orobico, “La discussione e la votazione finale delle proposte di legge d’iniziativa popolare sono garantite nelle forme e nei limiti stabiliti dai regolamenti parlamentari”. Cioè se e quando garba a lor signori. In pratica, da molti anni, la Lega e Calderoli in primis sono insieme garanti e stampelle di un processo irreversibile che conduce alla completa autoreferenzialità dello stato romano. Uno stato blindato nel proprio fortilizio a strenua difesa di un castello di privilegi insostenibili, e a sostegno di un sistema di voto di scambio che ha ridotto in pezzi l’economia dell’invaso a forma di stivale. Comprese le quattro regioni che, uniche nel loro genere, producono più di quanto non consumino, dunque possono sostenere a testa alta di non praticare lo sport nazionale italiano, quello di vivere alle spalle altrui. Lombardia e Veneto in testa. In questo contesto, l’alleanza ormai strategica tra PD e Lega agisce con la grazia di un cancro per distruggere i flebilissimi ambiti di autonomia concessi ad oggi dall’ordinamento ipercentralista italiano. Ma la Lega non doveva essere la paladina di queste regioni contro le cattive abitudini di altre realtà del cosiddetto “Paese”? Come dice una persona brava e seria di mia conoscenza, la Lega è una orrenda convivenza tra vecchio marcio e conati di nuovo. Restiamo in attesa che i conati si materializzino, perché il dominio incontrastato del vecchio marcio è sotto gli occhi di tutti, checché ne dica Salvini, e il vomito ce l’abbiamo noi che, stoltamente, anni addietro, ci avevamo creduto.

*Giacomo Consalez, Portavoce Pro Lombardia Indipendenza, http://www.prolombardia.eu

MILANO – terreno per la moschea, pro Lombardia Indipendenza chiede un Referendum

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MILANO, PALAZZO MARINO DECIDE DI UTILIZZARE AREE PUBBLICHE PER EDIFICI DI CULTO.

Si riapre l’annosa vicenda della costruzione di una moschea a Milano con la decisione, annunciata dall’assessore alle politiche sociali Majorino, di riservare aree pubbliche a tale destinazione.
L’assessore ha precisato che la decisione riguarda non solo la comunità islamica, ma ogni altro tipo di religione tra quelle che oggi soffrono della mancanza di luoghi di culto appropriati.
Ora, ribadendo che pro Lombardia Indipendenza è un Movimento assolutamente laico  e che lascia ad ogni aderente o simpatizzante la scelta della propria via religiosa, ci pare che un piccolo commento vada fatto, in relazione ad uno dei capisaldi del nostro Movimento: l’applicazione della Democrazia Diretta in ambito comunale, cantonale o nazionale.
Poiché stiamo parlando di terreno pubblico, ci pare doveroso che l’Amministrazione meneghina chieda ai propri cittadini l’approvazione di tale decisione, tramite l’istituzione di un Referendum cittadino.

Il terreno di Milano appartiene ai Milanesi e il Comune deve provvedere solo alla gestione di questo bene comune, senza travalicare la popolazione, unica detentrice del potere decisionale di alienazione.
Questo diritto di decidere della destinazione dei terreni pubblici è stato per troppo tempo nelle mani dei politici che si sono susseguiti a Palazzo Marino e gli effetti negativi sono sotto gli occhi di tutti.
E’ ora di invertire la tendenza e si può ripartire da questo caso, che sicuramente innescherà le solite sterili polemiche fra partiti e politicanti, tutti ormai assolutamente lontani dalla volontà popolare.
I cittadini milanesi devono riprendere nelle proprie mani il futuro di Milano.
Alberto Schiatti
Pro Lombardia Indipendenza – Insubria

ELEZIONI EUROPEE: INDIPENDENZA LOMBARDA, NON CAMBIA NULLA di Giovanni Roversi , Presidente di pro Lombardia Indipendenza

Elezioni europee, Indipendenza Lombarda: non cambia nulla

 

 
Le elezioni europee sono imminenti e la tematica chiave di questa votazione pare proprio essere lo scontro aperto tra due fazioni: “l’europeismo” e “l’antieuropeismo”, con conseguente scetticismo (se proprio non si può definire odio aperto) verso la moneta unica, l’Euro. Da una parte troviamo i fautori dello status quo per l’Unione (come il Partito Democratico), ligi a citare e rispettare slogan preconfezionati piuttosto che proporre soluzioni per un miglioramento dei rapporti tra i cittadini e le istituzioni europee, dall’altro vediamo partiti “anti – sistema” in voga (come il Movimento 5 Stelle) o sigle sull’orlo dell’oblio politico (come la Lega Nord o Alleanza nazionale), propositori di idee tanto radicali quanto raffazzonate tese unicamente a raccogliere un consenso elettorale necessario per la propria sopravvivenza, sfruttando quel sentimento di frustrazione tanto profondo quanto giustificato di “euroscetticismo”.

 

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È infatti assolutamente impossibile che, votando una delle sigle prima menzionate, “si possa uscire dall’Euro” o “si possano riscrivere i trattati battendo i pugni sul tavolo” (senza contare che alcuni di questi trattati così criticati son stati precedentemente votati proprio dai partiti che ora propongono di abolirli, vedasi l’attività di governo di Lega Nord e Alleanza nazionale) come spesso si legge nei “programmi” elettorali; queste elezioni sono dedicate al rinnovo del Parlamento Europeo, organo piuttosto marginale (seppur attivo e costoso) rispetto, ad esempio, alla Commissione Europea. Queste elezioni servono quindi a null’altro che mantenere in vita alcune sigle politiche (tramite i rimborsi o le prebende degli europarlamentari presumibilmente eletti) nei casi più estremi o a “guadagnare peso politico” nel dibattito politico italiano; non è presente quindi una proposta chiara e fattibile per quel rinnovamento delle istituzioni europee oggi assolutamente necessario. L’unica soluzione per una nuova Europa viene dai processi di autodeterminazione in corso in Catalogna (attuale regione spagnola il cui capoluogo è Barcellona) e in Scozia: entrambe chiedono l’indipendenza dalle attuali forme di Stato cui fanno parte (Stato spagnolo e Regno Unito), ma propongono di rimanere in un’Unione Europea al pari di altri Stati.

Si potrebbe quindi innescare un interessante e auspicabile processo di ricostituzione della struttura e identità stessa dell’Unione Europea: non più basata sulle volontà espresse dagli interessi dei singoli Stati nati dalla riorganizzazione post crollo del muro di Berlino, ma sulle attuali regioni, fondata sulle proprie varietà e diversità. Per quale ragione infatti la Catalogna o la Lombardia non dovrebbero aspirare ad un proprio posto al sole nel panorama europeo, visto che la stessa Europa riconosce come Stati entità simili se non inferiori come Austria o Slovenia, e da essi fa influenzare le proprie politiche e le proprie decisioni? Perché il Lussemburgo può partecipare, forte del proprio mezzo milione di abitanti, a scrivere proposte economiche e politiche europee (e che hanno valore effettivo da Lisbona a Riga), mentre all’oltre milione di bresciani viene scippato il diritto ad avere un organo di autogoverno quale era quello provinciale? È una discriminazione palese,non solo un deficit democratico ma una stortura che si riflette sui rapporti economici tra gli Stati stessi; la novella antipatia ed inimicizia verso la Germania nasce proprio dalla prosperità della sua economia in un momento di crisi, alimentando pregiudizi tedescofobi piuttosto fantasiosi riguardo la vera natura della moneta unica, dipinta come strumento necessario unicamente all’assoggettamento teutonico degli Stati con un’economia più debole.

La realtà dei fatti non è questa ma, come spesso accade, più semplice e cruda: la moneta unica (come ben spiegato dall’economista Jesús Huerta de Soto, docente di Economia Politica presso l’Università Rey Juan Carlos di Madrid in un occasional paper pubblicato dall’Istituto Bruno Leoni e fruibile gratuitamente in internet) non ha fatto altro che mettere in aperta concorrenza Stati efficienti con altri più corrotti, togliendo a questi ultimi gli espedienti (la svalutazione monetaria esasperata) che erano soliti utilizzare per mantenere in piedi la propria economia necessitante da tempo di riforme; per utilizzare una metafora sportiva: durante una maratona ha vietato l’utilizzo del doping a quei concorrenti bolsi che ne facevano spesso uso per mantenere alte le proprie prestazioni. La Germania è “troppo grande per l’Europa e troppo piccola per il mondo” non solo da oggi ma dal 1871 (come disse Henry Kissinger, navigato ex Segretario di Stato degli USA) e il suo predominio economico non è un fenomeno inatteso e innaturale, di ciò bisogna rendersene conto e al più presto.

La soluzione viene quindi dai processi indipendentisti citati poc’anzi: in un’Unione Europea basata sui veri popoli (ovvero quelli rappresentati ora dalle regioni), si armonizzerebbero le storture dette in precedenza: economie floride ma inespresse e tendenti all’asfissia come quella lombarda o catalana diverrebbero giuste protagoniste al pari di quella bavarese, e non dovrebbero confrontarsi con lo strapotere rappresentato da uno Stato unico tedesco, deframmentato nei vari Länder (regioni) che ora lo compongono. Le zone europee depresse, come il Mezzogiorno o la bassa penisola iberica non vivrebbero più di trasferimenti statali (nelle cui pieghe si nasconde il cancro della corruzione) dalle zone più floride ma sarebbero costrette ad attivarsi per migliorare la propria economia, puntando sulle possibilità attualmente inespresse, quali il turismo o il miglioramento della produzione agricola di qualità e sfruttando la propria posizione geografica per porsi come punto di riferimento europeo verso i mercati nordafricani.

La strada del “fuori da tutto”, “via dall’Unione Europea e via dall’Euro” è una scorciatoia più emotiva che razionalmente ponderata, e che probabilmente porterebbe la Lombardia a rimanere imprigionata nel ruolo del solito Pantalone destinato a pagare per il resto delle altre regioni (in quanto non avrebbe sì più a che fare con l’Unione Europea, ma rimarrebbe al servizio economico e politico di Roma!) e a fare poi i conti non solo con la concorrenza americana, cinese e russa, ma anche con quella dell’UE stessa. Auguriamoci quindi che i processi di autodeterminazione catalani e scozzesi vadano a buon fine, e che la Lombardia possa nel breve tempo fare altrettanto; è l’unico modo per rinnovare completamente l’Unione Europea, prima che essa stessa ci porti tutti alla rovina da Edimburgo a Lampedusa e da Lisbona a Riga.

Giovanni Roversi

 

PROSSIMI APPUNTAMENTI A MILANO

pro Lombardia Indipendenza incontra nuovamente i Milanesi il prossimo sabato pomeriggio in Piazzale Cadorna, primo di una serie di appuntamenti che ogni sabato pomeriggio e per tutto il mese di Maggio permetteranno ai nostri militanti di diffondere le nostre idee e il nostro programma.

Il prossimo sabato saremo invece in Piazza Gramsci angolo Via Procaccini.

Sabato 31 maggio in Corso Garibaldi angolo Via Moscova.

 

 

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MAGGIO 1898 – MAGGIO 2014 ……. NULLA E’ CAMBIATO

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Nei prossimi giorni, ricorrerà l’anniversario più dimenticato nella storia di questo Stato, e cioè quello della strage compiuta a Milano nel maggio 1898 da parte delle truppe di occupazione italiane comandate dal generale Fiorenzo Bava-Beccaris.
I cittadini milanesi, ridotti alla fame dopo pochi decenni di annessione al Regno d’Italia, reagirono di fronte all’applicazione di un’ennesima gabella, l’aumento del costo del grano e quindi del pane, e iniziarono a manifestare il loro malcontento, prima nelle fabbriche poi nelle piazze.
Le autorità del “glorioso” Regno italico reagirono con estrema durezza: arresti, violenze e quindi anche cannonate sulla popolazione, con un bilancio di vittime di circa 100 milanesi e un numero incredibile di feriti. La stupenda piazza del Duomo venne trasformata in un bivacco per truppe di cavalleria, con tanto di mangime per i cavalli.
Evidentemente si trattava di un segnale nei confronti di tutti i Lombardi: l’Italia comanda e voi dovete solo servire, lavorare e pagare ….. altrimenti usiamo il pugno di ferro.
Sono passati moltissimi anni, ma nulla è cambiato: i Lombardi, già provati da una crisi economica che ha come unica causa l’appartenenza allo Stato italiano, sono vessati quotidianamente da tasse e imposte varie, sempre in aumento, e non hanno il diritto di poter esprimere il proprio sdegno, pena interventi dell’oppressore. I nostri Comuni, anche anche là dove sono amministrati in modo virtuoso, sono sempre più penalizzati da mancanza di fondi, dopo aver riempito le casse statali di denari versati dai loro cittadini.
Ogni Lombardo vanta un credito fiscale (la differenza fra imposte versate e servizi statali ricevuti) nei confronti dello Stato italiano di circa 5600 euro annui, una cifra incredibile se pensiamo che, facendo un rapido conteggio, una normalissima famiglia lombarda di quattro persone raggiunge il ragguardevole importo di più di 22.000 euro all’anno.
A tutto ciò si aggiunge, oggi come allora, la mancanza di possibilità di decidere del proprio futuro: ingabbiati tra uno Stato padrone e una delle peggiori classi politiche a livello mondiale, con rappresentanti scelti dalla segreterie di partiti totalmente piegati alle logiche romane, i cittadini lombardi non hanno alcuna possibilità di reale espressione di volontà, privati, per esempio, dello strumento basilare di una democrazia, il referendum senza quorum, a differenza dei propri vicini svizzeri.
Lo Stato non vuole interferenze nelle proprie decisioni, riguardino esse il presente od il futuro della Lombardia, e quindi non rimane che un’unica soluzione: la creazione di una coscienza indipendentista Lombarda. Non ci facciamo illusioni, si tratta di un progetto a media durata, ma confortati da quanto sta avvenendo ed avverrà durante l’anno in Catalunya e Scozia, e cioè la celebrazione di Referendum relativi al futuro assetto statale sotto forma di indipendenza dai rispettivi Stati nazionali, abbiamo una fondata speranza e continuiamo il lavoro sul territorio.
Toccherà poi ai Milanesi e ai Lombardi ritornare all’antico orgoglio, che nei secoli permise loro di creare una rete di liberi comuni che furono d’esempio per tutto il resto d’Europa e di respingere chi voleva invadere la propria Terra.
BASTA ITALIA, BASTA VOLERLO

Alberto Schiatti
pro Lombardia Indipendenza – Insubria

25 Aprile

 

 
Oggi pro Lombardia Indipendenza, insieme a tutto il popolo lombardo, si ferma per ricordare la fine di un regime che per vent’anni ha privato la nostra terra dei più basilari diritti democratici. Un regime dittatoriale che per vent’anni ha perseguitato il popolo lombardo politicamente, socialmente e culturalmente, così come gli altri popoli soggiogati dall’italia. Un regime che ha cercato di imporre un’identità nazionale volgarmente mutuata dalla simbologia dell’antica Roma, distruggendo il patrimonio linguistico e culturale del nostro popolo. Oggi ricordiamo la fine di un regime totalitario e guerrafondaio, che ha portato la Lombardia in un’ennesima, fallimentare avventura bellica.

 

Ma ricordiamo anche la forza e la determinazione che hanno spinto non solo i lombardi, ma anche gli altri popoli oppressi, a resistere a questo regime, dando vita ad un movimento di liberazione fondamentale per la sua caduta. Oggi pertanto non è un giorno di doloroso ricordo ma di speranza, e di fiducia nella capacità del nostro popolo di resistere all’oppressione. E nonostante la Repubblica sorta da quel regime abbia continuato nel tentativo di creare coattivamente un’identità nazionale inesistente, noi abbiamo fiducia che il popolo lombardo possa ancora una volta resistere ad uno stato che continua a negare il suo diritto all’autodeterminazione. Oggi ricordiamo la vittoria della democrazia sulla dittatura, dei diritti sui privilegi.

 

Ma guardiamo anche al futuro, sperando che lo stesso spirito di libertà spinga la Lombardia e tutte le nazioni oppresse dall’italia verso la futura e democratica Europa dei popoli.
Juri Orsi

http://www.prolombardia.eu

 

foto: Anna Praxmayer – Monumento della resistenza, Milano – Sesto S. Giovanni

INDIPENDENTI DALLE MAFIE – TERZA SERATA – a Magenta il 2 maggio 2014

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Dopo le serate di Rho e di Cernusco SN, pro Lombardia Indipendenza organizza per la sera del 2 Maggio 2014 a Magenta, presso la Sala Giacobbe – via IV giugno 80, alle ore 21, un incontro con cittadinanza e amministratori per illustrare il problema della infiltrazione di organizzazioni mafiose sul territorio lombardo.

Interverranno :
ESTER CASTANO – giornalista de L’ALTOMILANESE
LUCA RINALDI – giornalista de L’INKIESTA
GIACOMO CONSALEZ – portavoce pro Lombardia Indipendenza

moderatore : Juri Orsi

dopo gli interventi dei relatori, si aprira’ un pubblico dibattito.