4 novembre, intervento di Claudio Bizzozero, sindaco di Cantu’ (Co)

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NIENTE FASCIA TRICOLORE MA FASCIA NERA PER UN GIORNO CHE NON È DI FESTA MA DI LUTTO


(testo del discorso tenuto oggi al sacrario dei caduti)


Che significato hanno le celebrazioni del 4 novembre? Per lo stato, questo è il giorno in cui si festeggiano l’unità nazionale e le forze armate. Noi qui a Cantù invece, fin dal primo anno del nostro insediamento, abbiamo voluto dare a questo giorno un senso del tutto differente: per noi, questo è il giorno in cui piangiamo le vittime di tutte le guerre, a partire da quelle del ’15/’18. La retorica nazionalista di allora invitava i giovani a correre alle armi per difendere il “sacro suolo patrio” dall’invasione straniera. In realtà sappiamo bene che nessuno aveva dichiarato guerra al regno d’Italia, nessuno l’aveva attaccato né invaso, mentre al contrario l’Austria aveva tutto l’interesse a concedere ai Savoia tutto ciò che desideravano, pur di scongiurare l’apertura di un terzo fronte. Quella terribile carneficina si poteva dunque tranquillamente evitare ma fu voluta dai potenti di allora per consolidare il loro potere economico e politico. Per questo, solo per questo, più di 650.000 giovani vite furono mandate al macello.
Mi è capitato in questi giorni di leggere due lettere di due protagonisti di allora: il comandante supremo pro tempore dell’esercito, Luigi Cadorna; ed uno dei tanti anonimi giovani fanti mandati al fronte a crepare.
Cadorna, cioè l’uomo che attribuì la disfatta di Caporetto “alla mancata resistenza dei reparti vilmente ritiratisi senza combattere ed ignominiosamente arresisi al nemico” (mostrando così tutto il suo disprezzo per i molti che avevano perso la vita a causa dei suoi folli comandi), comunicò all’allora presidente del consiglio, con lettera in data 6 giugno 1917, la sua intenzione di assumere (come di fatto poi assunse) “le più energiche misure di repressione dei gravi sintomi di indisciplina, diserzione ed antipatriottismo, manifestatisi fra le truppe, ivi comprese le fucilazione immediate su vasta scala, rinunciando alle forme del procedimento penale, per troncare il male alle sue radici, ed assumendo anche, con inesorabile severità, provvedimenti estremi quali la decimazione dei reparti infettati dal contagio”, rimettendo così in vigore “un supremo atto di repressione” che in quel momento era, a suo dire, “un’arma più che mai necessaria, in mano al comando”.
Di segno del tutto opposto il contenuto della lettera di una giovane recluta venticinquenne che invitava i genitori a “non credere agli atti di valore dei soldati e a non dar retta alle fandonie ed alle menzogne dei giornali, perché i poveri soldati non combattono con orgoglio né con ardore, ma vanno al macello perché costretti dal timore della fucilazione” e concludeva la sua lettera scrivendo che se avesse avuto “per le mani il capo del governo, o meglio dei briganti, lo avrebbe strozzato personalmente”.
Stride il contrasto fra le folli farneticazioni del pluridecorato Cadorna e la lucidità di quel giovane anonimo soldato venticinquenne (non decorato ma condannato a quattro anni di carcere militare, proprio a causa di quella lettera) che aveva colto perfettamente il vero significato di quella carneficina: benedire col sangue di centinaia di migliaia di giovani e sancire con la retorica nazionalista, l’atto di nascita di una presunta nazione che in realtà altro non era che un insieme multiforme di popoli diversi, ciascuno dei quali legato alle proprie tradizioni locali, contro le quali (e non contro gli Asburgo) i Savoia dichiararono la loro guerra, pensando così di chiudere il conto aperto col precedente massacro di contadini, partigiani e patrioti del sud, battezzato dagli storici di regime col termine di “lotta al brigantaggio”.
Col sangue delle fosse comuni del sud, prima, e con quello delle trincee del nord, poi, si volle tentare di inoculare il virus del nazionalismo e del patriottismo (tanto caro al successivo mostro fascista che non a caso da quella carneficina prese vita) al quale le nostre genti, cresciute per secoli nel culto delle identità locali e delle autonomie comunali e regionali, erano state fino ad allora del tutto immuni.
E non è un caso che un grande maestro come Ermanno Olmi ci abbia così poeticamente ricordato come i soldati in trincea cantassero i canti malinconici delle loro terre e non invece gli inni retorici voluti dal regime ed imposti alle truppe a colpi di fucilazione.
Da una parte i Savoia ed i loro scagnozzi ad imporre il massacro, ben protetti nei salottini del loro potere; dall’altra parte la povera gente del popolo costretta a morire nel fango delle trincee e dei campi di battaglia. Per i primi le decorazioni e le piazze da intitolare alla loro memoria; per i secondi il massacro e l’oblio.
Tutto questo spiega il motivo per cui oggi ho deciso di vestire una fascia a lutto e non quella tricolore, e noi tutti siamo qui insieme a ricordare le vittime e non i vincitori, che in realtà tali non furono perché anche alla fine di quella guerra, come di ogni altra guerra, non ci furono vincitori e vinti, ma solo sconfitti e la prima ad essere sconfitta fu anche allora, come sempre, l’umanità.
Concludo questo breve discorso esprimendo infine un augurio: che a 100 anni di distanza da quella immane tragedia, si trovi oggi il coraggio di fare finalmente giustizia, reintitolando vie e piazze non più ai carnefici di allora, responsabili del mattatoio, ma alle vittime innocenti di quel terribile massacro.

Claudio Bizzozero


Sindaco libero
del Comune departitocratizzato di Cantù

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