RICORDO DI PEGGY O’HARA – di Gianni Sartori

Più di 30 anni separano queste due foto che ci riportano nella tormentata terra d’Irlanda: quella in bianco/nero è stata scattata durante i funerali di Patsy O’Hara, uno dei Martiri della causa indipendentista deceduto nel famigerato carcere di Maze, dopo 60 giorni di sciopero della fame.

La seconda si riferisce alle esequie avvenute qualche mese fa della madre, Peggy O’Hara, per tutti questi anni memoria storica vivente di quel dramma.

A loro tributiamo un ricordo con lo scritto di Gianni Sartori, puntuale testimone delle guerre, spesso striscianti e sotterranee, che hanno insanguinato l’Europa durante la fine del passato secolo e l’inizio di questo.

Che tutto ciò sia di monito per chi non ama la Libertà dei Popoli e il loro Diritto ad Autodeterminarsi

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IN MEMORIA DI PEGGY O’HARA

Avevo conosciuto Peggy e Jim O’Hara, la madre e il padre di Patsy O’Hara (il quarto tra i dieci prigionieri politici repubblicani che nel 1981 si erano lasciati morire di fame a Long Kesh), grazie a Tony Gillespie nella loro casa di Hardfoyle a Derry nel 1985. L’avevo poi rivista in occasione di altri viaggi in Irlanda e, nel 1986, intervistata sulla tragica vicenda del figlio, morto il 21 maggio 1981 dopo 60 giorni di sciopero della fame. Patsy, militante dell’INLA (Esercito Irlandese di Liberazione Nazionale, considerato il braccio armato dell’IRSP), ebbe un ruolo fondamentale nell’organizzare e gestire la protesta del 1981, in perfetta coerenza con l’impegno fino ad allora dimostrato all’interno delle lotte del quartiere dove viveva. Il padre, Jim, ricordava come Patsy avesse “combattuto con la parola prima ancora che con le armi contro l’occupazione inglese, nella strada, nel quartiere, ovunque…” sottolineando anche la portata della sua volontà di lottare, la sua preparazione politica, ideologica e culturale. Una conferma mi venne data nel 1994 dallo scrittore Ronan Bennet che per circa un anno condivise con Patsy la cella N.14 a Long Kesh nel 1975. “Quando uno arrivava in carcere -mi raccontò- per prima cosa gli si chiedeva che cosa avesse detto alla polizia. Non aveva dato altro che il suo nome. Questo, dati i metodi usati abitualmente dalle forze di repressione (percosse, tortura…), era abbastanza raro e venne considerato un segno di forza, di determinazione. Questa impressione venne poi confermata dal comportamento tenuto in carcere da Patsy. Era un leader nato, anche se non in modo ostentato, era sempre molto calmo, non alzava mai la voce. Nonostante fosse molto giovane, si capiva che era molto preparato politicamente. In cella abbiamo parlato a lungo di come ognuno di noi fosse arrivato alle sue convinzioni politiche. Sostanzialmente avevamo gli stessi punti di riferimento: Bloody Sunday del 30 gennaio 1972, l’internamento, l’incendio di Long Kesh…Uscì di prigione e in seguito venne nuovamente arrestato.Quando ho saputo che aveva iniziato lo sciopero della fame, ho subito pensato che sarebbe andato fino in fondo”.
Nel cimitero di Derry, sulla lapide dedicata a Patsy O’Hara e a Micky Devine (altro militante dell’INLA morto in sciopero della fame) si legge “MORTI PERCHE’ ALTRI FOSSERO LIBERI”.

Il padre di Patsy, Jim, se n’era andato qualche anno fa. Peggy ci ha lasciati nel luglio di quest’anno (2015). Al suo funerale la bara era scortata da un centinaio di militanti dell’IRSP e dell’INLA (volto coperto, basco con la stella rossa: se lo ricordino i neofascisti che hanno avuto l’impudenza di ricordare la compagna e proletaria Peggy O’Hara sui loro giornali). Prima della sepoltura le sono stati resi gli onori militari con tre colpi di fucile sparati in aria. La cosa è stata stigmatizzata da Mc Guinnes (esponente del Sinn Fein, viceministro nel governo nordirlandese “benedetto” da Londra e Washington) che ha partecipato al funerale nonostante l’IRSP (nelle cui liste Peggy era stata candidata) e i familiari avessero definito “non gradita” la sua presenza.

INTERVISTA A PEGGY O’HARA (1986)

D. Quali erano le speranze di suo figlio quando prese la fatale decisione di smettere di alimentarsi?
R. Patsy e gli altri cominciarono lo sciopero della fame ben sapendo che ne sarebbero stai segnati irreparabilmente nella salute, nel fisico già provato da anni di lotte e proteste, spesso pacifiche ma non certo indolori.Tuttavia pensavano che il rispetto per la vita umana avrebbe convinto Mrs. Thatcher a soddisfare le loro cinque richieste. Quando poi capirono che ciò non sarebbe successo, che li avrebbero lasciati morire, compresero anche che ormai non avevano più scelta: dovevano andare fino in fondo, per non concedere al nemico una vittoria politica che il movimento di liberazione, gli oppressi, la gente avrebbero scontato per molti anni…Fu così che la vita di alcuni divenne il prezzo di un po’ più di giustizia per altri.
D. Che cosa pensò lei della scelta di suo figlio?
R. Gli dissi che ritenevo più utile che restasse vivo per continuare a lottare. Che altro poteva dire una madre? Ma sia io che mio marito rispettammo la consapevole determinazione di Patsy e assecondammo la sua volontà di non essere alimentato artificialmente durante il come finale. E’ stato atroce: perdere un figlio è già contro ogni corso naturale delle cose, ma una morte così è inaccettabile. Soprattutto se si pensa alle sevizie che rendevano ancora più terribile il suo spegnersi giorno dopo giorno.
D. Che genere di sevizie?
R. I secondini, spesso ubriachi, lo picchiavano in continuazione, anche durante lo sciopero della fame. A causa dei maltrattamenti subì due arresti cardiaci. Una volta venne scoperta addosso ad un detenuto una macchina fotografica e Patsy, accusato di esserne il responsabile, fu picchiato con particolare durezza, tanto da procurargli la rottura del setto nasale. Le percosse continuarono anche quando era già costretto in una carrozzella, incapace di camminare. Durante il periodo in cui rimase in coma, il medico del carcere -lo stesso che poi si rifiutò di riportare sulla cartella clinica i segni evidenti delle percosse- lo prendeva a schiaffi durante le mie visite per costringerlo a “riprendersi”, a riconoscermi, sperando in un cedimento dell’uno o dell’altra*. Io sono convinta che Patsy sia morto per un collasso cardiaco in conseguenza delle sevizie subite: sarebbe morto ugualmente, ma lo odiavano tanto da volerlo uccidere con le loro mani. Quando morì i dissero che se non mi sbrigavo a portarlo via l’avrebbero buttato in un sacco di plastica e scaricato davanti a casa. Il suo corpo era pieno di ecchimosi, i suoi occhi erano stati bruciacchiati con le sigarette e portava sul volto i segni delle ultime percosse.
D. Che cosa lascia, nell’animo di una madre, il gesto di un figlio che sacrifica la propria vita in nome dei propri ideali?
R. Non c’è retorica letteraria né politica che possa consolare da una simile brutalità. Rimane solo la convinzione profonda e sofferta che altro non si poteva fare per rivendicare la dignità umana, propria e altrui. E rimane la rabbia, la lotta contro gli oppressori. E rimane la solidarietà, la speranza, nonostante tutto…Bisogna continuare ad andare avanti, perché se non lo facciamo i martiri che sono morti per me, per noi, per questa Nazione ci perseguiteranno per l’eternità.

Gianni Sartori

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CATALUNYA – VOTATA LA RISOLUZIONE CHE APRE LA STRADA AL PROCESSO INDIPENDENTISTA

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Votata oggi e approvata al Parlament de Catalunya la dichiarazione presentata dai Movimenti Indipendentisti che apre la strada al processo di separazione dalla Spagna. Significativa la data scelta per tale votazione: il 9 Novembre, anniversario del Referendum dello scorso anno, osteggiato dallo Stato spagnolo, sul Diritto della Catalunya di scegliersi la migliore strada per il futuro.

UNA SOLA OPZIONE: INDIPENDENZA

LA LOTTA DEI KURDI E’ PER L’UMANITA’ – di Gianni Sartori – (gia’ pubblicato sulla Rivista Etnie)

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Intervista con l’Ufficio d’Informazione del Kurdistan in Italia (UIKI-Onlus)
(Gianni Sartori)


1) In qualche modo l’apparizione dell’ISIS (a cui la Resistenza curda ha saputo opporsi adeguatamente) è legata ad alcune delle Primavere Arabe (v. Siria, Libia…) sorte intorno al 2010. Quello che venne descritto come un “risorgimento” della società civile ha subito una innegabile involuzione. Una vostra opinione in proposito.

Le Primavere Arabe, in generale, erano rivolte popolari: autentici simboli della ricerca di libertà, democrazia e giustizia dei popoli. I leader di tali movimenti, però, non avevano un obiettivo comune, né un progetto concreto per il futuro. Guardavano a tali rivolte solo come uno strumento per ottenere un cambio di potere. Ciò ha messo in discussione anche l’appoggio popolare: quando il popolo si è reso conto della situazione, si è tirato indietro. Un altro aspetto da considerare è la violenza: quando essa è entrata in gioco, tutto è cambiato, perché sia i regimi dittatoriali che altri stati coinvolti hanno cercato di usarla a proprio favore. I kurdi, al contrario, hanno sempre avuto un progetto: per questo non hanno mai perso l’appoggio popolare.

2) Apparivano invece di maggior incisività (laiche, progressiste, autonome…) le sollevazioni che hanno interessato la Turchia negli ultime due anni e in cui era consistente la presenza dei kurdi. Come valutate le prospettive di tali movimenti (anche tenendo conto dei recenti risultati elettorali)?

Le rivolte in Turchia sono una risposta all’assenza di un sistema democratico. La Turchia ancora sostiene e difende l’omogeneità dello stato-nazione, considerando tutti gli altri gruppi, popoli e credi come nemici. Principalmente l’atteggiamento della Turchia verso i kurdi è caratterizzato dalla tendenza a negare, annientare ed assimilare. Se lo stato turco continuerà a tenere un approccio antidemocratico e militare su ogni questione, tali rivolte continueranno, anche con possibilità di successo. Il progetto dell’HDP rappresenta l’alternativa al regime antidemocratico presente in Turchia. Nelle elezioni del 7 giugno l’HDP ha avuto un grande successo: e crediamo che continuerà a crescere, perché si tratta di un progetto di pace, basato su democrazia, collaborazione, convivenza e diritti delle donne.

3) La Resistenza di Kobane ha sicuramente rappresentato un punto di riferimento estremamente positivo per larga parte dell’opinione pubblica democratica europea. Purtroppo la stessa stampa (e i media in genere) occidentale, che aveva solidarizzato con voi, non sembra scandalizzarsi più di tanto per i recenti raid turchi sui campi profughi e sui villaggi di kurdi (forse perché la Turchia è un membro forte della NATO?). Come giudicate questa ambiguità?

Certo, si tratta di una contraddizione: tale ambiguità è negativa. La NATO ha un ruolo e lo sta giocando. La Turchia utilizza i meccanismi della NATO e dei suoi alleati contro di loro: in tal modo li spinge a rimanere in silenzio, affermando che si tratta di una questione interna, di una guerra contro il terrorismo. In realtà non si tratta di terrorismo, ma di una vera e propria guerra, e tutti dovrebbero muoversi nel rispetto della Convenzione di Ginevra. Stati Uniti e Unione Europea dovrebbero fermare questi comportamenti della Turchia, far sentire la propria voce; anche perché dovrebbero riconoscere che i kurdi sono parte della guerra contro l’ISIS e che tutti gli attacchi contro i kurdi facilitano solo l’avanzata di ISIS. La contraddizione di base è chiara: se ISIS è un nemico comune, perché non viene fermata la Turchia quando attacca proprio quei kurdi che hanno lottato e continuano a lottare contro ISIS?

4) Il processo di Pace avviato due anni fa su indicazione di Ocalan sembra essere naufragato a causa della politica guerrafondaia e sciovinista del governo turco dell’AKP. Da un riesame di questo processo, pensate esista ancora una concreta possibilità di riprendere le trattative tra organizzazioni curde e governo turco per una soluzione politica del conflitto?

Le questioni non si risolvono con la guerra, ma con la democrazia: né il PKK né la Turchia possono risolvere la questione con la guerra, l’unica strada è la pace, il dialogo, l’alleanza. Entrambe le parti sono consapevoli di questo; se si vuol riprendere il processo di pace, esso dovrebbe essere condotto secondo le convenzioni internazionali. Ogni guerra ha anche la sua pace; per costruire la pace c’è bisogno delle due parti. Quindi è necessario un cessato il fuoco bilaterale; per garantire l’imparzialità di questo processo ci dev’essere una terza parte. Durante i negoziati, i rappresentanti sia del PKK che dello stato turco devono avere gli stessi diritti.

5) La Resistenza curda nei territori curdi amministrati dallo stato turco aveva deposto le armi per favorire il processo di Pace ed ora ha reagito agli attacchi dell’esercito turco. E’ solo legittima difesa o si preannuncia una intensificazione della guerriglia?

Nelle ultime dichiarazioni uscite anche sulla stampa, il PKK afferma chiaramente: la Turchia ha cominciato questa guerra e stiamo solo mettendo in pratica il nostro diritto di autodifesa. In precedenza più volte il PKK aveva dichiarato che l’AKP stava utilizzando la tattica della provocazione, per far ricominciare la guerra, e che i kurdi non intendevano cedere alle provocazioni e mantenevano una posizione di autodifesa

6) Cosa vi aspettate dall’Unione Europea che finora sembra alquanto tiepida nei confronti degli attacchi turchi? E dagli USA?

Stati Uniti e Unione Europea dovrebbero comportarsi secondo i propri principi, cioè agire per la democrazia e la stabilità, obbligando la Turchia a sedersi al tavolo della pace. E’ molto importante che il PKK venga rimosso dalla lista delle organizzazioni terroristiche; è la condizione principale per permettere che si facciano passi verso la pace e per risolvere le questioni in maniera veloce. La questione principale in Turchia è la questione kurda; Unione Europea e Stati Uniti dovrebbero sapere che la soluzione della questione kurda è anche un loro interesse; per questo devono forzare la Turchia a cooperare per conseguire la pace.

7) Potreste spiegare in che cosa consiste il progetto di autogestione che interessa un sempre maggio numero di città e villaggi curdi (e non solo)?
I kurdi vogliono che venga riconosciuta la loro volontà, vogliono poter scegliere i propri amministratori e rappresentanti locali, vogliono autogovernarsi; stanno cercando di creare un sistema in cui si possano autogovernare dal basso, rimanendo comunque in contatto con il governo centrale. Danno importanza alla convivenza con gli altri popoli che vivono in Turchia, purché sia riconosciuta e rispettata la loro volontà, dal punto di vista politico, culturale, sociale e legislativo.

8) Un modello di autonomia come quelli del Südtirol e delle Vascongadas potrebbe rappresentare una soluzione per il conflitto tra popolo curdo e stato turco? Per esempio, con la garanzia di poter usare la propria lingua, studiare in curdo, usare la lingua curda anche nei tribunali, autonomia delle amministrazioni locali… E soprattutto, la Turchia è pronta per una tale evoluzione?

I kurdi vogliono l’Autonomia Democratica: vogliono prendere le proprie decisioni nelle loro regioni, non vogliono essere gestiti da Ankara, vogliono gestire direttamente dal basso le questioni che riguardano loro e i loro territori. Questa proposta non vale solo per i kurdi, ma per tutte le città e tutti i popoli della Turchia. Però, per arrivare a questo punto, è necessaria una democratizzazione della Turchia: attraverso una nuova costituzione, che tuteli l’uguaglianza dei diritti e la possibilità di un’amministrazione dal basso.

10) La Turchia sembra essere ben inserita nel gioco della politica energetica. Ha firmato accordi con l’Europa, la Russia, l’Azerbaigian, la Georgia, l’Iraq…in passato anche con l’Iran, praticamente con tutti, se si esclude l’Armenia. Questo quanto influisce nelle scelte politiche e militari dei governi turchi?

Tutta l’energia della Turchia viene dal Kurdistan o arriva in Turchia attraverso il Kurdistan. La Turchia, se accetterà di vivere in pace con i kurdi, avrà un ruolo; per avere il gas, il petrolio e l’acqua dei kurdi è necessaria la pace.

11) A vostro avviso, la concessione della base di Incirlik all’aviazione statunitense potrebbe essere stata una mossa di Ankara per fingere di partecipare alla guerra contro l’ISIS mentre in realtà ha fornito una copertura per riprendere la guerra contro i kurdi?

Si sa che gli Stati Uniti hanno bisogno della Turchia, però non dimentichiamo che la Turchia da anni sostiene i jihadisti, in particolare ISIS, che rappresenta un nemico del mondo intero e degli Stati Uniti. Perciò gli Stati Uniti devono opporsi agli attacchi della Turchia contro i kurdi: in quanto il PKK lotta contro ISIS. Gli Stati Uniti non portano avanti una politica chiara nei confronti dei kurdi; ma se vogliono avere un ruolo in Medio Oriente, avranno bisogno dei kurdi, i cui valori sono: secolarismo, democrazia, convivenza pacifica e libertà delle donne

12) Una valutazione, se possibile, della posizione assunta da Barzani (v. la richiesta ai militanti del PKK di lasciare i territori curdi all’interno dei confini iracheni).

La dichiarazione di Barzani è un grave errore, da parte sua: il PKK è un movimento kurdo, fa parte del Kurdistan, e dire al PKK di uscire dal proprio territorio non è una mossa politica ragionevole, non aiuta a raggiungere una soluzione della questione kurda. I kurdi, al contrario, dovrebbero riunirsi in un Congresso Nazionale, al fine di trovare una strategia condivisa. Quelli che attaccano i kurdi, senza fare distinzioni, attaccano in sostanza ogni movimento e l’intera popolazione.

20 OTTOBRE ……. MILANO PIANGE I SUOI PICCOLI MARTIRI

20 ottobre…. Milano ricorda con commozione le 184 piccole vittime della strage della Scuola di Gorla, rimaste sotto le macerie dopo un pesante bombardamento della città meneghina.

Vittime dell’ennesima avventura bellica italiana, nella quale il pacifico Popolo Lombardo pagò un alto tributo di sangue e danneggiamenti, dopo l’inutile massacro già avvenuto in occasione del primo conflitto mondiale.

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BASTA GUERRE SULLA TERRA LOMBARDA…..ABBIAMO GIA’ PAGATO….

TERRORE DI STATO CONTRO IL POPOLO CURDO – di Gianni Sartori – (gia’ pubblicato sulla Rivista “Etnie”)

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TERRORE DI STATO CONTRO IL POPOLO CURDO
di Gianni Sartori

Come da manuale, la Turchia ha colto l’occasione di partecipare alla guerra contro il terrorismo colpendo duramente non tanto l’ISIS (con cui sembra convivere con reciproca soddisfazione) ma la resistenza e la popolazione civile curde. Come conferma un appello del Congresso nazionale del Kurdistan (KNK) del 18 agosto, lo stato turco, dopo aver bombardato accampamenti e campi profughi, ha ripreso a incendiare i villaggi curdi in territori sotto amministrazione turca.

Nel comunicato del KNK si denuncia che “i villaggi di Kocakoy nei distretti di Lice-Hani a Amed (Diyarbakir) e altri villaggi circostanti sono sottoposti a un pesante bombardamento da parte dell’esercito turco.Molti di questi villaggi stanno attualmente bruciando, con molti feriti e un numero sconosciuto di morti”. Dopo i bombardamenti, i soldati turchi sono entrati nel villaggio di Kocakoy accanendosi contro le abitazioni, sparando e bruciando le case con le famiglie ancora all’interno. Fonti locali hanno riferito che molte persone in queste case sono state uccise e seriamente ferite.
L’esercito turco ha poi costretto con violenza l’evacuazione di questi villaggi.
Lo stesso è accaduto nel villaggio di Şapatan (Altınsu) a Semdinli, distretto di Hakkari. In questo villaggio oltre 10 abitazioni sono state demolite e il fumo sta ancora salendo dalle case, oltre che dalle aree forestali e da altri villaggi circostanti.
Niente di nuovo. Il regime turco si era impegnato in una analoga campagna negli anni ’90 quando aveva incendiato oltre 4000 villaggi curdi e trasformato in sfollati (meglio: profughi interni) 3 milioni di persone.
In un precedente comunicato stampa, il KNK aveva reso noto che l’esercito turco aveva attaccato i distretti di Varto, Semdinli, Farqin, Yuksekova, Nusaybin e Lice, prendendo di mira i civili, bombardando deliberatamente fattorie, aziende e abitazioni causando la morte di molte persone.
Rappresentanti e parlamentari di HDP hanno sottolineato come la Turchia stia agendo sostanzialmente con gli stessi metodi usati dall’ISIS a Kobane: una deliberata politica di distruzione della città.
Va ricordato che l’utilizzo della potenza militare contro i civili è considerato un crimine di guerra. Il bombardamento diretto dei villaggi e l’incendio di case, aziende, fattorie e l’ambiente circostante, è una tattica del terrore utilizzata del regime turco contro civili innocenti.
Con il suo appello il KNK chiede “alla comunità internazionale, alle ONG, alla stampa e alle organizzazioni dei diritti umani, di condannare la sporca guerra che lo stato turco sta impegnando nei confronti dei curdi.I crimini commessi contro i curdi sono violazioni dei diritti umani di cui il regime turco deve essere ritenuto responsabile dagli organi competenti e dalle organizzazioni internazionali”.

E’ evidente che, dopo la conclusione del processo di pace da parte di Erdogan il 24 luglio, è ormai in corso una nuova guerra totale contro i curdi. Da quella data le montagne, i villaggi e la popolazione curdi sono stati quotidianamente sotto attacco e sottoposti a bombardamenti. Per quasi una settimana le forze speciali turche, sostenute dall’esercito, hanno dichiarato lo stato di emergenza nelle città curde applicando una dura repressione e compiendo anche esecuzioni extragiudiziali.
In alcuni distretti (Varto, Semdinli, Farqin, Yuksekova, Nusaybin, Lice…) sono stati presi di mira i civili, bombardati i luoghi di lavoro e incendiate case. Inoltre viene impedita la sepoltura di coloro che sono stati uccisi in questi attacchi e anche le cure ai feriti. Tutte le entrate e le uscite di queste città e province sono chiuse e di fatto sono state isolate dal resto del paese. Mentre le forze di sicurezza terrorizzano la gente, le principali forniture di energia e di acqua di queste città sono state deliberatamente interrotte.
Tra la popolazione curda si va diffondendo il timore di subire altri massacri. Già da ora è confermato che il numero dei morti è molto più elevato di quanto viene riferito dalle fonti ufficiali statali. L’esercito turco ha anche assediato le zone rurali che circondano questi distretti e sta bombardando pesantemente nei villaggi.
La principale ragione di questi attacchi e di queste uccisioni extragiudiziali di civili, secondo il Congresso Nazionale del Kurdistan “sta nel fatto che il presidente turco Erdogan ha dato poteri illimitati alle forze di sicurezza. Questo è un altro segno dell’ostilità dell’AKP nei confronti del popolo curdo. Attaccando il popolo curdo, il governo turco e il presidente Erdogan stanno moralmente e concretamente sostenendo ISIS”. E il KNK conclude il suo messaggio con un appello:

• Chiediamo all’opinione pubblica internazionale di opporsi a questa guerra condotta dal presidente turco Erdogan.
• Chiediamo all’UE e agli stati membri, agli USA e all’ONU di rompere il loro silenzio sulla minaccia di massacro contro i curdi in Turchia.
• Chiediamo ai media internazionali di interessarsi della questione che una rilevanza significativa nella lotta contro ISIS nella regione.
Congresso Nazionale del Kurdistan- KNK

Va segnalata anche la recente dichiarazione della Co-Presidenza del Consiglio Esecutivo della KCK (Unione delle Comunità del Kurdistan) sui recenti sviluppi nel Kurdistan settentrionale, la regione curda della Turchia.
Osservando che lo stato turco ha attaccato selvaggiamente il popolo curdo e la sua volontà politica, la KCK sostiene che “il governo dell’AKP non ha né risolto la questione curda, né tollerato l’organizzazione e il carattere democratico della società del popolo curdo”.
E prosegue: “L’AKP attacca selvaggiamente la decisione di autogestione del popolo del Kurdistan che è stata recentemente dichiarata in risposta alla repressione, agli arresti e attacchi che mirano a spezzare la volontà democratica del popolo. In aggiunta al fatto che non ha compiuto passi e manifestato una volontà per la democratizzazione della Turchia, l’AKP sta cercando di spezzare l’autogestione democratica locale del popolo curdo, che considera come ‘fondazione di uno stato nello stato’.”.
Appare evidente che l’AKP agisce ormai apertamente per imporre il suo sistema politico centralista, autoritario ed egemonico. “Il recente conflitto – sostiene la KCK – e gli scontri che stanno causando morti si stanno indubbiamente verificando per via degli attacchi dello stato dispotico contro la volontà democratica dei popoli. La politica degli anni ’90, durante i quali le rivolte del popolo venivano selvaggiamente attaccate, oggi viene perseguita nuovamente.”

La KCK ha anche denunciato come le forze di polizia del governostiano “assassinando diversi civili nella regione curda ogni giorno, mentre i corpi dei guerriglieri caduti negli scontri vengono fatti oggetto di trattamenti inumani e che questi attacchi inumani si sono intensificati in particolare a Varto”.
La misura dell’ostilità dell’AKP nei confronti dei curdi si è rivelata ancora una volta in quello che è stato fatto al corpo di una guerrigliera martirizzata a Varto (in riferimento a Kevser Eltürk, nome di battaglia Ekin Wan*): trascinato per le strade ed esibito nudo in fotografie condivise nei social media. Commentando queste pratiche come un ritorno del periodo della sporca guerra degli anni ’90, la KCK ha detto che le dichiarazioni quotidiane del Presidente Tayyip Erdoğan confermano come questa guerra sporca verrà ulteriormente inasprita.
Riferendosi alle notizie che provengono da Varto (secondo i quali sia civili che guerriglieri vengono assassinati e i loro corpi fatti a pezzi) la KCK ha detto che il governo dell’AKP assassina brutalmente le persone (senza distinzioni) tra civili e guerriglieri e fa scempio dei cadaveri. Riferendosi a Erdogan, la KCK ha ammonito che “se questa sfrenata personalità fascista non viene fermata, la guerra in Turchia ovviamente s’intensificherà sempre di più”.
Secondo la KCK, l’unico modo di porre fine a questa situazione è dare sostegno a tutte quelle aree che hanno dichiarato l’autogestione: Varto, Gever, Cizre, Silopi, Silvan e Nusaybin in primo luogo. “I curdi – ha detto la KCK – devono alzarsi ovunque si trovino contro questi attacchi e il popolo curdo non deve essere lasciato solo di fronte agli attacchi in corso. È tempo di usare il diritto democratico di resistere agli attacchi colonialisti e fascisti”,
Un appello quello della KCK rivolto a tutti i popoli e a tutte le forze democratiche della Turchia affinché sostengano le aree che hanno dichiarato l’autogestione e stanno mettendo in atto un’autodifesa contro gli attacchi del regime. “L’unità dei curdi e del popolo della Turchia -dichiara la KCK- va resa più forte.
Ricordando che il popolo del Kurdistan ha appena costituito la sua legittima democrazia locale nell’ambito di uno sforzo di autogestione, la KCK ha aggiunto che gli autogoverni democratici che rafforzano l’unità della Turchia perché il popolo curdo non ha altro obiettivo se non quello di applicare il suo modello di autogestione e la sua democrazia locale.
Invece “coloro che definiscono separatismo l’autonomia democratica sono coloro i quali non hanno una politica utile ad una soluzione per la questione curda e vogliono creare la base per la soppressione della lotta della gente”.
La KCK ha sottolineato che il popolo e le forze democratiche della Turchia devono impedire l’intensificazione del conflitto mettendo in atto una lotta perché lo stato turco rispetti la volontà democratica del popolo curdo. “Rispetto per la volontà democratica del popolo curdo significa pace e stabilità. Si deve sapere che il popolo curdo e i guerriglieri curdi non entrerebbero in un conflitto se la volontà democratica del popolo curdo non fosse sotto attacco” ha precisato.
Vanno quindi respinte le politiche di guerra dell’AKP contro il popolo curdo mentre si deve operare per la democratizzazione della Turchia e una soluzione democratica basata sull’autogestione del popolo.

* nota: il 10 agosto, la guerrigliera delle YJA STAR (Forze di difesa delle donne del PKK- Partito dei Lavoratori del Kurdistan) Kevser Eltürk (Ekin Wan) è stata uccisa dalle forze di sicurezza turche nel distretto di Varto, nella provincia di Mus in Turchia.

Hanno scritto le sue compagne di lotta dell’YDK:
“Non siamo spaventate:
Perché sappiamo che questo Stato è assassino, lo sappiamo dai villaggi che ha evacuato e dalle donne imprigionate che ha ucciso. Perché sappiamo che questo Stato è stupratore, lo sappiamo dai seni torturati delle donne, dai tentativi di fiaccare attraverso lo stupro la loro volontà, dalle donne imprigionate e torturate in carcere. Lo sappiamo dalle vostre sporche guerre ingiuste, che non del nostro corpo ci fanno vergognare ma semmai della nostra umanità. Lo sappiamo da Shengal, da Kobanê.
E’ chiaro che questa vostra misoginia nasce dalla paura che avete delle donne che lottano sulle barricate, nelle prigioni e sui monti. Noi non abbiamo paura di voi e non ci vergogniamo del nostro corpo “.

Anche noi rendiamo onore alla combattente curda Ekin Wan, ammazzata dopo essere stata torturata e poi abbandonata nuda in strada a Varto.
Gianni Sartori

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REGIONE LOMBARDIA – DOPO LE TANGENTI, NECESSARIE LE ELEZIONI

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Quel pezzo di Europa che si chiama Lombardia può essere vista in due modi: una nazione senza Stato meritevole di autodeterminazione, o una regione italiana degna solo di installarvici il proprio comitato d’affari.

La seconda visione è quella che sfortunatamente impera nei palazzi governativi lombardi da, praticamente, l’istituzione dell’ente regione; al netto della retorica garantista, l’arresto del vicepresidente Mario Mantovani mostra quello che è nei fatti la politica dei partiti italiani in Lombardia: occupare poltrone e potere da utilizzare per gli affari propri e del comitato d’affari di riferimento.

Non dobbiamo dimenticare infatti che la Giunta precedente (stessa coalizione dell’attuale, ma diversi rapporti di forza) cadde anticipatamente al seguito di altre inchieste giudiziarie; evidentemente la regola matematica della proprietà commutativa “cambiando l’ordine degli addendi, la somma non cambia” può benissimo essere applicata alla politica lombarda.

Dovrebbe essere questo il governo lombardo pronto a chiedere “più autonomia” a Roma? Dovrebbero essere questi gli  attori politici pronti a mettere in scena uno scontro istituzionale? Decisamente, no. Sia la classe politica scozzese sia quella catalana, ovvero le protagoniste dei recenti processi indipendentisti / autonomisti in ambito europeo, sono risultate essere migliori della nostrana; i risultati sono sotto gli occhi di tutti, il loro successo parla da sé.

Vedendo le recenti elezioni in un’altra nazione al momento facente parte dello Stato italiano, ovvero il Veneto, non si può certo dire che la coalizione opposta (ovvero PD e compagnia cantante) abbia a cuore innanzitutto la propria patria locale; per essi le elezioni rappresentano niente altro che un sondaggio sulla popolarità del Governo romano di Matteo Renzi.

In Lombardia si deve cambiare aria fin da subito, ed è necessario che la proposta indipendentista sia presente almeno nella futura competizione elettorale; come pro Lombardia indipendenza faremo di tutto per esserci, per dare la possibilità ai lombardi di poter esprimere realmente un’intenzione indipendentista.

I CURDI , DA OCALAN AI PESHMERGA – di Gianni Sartori – gia’ pubblicato sulla Rivista Etnie

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Prosegue con questo incredibile studio sul Kurdistan e sul Popolo Kurdo la collaborazione con Gianni Sartori, grande esperto veneto delle lotte di Liberazione dei Popoli oppressi, che in oltre venticinque anni di viaggi, interviste ed analisi ci offre un documento impressionante su questa Terra, divisa tra più Stati, e su questa indomita popolazione, ancora oggi in campo per difendersi da fondamentalismi e ambizioni di colonizzazione.

Ringraziamo l’Autore per aver autorizzato la pubblicazione sul nostro Blog, certi che la sua opera saprà chiarire a tutti i nostri lettori quali sono i reali aspetti di decennali conflitti in questo settore.

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I CURDI , DA OCALAN AI PESHMERGA

di Gianni Sartori

Storia di una Nazione senza Stato

Il popolo curdo, tra i più antichi del vicino oriente e con più di tremila anni di storia, non ha mai avuto un’entità statale duratura e stabile. Nel 612 a.C., insieme ai Persiani, sconfisse gli Assiri, leggendari per la loro ferocia. Leader della rivolta fu un fabbro curdo di nome Kawa. Il carattere nomade e feudale della società curda, con il potere esercitato nelle diverse regioni dai rispettivi capitribù, non ha favorito una mentalità disponibile a riconoscersi in un’autorità centrale: volontà egemoniche, estranee agli interessi del popolo curdo, hanno cercato in ogni modo di spezzare e cancellarne unità e identità. Nel 1639 (accordo di Kasiri-Sirin) si è avuta la prima divisione del Kurdistan, tra l’impero ottomano e quello persiano. La seconda divisione, dopo alcuni secoli, venne decisa dal trattato di Losanna del 24 luglio 1923 – con l’influenza decisiva dei paesi europei – ed è quella che ha sancito la divisione del Kurdistan tra la Turchia, l’Iran, l’Iraq, la Siria. Per capire come ciò sia stato possibile, occorre considerare che i curdi hanno combattuto durante la 1ª guerra mondiale per la Repubblica Turca contro francesi e inglesi – stati europei che, come la Germania, avevano occupato il Kurdistan – in cambio della promessa di veder riconosciuta la propria identità. Ma alla fine della guerra, nonostante nel 1920 il Trattato di Sevres, avesse posto le condizioni per la creazione di uno stato curdo indipendente (progetto a cui era favorevole il presidente statunitense Wilson), i kemalisti, fautori dell’ideologia che afferma l’esistenza della sola identità turca all’interno dei confini dello stato, non rispettarono gli accordi e imposero una politica di assimilazione e di fortissima repressione……………….

per leggere lo studio completo…

                                             I Curdi da Ocalan ai Peshmerga – di Gianni Sartori

EUSKAL HERRIA 2015: A 40 ANNI DALLA FUCILAZIONE DI TXIKI E OTAEGI, SI INTRAVEDE, FORSE, UNA SOLUZIONE POLITICA DEL CONFLITTO BASCO – articolo di Gianni Sartori

pubblichiamo con vero piacere un articolo scritto da Gianni Sartori (*), profondo conoscitore della realtà basca, in occasione del 40° anniversario della fucilazione di Patrioti Baschi, ultimo colpo di coda del regime franchista.

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EUSKAL HERRIA 2015: A 40 ANNI DALLA FUCILAZIONE DI TXIKI E OTAEGI, SI INTRAVEDE, FORSE, UNA SOLUZIONE POLITICA DEL CONFLITTO BASCO

(Gianni Sartori)

Tra gli eventi significativi di questo anno va segnalata la “Conferenza Umanitaria per la Pace nel Paese Basco” svoltasi a Parigi (11 giugno 2015) e organizzata dal Gruppo di contatto Internazionale, dalla Lega Francese dei Diritti Umani, da Concilation Resources, Fundaciòn Berghof, Foro Social por la Paz en el Pais Vasco e Bake Bidea.

Nella sostanza un appello congiunto, rivolto dalla società civile basca e da quella dell’Esagono, allo Stato francese affinché adotti mezzi adeguati per risolvere le principali conseguenze del conflitto. Per la prima volta a Parigi si sono riuniti parlamentari, rappresentanti delle Istituzioni e varie associazioni, tutti a favore di un processo di pace in Euskal Herria. La presentazione da parte di Pierre Joxe di quanto si è fatto negli ultimi 4 anni per una soluzione democratica (con il sostegno di vari esponenti politici, tra cui J.J.Lasserre, Frederique EEspagnac e Max Brissou) ha consentito di apprezzare la portata dei progressi operati dalla società civile basca dall’epoca della Conferenza di Aiete (2011). 

 Con la Conferenza di Parigi si è voluto analizzare in maniera approfondita le conseguenze più gravi e problematiche del conflitto, in particolare la questione delle vittime e quella dei prigionieri (i militanti di ETA in carcere), sottolineando comunque che il cammino da percorrere è ancora lungo. L’intervento di Pierre Hazan, esperto di Giustizia internazionale, e le testimonianze di Roberto Manrique e di Axun Laza, entrambi vittime a diverso titolo,  hanno mostrato quale sia stato il livello di sofferenza subito da tutte le parti coinvolte.

Raymond Kendall, ex dirigente dell’Interpol, ha indicato alcuni elementi chiave nella questione dei prigionieri e la necessità di protocolli per la liberazione dei prigionieri stessi, analogamente a quanto è avvenuto in Irlanda e in Sudafrica. Il concetto era stato poi ripreso da Gerry Kelly e da Gabriel Mouesca, sottolineando quale sia stato il ruolo dei prigionieri nel far progredire il processo di pace. Michel Tubiana, presidente onorario della LDH, e Serge Portelli hanno presentato una dichiarazione congiunta rivolta agli stati spagnolo e francese (e appoggiata da Berte Ahem, ex primo ministro irlandese) per una soluzione politica.

Mentre tale soluzione politica si va definendo, pur tra tante difficoltà, ritengo sia utile, se non addirittura indispensabile, rivolgere lo sguardo indietro, alle tappe fondamentali, spesso drammatiche, che hanno segnato la storia del Paese Basco in questi ultimi decenni.

Una storia che è imprescindibile da quella dell’organizzazione armata Euskadi Ta Askatasuna (ETA). Tra gli eventi che, almeno per la mia generazione, avevano maggiormente portato alla ribalta la questione basca, sicuramente le 5 fucilazioni del settembre 1979 (due etarras e tre militanti del FRAP, un gruppo iberico antifranchista) rimangono una ferita aperta. In questo quarantesimo anniversario vorrei ricordare i cinque militanti assassinati dal regime fascista di Franco, in particolare il TXIKi di cui ho poi conosciuto i familiari. Ho quindi riesumato un vecchio articolo, quasi un diario di viaggio, della fine degli anni novanta. Buona lettura, spero.

GS

A 40 anni dalla fucilazione del TXIKi e degli altri quattro compagni antifranchisti, un ricordo da parte di chi non li ha mai dimenticati

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di Gianni Sartori

Cronaca quasi obiettiva di un ritorno nei Paesi Baschi in compagnia del figlio verso la fine degli anni novanta (del secolo scorso)

Stazione di Irun: scuoto un po’ E. (che si era appisolato), ci carichiamo gli zaini in spalla e saltiamo giù. Inaki ci viene incontro con le chiavi di casa (sua) in mano. Sapendo del nostro arrivo ha rimandato di un paio di giorni la partenza per le ferie. Arriviamo a Donosti (San Sebastian) sotto una pioggerellina sottile.

Riprendo mentalmente possesso del territorio. Ci troviamo nei pressi di Piazza Easo, in posizione strategica. La stazione del “Topo” (metropolitana di superficie) è a due passi; sedi di riviste e associazioni politiche sono nei paraggi e anche la Cattedrale del Buen Pastor (usata spesso per scioperi della fame e altre iniziative di protesta) si trova nelle vicinanze.

Inoltre le spiagge e la città vecchia, con le sue ben fornite librerie (Bilintx in particolare) e qualche Herria Taverna (che svolgono adeguatamente le funzioni di centro sociale e di documentazione) sono facilmente raggiungibili anche a piedi.

Nei giorni successivi avrò modo di pensare alla sensazione di familiarità, di “già visto e vissuto” che provo in casa di Inaki. C’è qualcosa che rispetto a parametri convenzionali potrebbe apparire incongruente, contraddittorio: appesi al muro foto dei figli e immagini del CHE, Ikurrina (bandiera basca) e manifesto di Dragon Ball (personaggio di cartoni e fumetti giapponesi); sulle scansie e sui tavoli, in disordine sparso, libri per bambini (la raccolta completa di Asterix in euskara!) e voluminosi dossier sulla tortura, libri sulla guerra civile del ’36 e depliant di Eurodisneyland, la biografia dell’anarchico basco “Felix Likiniano, miliziano de la utopia” e altri fumetti a cura dell’Eusko Jaurlaritza (Governo Basco) sui personaggi mitologici di Euskal Herria (Atzi, Amilamia, Basajaun, Akerbetz, Sorgin, Mari…).

Inevitabilmente ripenso alle abitazioni di alcuni repubblicani irlandesi (in particolare a quelle di Mary Nelis, consigliere comunale di Derry e di Alex Maskey, noto esponente del Sinn Fein diventato ora sindaco di Belfast), dove la sovrapposizione tra quotidianità familiare e impegno politico salta immediatamente agli occhi. Si parva licet, mi ricorda un po’ anche casa mia, a parte la mancanza di cani e gatti.

Nella fornitissima libreria di Inaki (che sta scrivendo un ennesimo libro sulla resistenza basca al franchismo, con particolare attenzione al ruolo degli anarchici) individuo alcuni interessanti volumi sui rapporti intercorsi tra anarchismo e lotta per l’autodeterminazione: “Teoria politica e praxis social de un anarquista vasco. Isaac Puente (1896-1936)” di Jose Daniel Reboredo Olivenza (ed. P&A); due libri di Manuel Chiapuso “Los anarquistas y la guerra en Euskadi. La Comuna de San Sebastian” e “El Gobierno Vasco y los Anarquistas” (Editorial Txertoa). Non mancano alcuni classici di Antonio Tellez sugli anarchici catalani Sabaté e Facerias (pubblicati anche in Italia da “La Fiaccola” nel 1972 e nel 1984). Colgo l’occasione per ricordare che il breve saggio di J. Hobsbawm (“I requisitori”, in “I banditi”, Piccola Biblioteca Einaudi n.153) non è altro che un riassunto del libro di Tellez su Sabaté, integrato con qualche commento (per lo più di cattivo gusto) del noto cattedratico marxista inglese.

Scopro anche una biografia di Maurius Jacob, l’anarchico espropriatore a cui si ispirò Maurice Leblanc, il creatore di Arsenio Lupin (e indirettamente anche Monkey Punch, il fumettaro giapponese ben noto a E. come autore di Lupin III): “Jacob, recuerdos de un rebelde” edizioni Txalaparta, la casa editrice che prende il nome dall’omonimo strumento tradizionale basco.

E con questo chiudo la parentesi anarco-bibliografica.

Un inizio emblematico

Dopo una doverosa contemplazione dell’Atlantico ci incamminiamo per la prima ricognizione nella città vecchia. I ricordi riaffiorano a ondate: “Qui nell’86 c’era una barricata; ecco, qui invece e dove, mentre cercavo di fotografare le cariche, mi hanno sparato qualche lacrimogeno (ad altezza di fotografo); qui hanno incendiato un autobus… finché E. sbuffa e mi chiede di risparmiargli il seguito, “almeno per oggi”. Per la sera davanti al municipio è previsto un comizio della sinistra indipendentista a favore dei prigionieri politici (“euskal presoak euskal herrira!). Arriviamo verso la fine, proprio quando dalla folla escono alcuni ragazzi con il cappuccio della felpa tirato su e il volto coperto dalla bandana. In pochi attimi srotolano una bandiera spagnola (rossa e gialla, quella monarchica e franchista) e la bruciano tra gli applausi di centinaia di persone. Un inizio emblematico.

In una viuzza ritrovo una scritta (evidentemente sfuggita all’opera sistematica di pulizia muraria) che ricorda la polemica di qualche anno fa sui nastri “azul”. Nel 1995 erano diventati il segno più evidente di lacerazione e contrapposizione tra gli stessi cittadini baschi. All’epoca l’ETA (Euskadi Ta Askatasuna) aveva sequestrato un industriale richiedendo alla famiglia un riscatto. Il fatto aveva provocato l’indignazione di una parte della popolazione, anche tra coloro che si sentono “euskaldun”, baschi. Nel contempo, forse non del tutto casualmente, era esplosa una campagna di stampa tesa a dimostrare che la crisi economica di Euskadi, con relativo “paro” di massa, era dovuta ai metodi adottati da ETA per autofinanziarsi: “tassa rivoluzionaria” e sequestri ai danni degli industriali.

L’ipotesi era poi stata ridimensionata anche da illustri economisti dato che la crisi industriale di tutta la costa (non solo Euskadi, ma anche le Asturie, la Galizia…) sarebbe strutturale, in gran parte dovuta agli accordi CEE. È cosa nota che per entrare nell’Unità Europea, la Spagna ha dovuto pagare un prezzo salato: lo smantellamento dei cantieri navali e la chiusura di molte fonderie. Nel Paese Basco in particolare si è poi assistito ad un vero e proprio accanimento, quasi punitivo nei confronti della costante insubordinazione popolare, sia da parte di Gonzales che di Aznar.

Nel 1995, mentre il sequestro era ancora in corso, gruppi di cittadini baschi con un nastro azzurro attaccato al bavero, cominciarono a riunirsi nelle piazze per chiedere l’immediato rilascio dell’industriale ed esprimere viva contrarietà all’operato di ETA.

Spesso si accendevano vivaci discussioni con i gruppi di sostegno ai prigionieri politici come Senideak (associazione dei familiari dei prigionieri politici), Gestoras pro amnistia, Jarrai (associazione dei giovani indipendentisti di sinistra, antropologicamente imparentati con i nostri autonomi)…tutte organizzazioni finite poi nel mirino del giudice Baltazar Garzon che le considera fiancheggiatrici del terrorismo. Particolarmente complesse le traversie del movimento Jarrai (“Continuare”) ripetutamente sciolto e rifondato, prima come “Haika” (“Rimettere in piedi”) e poi come “Segi” (“Continua”).

Fino ad un certo punto le due fazioni si erano limitate agli scontri verbali, ma le cose cominciarono a degenerare quando (nel marzo del 1995) i resti di due cadaveri “immagazzinati” da anni in un deposito di Alicante, vennero identificati come quelli di Josè Ignacio Zabala (“Joxi”) e Josè Antonio Lasa (“Joxean”). Lasa e Zabala erano due rifugiati baschi sequestrati il 16 ottobre del 1983 da una squadra della morte (i parastatali del G.A.L.) in Iparralde (Euskadi Nord, Paese basco francese). Un’inchiesta ha poi accertato che i due vennero trasportati ad Alicante, tenuti segregati in una caserma della Guardia Civil, torturati ripetutamente per mesi, assassinati e poi scaraventati in una fossa di calce viva per far sparire ogni traccia, impronte digitali comprese. Basti dire che tutte le unghie erano state strappate, meno una. Come aveva dichiarato un comunicato del GAL e come ha confermato una Guardia Civil “pentita” i due chiesero di poter vedere un prete prima di morire ma anche questo gli venne negato “perché non se lo meritavano”.

Cresceva l’indignazione

Va ricordato che casi del genere, esempi drammatici della “guerra sporca” in atto da anni nel Paese Basco, sono tutt’altro che rari. Nel 1993 venne sequestrato da un misterioso commando (pare composto da uomini dell’Ertzaintza, la polizia autonoma basca) Xabier Kalparsoro, “Anuk”, ritenuto un etarra (militante di ETA). Venne segregato in una località sconosciuta sui monti di Laudio (Alava), torturato e ripetutamente sottoposto a iniezioni di pentotal (come ha rivelato l’autopsia) per poterlo manipolare e usare come inconsapevole elemento provocatore.

A distanza di un mese Anuk riapparve cadavere nel cortile di un commissariato di Bilbao dopo essere precipitato da una finestra. Più recentemente è stato confermato che l’autopsia fatta a suo tempo sul cadavere di Mikel Zabalza (arrestato dalla polizia durante un rastrellamento e poi ritrovato, con le mani ammanettate, dentro un fiume) aveva confermato che Mikel non era morto per annegamento dopo essere sfuggito alla Guardia Civil (come avevano sempre sostenuto polizia e stampa) ma a causa delle torture subite.

Man mano che le notizie sulla morte atroce di Lasa e Zabala si diffondevano, cresceva l’indignazione e scoppiavano discussioni (a questo punto non soltanto verbali) tra gli “abertzale” (sinistra indipendentista) e i portatori del laccio azul. Qualcuno, non del tutto a sproposito, parlò di una “mobilitazione reazionaria delle masse” da manuale.

Oggi cerco di parlarne con la bella signora dall’aria intellettuale che, a distanza di anni, ostenta ancora quel simbolo mentre osserva le vetrine nei dintorni Piazza Costi (Costituzione). Niente da fare; glissa e vengo trascinato invece in una discussione su Calvino, Pavese e Bevilacqua, argomenti su cui, con mia vergogna, la signora (amica personale dello scrittore-filosofo Savater) si dimostra molto più ferrata del sottoscritto. Mentre rimedio una brutta figura, E. si è infilato in una libreria dove legge a scrocco qualche storia di Corto Maltese e di Tintin in castigliano.

Per la cronaca va ricordato che la situazione degenerò completamente nel 1997, quando l’ETA sequestrò e assassinò Blanco, consigliere comunale del partito di Aznar. A quel punto alcuni esponenti di Herri Batasuna (Unità Popolare, divenuta in seguito Euskal Herritarok e poi Batasuna) dovettero momentaneamente lasciare le loro abitazioni dato che in giro si respirava aria da linciaggio.

Alla ricerca del murale perduto

Passiamo un paio di giorni esplorando i quartieri popolari di Donosti alla ricerca di murales che qui ricordavo numerosi e “fotogenici”. Scopro con disappunto che la politica del decoro urbano a tutti i costi del PNV (Partito Nazionalista Basco) ha fatto pulizia totale, con grave danno per la memoria storica. Quasi quotidianamente vengono cancellate anche le scritte che comunque riappaiono spesso la mattina seguente. Dato che la maggior parte sono in basco, mi decido a procurarmi un dizionario. Resto a lungo incerto tra il “Gaztelania-Euskera Euskera-Gaztelania Hiztegia” di J. L. Arringa pubblicato da Mensajero e “Elhuyar argitalpen berritua, hiztegi txikia”. Nel dubbio, alla fine prenderò entrambi.

Ribadisco comunque che la cancellazione dei policromi murales rappresenta una perdita irreparabile: bene o male erano espressione di una variopinta creatività popolare ed esprimevano una forma di riappropriazione, sia spaziale che culturale.

Per consolarci ci dedichiamo ai libri delle numerose bancarelle dove non mancano i piccoli editori militanti come Ediciones Vanguardia Obrera di cui acquisto un volume sulla storia del FRAP (Frente Revolucionario Antifascista y Patriota) e le fucilazioni del 27 settembre 1975, le ultime ordinate da Franco quando ormai stava già con un piede nella fossa. Da parte sua E. ne approfitta per completare la sua collezione delle opere di Carlos Gimenez: Espana Una, Espana Grande, Espana Libre, Hom, Paracuelos…oltre al mitico “Barrio”.

Improvvisamente dal fondo del viale, insieme al familiare rimbombare degli slogan, udiamo alzarsi i lamenti profondi dei corni.

Il gruppo che avanza con tanto clamore è scortato da vari reparti dell’Ertzaintza in tenuta antisommossa, con scudi, caschi, visiere, fucili per sparare lacrimogeni e proiettili di gomma. Sotto ai caschi i poliziotti portano il passamontagna. La manifestazione, alquanto pittoresca, appare nel complesso pacifica, sottolineando la sproporzionata presenza della polizia. Sono i soliti ambientalisti che protestano contro la costruzione della diga che provocherebbe l’allagamento di una valle incontaminata tra i monti. Molti manifestanti hanno il volto dipinto di verde, sono avvolti in tralci di vite, edere, ciuffi di erba, paglia e portano strani copricapo tradizionali, evocando mitici abitanti primordiali dei boschi. Alcuni camminano sui trampoli, altri sono ricoperti da enormi pupazzi che rappresentano i protagonisti di antichissimi cicli mitologici. Molti soffiano con forza nei corni traendone lunghi e profondi suoni ancestrali. Il tutto ha un sapore vagamente barbarico, protostorico, ma nel contempo anche familiare come di ricordi che improvvisamente riemergono dall’inconscio collettivo. Immancabile la presenza dell’Ikurrina, la bandiera basca. Tra gli slogan in euskera riconosco, scandite ripetutamente le parole EZ (no) e BAI (si). Giunti in una piazzetta dominata da un antico palazzo, vari esponenti dei gruppi ambientalisti e dei comitati sorti contro il progetto si alternano al microfono, alcuni in euskara, altri in castigliano. Tra un intervento e l’altro vengono cantati in coro vari inni di lotta tradizionali.

Sciopero della fame alla cattedrale

Per alcuni giorni di seguito incrociamo i familiari dei prigionieri che con i loro cartelli stazionano davanti e intorno alla cattedrale del Buon Pastore per uno sciopero della fame a staffetta che dura ormai da diversi mesi e che non sembra ancora destinato ad interrompersi. Sul sagrato della chiesa è stata appesa una enorme pankarta con il ritratto di tutti i prigionieri politici baschi (circa 500) attualmente dispersi in varie prigioni spagnole (definite dai manifestanti “di sterminio” per l’alto numero di decessi), alcuni perfino alle Canarie. Altri striscioni appesi lungo le strade circostanti richiedono il loro avvicinamento, in modo che le famiglie possano visitarli con regolarità.

Mi fermo a parlare con gli “huelguistas de hambre”, prendo appunti, chiedo di poter scattare qualche foto. Vengo invitato a visitare il loro “quartier generale” dove ormai da mesi gruppi di una quindicina di persone si alternano settimanalmente in sciopero della fame. Alcune stanze sotto la chiesa sono state trasformate in dormitorio e sala riunioni. Dietro un lungo tavolo coperto di microfoni (dove si svolgono le conferenze stampa) sono appesi centinaia di telegrammi e lettere di solidarietà. Ai muri foto dei prigionieri e manifesti di Senideak. Quella di mettere a disposizione dei manifestanti, soprattutto dei familiari dei prigionieri, i locali di chiese e conventi è una consolidata tradizione del Paese basco.

Anche durante le manifestazioni, come ho potuto verificare varie volte nel corso degli anni, capita che gruppi di persone inseguite dalla Policia Nacional vi trovino rifugio. Di solito, ma naturalmente non mancano le eccezioni, la polizia in chiesa non entra. Nell’agosto del 1986 fu proprio davanti al Buon Pastore che alcuni esponenti della Policia Nacional, appena scesi da un furgone ed evidentemente alquanto suscettibili, spararono i loro lacrimogeni direttamente addosso al sottoscritto (almeno due mi sfiorarono, un terzo mi arrivò tra i piedi) che si era permesso di scattare qualche fotografia. Insieme alla piccola folla radunata sul sagrato corsi immediatamente dentro alla chiesa. Qui venni energicamente redarguito per aver fatto correre dei rischi a quelle persone, anche se del tutto involontariamente. È ben noto infatti che un candelotto sparato ad altezza d’uomo può essere molto pericoloso.

Al termine della visita vengo invitato dagli huelguistas a partecipare, il sabato successivo, alla cerimonia con cui verranno passate le consegne ad un altro gruppo.

Los “momotxorros”

Il nuovo gruppo (il trentesimo) che per una settimana starà in sciopero della fame è costituito da una quindicina di andalusi. Intendono ricambiare la solidarietà dimostrata tanto spesso dai baschi nei confronti delle lotte sociali (soprattutto quelle dei braccianti) in Andalusia. Il gruppo si presenta con queste parole: “Un abrazo solidario desde Andalucia a todos vosotros, a un pueblo, el pueblo vasco, que sabe expresar como ninguno la solidaridad para con otros pueblos en lucha”. L’iniziativa si svolge sempre sul sagrato della chiesa, davanti a centinaia di persone di ogni età. La manifestazione era stata introdotta dal suono ancestrale della txalaparta, antico strumento tradizionale basco diventato ormai un simbolo di identità, suonato da alcuni giovanissimi. Accompagnati da una fisarmonica, alcuni huelguistas avevano quindi intonato “KALERA BORROKALARI!”, un canto di lotta che invita a scendere nelle strade, immediatamente seguiti dal coro della folla. Subito dopo tre giovani in abito tradizionale eseguono una antica danza.

Alla fine i due gruppi si schierano l’uno di fronte all’altro e avviene lo scambio delle consegne. Ogni nuovo huelguistas riceve dal suo predecessore il fazzoletto da portare al collo e una bottiglia di acqua. Passa al nuovo gruppo anche una lampada ad olio, simbolo di Senideak (è quella raffigurata in Guernika di Picasso). Infine vengono consegnate anche un’ikurrina e una Gwenn ha Du (bianca e nera, la bandiera bretone). Infatti uno dei militanti che hanno concluso lo sciopero della fame è un esponente di Emgann (“Lotta” in bretone), venuto per ricordare i numerosi bretoni in galera per aver ospitato rifugiati baschi.

Con le bottiglie di plastica vuote utilizzate nel corso della settimana di sciopero, i militanti avevano costruito una sorta di cella o gabbia. Improvvisamente da dietro alla chiesa, urlando e agitando dei forconi in legno, balzano fuori tre “momotxorros”, mitici personaggi del folclore basco. Ricoperti da una specie di pelliccia, il volto da maschere con le corna e provvisti di una eterogenea serie di campanacci appesi alla cintola, in passato avevano la funzione di scacciare i malefici. Ma evidentemente si sono adeguati alle circostanze e distruggono a calci e bastonate la simbolica cella in bottiglie di plastica (che poi saranno diligentemente raccolte e infilate nell’apposito contenitore). Alla fine, dopo una settimana di digiuno, gli huelguistas si concedono il primo cibo, una zuppa vegetale calda e nutriente. Viene versata nei bicchieri e la manifestazione si conclude con un brindisi in piedi, tra saluti e abbracci…

Trascorriamo una domenica inerpicandoci sugli scogli nei dintorni del Peine de los Vientos, famosa opera di scultura in ferro posta di fronte all’Oceano (realizzata nel 1977 dallo scultore Eduardo Chillida e dall’architetto Luis Pena Ganchegui) che ha affascinato E. Alla sera, prima di rientrare, ci ascoltiamo una messa in euskara in una chiesa gotica vicino al porto. Anche stavolta riaffiorano ricordi: in occasione di una “Salve” (festa tradizionale) di qualche anno fa, all’epoca delle prime estradizioni di massa dei rifugiati dalla Francia, la stessa chiesa era letteralmente circondata dalla polizia autonoma (Ertzaintza) che, con gli scudi, proteggeva i notabili, per lo più esponenti del PSOE e del PNV, dal lancio di monetine di una folla piuttosto incavolata. Appena sul lungomare si formò il corteo non autorizzato degli abertzale, entrò in scena la Policia Nacional che caricò la folla sparando lacrimogeni, proiettili di gomma e, ricordo bene, anche qualche colpo di “fuego real”. Poi gli scontri (la solita kalle borroka) si protrassero fino a tarda notte.

A colloquio con Eva Forest

Ma più che ai miei racconti da reduce E. appare interessato a librerie ed affini. Quando, dopo l’ennesimo sopraluogo a Bilintx, torniamo alle bancherelle della “feira” del libro di Donosti mi sembra di riconoscere, dietro lo stand delle edizioni IRU, la nota scrittrice Eva Forest. Come qualche vecchio militante ricorderà, il caso di Eva Forest, moglie del drammaturgo Alfonso Sastre, divenne un vero “affaire” internazionale. Arbitrariamente arrestata dalla polizia franchista nel 1974, in un periodo di recrudescenza della repressione, Eva venne ripetutamente torturata (leggersi “Diario y cartas desde la carcel”) e rimessa in libertà solo nel 1977.

Ci presentiamo e la scrittrice ci parla della sua attività di editrice in quel di Hondarribia. Il suo pluridecennale impegno in difesa dei Diritti Umani non le ha impedito di scrivere e pubblicare opere di narrativa, per es. “No son cuentos” dove l’apparente banalità del quotidiano appare attraversata da segni inquietanti e premonitori. Notevole anche la sua attività di traduttrice, anche di autori italiani. Tra l’altro ha tradotto, sia in castigliano che in euskara, diverse opere di Dario Fo ( tra cui “Morte accidentale di un anarchico”) e di Pasolini.

Eva ci racconta di quando è tornata in Italia per ritirare il premio vinto dal marito (Premio Feronia a Fiano) rivedendo per l’occasione la sua vecchia amica Rossana Rossanda che ha fatto pubblicare dalle edizioni del Manifesto “Operazione Ogro”, il suo libro più famoso. È la drammatica storia dell’attentato, opera dell’ETA, contro l’ammiraglio Carrero Blanco, delfino designato del caudillo. Le ricordo che con lo stesso titolo Gillo Pontecorvo realizzò un film, ispirato dal libro ma molto critico sull’operato di ETA dopo la fine del franchismo. In proposito Eva ricorda un aspro litigio con il noto regista per aver, secondo lei, travisato il significato della secolare lotta per l’autodeterminazione del popolo basco, azzerandola sul terrorismo.

La conversazione prosegue al bar davanti al solito cappuccino (E. opta per un gelato) e scopro che Eva Forest non è basca ma catalana. Il padre, un vecchio anarchico autodidatta, non l’aveva mai mandata a scuola e si era occupato personalmente della sua educazione, con ottimi risultati evidentemente. La matrice libertaria di Eva rispunta parlando del movimento basco, alquanto composito e talvolta forse contraddittorio (vi convivono obiettori totali e seguaci della lotta armata, oltre a femministe, ecologisti, punks…) ma di cui Eva apprezza lo spirito di autorganizzazione e “una concezione orizzontale del potere”. Alla fine ci regala alcuni suoi libri con relativa dedica e disegnino (Eva illustra abitualmente le copertine delle edizioni IRU) che E., aspirante fumettaro, ricambia disegnando alcuni dei suoi personaggi.

E quelli di Askatasuna?

Verso sera ritorniamo di fronte al Buon Pastore dove abbiamo appuntamento con Takolo, negli anni ottanta responsabile dell’ufficio esteri di Herri Batasuna (Kampoko Harremanetarako Batzordea).

Gli chiedo che fine abbia fatto un gruppo di ispirazione libertaria di cui si parlava negli anni settanta, denominato ASKATASUNA (Libertà). Naturalmente non esiste più da tempo ma ricorda che alcuni militanti si erano poi integrati in Herri Batasuna (ovviamente da non confondere con l’associazione di sostegno ai prigionieri politici Askatasuna, erede delle Gestoras pro Amnista, entrambe poi incriminate nda).

Visto il mio interesse per le componenti libertarie il buon Takolo, vecchio marxista impenitente e militante del disciolto partito socialista-rivoluzionario H.A.S.I. (Herrico Alderdi Socialista Iraultzailea), ci accompagna fino ad un vicino incrocio dominato dalla severa mole di un palazzo in pietra scura (attualmente utilizzato come scuola). Sui muri sono ancora visibilissimi i segni lasciati da numerosi colpi di arma da fuoco. Qui, spiega Takolo, avvennero i primi scontri tra le truppe golpiste, appena uscite dalle caserme e l’immediata resistenza popolare. Questa era organizzata dagli anarchici che si erano procurati le armi attaccando una gendarmeria di Loiola. Tra loro un giovanissimo Felix Likiniano, in seguito prolifico scultore oltre che ideatore del “Bietan Jarrai”, il simbolo di ETA (L’ascia con il serpente).

Quel giorno del 1936 venne eretta una barricata che impedì ai militari franchisti di impadronirsi della città. I rinforzi, soprattutto militanti socialisti, arrivarono soltanto dopo molte ore, quando ormai almeno una cinquantina di anarchici erano già caduti combattendo. Commento di Takolo: “Tipico dei socialisti del PSOE”. Alla fine comunque i fascisti vennero sbaragliati.

Un uomo chiamato “El Txiki”

Finiva malinconicamente l’estate del ’75. L’anno prima avevamo manifestato invano decine di volte davanti ad ambasciate e consolati spagnoli per fermare la condanna a morte decretata da Franco contro Salvador Puigh Antich,”Metge”, un anarchico catalano del M.I.L. Nemmeno l’appello di Paolo VI servì a far desistere il dittatore e S.P.Antich, con la sua faccia da ragazzino travolto da un destino più grande di lui, divenne insieme all’apolide di origine polacca Heinz Chez* l’ultima vittima dell’infame garrote (2 marzo 1974). Ora la storia stava per ripetersi come un tragico copione già scritto, alimentando quel senso di impotenza che tanti di noi erano destinati a riprovare in svariate occasioni: dalla morte annunciata di Bobby Sands all’impiccagione, prima rinviata poi riconfermata, di Benjamin Moloise; da Edoardo Massari a Barry Horne…

In quel settembre del ’75 niente ormai poteva fermare l’esecuzione di Juan Paredes Manot “Yon”, militante di ETA, destinato a diventare il CHE Guevara dei baschi, soprannominato el Txiki (piccolo, in basco) per la sua statura e il suo aspetto esile. Inutili gli innumerevoli appelli e le manifestazioni che si svolgevano in ogni angolo del pianeta, dall’Europa al Sudamerica.

Nello stesso giorno vennero fucilati un altro etarra basco, Otaegi, e tre militanti del F.R.A.P. (Frente Revolucionario Antifascista Y Patriota”): Baena, Sanchez Bravo e Garcia Sanz.

Unica “concessione” di Franco fu di non sottoporli alla morte, dolorosissima e infame, per garrote ma appunto di farli fucilare. La cosa venne presentata come una risposta “umanitaria” del cattolicissimo Franco ai nuovi appelli del papa. Quello stesso giorno, il 27 settembre 1975, promisi a me stesso che prima o poi avrei portato un fiore e un saluto sulla tomba del Txiki.

Sapevo che era stato catturato nei pressi di Barcellona e che la fucilazione era stata eseguita davanti al cimitero di un paesino non lontano dalla metropoli catalana. Solo nel 1987, durante un viaggio in bicicletta nei Paisos Catalans, venni finalmente a conoscenza del nome della località: Sardanyola, a circa 20 km. da Barcellona. Avevo avuto l’opportunità di parlarne con Marc Palmes, l’avvocato catalano che insieme a Magda Oranich difese il Txiki.

Condanna già emessa

Il processo – mi spiegò Palmes – era cominciato il 19 settembre e una settimana dopo Juan veniva già fucilato. Come quello contro Puigh Antich anche questo processo si svolse nella Sala d’atti del Governo Militare di Barcellona, presidiata da polizia e esercito. Inutile dire che non ci venne lasciato neanche il tempo di prepararci adeguatamente: del resto la sentenza era già stata decisa…”

L’accusa sosteneva che Juan Paredes Manot era uno dei componenti del commando che il 16 giugno 1975 aveva assaltato a Barcellona una filiale del banco di Santander; nel corso della rapina era rimasto ucciso un caporale della “Policia armada”.

Continuava Palmes: “Txiki rivendicò la sua appartenenza a ETA ma, per quanto riguardava la rapina, sostenne sempre di essersi trovato in quel momento a Perpignan, in Francia. I testimoni apparvero quantomeno reticenti, condizionati o manipolati. Molti caddero in pesanti contraddizioni con le deposizioni rese in un primo tempo. Nuovi sedicenti ‘testimoni’ (in realtà poliziotti in borghese, come venne poi accertato) che non erano mai stati nemmeno nominati in istruttoria apparvero a deporre in aula.

Il PM, come previsto, richiese la pena di morte tramite garrotamento (poi mutata in fucilazione) per il giovanissimo militante di ETA”.

Come dichiarò l’imputato e come sostenne Palmes nell’arringa, la prima deposizione era stata estorta con la tortura. L’avvocato denunciò anche la mancata trascrizione agli atti di alcune dichiarazioni del Txiki, oltre a numerose altre irregolarità quali l’omissione di prove a favore durante l’istruttoria e il processo. Per esempio non erano state eseguite né l’autopsia, né la perizia balistica e non erano state rilevate le impronte digitali. “D’altra parte – ribadiva Palmes – la condanna era già stata emessa molto prima della sentenza”.

Txiki venne condotto sul luogo dell’esecuzione in un furgone scortato da centinaia di poliziotti. L’avvocato, al quale fu concesso di assistere alla fucilazione, non potrà mai dimenticare gli ultimi momenti della breve vita di “Yon”. Prima di venir legato (ma forse sarebbe meglio dire appeso) ad un albero, il giovane etarra gli consegnò un biglietto scritto a mano:

Manana cuando yo muere,

no me vengais a llorar

nunca estarè bajo tierra,

soy viento de libertad”.

Qualche segno, qualche traccia

Durante tutto il macabro rituale si comportò con dignità e coraggio. Prima della scarica di fucileria trovò la forza per urlare: “IRAULTZA ALA HILL! GORA EUSKADI ASKATUTA!” (Rivoluzione o morte, viva Euskadi libera). Cominciò quindi a cantare EUSKO GUDARIAK, l’inno dei “gudaris”, i combattenti baschi antifranchisti durante la guerra civile. Ed è a questo punto che il giovane basco entra di diritto nella leggenda. Sembra che prima del colpo di grazia alcuni componenti del plotone di esecuzione (composto da volontari) abbiano praticato una sorta di tiro a segno su quel corpo crocefisso ancora vivo. Non era passata che qualche ora quando ETA emise un lapidario comunicato: “Di fronte a questi assassini abbiamo una sola strada: combattere per la nostra liberazione nazionale e di classe usando le stesse armi del nemico. Ripetiamo: le stesse armi.”

Nel 1987 avevo affrontato in bici le inquinatissime plaghe del Valles districandomi tra autopistas, fabbriche chimiche, greggi erranti e traffico demenziale. Osservo per inciso che all’epoca potevo ancora fare dei confronti con la campagna veneta, non ancora completamente devastata dalla miriade di capannoni e piccole industrie altamente inquinanti. Attualmente non saprei dire chi se la passa peggio.

Già allora speravo di ritrovare qualche segno, qualche traccia della nostra storia (quella rimossa e falsificata dalle accademie e dai media di stato), oltre quei fiumi divenuti fogne a cielo aperto e quelle aride distese disseminate di aziende a capitale giapponese dove si innalzavano allucinanti monoliti di argilla prodotti dall’erosione di terreni sfruttati e desertificati. Cerdanyola sorge poco lontano dal più conosciuto San Cugat, famoso per il suo chiostro romanico dai capitelli scolpiti con figure di animali in rapporto simbolico con le varie note musicali: un canto gregoriano, dedicato al santo patrono del paese, zoomorfo e inciso nella pietra.

Lungo le strade e le piazze (una è dedicata a Ernesto Guevara de la Serna) di Cerdanyola stazionavano, seduti sui muretti, folti gruppi di giovani disoccupati e anziani lavoratori.

Molti di questi ultimi avevano fatto parte delle consistenti ondate migratorie degli anni cinquanta e sessanta dalla Murcia e dall’Estremadura, seguite in anni più recenti da quelle dell’Andalusia.

Quasi tutti si ricordavano del giovane etarra basco fucilato in quel lontano mattino di settembre. Per alcuni anni era rimasto sepolto nel cimitero del paese, poi, come mi raccontarono, “i baschi erano venuti a riprenderselo”.

Dalla spianata posta davanti al muro (di un bianco accecante) del cimitero si potevano vedere i residui pini della “Floresta”, ormai degradata da incendi, speculazioni e piogge acide. Quella volta avevo creduto di aver individuato la pianta a cui era stato legato Txiki; invece Mikel, suo fratello, mi ha spiegato che con una ruspa hanno tolto anche quella residua testimonianza.

L’albero come simbolo ancestrale, elemento integratore delle diverse fasi e “stagioni” della vita è ricorrente sia nella cultura tradizionale basca che in quella catalana, spesso legato alla storia delle lotte per l’autodeterminazione. Basti pensare ai gelsi (ormai vivi soltanto nella memoria collettiva) del “Fossar de les moreres” dove vennero sepolte le donne cadute combattendo durante l’assedio di Barcellona nel 1714 e onorate l’11 settembre nella Diada; al “Pi de les tre brancas” (che simboleggia l’unità dei paesi catalani); all’Albero di Guernica…

Anche vicino alla tomba del Txiki, come avrò modo di vedere a conclusione della mia ricerca, cresce un albero sempreverde che Mikel ha piantato in onore del fratello.

Franco boia”

Grazie a Takolo prendiamo appuntamento con Mikel (che arriva in vespa) davanti alla stazione di Zarautz. Il cimitero si trova sopra una collina, di fronte all’Oceano. Camminando tra le tombe Mikel ci indica quelle dei Gudaris caduti durante la guerra civile. Da parte mia lo informo che nei giorni immediatamente successivi alle cinque fucilazioni del settembre ’75, anche in Italia vi furono manifestazioni di protesta, compreso qualche assalto a consolati e ambasciate spagnoli. A Venezia in particolare resistono ancora alcune scritte in catramina in memoria di Txiki, di Otaegi e di quelli del FRAP; oltre naturalmente all’immancabile FRANCO BOIA. Gli racconto anche di aver cercato la tomba di suo fratello in Catalunya ma di essere arrivato troppo tardi. Intanto penso che dalle lontane manifestazioni del 75, al viaggio da ciclista in Catalunya dell’87 fino ad oggi in qualche modo, di tanto in tanto, la figura del Txiki si è sovrapposta alla mia vita, quanto basta per non dimenticarlo. Takolo chiede a Mikel come mai lui e suo fratello, figli di immigrati dell’Estremadura, si fossero integrati in modo tanto radicale nel movimento basco di liberazione. Risponde che la cosa era stata del tutto spontanea dato che tutti i loro amici e coetanei, durante il franchismo, in qualche modo collaboravano con ETA. In proposito Takolo si rammarica che negli anni passati Herri Batasuna (divenuta nel frattempo Euskal Herritarok e poi Batasuna) non si sia sempre adeguatamente impegnata nelle lotte comuni (sociali, ambientali, antimilitariste…) con i lavoratori immigrati, coerentemente con il principio per cui “chiunque sia costretto a vendere la sua forza lavoro in Euskal Herria ha diritto di considerarsi a pieno titolo parte integrante del popolo basco”. Da parte sua Mikel (che ha appena comprato un’enciclopedia in basco per il figlio) dichiara di sentirsi sia basco che extremeno.

La tomba del Txiki è stata realizzata dallo scultore J. Zumata di Usurbil, noto anche come eccellente pittore di murales e ricorda i caratteristici monumenti funebri degli antichi abitanti di Euskal Herria. Accanto all’Ikurrina, i versi scolpiti dal poeta basco Joxean Artze. Mikel ci racconta che ancora adesso l’anziano poeta quando visita la tomba del Txiki si commuove e piange. Tenuta ferma con alcune pietre (il vento soffia forte qui sulla collina in faccia all’Atlantico) c’è una bandiera catalana. È l’omaggio di un anonimo compagno che ha lasciato un messaggio: “Txiki, anche dopo tanti anni i catalani continuano a ricordarti. Visca Catalunya Lliure! Gora Euskadi Askatuta!”.

Il sole picchia forte e di tanto in tanto un colpo di vento fa ondeggiare le cime dei cipressi. Con E., Mikel e Takolo prendiamo commiato da Txiki. Dalla foto della lapide ci risponde lo sguardo sorridente, leggermente ironico, di un ragazzo che era mio coetaneo e che non invecchierà mai, non tradirà mai, non si venderà mai…piccolo, eterno custode della coerenza, del coraggio e della dignità umana; lo stesso volto apparso sui giornali del settembre ’75 e poi riprodotto sugli striscioni delle manifestazioni. Accanto, inciso nella pietra, l’estremo messaggio: …SOY VIENTO DE LIBERTAD.

Per sempre.

Gianni Sartori   

 * nota: in realtà, ma lo si è scoperto solo recentemente, veniva dalla Germania dell’EST e anche il nome non era quello autentico.

(*)

Gianni Sartori è nato a Vicenza nel 1951.
Giornalista, ha realizzato articoli, interviste, reportage e servizi fotografici in difesa dei diritti dei popoli e su questioni ambientali. In particolare si è occupato di Irlanda del Nord, Paesi Baschi, Kurdistan, Armenia, Corsica, Quebec, Bretagna, Paisos Catalans, Sudafrica, Sudan… e in genere di minoranze oppresse (Ogoni, U’wa, Moseten, Tamil, Sinti…).
Ha collaborato con varie testate sia locali (Nuova Vicenza, Corriere vicentino, La Voce dei Berici, Vicenza abc…) che nazionali (Etnie, Umana Avventura, Frigidaire, Liberazione, Narcomafie, A-rivista anarchica, Germinal, Azimut…).
Negli anni ottanta, per la Lega italiana per i diritti e la liberazione dei popoli (Fondazione Lelio Basso) ha curato un ampio dossier sulla questione basca. In rappresentanza della stessa Ong nel 1997 ha seguito come osservatore internazionale il processo di Madrid contro gli esponenti della formazione politica basca Herri Batasuna.
Tra i libri pubblicati: Euskal Herria – Indiani d’Europa, 2004; Irlanda, tutti i colori del verde sotto un cielo di piombo, 2005; Catalogna, storia di una Nazione senza Stato, 2007. In precedenza (giugno 2000), un piccolo libro sui luoghi e sulle leggende della Montagna veneta: Ponti di roccia.
Come direttore responsabile ha reso possibile la pubblicazione di varie riviste legate ai movimenti ambientalisti e pacifisti (“La Fucina”, “Unainforma”, il mensile del presidio NoDalMolin…).