21 marzo 2016 – Capodanno Kurdo – un appello di Gianni Sartori

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1936 – 2016: LA RESISTENZA CONTINUA
(di Gianni Sartori)

1936: a Barcellona, Donosti, Madrid operai, braccianti, libertari, democratici…scendono, armati, nelle strade per contrastare il golpe fascista di Francisco Franco e per conquistare una vita degna.

2016: nel Rojava e nel Bakur , a Kobane come a Cizre e Dijarbakir, la popolazione curda resiste sia ai fascisti di Isis-Daesh (moderna versione mediorientale dei “corpi franchi” e delle S.A. tedeschi, apripista del nazismo istituzionalizzato) che al fascismo, lievemente mascherato, di Erdogan. Per la Libertà, per l’Umanità, per una vita degna di tutte e di tutti.

Il governo turco, foraggiato dalla Unione europea con 3 miliardi di euro, ha scatenato una vera pulizia etnica, all’interno dei propri confini, contro i curdi.
Qualche esempio: sono oltre 300 i morti accertati nella sola città di Cizre, sottoposta a continui bombardamenti, mentre sono ormai una novantina i giorni del coprifuoco imposto a Sur (quartiere di Dijarbakir, in teoria patrimonio mondiale dell’Unesco) dove i civili, in gran parte donne e bambini, nascosti negli scantinati, chiedono di non essere abbandonati ad un ennesimo massacro per mano delle truppe di Erdogan.

Complessivamente le vittime civili di questi attacchi alle città curde nel Bakur sono centinaia; e presumibilmente ancora di più i militanti della Resistenza del PKK caduti sotto il piombo turco.
E non è certo un caso che a essere prese di mira dalla polizia e dall’esercito turchi siano spesso le donne e le bambine (una quarantina finora accertate, con età compresa dai 3 mesi ai 52 anni). Inevitabilmente vien da fare un parallelo con quanto accadde un secolo fa agli armeni. Quello che il nazionalismo turco ha organizzato nel 1915 (ittahat ve terakki) si sta ripetendo oggi contro i curdi.

Mentre il popolo curdo, da solo o quasi, tiene alta la bandiera della dignità umana e di un progetto sociale che garantisca la libertà di tutte le componenti (etniche, religiose…) presenti in quei territori, cosa fa il nostro paese?
L’Italia sta dando una mano vigorosa agli aguzzini, sia tacendo sui massacri per salvaguardare i propri interessi, sia fornendo armi e sistemi militari (vedi Finmeccanica). E ora, forse con quelle stesse armi (sempre che non le abbiano già passate a Isis-Daesh) la Turchia sta bombardando anche i curdi delle Ypg-Ypj nel Rojava.

Piccola consolazione, sono numerose (anche se sempre troppo poche) le manifestazioni nella penisola per protestare contro il massacro operato da Ankara. A Roma il 25 gennaio, a Trieste e Bolzano il 27…
Ma in marzo è possibile dare una testimonianza ancora più concreta della nostra solidarietà partecipando al Capodanno curdo (Newroz) del 21 marzo 2016.
Allego l’appello-invito delle organizzazioni curde, girato da UIKI che chiede la presenza di osservatori internazionali che possono registrarsi direttamente.

Care amiche,
Cari amici,

Vi invitiamo cordialmente a raggiungerci per il Newroz (Capodanno Curdo, 21 marzo) a Diyarbakir il 21 marzo 2016.

Il Newroz, l’equinozio di primavera, viene celebrato in una vasta are geografica come l’annuncio del risveglio comune della natura e della società. Per il popolo curdo il Newroz è anche il simbolo della lotta contro la tirannia e la libertà dal giogo.

Mentre il Newroz di quest’anno si avvicina stiamo assistendo all’inasprimento delle politiche di violenza e oppressione del governo turco contro il popolo curdo, all’intensificarsi del conflitto interno in Siria e all’aumento delle minacce di conflitti regionali e globali. In un simile contesto vorremmo celebrare il Newroz come parte delle lotte per una pace giusta e sostenibile, l’autogoverno autonomo e la coesistenza democratica in Turchia, Rojava (Siria settentrionale) e nel Medio Oriente più ampio. Per piacere venite e unitevi a noi per sostenere lo spirito libero del Newroz. Saremo onorati e rafforzati dalla Vostra presenza.

In solidarietà,

A nome del Comitato Organizzativo Newroz 2016

Selahattin Demirtaş & Figen Yüksekdağ /Co-Presidenti, Partito Democratico dei Popoli (HDP)
Selma Irmak & Hatip Dicle/ Co-Presidenti, Congresso della Società Democratica (DTK)Ayla Akat Ata /Portavoce, Congresso delle Donne Libere (KJA)
Kamuran Yüksek /Co-Presidente ,Partito Democratico delle Regioni (DBP)

PROGRAMMA

Data: 21 marzo 2016
Luogo: Piazza Newroz a Diyarbakir
Sede e orario incontro: Edificio del Congresso della Società Democratica – ore 08:00

REGISTRAZIONE:
Per piacere inviateci le seguenti informazioni a international@hdp.org.tr

Nome e cognome:
Istituzione/organizzazione/ Paese:
E-mail/numero di telefono:
Orario di arrivo e partenza (giorno e ora)
Nome dell’Hotel:
Esigenze specifiche (Interprete e altro):

Per ulteriori informazioni per cortesia contattate:
Rappresentanza HDP in Europa: hdpeurope@skynet.be
Commissione esteri HDP: diplo.hdp@outlook.com

E concludo: l’odierna resistenza dei Curdi è per l’Umanità e ognuno di noi, per quanto sta nelle sue possibilità, dovrebbe schierarsi al loro fianco. Qui e ora.
Se lo meritano.

Gianni Sartori

nota: Per evidenti limiti finanziari, il Comitato organizzativo del Newroz 2016 non è in grado di coprire alcuna spesa di viaggio e alloggio. Chi fosse in grado di partecipare ha la possibilità di prenotare in uno dei seguenti hotel:

1.Hilton Garden Inn: http://hiltongardeninn3.hilton.com/en/hotels/turkey/hilton-garden-inn-diyarbakir-DIYDAGI/index.html
2.Dies Hotel: http://diesotel.com/?lang=en
3.Miroğlu Hotel: http://www.mirogluhotel.com/
4.Turistik Hotel: http://www.turistikotel.com.tr/
5.Dedeman Hotel: http://www.dedeman.com/hotel-diyarbakir/dedeman-diyarbakir.aspx
6. Mitannia Hotel: http://www.mitanniaregencyhotel.com/

Un appel à la communauté internationale de participer à le Newroz (nouvelle année kurde) à Diyarbakir (21 Mars 2016). Pour le peuple kurde Newroz est aussi le symbole de la lutte contre la tyrannie et la liberté du joug.

(écrit par Gianni Sartori, journaliste et écrivain vénitien)
1936 – 2016: LA RESISTANCE CONTINUE

1936 à Barcelone, Donostia, Madrid, travailleurs, ouvriers, libertaires, démocratiques … descendent, armés, dans les rues pour lutter contre le coup d’État fasciste de Francisco Franco et à la conquête d’une vie digne.
2016: dans le Rojava et le Bakur, à Kobane comme à Cizre et à Dijarbakir, la population kurde résiste à les fascistes du Isis-Daesh (version moderne du Moyen-Orient du «corp franc» allemand SA, les précurseurs du régime nazi institutionnalisé) et au fascisme, légèrement masqué, de Erdogan. Pour la liberté, pour l’humanité, pour une vie digne de chacun et de tous.
Le gouvernement turc, financé par l’Union européenne avec 3 billions d’euros, a déclenché un véritable nettoyage ethnique, au sein de ses frontières, contre les Kurdes.
Alors que le peuple kurde, seuls ou presque, tien haut le drapeau de la dignité humaine et d’un projet social qui garantit la liberté de tous les composants (ethniques, religieuses …) présents dans ces zones, ce qui rend notre pays?
L’ Italie contribue vigoureusement aux bourreaux, en gardant le silence sur les massacres pour protéger ses propres intérêts, ou en fournissant des armes et des systèmes militaires.
Et maintenant, peut-être avec ces mêmes armes (sauf si elles ont déjà passé à Isis-Daesh) la Turquie va également bombarder les Kurdes du YPG-YPJ en Kurdistan syrien.
Mais en Mars, il est possible de donner une preuve plus concrète de notre solidarité en participant à la nouvelle année kurde (Newroz) du 21 Mars 2016.
Je joins l’appel sur invitation des organisations kurdes, transmis par UIKI, demandant la présence d’observateurs internationaux qui peuvent s’inscrire directement.
Gianni Sartori

IRLANDA 1916-2016: INSURREZIONE, RESURREZIONE, RIVOLUZIONE – di Gianni Sartori – (prima puntata)

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La storia d’Irlanda è la storia di una occupazione militare, politica, culturale ed economica durate ottocento anni e di altrettanti di resistenza. A cent’anni dall’Insurrezione del 1916, una parte del popolo irlandese non sembra ancora rassegnata a rinunciare alla propria libertà e alla propria unità.

L’Irlanda venne smembrata in due Stati distinti solo in epoca recente, nel 1920, dopo che era stata riconosciuta come unità per più di 1500 anni.
La prima nazione a nord delle Alpi che abbia prodotto un corpo completo di letteratura in lingua madre. La monarchia nazionale degli Alti Re (“Ard Ri”), provenienti in genere dall’Ulster, è precedente alla monarchia inglese.
L’inizio delle invasioni anglo-normanne risale alla seconda metà del XII secolo (1169), ma (nonostante la proclamazione di Enrico II Plantageneto Re d’Irlanda) fino al 1600 gli invasori non riuscirono ad infrangere il sistema gaelico di organizzazione sociale (e la relativa legislazione) per la strenua resistenza popolare. Tuttavia, questa resistenza non aveva potuto impedire la conquista del Paese da parte dei Tudor, dopo che la guerra delle Due Rose aveva lasciato per un certo tempo l’Irlanda ai margini degli interessi inglesi. Enrico VIII si fece nominare a sua volta Re d’Irlanda (1541). Quale promotore della Riforma Anglicana contribuì, seppur involontariamente, al processo di identificazione tra cultura gaelica e cattolicesimo che in questa fase porterà ad una disordinata e rovinosa gestione delle rivolte, promosse da preti e capi clan e soffocate da una repressione sempre più dura e intransigente.
Il coinvolgimento del Papato e degli Spagnoli nel conflitto (durante il regno di Elisabetta I) proietterà sulla lotta degli Irlandesi l’ombra del “tradimento” e del complotto al servizio di potenze reazionarie (in un periodo in cui erano ancora vivi nella memoria degli Inglesi gli orrori dell’inquisizione e i delitti di Maria la Cattolica detta la Sanguinaria). In conseguenza della sconfitta subita (decisiva la battaglia di Kinsale), le terre dei capi clan dell’Ulster vennero confiscate dai colonizzatori inglesi e scozzesi, generalmente ex soldati delle forze di occupazione. La città di Derry diventò “Londonderry”. Va ricordato che molti coloni erano scozzesi, quindi appartenenti alla stirpe celtica, parlavano una lingua simile, possedevano le stesse leggi e la stessa letteratura degli Irlandesi. Si differenziavano soltanto per la religione (presbiteriani). Dal canto loro, i colonizzatori inglesi erano anglicani. È con questa opera pianificata di espropriazione e confisca che prese avvio il metodo della “piantagione”, ossia quello di trapiantare nelle colonie ribelli una popolazione “lealista”, fedele alla corona: circa 200.000 coloni, al 90% scozzesi. Gli indigeni restarono a lavorare sulle loro stesse terre come manodopera, spesso in veste di affittuari.
Una rivolta per l’indipendenza e la libertà di religione (1641) portò alla costituzione del Parlamento Nazionale di Kilkenny. Nel 1649 la brutale e sanguinosa repressione di Oliver Cromwell, alla testa dell’esercito puritano, mise fine alla ribellione ed una ulteriore confisca favorì la nascita di una nuova classe di proprietari terrieri protestanti. Ebbe così inizio un processo di diversificazione tra l’Ulster, a cui vennero concessi particolari privilegi per favorire lo sviluppo dei commerci e delle attività produttive, ed il resto dell’Irlanda che sprofondò nella miseria a causa dello sfruttamento coloniale. Il 1690 è l’anno della battaglia del fiume Boyne e della vittoria di William d’Orange contro gli Stuart, di recente restaurazione (1685) e di simpatie cattoliche (e quindi alleati dei capi irlandesi).
Nel corso di un secolo, dal 1603 (fine della dinastia Tudor) al 1691 (trattato di Limerik), le terre di proprietà irlandese si erano ridotte dal 90% al 14% e in seguito diminuirono ulteriormente. Un duro colpo fu assestato da Londra con le famigerate “Penal Laws” con cui si privarono i cattolici anche dei diritti politici. Inoltre erano esclusi da ogni tipo di attività remunerativa e di prestigio (carriera militare, pubblica amministrazione, attività intellettuale, corporazioni municipali, ecc.). Durante il XVIII secolo le idee democratico-repubblicane influenzarono indistintamente gli Irlandesi, sia cattolici che presbiteriani, anche per effetto della rivoluzione americana, prima, e di quella francese, poi. In questa epoca cominciarono a diffondersi anche numerose società segrete di resistenza tra i contadini.
Nel 1791 venne fondata la società degli Irlandesi Uniti dichiarata illegale nel giro di tre anni. Uno dei maggiori leaders degli Irlandesi Uniti fu Theobald Wolfe Tone, un protestante, onorato anche ai nostri giorni come uno dei primi e maggiori padri del repubblicanesimo. Contemporaneamente anche il potere coloniale si organizzava: nel 1795 venne fondato, inizialmente nella contea di Armagh, l’Orange Order, società segreta settaria, strutturata in logge, a difesa dei privilegi dei protestanti. Tre anni dopo (1798), un’insurrezione provocata dagli “Irlandesi Uniti” venne repressa nel sangue (circa 30.000 morti). Nell’Ulster anche molti protestanti (i presbiteriani) si erano armati ed avevano combattuto a fianco dei cattolici per una repubblica irlandese. Il 1798 segnò la sconfitta del movimento, che vedeva diffondersi e radicarsi anche tra i protestanti il sentimento repubblicano, insieme ad atteggiamenti non settari ed egualitari. Questo fu il risultato dell’azione congiunta della repressione britannica e della diffusione dell’orangismo.
Nel 1800, con l’Atto dell’Unione tra Irlanda e Gran Bretagna, venne costituito il Regno Unito. Dopo aver soppresso il Parlamento irlandese, peraltro provvisto di poteri molto limitati, gli Inglesi cercarono di diffondere tra i protestanti la paura di subire persecuzioni in caso di vittoria dei repubblicani. Nonostante questa propaganda terroristica, molti di questi parteciparono al movimento della Giovane Irlanda verso il 1840, e al movimento costituzionale dell’Home Rule (autogoverno) del 1870.
Nella prima metà del XIX secolo, si sviluppò un vero e proprio movimento di massa per l’emancipazione dei cattolici che portò tra l’altro alcuni deputati irlandesi a Westminster. Dal 1845 al 1849 l’isola fu colpita da una grande carestia, conseguenza di una serie di cattivi raccolti della patata, principale alimento dei contadini. Essa provocò una diminuzione del 30% circa della popolazione irlandese nel giro di venti anni, dal 1841 al 1861. Tra il 1846 e il 1851 i morti per fame e malattie furono 1.500.000, gli emigrati più di un milione. Nell’Ulster la carestia provocò l’inurbamento di larghi strati della popolazione cattolica scatenando la reazione dei lavoratori protestanti, timorosi di perdere i posti di lavoro e aizzati dal clero presbiteriano e degli orangisti.
Nella seconda metà dell’800, i Fenians (movimento fondato in Canada e Stati Uniti da emigrati irlandesi), forti dell’esperienza acquisita combattendo nella guerra civile americana, rientrarono in patria, ove, nel 1867, tentarono un moto insurrezionale che venne stroncato sul nascere. Contemporaneamente andava sviluppandosi un vasto movimento contadino per la riforma delle leggi sui fitti e sulla proprietà della terra: tra i suoi leaders, il protestante Charles S. Parnell. Vista l’entità dei successi elettorali riportati dai nazionalisti, il Primo Ministro inglese Gladstone, liberale, si dichiarò favorevole alle richieste di “Home Rule” (autogoverno, anche se sotto la corona inglese) avanzate da Parnell e dagli altri deputati irlandesi. In risposta il partito conservatore (i “tories”) scatenò e fomentò la “questione dell’Ulster” in funzione antiliberale. E’ cosa nota che il padre di Winston Churchill, Randolph, incitava alla rivolta i protestanti. Tutto questo contribuì alla nascita del gruppo paramilitare protestante denominato Ulster Volunteers. L’“Home Rule” venne respinto e Gladstone si dimise (1866). Questa data rappresenta l’atto di nascita dell’Unionismo protestante politicamente organizzato. Da notare che le varie campagne di incitamento alla violenza settaria da parte dei “tories” coincisero con i periodi in cui era al potere il partito liberale (1866, 1893, 1912-14). Si può dire che le minoranze anglicane e presbiteriane in Irlanda vennero armate e cinicamente usate in funzione delle battaglie per il potere dei due partiti inglesi.
Tra il 1913 e il 1914, nel corso di una serie di lotte sindacali, a Dublino si formarono la Irish Citizen Army (definita da Lenin “il primo esempio di Armata Rossa”), una milizia operaia al comando di James Connoly e la lega degli Irish Volunteers, conosciuta in seguito come Irish Republican Army. Assieme al Sinn Fein (“noi stessi”, fondato nel 1905), all’Associazione Gaelica di Atletica ed alla Lega Gaelica (sorta nel 1893 per promuovere la rinascita della lingua irlandese, sul punto di scomparire dopo la “Grande Fame”), donarono nuovo impulso alle lotte per l’autodeterminazione del popolo irlandese. Il 24 aprile 1916, lunedì di Pasqua, gli “Irish Volunteers” di P. Pearse e l’“Irish Citizen Army” di James Connoly occuparono con le armi l’Ufficio Generale delle Poste. Dopo una settimana di aspri combattimenti, l’esercito britannico soffocò la sollevazione. Pearse, Connoly e altri 14 capi della rivolta vennero giustiziati, ma la legge marziale, la ferocia delle truppe mercenarie (i Black and Tans), le torture, gli internamenti e le deportazioni, invece di sradicare il nazionalismo rivoluzionario, provocarono un grandioso risveglio di solidarietà reciproca e sentimento nazionale tra gli Irlandesi, sentimenti alimentati poi dall’introduzione della coscrizione obbligatoria nel 1918. In questo anno, in dicembre, il “Sinn Fein” aveva ottenuto 73 dei 105 seggi irlandesi nelle elezioni generali britanniche. Il 21 gennaio 1919 i candidati del “Sinn Fein” convocarono a Dublino un Parlamento irlandese (Dail Eireann) democraticamente eletto dal popolo irlandese. Venne dichiarata l’indipendenza e sancita la costituzione della Repubblica d’Irlanda. Il “Dail Eireann” fu dichiarato illegale da un proclama militare britannico. Si scatenò ancora la repressione e l’“I.R.A.” si oppose con la guerriglia aperta e di massa al terrore britannico.
Nel 1920 (elezioni per il governo locale) il “Sinn Fein” ottenne l’80% dei seggi. Infine, nel dicembre del 1920, la Gran Bretagna, col Governement of Ireland Act, istituì due Parlamenti distinti: uno a Belfast, per 6 delle 9 contee dell’Ulster (NB: solo sei per garantire la maggioranza ai protestanti), e uno a Dublino, per le altre 26 contee dell’isola. La guerra continuò fino al 1921, quando i rappresentanti del governo clandestino del “Sinn Fein” accettarono (sotto la minaccia del Primo Ministro inglese Lloyd George di scatenare una guerra) di firmare un accordo che concedeva all’Irlanda lo status di “dominion” e una larga autonomia, ma sanciva la divisione dell’isola. L’ala del “Sinn Fein” capeggiata da De Valera non accettò il trattato e scatenò la guerra civile, durata fino al ’23.
L’Irish Free State diventerà Repubblica d’Irlanda (EIRE) nel lunedì di Pasqua del 1949.

Nel frattempo il Parlamento di Belfast (Stormont) era saldamente in mano ai conservatori unionisti che, ancora nel 1922, avevano votato una legge (rimasta in vigore fino al 1974) che sospendeva le garanzie costituzionali per i cattolici e imponeva severe restrizioni censitarie per le elezioni municipali.

Nell’Eire il Fianna Fail tornò al potere nel 1951, guidato da De Valera fino al 1959 (in seguito da Sean Lemass e dal 1966 da J. Lynch). Nel 1973 l’Irlanda entrò nel Mercato Comune.
Quanto all’Irlanda del Nord, la mai sopita resistenza della minoranza cattolica
(“minorizzata” artificiosamente e che negli anni sessanta aveva subito una drastica perdita di posti di lavoro) contro il sistema di segregazione politica e civile, portò nel 1967 alla nascita del NICRA (Northern Ireland Civil Rights Association), un movimento per i diritti civili che promosse varie campagne di disobbedienza civile. Nel 1968, in sintonia con le lotte (talvolta impropriamente definite “giovanili”) che si sviluppavano in ogni angolo del pianeta, da Città del Messico a Praga, da Berlino a Tokio, da Nanterre a Orgosolo, il gruppo studentesco People’s Democracy (derivato dalle componenti più radicali del Nicra) organizzò una marcia da Belfast a Derry. Venne repressa dalla polizia (la RUC) e dall’esercito con particolare brutalità e gli scontri proseguirono, oltre che durante tutto il 1968, anche nell’anno successivo, provocando la crisi del governo “autonomo” nordirlandese (O’Neill e Chichester-Clarck).
E’ quantomai plausibile che le continue mobilitazioni di People’s Democracy abbiano contribuito largamente alla “trasformazione dell’esercito repubblicano irlandese, vecchia e appassita formazione clandestina nazionalista irlandese, in milizia popolare con una larga base di massa” (v. Guido Viale in “Il Sessantotto”).
Scontri durissimi si registrarono soprattutto nell’estate del 1969, con un pesante bilancio di morti e feriti.
E’ del 1971 la proclamazione dello Special Powers Act che consentiva l’internamento senza processo di ogni sospetto. Alle 4,30 della notte del 9 agosto 1971 vennero imprigionate 342 persone e molto presto cominciarono a trapelare le prime notizie sulle torture subite dagli arrestati. Gran parte delle aree cattoliche si ribellarono. Belfast era in pieno stato di guerra e a Derry i quartieri di Bogside e Creggan si trasformarono i vere e proprie zone liberate protette da barricate. Perfino i moderati del SDLP (Social Democratic and Labour Party) sostennero uno sciopero dei fitti e delle bollette.
Il 30 gennaio 1972 una pacifica manifestazione di oltre 20mila persone contro le discriminazioni e l’internamento portò ad un orrendo massacro perpetrato dalle truppe inglesi: tredici proletari cattolici assassinati dal First Parachute Regiment (l’equivalente britannico della italica, fascistissima, Folgore) nella “Domenica di sangue”, passata alla storia come Bloody Sunday e all’epoca definita, non a caso, come la “Sharpeville irlandese”.
A Dublino, giustamente, i manifestanti assalirono e incendiarono l’ambasciata britannica.
Anche a seguito di tale eventi, il Parlamento dell’Irlanda del Nord venne sospeso (sempre nel 1972) e venne introdotto il governo diretto di Westminster.
Dopo il fallimento dell’accordo di Sunningdale (dicembre 1973) che prevedeva una graduale collaborazione tra i governi dell’Eire e dell’irlanda del Nord (Council of Ireland), la Gran Bretagna intensificò la repressione, sia con l’ulteriore invio di truppe che con la promulgazione del Prevention of Terrorism Act (1974).
Nel 1975 si tennero in Irlanda del Nord le elezioni per una Convenzione costituzionale che avrebbe dovuto esaminare lo schema elaborato da Melvyn
Rees, all’epoca Segretario di stato per l’Irlanda del Nord. Ma la schiacciante vittoria dei protestanti unionisti determinò l’impossibilità di qualsivoglia accordo con i moderati cattolici del Sdlp. Nel 1976 venne abolito lo status di prigioniero politico (il 14 dicembre 1976 venne negato a Kieron Nugent) e le condizioni nelle carceri divennero durissime per i militanti repubblicani. Partirà da qui il ciclo di lotte dei prigionieri destinato a sfociare nello sciopero della fame del 1981 che costerà la vita a sette militanti dell’IRA e a tre dell’INLA.

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EUSKAL HERRIA: liberate tutti !!! – di Gianni Sartori

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EUSKAL HERRIA: LIBERARE TUTTI!

(di Gianni Sartori)

Toccando ferro, è probabile che il 1 marzo (un mese prima di quanto finora previsto) Arnaldo Otegi esca dalle galere spagnole dove è rinchiuso dall’ottobre 2009.
Era stato condannato ad una pena spropositata, anche dal punto di vista della legalità statuale, per “apologia di terrorismo”.
In sostanza:
1) aver partecipato ad una iniziativa a sostegno del prigioniero politico José Maria Sagardui;
2) aver definito il re di Spagna “capo dei torturatori”;
3) aver tentato, secondo l’accusa, di ricostituire l’organizzazione BATASUNA (v. l’operazione Bateragune).

DA BILBO….
A sostegno dei prigionieri baschi, il mese scorso (gennaio 2016) si sono tenute alcune grandi manifestazioni, in particolare a Bilbo (Paese basco sotto amministrazione spagnola) e Bayona (Paese basco sotto amministrazione francese, Iparralde): per il rispetto dei diritti fondamentali dei prigionieri, contro la loro dispersione in carceri lontanissime da Euskal Herria, contro la politica carceraria di Madrid e Parigi e contro la legislazione di emergenza. Attualmente la situazione dei prigionieri è peggiorata (e le loro sofferenze aumentate) rispetto a quella del 2011, quando ETA dichiarò la sospensione definitiva della lotta armata.
Si ha come l’impressione che tutto questo non sia frutto di casualità, ma risponda ad un disegno preciso dei governi intenzionati a rallentare, o meglio ancora a bloccare, il processo di soluzione del conflitto.
Al contrario, le manifestazioni del 9 gennaio 2016 hanno mostrato quante componenti della società civile basca siano impegnate nel superare gli ostacoli frapposti al processo stesso. Anche con la richiesta di un terzo Foro Social.

Com’era prevedibile, la manifestazione più partecipata è stata quella di Bilbo con oltre 60mila persone.
Indetta da SARE (rete cittadina di sostegno ai prigionieri) e da “iniziativa Bagoaz”, la
manifestazione è stata preceduta da sei furgoni di MIRENTXIN che settimanalmente
aiutano le famiglie dei prigionieri a visitare i loro cari incarcerati a centinaia, talvolta migliaia, di chilometri lontano da Euskal Herria*.

Subito dopo marciavano i familiari dei prigionieri gravemente ammalati (per legge dovrebbero essere messi in libertà): Txus Martin, Josetxo Arizkuren, Inaki Etxebarria, Jose Ramon Lopez de Abetxuko, Ibon Fernandez Iradi, Gorka Fraile, Gari Arruarte, Jagoba Codò, Aitzol Gogorza, Lorentxa Gimon, Ibon Iparragirre.
I parenti, tra cui molti bambini, inalberavano cartelli con il volto dei prigionieri e striscioni (immancabile: “EUSKAL PRESOAK ETXERA”).
Seguiva un altro striscione emblematico: “Derechos humanos, resolucion y paz” nelle tre lingue ufficiali del Paese. A reggerlo, l’ex prigioniera Miren Zabaleta, alcuni esponenti della CUP (David Fernandez e Anna Gabriel), il musicista Fermin Muguruza (ex Negu Gorriak), la bertsolari Alaia Martin, l’avvocato Felix Canada, Inaxio Kortabarria, vari esponenti del mondo della cultura e delle istituzioni (Joseba Azkarraga, Gemma Zabaleta, Inaki Lasagabaster…), altri ex prigionieri politici e la madre di Ibon Iparragire (ancora detenuto nonostante la gravità della sua malattia).
Ma il fatto più significativo era la presenza, al fianco delle persone sopracitate, di una vittima di ETA, Rosa Rodero, vedova del sergente della Ertzaintza (polizia autonoma) Joseba Goikoetxea. Un esempio di possibile “soluzione irlandese” (o forse meglio: “sudafricana”) per Euskal Herria.

Nella folla dei manifestanti si riconoscevano poi Txiki Munoz e Ainhoa Etxaide, (segretari generali, rispettivamente, dei sindacati baschi ELA e LAB) e molti esponenti di altre organizzazioni sindacali attive in Euskal Herria (Steilas, ESK, CNT…). Oltre a vari membri di Podemos e di EH Bildu (l’organizzazione della sinistra abertzale).
All’incrocio tra calle Autonomia e Alameda de Rekalde, la manifestazione è stata raggiunta da una nutrita delegazione di internazionalisti sostenitori della causa basca con le bandiere dei rispettivi popoli.
Tra gli slogan più scanditi: “Libertad, libertad, detenidos por luchar”.
A metà percorso è comparso un immenso striscione con la scritta: “EUSKAL PRESOAK EUSKAL HERRIRA”.
Nel suo intervento, Joseba Azkarraga ha ricordato che “si avrà una soluzione del conflitto soltanto quando le conseguenze dello stesso saranno risolte; in primo luogo per le vittime naturalmente, ma anche per i 470 prigionieri di cui quotidianamente vengono violati i diritti”.
In piazza Circular, il Komite Internazionalistak ha denunciato con durezza la politica repressiva dello stato turco contro i curdi e ricordato la condizione dei militanti curdi detenuti. Verso le 19, esponenti di ETXERAT hanno occupato le scalinate dell’Ayuntamiento al grido di “Hator, hator” (unisciti!).

…A BAYONA
Nello stesso giorno, a Bayona (Paese Basco sotto amministrazione francese) una marcia ha riunito circa 8mila persone con la presenza di numerosi esponenti di partiti, movimenti e sindacati.
In particolare, è stata denunciata la situazione di Lorentxa Guimon, detenuta a Rennes e gravemente ammalata. In proposito l’esponente di LAB Jeronimo Prieto ha dichiarato che “lo stato non dovrebbe fare altro che applicare le sue stesse leggi e liberarla”.
Tra i partecipanti, i parlamentari socialisti Fréderique Espagnac, Sylviane Alaux e Colette Capdevielle. Un giudizio positivo sulla manifestazione è stato espresso dalla consigliera regionale Alice Leiciaguecahar (Verts- Europe Ecologie). Presenti anche altri consiglieri regionali come Alain Iriart (sinistra abertzale) e Marie-Christine Aragon (socialista), oltre ai sindaci di Hendaia, Biarritz, Arberatze, Uztaritze, Izura, Baiona. Quest’ultimo, Jean-René Etchegaray, ha dichiarato che “i governi spagnolo e francese sono nell’inerzia totale. Si comportano come se non vedessero, o non volessero vedere, quello che sta accadendo da quattro anni e mezzo a questa parte”.
Il sindaco di Lekorne (e presidente di Biltzar) Lucien Betbeder ha dichiarato di aver partecipato alla marcia sia come persona che come eletto per sostenere il processo di soluzione del conflitto ricordando poi che “è necessario occuparsi della questione della riunificazione (dei prigionieri in E.H. nda) e dell’amnistia e trovare una via d’uscita per questa situazione”.
Oltre a numerosi membri di Bakea Bidea e del Collettivo di Esiliati e Prigionieri Politici Baschi, hanno presenziato all’iniziativa alcuni esponenti di SORTU (Rufi Etxeberria, Xabi Larralde, Maite Ubiria…). Anche loro si sono detti convinti che “affinché il processo possa avanzare, è necessario risolvere la questione dei prigionieri”.
Altre testimonianze significative dalla consigliera municipale Yvette Debardieux (comunista) e dal portavoce nazionale di NPA, Philippe Poutou.
“La mia presenza a questa manifestazione -ha dichiarato l’esponente del Nuovo Partito Anticapitalista- è per esprimere solidarietà al popolo basco e ai suoi militanti prigionieri. Affinché lo stato cambi il suo atteggiamento sulla riunificazione”. Ha poi spiegato di “non essere d’accordo con il principio della indivisibilità dello stato” e di riconoscere il diritto del popolo basco a decidere “inclusa la possibilità dell’indipendenza”.

Ma forse la frase che ha suggellato la marcia pro-prigionieri (suscitando ampie ovazioni) è stata quella pronunciata dalla compagna Maialen Arzallus:
“Abbiamo un’arma tra le mani, l’amore del popolo”.

Gianni Sartori

*nota Qualche esempio: Alacant 780 km; Cordoba e Murcia 850 km; Granada 875 km; Clairneaux 945 km; Almeria 1040 km…

** nota. Ho ripescato questo mio articolo risalente al 2006 che forse è ancora interessante come “precedente”.

“Il leader di Batasuna va in carcere?
In Euskadi a rischio il processo di pace

di Gianni Sartori (2006)

Ci risiamo. L’“Audiencia Nacional” spagnola (autentica erede del Top, il tribunale speciale dell’epoca franchista) ha condannato nuovamente il leader degli indipendentisti radicali baschi di Batasuna Arnaldo Otegi: 15 mesi di carcere e sette anni di interdizione assoluta per «apologia di terrorismo».
Nel dicembre del 2003 Otegi aveva preso parte ad un atto pubblico in memoria di José Miguel Benaran, più noto come “Argala”, assassinato dalle squadre della morte parastatali. La cerimonia si era svolta nella località di Arrigarriaga a venticinque anni dalle morte del militante basco. Secondo i magistrati, nonostante l’amnistia del 1977, Argala va ancora considerato un terrorista e onorandolo pubblicamente Otegi si è reso responsabile di «esaltazione di attività terroristiche». Argala era rimasto ucciso in un attentato con un’auto-bomba poi rivendicato dal “Batallon Vasco Espanol”, un antenato del Gal, le squadre paramilitari fiancheggiatrici di Madrid. A questo aspetto il documento dell’“Audiencia Nacional” non accenna (parla genericamente di “morte violenta”), così come sembra non tener conto del fatto che Argala aveva aderito a Eta in piena epoca franchista. Secondo le dichiarazioni della polizia spagnola, riportate nella sentenza, Argala avrebbe «fatto parte ininterrottamente di Eta dal 1970 al dicembre 1978» divenendone il «jefe militar supremo». Non si tiene conto del fatto che nel 1977 venne concessa l’amnistia a tutti coloro che avevano lottato contro il regime franchista e che, al momento della morte, Argala non era accusato (tantomeno sotto processo) per alcun delitto.
L’atto politico in memoria di Argala viene celebrato ogni anno con danze tradizionali e deposizione di corone di fiori accompagnate dal suono tradizionale dei corni e della txalaparta. Otegi nel 2003 aveva deposto un garofano rosso davanti al ritratto di Argala e aveva presentato la cosiddetta “Proposta di Bergara” paragonandola a quella di “Txiberta” formulata da Argala nel 1977. Aveva inoltre reso omaggio al suo impegno per l’autodeterminazione di Euskal Herria. Proprio il giorno prima la sinistra “abertzale” aveva presentato a Bergara agli altri partiti baschi una proposta per «partecipare come popolo» alle elezioni spagnole previste per il marzo 2004. Otegi, secondo il Tribunale, avrebbe dichiarato che «Eta appoggerebbe la formazione di una candidatura tra le forze abertzale, perché permetterebbe di voltare la pagina della guerra e aprire la libertà per Euskadi». Inoltre nella sentenza si riporta che l’esponente abertzale avrebbe «espresso molti apprezzamenti nei confronti degli etarras che hanno dato la vita per Euskal Herria con appelli alla lotta armata». Invece, secondo la difesa, Otegi avrebbe parlato soltanto di «lotta contro lo Stato spagnolo» senza usare l’aggettivo «armata». Due versione di una stessa contestata frase che potrebbero costare una ennesima detenzione per il dirigente di Batasuna. L’eventuale nuovo arresto di Arnaldo Otegi dipenderà dal Tribunale Supremo che dovrebbe ratificare la condanna. In questo caso ai quindici mesi si aggiungerebbero anche i dodici dell’anno scorso per «ingiurie al re».
Per dimostrare che la cerimonia in memoria di Argala era un «omaggio» e non un «atto politico», il tribunale ha riportato gli articoli dell’epoca apparsi su El Correo, El Mundo, Deia. Articoli che l’accusato non avrebbe «smentito una volta pubblicati».
Sull’inquietante episodio repressivo sono intervenuti vari esponenti di formazioni politiche. Onintza Lasa di Eusko Alkartasuna (indipendentisti) ha dichiarato che «questa condanna rappresenta un nuovo ostacolo nel processo di pacificazione e normalizzazione politica», auspicando nel contempo la scomparsa dell’Audiencia Nacional. Il partito basco Aralar ha espresso piena solidarietà a Otegi e alla sua formazione politica, mentre la catalana Convergengia i Unió, attraverso il suo segretario generale J.A. Duran i Lleida sostiene che «i giudici, piaccio o meno, non devono valutare la situazione politica, ma solo l’aspetto giuridico dello Stato di Diritto; per tanto è logico che si limitino ad applicare la legge e nient’altro». Anche Ramon Jauregui, portavoce dei socialisti del Psoe nella Commissione Costituzionale, ha giustificato l’operato dei giudici e ha aggiunto che «la condanna di Arnaldo Otegi non dovrebbe danneggiare in nessun modo il processo politico avviato in Euskal Herria».
Da parte sua Batasuna ha rivolto un appello a tutte le parti coinvolte per risolvere questo ennesimo contenzioso tra lo Stato spagnolo e il Paese Basco. Joseba Permach in una conferenza stampa tenutasi venerdì 28 aprile a Donostia (San Sebastian) ha denunciato con forza che «il Governo spagnolo insiste con la sua strategia repressiva» aggiungendo che «è impossibile procedere in un processo di pace contando sulla volontà di una sola parte».
«Dalla dichiarazione di “cessate il fuoco” di Eta sono passate le ore e i giorni -ha detto Permach- ma le notizie che arrivano da Madrid riguardano solo il mantenimento dell’opzione repressiva da parte dello stato».

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..“se lo stato turco ci ammazza, quelli che hanno mantenuto il silenzio non vengano a piangere sulla nostre tombe”…. aggiornamento sul massacro in Kurdistan – di Gianni Sartori

 

 

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IL NUOVO “PIANO D’AZIONE” DI ANKARA?
SANGUE E LACRIME PER IL KURDISTAN
(Gianni Sartori)
Uccisioni, coprifuoco, assedio…e ora anche le armi chimiche. Cresce la preoccupazione per le città curde assediate (Cizre da oltre 60 giorni, Sur anche di più…), con i soldati turchi che impediscono alle ambulanze di soccorrere i feriti, in gran parte donne e bambini (vedi l’agenzia curda AnfEnglish).
Dopo oltre due mesi di assedio e repressione la situazione è sempre più grave. Mentre decine di migliaia di persone nei territori curdi sotto amministrazione turca sono quotidianamente sottoposte a pesanti bombardamenti, negli ultimi giorni l’esercito turco ha massacrato 60 persone a Cizre. Vengono attaccati anche gli edifici dove trovavano rifugio i feriti e si parla dell’uso di armi chimiche (una conferma dalle immagini di corpi completamente bruciati. Avanzo un’ipotesi: fosforo bianco come gli USA a Falluja?). In una cantina di Cizre sottoposta a bombardamento erano bloccati 19 feriti di cui non si avevano più notizie.
Da alcune immagini apparse su un account twitter vicino all’ASKP si deduce che molto probabilmente sono stati passati per le armi. Ancora 10 giorni fa la deputata Leyla Birlik (esponente di HDP) aveva denunciato che alcuni cadaveri abbandonati nelle strade risultavano completamente bruciati.
Tra le 60 persone giustiziate a Cizre, c’era Mehmet Tunç, copresidente dell’assemblea popolare di Cizre. Sequestrato insieme ad altri civili per due settimane nel seminterrato di un edificio circondato e bombardato dall’esercito turco, aveva detto: “se lo stato turco ci ammazza, quelli che hanno mantenuto il silenzio non vengano a piangere sulla nostre tombe”.
Il nuovo “Piano d’azione in dieci punti” presentato dal primo ministro turco Davutoglu prevede “l’eliminazione delle differenze tra nazione e Stato”, un’espressione che evoca la definitiva negazione dell’identità curda. Quanto ai metodi previsti per “ristabilire l’ordine pubblico” è evidente che saranno quelli impiegati ormai da mesi: repressione, massacri e ora, ripeto, anche le armi chimiche. Un piano da 9 milioni di dollari (almeno quelli già previsti) a cui contribuiranno anche i finanziamenti europei. Notoriamente Ankara gode dell’aperto sostegno della Nato (in chiave anti russa) e del sostanziale, tacito assenso da parte dell’Ue.
E intanto, nonostante le proteste del governo locale, proseguono impunemente i bombardamenti degli F 16 turchi in territorio iracheno, sui monti di Qandil dove si rifugiano i guerriglieri del PKK.

“si l’Etat turc nous tue, ceux qui ont gardé le silence ne doivent pas pleurer sur nos tombes”. – mise à jour sur le Kurdistan – de Gianni Sartori

LE NOUVEAU « PLAN D’ACTION » D’ANKARA ?
DU SANG ET DES LARMES AU KURDISTAN
( de Gianni Sartori)
Meurtres, couvre-feu, siège… et maintenant même des armes chimiques. L’inquiétude grandit sur les villes kurdes assiégées (Cizre pendant plus de 60 jours, Sur de plus…), avec des soldats turcs empêchant les ambulances de secourir les blessés, principalement des femmes et des enfants (Voir l’Agence kurde AnfEnglish).
Après plus de deux mois de siège et de répression, la situation s’aggrave. Alors que des dizaines de milliers de personnes dans les territoires kurdes sous administration turque sont soumis tous les jours à lourds bombardements, en ces derniers jours l’armée turque a tué 60 personnes à Cizre. Ils ont attaqué les bâtiments où les blessés sont hospitalisés et quelqu’un parle de l’utilisation des armes chimiques (une confirmation peut provenir des images de corps complètement brûlés. Je fais une supposition : phosphore blanc comme les États-Unis à Falloujah?).
Dans une cave de Cizre, soumis à des bombardements, ont été bloqués 19 blessés, dont on n’avait plus de nouvelles.
De quelques images apparues sur un compte twitter proche de l’ASKP on peut en déduire qu’ils ont passées pour les armes. Il y a 10 jours la députée Leyla Birlik ( de HDP) a signalé que certains corps abandonnés dans les rues ont été entièrement brûlés.
Parmi les 60 personnes exécutées à Cizre, il y avait Mehmet Tunç, co-président de l’Assemblée populaire de Cizre. Séquestré ainsi que d’autres civils pour deux semaines dans le sous-sol d’un immeuble entouré et bombardé par l’armée turque, il avait dit: “si l’Etat turc nous tue, ceux qui ont gardé le silence ne doivent pas pleurer sur nos tombes”.
Le nouveau « plan d’action de dix points » présenté par le premier ministre turc Davutoglu s’attend à « l’élimination des différences entre nation et Etat », une expression qui évoque le refus définitif de l’identité kurde. En ce qui concerne les méthodes proposées pour “rétablir l’ordre public”, clairement ils seront ceux utilisés dans les derniers mois: répression, massacres et maintenant, je le répète, armes chimiques même. Un plan de 9 millions de dollars (au moins ceux déjà fournis), avec aussi qui du financement européen.
Notoirement Ankara bénéficie du soutien ouvert de l’OTAN (une stratégie anti-russe) et de la substantielle approbation tacite de l’UE.
Pendant ce temps, malgré les protestations du gouvernement local, continuent impunément le bombardement des F 16 turcs en territoire irakien, sur les montagnes de Qandil, où les guérilleros PKK ont trouvé refuge.

Per la serie “un altro alpinismo era possibile?” – Un incontro con SANDRO GOGNA di MOUNTAIN WILDERNESS (Predazzo, 1990) di Gianni Sartori

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“Sono passati quasi 26 anni da questa intervista e qualcosa è cambiato sul fronte dell’ambientalismo montano. C’è meno fiducia nelle associazioni (almeno in quelle nazionali) e c’è qualche risultato in più per ciò che riguarda i rifiuti. Almeno questo l’abbiamo ottenuto: cambiare la coscienza nella gestione di ciò che rifiutiamo. Con il rischio di avere un mondo asettico. Sono cambiato pure io, perché ora ritengo che a un certo punto della nostra vita, dobbiamo tutti domandarci: -Quanta spazzatura è in me? Inabissarsi nella voragine nostra interiore alla ricerca dei propri rifiuti profondi è l’unico antidoto alla malattia di un pensiero raziocinante e sociale che vuole un mondo asettico. Il pensiero, dove ha appena spazzato e disinfettato, sporca già solo con il proprio passaggio. Che sia orizzontale o verticale”.

(Alessandro Gogna – febbraio 2016)

Per la serie “un altro alpinismo era possibile?”

Un incontro con SANDRO GOGNA di MOUNTAIN WILDERNESS (Predazzo, 1990)

di Gianni Sartori

Ho ripescato questa antica intervista a Sandro Gogna risalente ad un incontro pubblico di Mountain Wilderness (a Predazzo, all’inizio degli anni novanta del secolo scorso). Naturalmente lo conoscevo di fama e per aver letto il suo “Un Alpinismo di Ricerca”, ma fu entusiasmante conoscere la sua solida coscienza ambientalista (e, da quanto mi disse in seguito, non solo in Montagna: mi raccontava che andava regolarmente a lavorare, nella sua casa editrice milanese– Edizioni Melograno -, in bicicletta). Non so se nel frattempo abbia cambiato qualche idea, se sia arrivato a qualche compromesso con il sistema di sfruttamento delle montagne che le sta trasformando da un lato in parco-giochi dall’altra in discarica (anche, o soprattutto, esistenziale…).
In ogni caso il valore di questa testimonianza rimane, a mio avviso, esemplare per coerenza e radicalità.

Sandro Gogna ha recentemente partecipato (ricordo che siamo nel 1990 nda) all’operazione “Free K2”, la prima spedizione internazionale, voluta e organizzata da Mountain Wilderness, per liberare il K2 dalle tonnellate di rifiuti e dai chilometri di corde fisse che ne umiliano il fascino terribile.
Nonostante i molteplici impegni, il grande alpinista si rivela disponibile, gentile. Data l’ora piuttosto tarda, premette soltanto che avrebbe intenzione di cercar di dormire almeno un paio d’ore.
Lo aspetta infatti una levataccia. Domani alle quattro (del mattino) parte per le tre cime di Lavaredo dove Mountain Wilderness ha in programma l’ennesima azione dimostrativa contro la strada a pedaggio. E precisa: “Contro la strada in quanto tale, indipendentemente dal pedaggio”.
Che fare contro questo degrado galoppante? In che modo i sinceri amanti della Montagna si possono opporre alla distruzione dell’ambiente alpino?
Sandro Gogna insiste su un concetto che poi riprenderà varie volte nel corso della chiaccherata: occorre innanzitutto “dare una svolta, invertire l’attuale tendenza sperando di arrivare a toccare la mente e il cuore di quanti dicono di amare la Montagna e la Natura”.
Mountain Wilderness è un’associazione internazionale che riunisce alcune migliaia di alpinisti ed escursionisti di Grecia, Francia, Italia, Catalunya…in difesa delle Alpi, dell’Olimpo, dei Pirenei.
Sandro racconta di aver trovato un alto grado di coscienza ambientalista tra i catalani*. Del resto ve ne sono molti anche tra i militanti di Green Peace (di cui Mountain Wilderness sembrerebbe essere un po’ l’omologo montano), proprio tra quelli impegnati negli arrembaggi dimostrativi contro i navigli intenti a scaricare in mare rifiuti tossici o contro le baleniere attrezzate per massacrare inermi cetacei in via di estinzione.

LE ALPI: UN MONDO DA SALVARE
Suscita preoccupazione in particolare la rapidità con cui stiamo distruggendo, violentando le Alpi, dove è quanto mai urgente “difendere tutto quello che c’è ancora da difendere”. Le minacce per l’ambiente alpino sono molteplici. Vanno dal degrado ambientale genericamente inteso alle piste da sci; dalle nuove strade al dilagare del cemento; dall’uso indiscriminato di mezzi meccanici (auto, elicotteri, moto…) alle tonnellate di rifiuti abbandonati dagli escursionisti, fino alle vere e proprie discariche in prossimità di rifugi, bivacchi, stazioni delle seggiovie.
Gli chiedo in che cosa consista l’iniziativa programmata per il giorno successivo, alle Drei Zinnen.

“Quella prevista per domani – mi spiega – è per noi una scadenza molto importante. Assieme all’organizzazione degli ambientalisti ladini, S.O.S. Dolomiten, abbiamo indetto una manifestazione contro la strada che dal Lago di Misurina va al soidisant “Rifugio” Auronzo. Attualmente si calcola che in soli due mesi, quelli di maggior afflusso, venga percorsa da 80.000 (ottantamila!) auto. Cercheremo di occupare la sede stradale dalle sette in poi e cercheremo, discutendo e volantinando, di spiegare alla gente le ragioni della nostra iniziativa”.

Per la cronaca: il giorno dopo Sandro e compagni sono stati presi in contropiede dalle autorità che, astutamente, hanno provveduto a chiudere (solo temporaneamente, chiaro) la strada.
Domando quali siano state le iniziative precedenti di questa dimostrazione contro “l’autostrada di Lavaredo”.
“Tra quelle che hanno suscitato maggior scalpore vanno ricordate senz’altro l’iniziativa per ripulire la Marmolada e la spettacolare azione diretta sul Monte Bianco contro la Funivia dei Ghiacciai”.
Inoltre, sempre in collaborazione con S.O.S. Dolomiten, Mountain Wilderness ha caldamente contestato il cosiddetto 200° anniversario della “scoperta” delle Dolomiti.
Per Gogna il 200° anniversario è stato un significativo esempio di come la provincia di trento consideri iniziative culturali quelle che in realtà contribuiscono a ridurre l’ambiente dolomitico alla stregua di un Luna-Park, ad un immenso e grottesco “divertimentificio. I finanziamenti potevano venir usati molto più intellingentemente per arginare il degrado, per recuperare testimonianza delle autentiche tradizioni culturali dell’area dolomitica.
Della stessa opinione sono i Ladini, l’antico popolo di queste montagne. Ecco quanto scrivevano in un manifesto firmato Ambientalis Ladinus de la Dolomites:

“A 200 anni dalla scoperta di Dolomieu, le amministrazioni provinciali e locali di trento, Bolzano e Belluno festeggiano le dolomiti a parole mentre, anno dopo anno, le distruggono coi fatti.
Le Province Autonome di trento e Bolzano permettono e spesso finanziano la continua costruzione di nuovi impianti di risalita, di piste da sci e strade con forte impatto ambientale, di ampi parcheggi in quota ecc. La regione Veneto addirittura li realizza in proprio mediante la Canal Grande S.p.A.”**

“Anche da parte degli alpinisti -precisa Gogna- esistono comunque delle colpe ben precise”.
In sostanza la “comunità degli alpinisti” dovrebbe considerarsi responsabile di quanto sta avvenendo tra le nostra montagne. Dovrebbe riconoscere i problemi che magari involontariamente ha provocato all’ambienta alpino, “pubblicizzando” (spettacolarizzando? Nda) e facendo conoscere la montagna.

IL SUDORE NON INQUINA
E continua:
“E’ anche “merito” degli alpinisti se interi gruppi montuosi hanno perso la loro aureola di fascino, di mistero…”.
Ma almeno, si spera e si presume, alpinisti ed escursionisti si arrampicano, camminano, sudano insomma. Ed il sudore come è noto, diversamente dal gasolio e dalla benzina, non inquina.***
Per quelli di Mountain Wilderness bisognerebbe imparare a saper distinguere tra una esperienza vera e una esperienza falsa, mercificata, che si può comprare preconfezionata. Sempre sul Monte Bianco, Gogna ricorda il via vai continuo ed ossessivo degli elicotteri impegnati a girare spot pubblicitari riprendendo questo superbo archetipo di freschezza, candore, vacanze invernali ecc. Immagini di sicuro rendimento dal momento che si prestano a pubblicizzare le mentine come i pannolini, l’acqua minerale come gli assorbenti, i detersivi come la D.C. (l’intervista risale al 1990, ricordo, e c’era ancora l’odiosa Democrazia Cristiana nda).

UNA REGINA INFANGATA
La Marmolada, vetta più alta dell’area dolomitica, venne chiamata “La Regina”. Al ghiacciaio del versante settentrionale fa da contraltare la vertiginosa parete calcarea del lato meridionale; un bastione roccioso lungo alcuni chilometri e alto fino a 900 metri. Oltre che di fondamentali imprese alpinistiche fu teatro di aspre battaglie nel 15-18. Oggi è diventato lo scenario di un indecente degrado ambientale che sembra non volersi più arrestare. Lungo i percorsi si potrebbero raccogliere barattoli a quintali ma questo in fondo è un male minore se pensiamo a cosa scorre nelle viscere del non più incontaminato ghiacciaio. Chi ha fatto la sconsigliabile esperienza di cadere in un crepaccio nel periodo estivo (quando può passare parecchio tempo senza che una provvidenziale nevicata intervenga a imbiancare) può confermarlo.
Magari ne sarà uscito indenne grazie alla prontezza di spirito dei compagni di cordata, ma sicuramente “onto” da far schifo; ricoperto da smog, catrame e robaccia del genere. Se l’emozione del momento gli avrà consentito di dare un’occhiata disincantata sul fondo avrà avuto modo di scorgervi inequivocabili chiazze di idrocarburi. Provare per credere!
L’operazione “Marmolada Pulita” (tra luglio e settembre 1988) non era senza precedenti. Già negli anni settanta un gruppo di volontari si era “fatto carico” (in tutti i sensi) di riportare a valle decine e decine di sacchi di spazzatura. Tutta roba raccolta nei pressi del Bivacco Dal Bianco. A tale proposito ci sarebbe da segnalare un fatto che la dice lunga sul livello di coscienza dell’alpinista medio. Nei pressi del bivacco c’era un avviso che invitava i “signori alpinisti” a gettare i rifiuti nel canalone est (dove erano meno visibili) invece che in quello ovest, come avveniva regolarmente.
Intervento personale: osservo che l’indicazione “RIFIUTI” con relativa freccia per indicare il crepaccio, l’inghiottitoio o la dolina dove lasciare impunemente i propri rifiuti è ancora assai diffusa; dai Bivacchi delle Pale di San Martino al Becco di Filadonna, dai rifugi del Sella alle pendici dei colli di Lumignano. Esempio macroscopico, quest’ultimo, di quali conseguenze deleterie può comportare per un ambiente naturale particolare la sua “valorizzazione” alpinistica****
Torniamo alla Marmolada.
Quella dell’88 venne definita “una faticaccia, ma per fortuna siamo stati assistiti dal tempo”. Ci sono voluti una quindicina di voli con l’elicottero (“con il senno di poi – commenta Gogna – si sarebbero potuti utilizzare i muli”)
per portare a valle l’ingente quantità di “scoasse” raccolta dai volontari. Oltre a quello del trasporto resta aperto il problema dello smaltimento dei rifiuti. “Sarebbe una buona cosa poter adottare in futuro la raccolta differenziata” afferma l’eco-alpinista. Infatti i militanti di Mountain Wilderness sono consapevoli che questo è solo un aspetto del problema ben più vasto e complesso; che non basta certo ripulire qualche canalone per dire di aver risolto la questione dell’inquinamento. “D’altra parte bisogna pur cominciare, in un modo o nell’altro. Noi cominciamo da ciò che ci è più congeniale, da quello a cui ci sentiamo più legati, dalle montagne. Cominciamo dall’alto…”.

LA MARMOLADA E LE SUE DISCARICHE
(“dove lo schifo del consumismo si mostra in tutto il suo splendore”)

Sulla Marmolada Gigna e compagni verificarono come dagli scarichi della terza stazione della funivia fuoriuscissero mediamente 300 (trecento) litri giornalieri di una broda liquida costituita da acqua, scarichi di fogna, oli esausti, materiali petroliferi vari…pensate a cosa devono aver prodotto e scaricato vent’anni di ininterrotta attività della funivia.
C’è, ben visibile, una striscia marrone larga 15 metri che solca tutta la parete sotto la terza stazione. In fondo poi si trova la discarica vera e propria.
“L’anno prima la discarica era già stata in parte ripulita da un gruppo di veneziani che si erano portati via qualcosa come 150 carichi. La quantità dei rifiuti comunque restava ancora enorme”.
Per una ulteriore indagine gli “aspiranti spazzini” hanno utilizzato la Via dell’Ideale che risale lungo la parete e viene attraversata varie volte dal colatoio di liquame. Per “scrostare” dalla parete i rifiuti incastrati è intervenuta anche la Guardia di finanza, le “Fiamme Gialle”. Naturalmente restano ancora appiccicati il petrolio, gli oli esausti minerali ecc.
“Devo dire che in questa circostanza, in questa battaglia ci siamo sentiti particolarmente soli. Abbiamo volantinato, cercato di coinvolgere la gente, gli utenti della funivia…ma quasi tutti se ne fregavano. Forse è proprio vero che in fondo amano di più la montagna quelli che non ci vanno”.
Naturalmente non bisogna dimenticare che anche il lago artificiale (il Fedaia) e la relativa strada carrozzabile hanno alterato il microclima della Marmolada. Ma questo è ancora niente: un po’ dovunque il terreno roccioso è stato spianato per aprire piste da sci. Se il fondo della pista è piatto la neve dura di più e quindi le ruspe sono entrate in azione per eliminare le cunette e le asperità tipiche di un terreno calcareo carsico. Quello che ora si può “ammirare” è una specie di omogeneo deserto. Invece del caratteristico carsismo di superficie abbiamo delle vere e proprie ferite, strazianti da vedere e impossibili da rimarginare. Oltre alle ferite inferte all’estetica bisognerà considerare anche quelle di natura strettamente geologica. Su questo problema stanno indagando alcuni geologi di “Aquila Verde” legati a Mountain Wilderness. Come se non bastasse, per garantire ai turisti la pratica dello sci estivo, si sprecano risorse preziose.
E’ incalcolabile la quantità d’acqua che viene sprecata con lo scioglimento della neve provocato dall’uso indiscriminato di sostanze sparse sulla superficie per renderla più “sciabile”. Anche questo, insieme all’azione dei gatti delle nevi, contribuisce a degradare ulteriormente il ghiacciaio.

MONTAGNE DI RIFIUTI
Naturalmente Gogna e gli altri ambientalisti non hanno trascurato di occuparsi del famoso polistirolo immesso nei crepacci. Come è stato accertato, fino a qualche anno fa c’era l’abitudine di riempire qualche crepaccio terminale con enormi quantità di polistirolo e poi far saltare con una piccola carica di esplosivo i bordi, così da coprire tutto e “far spessore”.
Adesso il polistirolo percorre gli oscuri meandri sotterranei del ghiacciaio. Prima o poi tutto verrà risputato fuori, ma intanto, si rammarica quel sentimentale di Sandro Gogna “niente è più come prima, l’incantesimo è rotto”.
Un’altra spiacevole sorpresa li attendeva nel Vallone d’Antermoia. Anche questo era stato trasformato in discarica abusiva. Dalla stazione della funivia Serauta scende un lungo tubo nero che riversa la solita brodaglia immonda. Nel canalone sottostante l’Amministrazione della funivia aveva evidentemente ritenuto di poter gettare di tutto, impunemente.
Il canalone per tutta la sua lunghezza di circa duecento metri era completamente intasato da materiali eterogenei. Per una profondità che varia dai cinque ai dieci metri. La discarica vera e propria, costituita da materiali precipitati fino in fondo, si estende per circa 2-3 cento metri ed è profonda un paio. Uno spettacolo apocalittico, circondato da pareti di roccia. Per altri 2-3 cento metri si continua a rinvenire materiale sparso; fino al limitare del b osco, dove è stato fermato dagli abeti; almeno per ora.
“Qui finalmente abbiamo rinvenuto ingenti quantità del famigerato polistirolo. Evidentemente, dopo che la notizia del suo impiego come “riempitivo” ha cominciato a circolare, hanno ritenuto opportuno sbarazzarsene per la via più spiccia”.
Gogna ha personalmente esplorato il canalone intasato di immondizie e rottami insieme a Reinhold Messner: “Abbiamo risalito e fotografato per un lungo tratto, finchè non ci siamo resi conto del precario equilibrio del materiale incastrato e sospeso. Se cominciava a franare sarebbe venuto giù tutto; e noi con lui”.
A questo punto comunque cominciavano a convincersi che quello di cui c’era maggiormente bisogno “non era un’azione di pulizia, ma piuttosto un’azione di polizia”: In effetti, grazie alle iniziative di Mountain Wilderness, c’è stata un’indagine della Pretura di Agordo in merito alle discariche della Marmolada e sulla faccenda del polistirolo. “Ma – commenta amaramente Gogna – è stata un’indagine pilotata”.
Sandro & C. si sono quindi premuniti. Lo schifo è ben documentato da centinaia di fotografie. Ironizza pure: “Tra l’altro ho scoperto che fotografare discariche è una cosa difficilissima, ma sto facendo pratica”.
Ci tiene comunque a precisare che in fondo i rifiuti non sono nemmeno la cosa più grave. Si possono raccogliere, eliminare, riciclare…anche se poi tutto ritorna come prima. Prima di tutto bisogna opporsi all’idea che la Montagna sia qualcosa che si può comprare come al supermercato; opporsi anche all’idea di chi “la divide in due, per cui la parte bassa sarebbe meno interessante, da “tagliare” con la funivia così da arrivare subito e senza sforzo in alto. E’ un inganno di chi vende una immagine fasulla della montagna. Senza la parte bassa non ci sarebbe nemmeno quella alta”.
Non si giudichi frettolosamente quest’ultima affermazione come banale o scontata. Fatta da uno come Gogna che la “parte alta” può dire di conoscerla come pochi è senz’altro degna di considerazione. Meditate.
Del resto basta stare ad osservare il comportamento di chi è arrivato sulla cima con le proprie gambe rispetto a quelli saliti in funivia (o in auto, quando c’è la strada). Con ogni probabilità troverete tra questi ultimi gli esuberanti raccoglitori di fiori e arbusti, i lanciatori di richiami e i portatori di apparecchi radio. Se l’eccesso di energie lo avessero impiegato per salire forse sarebbero più discreti e contemplativi. E più consapevoli.*****

IN DIFESA DEI MONTI, QUI E ORA

Gogna non perder l’occasione per un ulteriore richiamo alla responsabilità e all’impegno personale: “A volte, almeno in teoria, esiste già una precisa legislazione in merito. Vedi la legge Galasso sulle discariche. Che poi venga regolarmente applicata è un altro paio di maniche. Molte cose si potrebbero già impedire ma resta il problema della mancanza di una diffusa cultura ambientalista. La gente vede ma non si scompone. Non c’è quindi da meravigliarsi se poi l’autorità non interviene. In fondo abbiamo l’Amministrazione che ci meritiamo”.
E insiste: “E’ importante che cambino le coscienze”. Come esempio piccolo ma significativo di un indispensabile cambio di mentalità cita la scritta (ben diversa da quella del bivacco Dal Bianco) che si può leggere presso un rifugio degno di questo nome nelle Apuane, verso castelnuovo di Garfagnana: “Questo rifugio non ha cestino della spazzatura”: Edificante, direi. Si dichiara senza equivoci che “i rifiuti ognuno se li porta a valle, da dove sono venuti”.
“Dobbiamo smetterla di considerare i rifugi come servizi”. Infatti la natura dei servizi è tale per cui tendono costantemente a svilupparsi, a migliorare in efficienza, volume, comodità…(“a parte quelli pubblici urbani – osserva Gogna polemicamente e acutamente – che sembrano invece peggiorare…”). Le richieste di un certo tipo “da parte di chi non sa rinunciare alle sue comodità ed abitudini nemmeno per qualche giorno, quasi “costringono” chi gestisce i rifugi a “migliorare la qualità delle prestazioni” (ma è sostanzialmente un malinteso). E’ il caso dell’attuale tendenza generale al raddoppio che, automaticamente, comporta il raddoppio dell’impatto ambientale.
Con l’aumento della capacità di ricezione, delle “comodità”, i rifugi stanno diventando alberghi, ristoranti. Stanno snaturando la loro funzione e stravolgono, violentano ulteriormente l’ambienta alpino.
Può capitare che perfino da un onesto bivacco si decida, dalla mattina alla sera, di ricavare un albergo d’alta quota. Qualcosa del genere è accaduto qualche anno fa anche sulle Pale di San Martino. Con la stessa logica, la mulattiera diventa strada asfaltata, la baita casa per le vacanze e il “punto panoramico” dove si giungeva stanchi, sudati, magari sfatti oggi è a portata di mano con la seggiovia. Una logica perversa che, mentre apparentemente va incontro alle esigenze della gente, non fa altro che snaturare il rapporto con la montagna. E permette agli operatori del settore di realizzare congrui profitti. Incalcolabili sono invece i costi, sia ambientali che culturali.
Il profeta della “wilderness” incalza: “Ecco perché sostenevo che in fondo quello dei rifiuti è solo l’aspetto esteriore della questione. Magari si potrebbe anche risolvere utilizzando appositi furgoncini per le immondizie. Ma anche lo smaltimento non risolverebbe il vero problema, quello di una sempre maggiore antropizzazione, di una vera e propria urbanizzazione sistematica dell’ambiente montano. In particolare di quello dolomitico. Pensiamo all’incremento costante dell’indotto che gira intorno ai rifugi. Vedi il caso del Vaiolet, se di rifugio si può ancora parlare…”.
“Il problema è ancora quello di riuscire a cambiare la mentalità di chi va in montagna. Per questo sostengo che quando riusciremo a chiudere una sola funivia quello sarà un segno di cambiamento radicale, di inversione di tendenza. Perché sarà cambiata la coscienza della gente”.
A questo punto, inevitabilmente, pongo una questione: “Ma come potranno allora andare in montagna le persone con una qualche disabilità?”.
Per Sandro Gogna si tratterebbe di un “alibi ipocrita”, posto in genere da chi difende altri interessi (e degli handicappati sostanzialmente se ne frega e pensa ai suoi profitti), di chi si ricorda di loro soltanto quando fanno comodo: “In città non li mettono nemmeno in condizione di poter prendere la metropolitana, di poter entrare in un negozio…l’ambiente urbano è saturo di barriere architettoniche, discriminanti e nessuno, o quasi, si preoccupa di abolirle”.
La chiusura di una funivia alla fine danneggerà soltanto chi sfrutta la montagna. In compenso sarà una testimonianza tangibile dell’auspicabile “rivoluzione culturale”.

“La gente avrà compreso che oggi come oggi in montagna si vende qualcosa che non esiste. Un prodotto ben confezionato, un’idea di montagna completamente fasulla, una invenzione pubblicitaria falsa e artificiosa che allontana sia dall’esperienza alpinistica autentica che da quella, non meno vera e profonda, contemplativa”.

Un concetto quello espresso da Gogna immediatamente comprensibile da tutti coloro che hanno avuto l’esperienza di un contatto vero (come dire:organico, strutturale…?) con la Natura e con la Montagna.

AZIONE DIRETTA SUL MONTE BIANCO
(dove sudore fa rima con valore…)

Altra recente impresa di Mountain Wilderness, quella sul Monte Bianco contro la “funivia dei ghiacciai”. L’azione si svolse sul cosiddetto “pilone aereo”, famoso per essere sostenuto non dal solito pilone, ma lateralmente, da funi d’acciaio ancorate a due cime.
Gogna, Messner e Giampiero di Federico erano saliti nottetempo su una di queste (il Petit Flambeau) e da qui Reinhold era disceso lungo i cavi. Raggiunto il pilone aereo calò le corde su cui Sandro e Giampiero risalirono, con la stessa tecnica che si usa in speleologia. Quindi cominciarono a tirar su lo striscione di Mountain Wilderness (“pesantissimo”). Venne poi issato in modo tale che gli addetti alla funivia (che al pilone arrivano con i vagoncini) non potessero rimuoverlo. Infatti venne tolto soltanto il giorno dopo, dal Soccorso Alpino. Gogna ci tiene a precisare che tutta l’operazione si era svolta nella più assoluta legalità. “Nemmeno per un attimo è stato interrotto il funzionamento; non c’è mai stata interruzione di pubblico servizio…”.
Non vuole correre il rischi che l’attività di Mountain Wilderness venga fraintesa, che la gente si ritragga. Soprattutto non vogliono inimicarsi le popolazioni locali, i valligiani. Non intendono scontrarsi con chi in montagna ci vive. Per questo il valore dell’azione sul pilone aereo è stato esclusivamente simbolico. Nessun blocco, nessun sabotaggio, nessuna violenza. “Non abbiamo attentato in alcun modo all’economia montanara. Tra l’altro, oltre che completamente inutile, la funivia in questione è anche in passivo”.
Con il loro gesto volevano agire sulle coscienze, dare un messaggio “forte”, di svolta all’immaginario, al gusto e allo stile di chi va in montagna. Riabilitare “l’esperienza autentica, il valore del sudore…”. Chiunque vada in montagna da qualche decina di anni (e può quindi fare confronti) ha potuto rendersi conto di come ai nostri giorni l’immaginario alpinistico e montano sia per lo più colonizzato da ideologie e concezioni del mondo che con l’alpinismo storico non hanno molto a che fare (anche se vi attingono a piene mani e si alimentano della sua storia, del suo prestigio …), ma forse questa è ormai “un’altra storia”…..

Per la cronaca: l’anno dopo Mountain Wilderness è tornata sul Bianco per un’altra azione dimostrativa ; stavolta meno “elitaria”. Circa duecentocinquanta alpinisti hanno composto in mezzo al ghiacciaio una grandiosa scritta umana:

POUR LE PARC
“Per quanto riguarda la funivia -conclude Gogna- sembra proprio che l’unica soluzione praticabile consista nel comprarla. Per poi disattivarla, naturalmente. Come Mountain Wilderness ci stiamo muovendo in questa direzione…”.

NOTA FINALE: CHI AMA LA MONTAGNA LE LASCIA I SUOI FUNGHI…

Parlandogli, osservandolo si ha la sensazione che anche Sandro Gogna (come altri andati “alla Montagna”, magari per caso ma comunque predisposti se non proprio predestinati) sia “inciampato”
in quelle che tra culture meno materialiste (e meno consumiste), in altri tempi, luoghi e situazioni, sarebbe stata identificata come “esperienza del Sacro”. Del resto “lo Spirito soffia dove vuole”, ma predilige, notoriamente, le vette, gli anfratti, i dirupi, le creste affilate delle Montagne.
Sembrano confermare questa impressione le sue ultime considerazioni e ricordi personali con cui si conclude la lunga ciacolada):
“E’ incredibile come, pur non avendo più necessità di cacciare, di raccogliere cibo per sopravvivere, noi continuiamo a saccheggiare la natura. Basta vedere come si riduce il sottobosco dopo il passaggio delle orde dei raccoglitori di funghi. Ricordo che quando avevo otto anni mi sono ribellato a mio padre che mi costringeva a raccogliere funghi. Sia chiaro: anche a me piacciono e quello che rifiutavo era l’idea che si andasse in montagna solo per raccogliere funghi; avevo già intuito che c’era dell’altro. Figurati che un giorno avevo trovato un porcino enorme e ho preferito lasciarlo dov’era. Forse sarà stato poi trovato da qualcun altro, ma comunque gli ho regalato qualche ora di vita”.Fin troppo facile fare dell’ironia su questa mancanza di spirito utilitaristico. A chi scrive fa venire in mente una concezione dell’alpinismo (e magari della vita) similare a quella espressa da Lionel Terray : “Conquistatori dell’Inutile”.
Per il futuro non si fa troppe illusioni: “Per noi si tratta di seminare delle idee, sperando di incontrare terreni, coscienze fertili, disponibili…Allora forse vedremo dei risultati, magari tra anni. Certo che comunque così non si può continuare. Sarebbe il degrado definitivo degli ultimi spazi naturali rimasti tali”.

Gianni Sartori

* Confermo pienamente. Nei Paisos Catalans ho incontrato un livello di coscienza ambientale diffusa che, nella penisola iberica, è secondo soltanto a quello dei baschi (pensiamo, in Euskal Herria, alle battaglie contro la centrale nucleare di Lemoiz e contro la diga di Itoiz…). Non per niente nei PP. CC. anche uno dei movimenti indipendentisti di sinistra più radicali si chiamava Moviment de Defensa de la Terra (suo lo slogan “Defensar la Terra non és cap delicte”: difendere la Terra non è reato).

** Inevitabile per chi scrive pensare ad alcuni scempi ambientali e paesaggistici che, da allora, sono stati realizzati in zone che ben conosco: Costa d’Agra (nei pressi di Folgaria), sul Monte Fior (Altopiano di Asiago) o sul Civetta lungo le cui devastanti piste da sci sorgono ora, al posto delle migliaia di abeti abbattuti, squallidi lampioni per le discese in notturna degli “amanti della montagna di plastica” (oltretutto dei privilegiati in questi tempi di crisi).
D’altra parte…l’avete voluto il capitalismo?

***Ovviamente bisogna pensare che si inquina anche raggiungendo i luoghi della montagna. Personalmente, da anni uso il più possibile la bicicletta (se possibile) o i mezzi pubblici (per quanto scarsi e malridotti, in Veneto). Un aspetto positivo è quello di non dover necessariamente ripercorrere al ritorno lo stesso itinerario dell’andata. Per es. se da Velo d’Astico salgo al Pria Forà posso poi scendere ad Arsiero per prendere la corriera. In ogni caso portatevi il telo di sopravvivenza, dopo una certa ora non fanno più servizio. E’ l’avventura.

**** Questo lo scrivevo un quarto di secolo fa. Magari nel frattempo saranno scomparsi i cartelli con l’indicazione “rifiuti” ma nel complesso la situazione è soltanto peggiorata.

***** Naturalmente potevo scrivere questo circa 25 anni fa. Oggi con i telefonini (siano stramaledetti; mai posseduto uno) ci tocca ascoltare conversazioni private urlate (e descrizioni delle “vedute mozzafiato” come recitano i depliant) su quasi ogni vetta, modesta o meno.