“Uscire dal carcere non è che l’inizio. Evadere dal proprio passato, questa è la vera sfida” – Gianni Sartori intervista Ronan Bennett (1994)

photofunia-ronan-1479913292Ronan Bennett (Belfast, 14 gennaio 1956) è uno scrittore e ex militante dell’IRA. Nato e cresciuto a Belfast, dopo aver vissuto una sofferta esperienza di militanza politica (accusato di appartenenza all’Official IRA) ed essersi laureato in Storia presso il King’s College, di Londra, ha intrapreso una carriera di scrittore che non si è mai allontanata dall’impegno civile e dall’esigenza di testimoniare la difficile realtà sociale e politica del suo o di altri Paesi. Ronan Bennett scrive regolarmente per The Guardian e The Observer.

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LA VERA SFIDA

“Uscire dal carcere non è che l’inizio. Evadere dal proprio passato, questa è la vera sfida”
Ronan Bennett, irlandese di Belfast, a causa del suo impegno per la causa repubblicana, ha conosciuto due volte l’esperienza del carcere: a Long-Kesh e a Brixton, negli anni Settanta. Una prima volta venne arrestato con l’accusa, poi risultata infondata, di aver ucciso un poliziotto. Venne condannato all’ergastolo in base alla testimonianza di una persona che in un secondo tempo (al processo d’appello) riconobbe di essersi confusa. Un classico esempio di errore di identificazione usato strumentalmente per imprigionare i militanti repubblicani. In seguito, trasferitosi in Gran Bretagna, venne nuovamente arrestato per cospirazione e subì un lungo periodo di carcerazione preventiva. Anche in questo caso le accuse risultarono una montatura e il suo processo acquistò una certa notorietà sulla stampa come “il processo a persone non identificate che, in luoghi non identificati, progettavano attentati contro altre persone non identificate”.

Dalla repressione ai colloqui

Qualche tua considerazione sulle recenti dichiarazioni del governo inglese che, finalmente, ha detto di essere disposto a dialogare con il Sinn Féin. Cosa ne pensi?
Le dichiarazioni rese da Major verso la metà di ottobre sono la conferma che senza il Sinn Féin non è possibile trovare una soluzione al problema dell’Irlanda del Nord. Negli ultimi anni il Governo inglese aveva sempre cercato una soluzione che escludesse il Sinn Féin.

Puoi riassumere quali sono state le diverse strategie adottate dalla Gran Bretagna?
Per la prima parte di questo conflitto (Ronan si riferisce agli ultimi venticinque anni, ndr) la Gran Bretagna ha adottato una politica di sistematica repressione: processi senza giuria, internamento, uso dei proiettili di plastica anche contro manifestazioni pacifiche, la strategia adottata dai Servizi britannici di “sparare per uccidere”, ecc. Nella seconda fase del conflitto, accanto a questi metodi, hanno adottato anche una strategia diversa, di “soluzione politica”, ma sempre con l’esclusione del Sinn Fein. I vari segretari di stato per l’Irlanda del Nord hanno imbastito tavole rotonde con i partiti irlandesi, tavole rotonde a cui però il Sinn Féin non poteva partecipare. Questi colloqui venivano sempre salutati con ottimismo dalla propaganda. Ogni volta i media davano l’impressione che ormai la soluzione definitiva era a portata di mano.

Questa era anche la tua impressione?
Personalmente ogni volta ero del parere che tutto si sarebbe concluso con un niente di fatto. Cosa che poi accadeva regolarmente.

I conati di vomito di Major

Quando e perché le cose hanno cominciato a cambiare?
Le cose sono rimaste sostanzialmente inalterate fino a poco tempo fa. Ancora l’anno scorso Major sosteneva che non avrebbe mai parlato con esponenti del Sinn Féin; anzi dichiarò che “solo l’idea di parlare con Gerry Adams mi fa venire il voltastomaco”. Ad uso e consumo del suo elettorato, evidentemente. Quello che al popolo inglese non veniva detto era che già in quel momento tra il Governo britannico e il Sinn Féin si svolgevano colloqui segreti. Proprio mentre Major rilasciava queste interessanti dichiarazioni sul suo stomaco, Gerry Adams rendeva pubblici i documenti che provavano l’esistenza dei colloqui. In un primo momento, superato l’iniziale imbarazzo, il Governo inglese cercò di negare l’evidenza. Poi ammise che c’erano stati dei “contatti”.

Come giustificarono la cosa?
Uno dei motivi addotti per giustificare questi “contatti” era che ormai l’IRA sarebbe stata sul punto di arrendersi, di consegnare le armi. A questo punto l’IRA sfidò pubblicamente, ma invano, il Governo inglese a fornire le prove, i documenti di quanto andava sostenendo. In compenso furono i Repubblicani a contrattaccare dichiarando che i rappresentanti del Governo avevano riconosciuto in sede di colloqui che l’unità dell’Isola era ormai un fatto inevitabile e che bisognava convincere gli unionisti.
Naturalmente il Governo negò e il Sinn Féin rese pubblici altri documenti inoppugnabili a sostegno di quanto aveva dichiarato. Per questo ancora in marzo Martin Mc Guinness (dirigente di spicco del Sinn Féin, ndr) ha potuto dichiarare alla stampa che in quel momento la politica del Governo inglese era di considerare l’Irlanda come unica.

L’IRA non si è arresa

Quanto stai dicendo mi sembra smentisca l’ipotesi che la scelta della tregua in fondo è stato un atto di debolezza dell’IRA, il riconoscimento di una mezza sconfitta…
In effetti si è cercato anche di dare questa interpretazione. Io penso invece che le cose siano andate esattamente nel modo opposto, che la Gran Bretagna abbia capito di non poter sostenere ulteriormente l’occupazione militare delle sei contee, di non poter sconfiggere l’IRA. Per tutti questi anni il Governo inglese e i comandanti dell’esercito hanno dichiarato ripetutamente di essere sul punto di stroncare l’IRA, che ogni azione dell’esercito repubblicano era “l’ultimo colpo di coda” (più o meno quanto si dice dei baschi dell’ETA, ndr). Ma da documenti riservati giunti in nostro possesso, risulta che anche allora l’IRA era considerata praticamente invincibile sul piano militare. Questa è una delle ragioni per cui il Governo inglese ha dovuto riconoscere che la sua posizione era ormai insostenibile.

Naturalmente non è l’unica…
Un’altra ragione determinante sta nell’evidenza dell’appoggio popolare di cui godono i Repubblicani. All’inizio quelli dell’IRA e del Sinn Féin venivano descritti dalla propaganda come assassini sanguinari, mezzi psicopatici, gente che uccide per una sorta di odio ancestrale. In seguito vennero dipinti come una gang di delinquenti comuni. Certo che come banda criminale devono aver avuto poco successo dato che nessuno dei leader repubblicani ha mai sfoggiato ricchezza e benessere; anzi molti di loro vivono in condizioni di indigenza… In entrambe le versioni i Repubblicani erano presentati come una minoranza che poteva sopravvivere solo terrorizzando la propria comunità.
In ogni conflitto la propaganda detiene naturalmente un ruolo importante. Ma è molto pericoloso finire con il credere alla propria propaganda, come hanno fatto gli Inglesi.

Centomila persone al funerale di Bobby Sands.

Che cosa li ha costretti a ricredersi?
Molte cose. Per esempio il fatto che Bobby Sands venisse eletto al Parlamento e che un cittadino cattolico su cinque dell’Irlanda del Nord abbia partecipato ai suoi funerali. In seguito la doppia elezione di Gerry Adams e le dozzine e dozzine di consiglieri comunali eletti nelle liste del Sinn Féin. Ci volle un po’ di tempo ma alla fine il governo britannico fu costretto a convincersi che i Repubblicani godevano di un notevole appoggio; che non era possibile trattare senza tener conto di questa fetta dell’elettorato. Questo riconoscimento è alla base del cambiamento di rotta del Governo inglese.

Immagino che anche la questione economica abbia avuto un certo peso…
Certamente. Quando ci sono di mezzo i soldi anche gli Inglesi cambiano politica. Mantenere l’apparato di sicurezza ormai costa cifre altissime. Inoltre ricordiamoci che in Irlanda del Nord il Governo ha foraggiato con miliardi di sterline una economia fallimentare, un vero e proprio “pozzo di San Patrizio”…
Naturalmente questo è avvenuto per ragioni politiche, non certo perché Londra avesse a cuore i bisogni della gente. Il Governo cercava così di comprare la lealtà della popolazione, in particolare degli unionisti. Anche per questo in Irlanda del Nord il thatcherismo non ha mai attecchito. I finanziamenti dovevano anche garantire una certa moderazione in politica. Si può tranquillamente affermare che per un quarto di secolo la gente si è presa i soldi restituendo in cambio poca lealtà e non votando più di tanto i partiti moderati. Venticinque anni di questa politica si sono rivelati fallimentari. Sarà poi compito degli storici stabilire con precisione quando e come il Governo britannico ha deciso di cambiare politica; resta il fatto incontestabile che ha cambiato atteggiamento sul ruolo del Sinn Féin.

Quanto ha influito sulle trattative la decisione dell’IRA di estendere il conflitto alla Gran Bretagna, attaccando in modo molto pesante (tra gli altri obiettivi) anche la City?
Sicuramente la campagna militare in Gran Bretagna è stata molto efficace, in particolare le due bombe alla City. Ricordo che, dopo la seconda bomba, alla televisione c’erano state dichiarazioni molto allarmate di finanzieri tedeschi e giapponesi che prendevano seriamente in considerazione l’ipotesi di trasferire altrove le loro banche. Evidentemente il Governo inglese ha preferito non correre questo rischio.

Allora è tutto risolto; d’ora in poi la strada è in discesa…
In realtà ci sono ancora delle resistenze da parte inglese. Bisogna dire che, nonostante i passi avanti, il Governo britannico ha dato prova di poca fantasia e elasticità nel rispondere al “cessate il fuoco” dell’IRA. Evidentemente è stato colto alla sprovvista e non sapeva cosa rispondere.
La prima cosa che ha fatto è stata quella di infilarsi in un vicolo cieco, mettendosi a discutere se l’IRA avesse o meno usato la parola “permanente” (in riferimento alla tregua ovviamente, ndr). Major ha ripetutamente dichiarato che non ci sarebbero stati colloqui con Adams se non avesse esplicitamente pronunciato la parola “permanente” e finché l’IRA non avesse consegnato le armi. In un secondo tempo si sarebbero accontentati almeno dell’esplosivo. Questa era ancora la posizione ufficiale dopo la prima metà di ottobre (il “cessate il fuoco” dell’IRA risale al 31 agosto, ndr). L’IRA, come è noto, non ha consegnato un bel niente e alla fine Major ha ugualmente riconosciuto che era tempo di iniziare i colloqui anche con il Sinn Féin.

A tuo avviso, in questo tergiversare, c’è stata solo incapacità politica o anche malafede?
Io penso che da parte del Governo inglese ci sia stata anche una certa dose di disonestà rispetto al processo di pace. Ora evidentemente sta cercando di recuperare terreno, di mascherare l’imbarazzo per non aver saputo trovare subito una soluzione adeguata. Quindi, se ti capiterà di leggere le dichiarazioni di qualche ministro sulla presunta vittoria del Governo inglese, sai cosa pensare in proposito.

Il tradimento dei chierici in Irlanda del Nord

Questa evidentemente è la posizione del Sinn Féin. E la tua opinione come scrittore? Cosa pensi dell’atteggiamento tenuto dagli intellettuali irlandesi rispetto al conflitto?
Ho parlato come scrittore, non solo come membro del Sinn Féin; come scrittore la cui vita è stata fortemente segnata da quello che accadeva in Irlanda del Nord. I miei libri, articoli, le mie sceneggiature sono stati fortemente influenzati dal conflitto e dal carcere. Non credo che il conflitto sia stato ben compreso dalla maggioranza degli intellettuali nordirlandesi. C’è naturalmente qualche eccezione ma la stragrande maggioranza ha cercato di evitare ogni coinvolgimento politico. Nel mio caso, invece, l’impegno politico (e le sue conseguenze: il carcere soprattutto) è stato determinante, cruciale. Adesso questo atteggiamento, che finora era stato fatto proprio solo da una minoranza intellettuale, viene riscoperto e rivalutato proprio grazie al processo di pace. Soprattutto da coloro che hanno avuto esperienze analoghe. È come se questi primi mesi del processo di pace abbiano dato coraggio alla comunità, e cominciare a credere che vi siano possibilità concrete di una pace giusta ha ridato fiducia anche a molti artisti.

Molti scrittori nordirlandesi sono di origine cattolica e provengono dai quartieri proletari di Belfast o Derry. Cosa è cambiato nel loro modo di scrivere?
Finora, per la maggior parte degli scrittori irlandesi di origine operaia, valeva l’esigenza di doversi in qualche modo “imporre”, anche all’interno della propria comunità. Ora mi sembra che questa idea stia scomparendo. Insieme all’idea che, per poter essere pubblicati, bisogna mettere in luce gli aspetti peggiori della vita in Irlanda del Nord (la violenza, il degrado…). Naturalmente questo non significa passare ad una visione idilliaca della situazione. Molti lavori scritti in questi ultimi tempi sono carichi di tensione, come a mio avviso dovrebbe essere tutta la buona letteratura.

Dalla parte degli oppressi

E della tua produzione letteraria cosa puoi dirci? Come viene accolta dalla critica?
Soprattutto dopo l’esperienza del carcere, nei miei lavori non mi pongo dal punto di vista delle persone di successo, dei “rampanti”, “borghesi”, ma da quello della gente semplice, sfruttata e oppressa (come gli abitanti di West Belfast), gente con problemi quotidiani, piena di dubbi… Un critico sostiene che io scrivo della vita “a un livello basso”; l’ho preso come un complimento. Inoltre, nei miei libri, cerco di privilegiare gli aspetti collettivi, solidali (delle lotte ma anche della vita quotidiana) rispetto all’individualismo. Sicuramente questo è dovuto alla mia esperienza nel campo di Long-Kesh. Ricordo bene quando vi giunsi, vent’anni fa, dopo il mio primo arresto. Un prigioniero al suo primo arresto è una delle persone più vulnerabili che esistano sulla terra: improvvisamente gli è stato tolto l’intero controllo sulla propria vita. Quella prima volta per me è stata molto dolorosa… E i primi giorni di isolamento hanno aggiunto paura alla paura. Le cose però sono cambiate quando sono stato trasferito con gli altri compagni prigionieri. Questi erano già riusciti a raggiungere un livello tale di autorganizzazione da aver praticamente escluso l’autorità carceraria dalle celle. Restando uniti, solidarizzando tra loro, difendendosi insieme dalle aggressioni delle guardie, i prigionieri politici erano riusciti a ricreare un ambiente più favorevole anche dentro il campo di prigionia. Era la messa in pratica del vero concetto di solidarietà: io difendo te, tu difendi me. E dentro Long-Kesh la solidarietà tra i prigionieri era tutto fuorché un vuoto slogan. Eravamo in costante protesta e rivolta contro le autorità carcerarie e questo ci permise di sopravvivere conservando la nostra identità.

La rivolta di Long-Kesh

Tu hai anche preso parte a una delle maggiori rivolte carcerarie degli anni Settanta, conclusasi con la quasi distruzione del campo di Long-Kesh…
Fu una delle esperienze più drammatiche ma anche più importanti. Un secondino era entrato in una cella e aveva cominciato a pestare un prigioniero. Come reazione a quel pestaggio l’intero campo venne bruciato, nel corso di una rivolta.
Naturalmente la reazione fu molto dura, feroce: venimmo attaccati con i lacrimogeni e con proiettili di plastica, ci aizzarono contro i cani… Dopo l’incendio del carcere (nell’ottobre del ’74) rimanemmo per settimane in celle scoperte (senza il tetto ma con il filo spinato, ndr), con la neve, praticamente senza cibo e senza coperte… Però posso affermare con sicurezza che nessuno di noi pensò mai di aver fatto la cosa sbagliata. Se non avessimo reagito a quel pestaggio poi ne sarebbero venuti altri; sarebbe potuto capitare a chiunque. Questa è l’etica della solidarietà collettiva che ho ricavato dalla mia esperienza e che cerco di riprodurre nei miei libri.

Qualche critico l’ha definita una visione del mondo e dei rapporti sociali “fascista”…
E la cosa mi ha fatto incazzare parecchio. Si può dire che scrivo male ma non accetto di essere definito “fascista”. Credo che con questa definizione si sia volontariamente frainteso quello che scrivo, considerandolo una minaccia per l’individuo. È esattamente il contrario: cerco di esprimere la ricerca di una situazione in cui ciascuno possa vivere meglio. Questo naturalmente a volte comporta dei sacrifici. Tornando al carcere, il sacrificio maggiore è stato sicuramente quello pagato dai dieci militanti dell’IRA e dell’INLA dell’81, morti in sciopero della fame per conservare l’autonomia che i prigionieri repubblicani avevano conquistato con le loro lotte. Credo che solo pensare di definire “fascista” questo modo di difendersi dall’oppressione (caratteristico del proletariato irlandese) sia aberrante.

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Patsy O’Hara
Tra l’altro tu hai avuto modo di conoscere bene uno dei dieci Hunger Strikers, Patsy O’Hara dell’INLA di Derry, con cui hai condiviso per un anno la cella…
Ho conosciuto Patsy quando è entrato per la prima volta a Long-Kesh, nel ’75. Era stato arrestato assieme ad un altro compagno (mi pare si chiamasse Brian…) per dei proiettili rinvenuti nella loro auto. Quando uno arrivava in carcere, per prima cosa gli si chiedeva che cosa avesse detto alla polizia. Non avevano dato altro che il loro nome. Questo, dati i metodi usati abitualmente dalle forze di repressione (percosse, tortura…), era abbastanza raro e venne considerato un segno di forza, di determinazione. Questa impressione venne poi confermata dal comportamento tenuto in carcere da Patsy e dall’altro compagno. Patsy in particolare era un leader nato, anche se non in modo ostentato; era sempre molto calmo, non alzava mai la voce…

La cella N.14
Nonostante fosse molto giovane, si capiva che era molto preparato politicamente. Siamo stati nella stessa cella, la N.14, per circa un anno e abbiamo parlato a lungo di come ognuno di noi fosse arrivato alle sue convinzioni politiche. Sostanzialmente avevamo gli stessi punti di riferimento: “Bloody Sunday” (la “Domenica di sangue”; Derry, 30 gennaio 1972), l’internamento, l’incendio di Long-Kesh… Io sono uscito di prigione prima. In seguito Patsy e Brian vennero assolti (sembra che le pallottole fossero state messe nell’auto a loro insaputa, ndr).
Poi Patsy è stato arrestato di nuovo e non ci siamo più rivisti. Quando ho saputo che aveva iniziato lo sciopero della fame, ho subito pensato che sarebbe andato fino in fondo.

Un’ultima considerazione sul rapporto tra la tua esperienza del carcere e i libri che scrivi…
Mi rendo conto che dalle mie parole questa esperienza del carcere può apparire quanto mai tetra… In realtà con i compagni prigionieri c’erano anche momenti di estrema gioia… Contemporaneamente c’erano anche esperienze negative: rivalità personali e politiche, esasperate dalla detenzione… Nei miei libri cerco di ricreare tutto questo, esprimere sia l’impegno che il divertimento. Altrimenti sarebbe solo propaganda.

L’incognita loyalista
Quali sono le tue previsioni a lungo termine? Potrà durare stabilmente questo stato di non-belligeranza? Cosa faranno i loyalisti?
A mio avviso il Governo inglese dovrà riconoscere che la sua presenza in Irlanda del Nord è stata un disastro e che il Popolo Irlandese deve poter decidere del suo futuro. Inoltre i protestanti, che sono parte integrante del Popolo Irlandese, dovranno scegliere se intendono restare legati alla Gran Bretagna o piuttosto vivere in una Irlanda unita, portando la loro esperienza, la loro cultura e conservando la propria identità. La prima ipotesi sarebbe un disastro anche per loro. In tutto sono un milione di persone che vivono confinati in un angolino dell’isola. Penso che lo capiscano anche loro e che sceglieranno l’altra possibilità. Personalmente sono molto ottimista sull’eventualità che cattolici e protestanti riescano a trovare un terreno comune. Non dimentichiamo che attualmente la leadership politica protestante è molto screditata. In particolare gode di scarsa considerazione da parte della sua maggiore base elettorale, la classe operaia protestante. I proletari di Shankill Road e delle altre aree unioniste chiamano i dirigenti politici unionisti “la brigata pellicce e gioielli”, dato che si sono serviti della politica per arricchirsi. Lentamente si sta formando una classe politica alternativa che sembra possedere una buona dose di coscienza di classe. Credo che troverà una risposta adeguata nella classe operaia cattolica. Le condizioni materiali di vita sono analoghe: disoccupazione, case fatiscenti… Credo che finiranno per unirsi nella ricerca di soluzioni comuni.

Divide et impera
Tra l’altro mi sembra che anche in passato ci siano state lotte comuni: scioperi, occupazioni…
In passato ci sono stati molti episodi di questo genere, sia agli inizi del secolo che negli anni Trenta e Quaranta. Ma ogni volta gli Orangisti (la classe dirigente protestante, ndr) sono riusciti a sabotare queste alleanze. Enfatizzando le differenze tra cattolici e protestanti, discriminando, facendo sì che i proletari protestanti considerassero l’Ulster “roba loro” da difendere dagli attacchi dei “papisti”, gli Orangisti hanno mantenuto saldamente il potere. Ma ormai è tempo che anche la classe operaia protestante si chieda che cosa ha ottenuto in questi ultimi settant’anni di collaborazione con la propria borghesia. Hanno ottenuto case decrepite, invivibili, prima dei cattolici; hanno ottenuto lavori malpagati, prima dei cattolici. Direi che la classe operaia protestante ha fatto un pessimo affare. Dimenticavo: gli è anche stato concesso una volta all’anno, il 12 luglio, di sfilare per le strade di Belfast urlando quanto sono superiori ai cattolici, ma, francamente, non mi sembra molto.

Da questo punto di vista come giudichi il “cessate il fuoco” delle organizzazioni paramilitari protestanti (UDA, UVF…)? In un primo tempo sembrava che fossero disposti a scatenare la guerra civile, pur di non mettere in discussione lo Stato delle sei contee…
Lo spettro del “bagno di sangue” è stato più volte evocato dal Governo inglese come alibi per non fare nulla. Anche gran parte dell’opinione pubblica pensava che i protestanti sarebbero letteralmente impazziti e avrebbero scatenato la guerra civile. Ma c’è una grossa differenza tra ammazzare persone inermi nella loro casa o per strada (in genere le squadre della morte loyaliste scelgono i loro obiettivi tra la popolazione cattolica indiscriminatamente, indipendentemente dall’impegno o dalle simpatie politiche delle vittime, ndr) e entrare nella prospettiva di sconfiggere militarmente esercito e polizia nel corso di una guerra civile.
I gruppi paramilitari protestanti non hanno mai dato prova di esser in grado di ingaggiare una guerra vera e propria. Per questo non sono sufficientemente attrezzati, neanche a livello psicologico. Dovrebbero chiedere alla comunità protestante di sostenerli anche contro la Corona: una situazione insostenibile per gran parte degli unionisti, al limite della schizofrenia. Bisogna poi tener conto delle infinite prove di collusione dei gruppi paramilitari unionisti con la polizia. Si è sempre sospettato che queste bande fossero creature dei servizi segreti, usati come arma di terrorismo di stato. Ora il Governo inglese vuole la pace e non bisogna sorprendersi che anche gli unionisti si adeguino.

intervista  di Gianni Sartori (1994)

 

NEL CENTENARIO DELLA NASCITA DI PLACIDO BARBIERI, FOTOGRAFO E ALPINISTA VICENTINO – di Gianni Sartori

Per descrivere la Storia di un Popolo, in questo caso quello veneto, è importante conoscere i personaggi che hanno saputo interpretare le sue caratteristiche e descrivere il territorio abitato anche nel mondo dell’arte.  E qui parliamo di un’arte moderna, la fotografia, nella quale il vicentino Placido Barbieri ha tramandato ai posteri luoghi e personaggi della sua terra veneta, dalla laguna alle amatissime montagne.  Il ricordo di Gianni Sartori

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Placido Barbieri, classe 1916 (quest’anno, il 16 novembre, avrebbe festeggiato i cent’anni), ci ha lasciati nel 2013.

Noto soprattutto per l’intensa e significativa attività fotografica, è stato anche un grande appassionato di montagna. Tra i ricordi personali la risalita di uno sconosciuto (all’epoca per entrambi) Vajo Pelagatta, franoso e infido dopo una serie di piogge intense e la scoperta di alcuni angoli per me ancora inediti del Pasubio, come Forni Alti. Oltre a numerose escursioni tra Colli Berici (in particolare a Lumignano e dintorni in cerca di “Ponti di Roccia”), Lessini, Prealpi vicentine e Dolomiti. Dimenticavo: documentò anche fotograficamente la prima (e ultima) salita alla Guglia Leonora (21 ottobre 1979, R. Pegoraro – G. Sartori).

Circostanze in cui ho potuto apprezzare, oltre al “temperamento alpino”, la sua grande sensibilità, la capacità di cogliere l’indicibile in un riflesso luminoso o su un blocco calcareo corroso dal carsismo…

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 Artista Afiap (Artiste fédération internationale de l’art photographique) dal 1960, il primo vicentino ad essere insignito di questa onorificenza, venne scoperto da Bruno Bulzacchi, grande fotografo scomparso nel 1972. Quello che Barbieri ha sempre considerato il suo Maestro, scrivendo la presentazione di una mostra di Placido nel lontano 1962 rilevava “lo sforzo dell’artista di non lasciarsi sedurre da un superato vedutismo, né dalle tentazioni di un mal concepito astrattismo”. E sottolineava che “nella fotografia c’è chi vede e riproduce e chi scopre ed esprime”. Barbieri, ovviamente, apparteneva alla schiera di questi ultimi. Oltre alla predilezione per i “contrasti vigorosi”, Bulzacchi ne metteva in evidenza “la fedeltà al motivo umano, inteso non come figura di composizione ma come catalizzatore di una emozione”. Tra le figure importanti per la sua formazione Barbieri non dimenticava “Laura Lattes, insegnante di italiano sospesa dall’insegnamento con le leggi razziali del 1938 in quanto di famiglia ebrea; conservo ancora il suo libro “Le storie di Mirella” illustrato da Mirko Vucetich (pubblicato da Neri Pozza nel 1955).

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Le mie prime fotografie -raccontava Barbieri – sono alcuni immagini del Monte Pelmo scattate negli anni Trenta con la macchina fotografica di mio fratello. Nel ’37-’38 ero sul Monte Bianco come caporal maggiore della scuola alpina di Aosta e conservo gelosamente alcune vecchie foto legate a quella esperienza, in particolare alle memorabili traversate sci-alpinistiche. Altri immagini interessanti ebbi modo di realizzarle in Libia dal ’38 al ’42”.

 Per la precisione, a Barce in Cirenaica dove  Barbieri lavorava, con incarichi esclusivamente civili, in una colonia agricola in quanto dipendente della Marzotto e dove conobbe la futura moglie, l’amatissima Mariuccia. L’impegno fotografico vero e proprio per Barbieri ebbe  inizio nel 1952 quando Bruno Bulzacchi, dopo aver visto alcune sue foto, volle conoscerlo: “Da quel momento ho cominciato a maturare. Se non lo avessi incontrato molto probabilmente mi sarei limitato a collezionare immagini di ricordi senza approfondire veramente le possibilità della fotografia”.

Due costanti nell’opera di Barbieri sono state la Montagna e la figura umana. “Della montagna ho cercato di cogliere e interpretare non solo il paesaggio ma anche la materia, le “tessiture”, i particolare significativi”.

 Indicativa della sua ricerca sulla figura umana era stata una mostra del febbraio 1998 in Sala Borsa nella Basilica Palladiana (“LA GENTE LA MIA GENTE”).

Volti e figure di donne, bambini, scrittori, contadini, scultori, montanari che non si lasciano ingabbiare nel reportage trascendendo il luogo e la circostanza in cui vennero fissati dalla camera. Tra i più espressivi: la guida alpina Bruno De Tassis, gli scrittori Neri Pozza e Mario Rigoni Stern, l’artista Mirko Vucetich i pittori vicentini Beghini, De Maria, Albanese, gli scultori Barbaro Remigio di Burano e i vicentini Quagliato e Giordani,…

Emblematica quella famosa di Gino Soldà che risale agli anni settanta. Ritrae l’alpinista nel momento della scoperta di un atto vandalico alla targa sotto la Punta Kennedy, all’attacco di una via impegnativa che Gino aveva aperto insieme al dott. Hans Kraus, medico personale del presidente statunitense (Emmele inferiore, monte Cornetto). *

Ha immortalato paesaggi collinari (i Colli Berici in particolare) ormai scomparsi o degradati, personaggi famosi (molti i vicentini illustri: Neri Pozza, Giorgio Sala, Virgilio Scapin, Fernando Bandini, Otello De Maria…) e volti di malgari e pescatori strappati all’anonimato.

Commenta la figlia Elena, soggetto de “La pianista” (blue jeans e maglione nero con le toppe, con lo spartito – concerto italiano di Bach – in mano; la foto  che Placido considerava “la  più bella che ho scattato”):

Mio padre amava l’arte, tutta l’arte. La viveva in modo personale e concreto: Divina Commedia e poesie a memoria, musica, opera lirica, canzoni di Montagna, pittura, scultura. La fotografia era un modo di riportare l’armonia di ciò che aveva conosciuto all’interno dell’obiettivo, l’inquadratura viveva nel pensiero ancora prima dello scatto della macchina. Con grande costanza e umiltà aveva affinato la capacità di osservare, di cogliere il particolare, di costruire una composizione articolata. Pochi scatti, niente usa e getta, e un lavoro in “camera buia”, in soffitta, per far nascere, per far emergere dalla carta bianca l’idea divenuta realtà. Sottolineo che in queste sue ricerche mia madre, si erano sposati nel 1942, era sempre presente, mai succube, nonostante il carattere non facile di mio padre. Insieme queste due persone hanno saputo creare e soprattutto coltivare amicizie, tessere legami; unire insieme persone con semplicità e generosità. Dare e ricevere da tutti cultura e arricchimento spirituale. Una vita vissuta in modo pieno, insieme nella quotidianità, nei viaggi, in montagna… una passione quella per la montagna che loro due hanno saputo trasmettermi.

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Nel corso degli anni non sono  mancati i riconoscimenti. Le sue foto avevano rappresentato l’Italia a importanti esposizioni internazionali: in Norvegia con la “Casetta Bianca”, in URSS con “La pianista”.

Nel 1985 era stato invitato  all’Expo in Giappone, a Tsucuba, con una trentina di diapositive proiettate su uno schermo di ottanta metri (Mostra internazionale “Image continue”).

 Una quindicina di anni fa il direttore della “Keith de Lellis Gallery” di New York (47 East 68th Street) venne appositamente a Vicenza per acquistare dieci foto del Barbieri. La maggior parte di sapore veneziano: “Nasse in laguna”, “Neve a Burano”, Finestre a Sottomarina”, “In bici a Pellestrina”…

Recensioni lusinghiere da parte di Fernando Bandini**, Neri Pozza***, Andrea Zanzotto, Gino Nogara… 

 Ma, come dicevo, l’altra grande passione dell’artista restava sempre la Montagna.

E non solamente come soggetto privilegiato di tante sue fotografie, sia di luoghi (difficilmente il Pasubio o il Baffelan troveranno fotografi così capaci di evocarne atmosfere e segreti) che di alpinisti. Oltre all’amico Gino Soldà, vanno ricordati Bruno De Tassis, Toni Gobbi, Piero Pozzo, Gianni Pieropan (che si affidò a lui per molte foto della guida Cai-Touring-club delle Piccole Dolomiti ), Ruggero Pegoraro (cugino di Pierino Radin e mio compagno di cordata negli anni settanta)…senza dimenticare che nel 1986, prima di partire per l’ultima infausta spedizione, anche Renato Casarotto passò in via Visonà  per qualche foto. Il servizio vero e proprio venne rinviato al ritorno (a Placido piaceva fare le cose con cura, non improvvisare), ma purtroppo il grande alpinista era destinato a non rivedere più Vicenza. ****

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Fondamentale per l’iniziazione alpinistica di Barbieri, l’esperienza acquisita con la Scuola centrale militare di alpinismo di Aosta  presso l’antico castello “Duca degli Abruzzi”.

Nel 1937 (indispensabili le credenziali del CAI) fu uno dei due primi vicentini a potervi accedere. Anche l’altro,  De Mori, viene ricordato come un valente alpinista.

Per quelli che facevano la firma -mi aveva raccontato Placido- era predisposta la Compagnia 87, mentre della numero 88 potevano far parte soltanto alpinisti di altissimo livello e guide alpine. L’89 era la compagnia dei sergenti avviati alla carriera militare”. Barbieri venne integrato nella Compagnia Comando.

 Ebbe comunque modo di conoscere molto bene (anche in cordata) i nomi migliori della compagnia 88, quella degli “alpieri”. Tra questi gli alpinisti vicentini Piero Pozzo, Bortolo Sandri e Rugolin, arrivati ad Aosta poco dopo Barbieri. Piero Pozzo, reduce da un incidente di montagna, aveva qualche problema con il piede infortunato.

Alla sera -ricordava Barbieri- si andava ad arrampicare insieme. Conservo ancora qualche chiodo e una corda che usavamo in quel periodo”.

 Dopo il servizio militare Pozzo rischiò di perdere la vita per un incidente ben più grave in Pasubio, sulla parete del Soglio Rosso. Invece, come è noto, Bortolo Sandri era destinato a perire sull’Eiger insieme a Menti. Quanto a Rugolin, è ricordato nel mondo alpinistico vicentino per aver aperto la “Via dei tre compagni” sul Cherle.

Barbieri ricordava che “mentre eravamo ad Aosta, Bortolo Sandri ha scalato la Noire de Peteré insieme al sergente Chiara. Durante la guerra –sottolineava- Chiara, proprio come Castiglioni e Soldà,  aiutò molte persone a fuggire in Svizzera attraverso le montagne e sembra sia stato ucciso durante una di queste operazioni”.

Ben presto dalla provincia di Vicenza arrivarono altri due alpinisti: Italo Soldà, fratello del grande Gino e Carlesso “fortissimo”.

In seguito toccò anche “al mio amico Toni Gobbi, a Ermenegildo Cerato di Enego e, due anni dopo, a Rigoni Stern. Anche il “Sergente della neve” verrà fotografato in varie occasioni dal Barbieri .

 E continuava: “Con noi della Compagnia Comando c’erano alcune guide alpine. Ricordo Castegneri (tra i suoi antenati uno dei primi alpinisti saliti sul Monte Bianco per la via italiana) e Ferro Famil Roberto “Vulpot”, all’epoca la più giovane guida alpina italiana. Ben presto Barbieri divenne amico di “Vulpot” che però non era ben visto da altri commilitoni in quanto ex guardia di frontiera. Evidentemente alcuni di loro in precedenza si erano dedicati al contrabbando e “forse proprio per questo erano così forti, così allenati. Capaci di marciare trasportando la bocca o la piastra del mortaio”.

Anche quando era ormai avanti con gli anni, Barbieri conservava ricordi nitidi e precisi di tutti i suoi compagni d’arme: Alfredo Gregotti di Novara (“era figlio del podestà, l’unico con sci di proprietà personale”); Enrico Bussonetto, caporalmaggiore, detto il “Bucio”, di Aosta (“uno di quelli che trasportavano il mortaio”); Francesco Vallazza, classe 1915, di Torino (“è morto l’anno scorso” mi segnalava puntuale in occasione di un’intervista nel 2008); Angelo Marchesi, magazziniere e maestro di sci; Rino Mortoglio di Bardonecchia; il caporalmaggiore Riceputi, bergamasco… 

Il loro tenente era “Carlo Mautino detto “Mau” (1903- 1983) del battaglione Aosta e poi del battaglione sciatori “Monte Cervino”. Ferito in Grecia, Mautino partecipò con la “Folgore” alla battaglia di El Alamein. Divenuto generale, dopo la guerra comandò il battaglione “Feltre”.

Di tutti loro Barbieri conservava alcune foto, divenute ormai preziose testimonianze. Con molti mantenne a lungo rapporti epistolari.

 Superato l’indispensabile tirocinio per impratichirsi con gli sci “vennero le marce! Aspre salite, precipiti discese” –scriveva l’allora giovane ed entusiasta Placido Barbieri nel suo diario che mi consentì di leggere. E proseguiva: “visioni sconfinate di un mondo di sogno, mete dai nomi alpinisticamente altisonanti: Val Toggia, Passo S. Giacomo, Lago Kastell, ghiacciaio dell’Hosand”. 

Una delle esperienze più significative fu il “Raid Val Formazza-Aosta” dell’inverno 1938, durato una quindicina di giorni.

Gli alpini (tre compagnie, circa duecento persone) partirono il 24 gennaio in direzione del Colle del Nefelgiu (2.583 metri) “con cielo sereno e attrezzati di tutto punto: sci, racchette, ramponi…”.

Dopo un tratto in discesa, la marcia proseguiva con l’attraversamento del Vannino (2.177 metri), il primo di sei laghi ghiacciati. Seconda dura salita, quella della Scala Minoia (2.599) e poi un altro bacino ghiacciato, il Codelago. Raccontava Barbieri: “Nessun indizio di vita, ma solo neve, boschi, picchi e neve. Cammina, cammina, sembrava una favola...”.

 Arrivati all’Alpe Severo si disposero a dormire “sull’amica paglia” in alcune baite disabitate. Il giorno successivo, superata quota 2.310 a passo Buscagna, discesero al rio Bondolero (1.995 metri), risalendo quindi al Colle Ciamporino (2.191 m.).

In Val di Vedro la neve era scomparsa e “per oltre quindici Km., per giungere a Varzo (560 m.), gli sci ballonzolarono sulle nostre spalle già gravate dal peso dello zaino e dell’armamento”.

Da Varzo a Macugnaga (Val Anzasca, 1.202 m.), mentre sul loro cammino troneggiava il Monte Rosa. Sabato 29 febbraio (“il giorno di San Francesco di Sales” annotava Barbieri) ripartivano verso il Passo del Turlo, anche se “la neve turbina gelata, una grigia caligine ci toglie ogni visuale”.

Qui -raccontava il veterano – ho capito cosa sia la “morte bianca”. C’era nebbia, freddo. Veniva naturale fermarsi, perdere la cognizione, lasciarsi andare. Per questo forse viene descritta come una morte “bella, serena”.

Arrivarono ad Alagna con il buio. Nevicò anche il giorno successivo e quando ripresero il cammino verso il Colle d’Olen (2.871 m.) “la neve abbondante e fresca rendeva faticosa la marcia”.

Raggiunsero Gressoney la Trinité soltanto verso sera. Dopo un giorno di riposo, di nuovo in partenza “con gli sci ai piedi e lo zaino sulle spalle” verso S.te Jacques d’Ayas per il Colle della Bettaforca (2.676 m.). Il 3 febbraio finalmente raggiunsero il Breuil, attraverso il colle superiore delle Cime Bianche (2.980 m.). Ancora due giorni di sosta prima della meta più ambiziosa: il Chateaux des Dames (3.488 m.).

Qualche legittima preoccupazione al pensiero del “pauroso canalone bianco che porta alla vetta del gigantesco castello di roccia e di ghiaccio”.

Fortunatamente il giorno dopo splendeva il sole e la colonna di alpini del Battaglione Duca degli Abruzzi si rimise in marcia. “Il panorama – ricordava Barbieri – era di una bellezza indescrivibile; il Cervino aveva mutato il massiccio sembiante e si innalzava con l’eleganza di una guglia dolomitica, acuto, strano, nel cielo terso. Oltre il Cervino, svettavano il Rosa, il Breithorn, il Polluce, il Castore, il Lyskamm e la Nordend”.

Costretti dalla cornice (di neve e ghiaccio, s’intende) del Colle dello Chateaux (3.324 m.) a seguire una variante, gli alpini si trovarono nella condizione di dover affrontare alcuni passaggi delicatissimi, dopo essersi tolti gli sci e con l’ausilio di una corda fissa. Dalla vetta “un mare di cime bianche  su cui dominava, vero signore delle Alpi, il Monte Bianco”. Per la discesa, indispensabile l’utilizzo dei ramponi. Poi “si riparte, senza tregua!” Calzati nuovamente gli sci “Giù, giù…senza fermarsi. Quando sorse la luna si correva ancora. Accendemmo le lampade e le lanterne e tutta la valle fu punteggiata di chiare fiammelle”. Fino ad una stalla di Bionaz dove “una manciata di paglia fu il nostro guanciale”. Il giorno dopo, finalmente, Aosta.

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Barbieri venne congedato nel luglio 1938. Dopo una breve parentesi vicentina dedicata alle arrampicate nelle nostre Piccole Dolomiti, in settembre partì per la Libia con un impiego civile.

Dopo la guerra aveva partecipato praticamente a tutte le Adunate degli Alpini.  Alla prima, “quella di Bassano, dove avevano ricostruito il ponte famoso, andai in vespa”.

GIANNI SARTORI

*Raccontava Placido che il grande alpinista “assunse un’espressione intensa, in un misto di sorpresa e di rimpianto”. In seguito “Gino mi fece una dedica su quella foto scrivendo: “A Placido, capocordata della fotografia”. Molte volte ci siamo incontrati. A lui e a sua moglie Lena ho scattato le foto di anniversario delle loro nozze d’oro. Una sera, a casa mia, in occasione del mio compleanno mia moglie Mariuccia aveva preparato il mio dolce preferito, il Monte Bianco e poi, a sorpresa, in omaggio a Gino e Lena, aveva confezionato un altro dolce cha aveva chiamato il K2. Ricordo che proprio in quella circostanza ci parlò molto della sua attività di partigiano, durante il periodo della Resistenza: era il comandante Paolo. Ho sempre considerato Gino una figura straordinario sotto ogni aspetto e dal punto di vista fotografico aveva un viso molto interessante, di grande espressività”. Quella foto è poi servita per realizzare un piccolo monumento in memoria di Soldà a Recoaro, non lontano da dove abitava.

 ** “Chi ha visto Barbieri all’opera, conosce i modi del suo lavoro. Quando fa un ritratto chiacchera, in apparenza sbadato, nell’attesa di uno stato del viso capace di sintetizzare una sostanza interiore. Quando fotografa il paesaggio si affida a lunghe camminate, si sposta in spazi e ore della luce ancora più mutevoli di un viso, non ha di fronte a sé il proprio soggetto, ma vi è in un certo senso immerso. Qui, quello che conta è la disposizione nativa a vedere coi propri occhi e insieme una certa trascendentale sicurezza su quello che la macchina vedrà”. (Fernando Bandini – 1986)

 ***“Barbieri è un meditativo dall’osservazione lenta, circospetta e affettuosa, ricco di pazienza e di intuito. In una rassegna vasta e complessa come questa di Barbieri, i momenti sono almeno tre: il primo, quello “bianco” trae esempi dall’arazzo; il secondo dei “ritratti” (ed è forse il più felice e il più suo, per una ruvida e spoglia bellezza), tipicamente espressionista, il terzo, vago e divertito, direi quasi divagatorio, è quello degli “oggetti”. Vi è, in tutta la sua produzione, una così seria, presente e qualificata nobiltà di gusto e di tratti;una finezza e lucidità nel taglio delle immagini che lo pone senz’altro nella schiera dei nostri migliori fotografi italiani”. (Neri Pozza – 1969)

 ****nota:  Ricordo che Barbieri non trascurò nemmeno la speleologia, frequentando sia qualche grotta dei nostri Colli Berici che il Buso della Rana. Più spavaldamente, alcune voragini da lui scoperte in Cirenaica. All’epoca era in corrispondenza epistolare con Gastone Trevisiol, padre nobile della speleologia vicentina che non lesinava consigli e suggerimenti. Fu anche grande amico di Aldo Allegranzi.

Per la musica, da segnalare la pluridecennale collaborazione con Bepi De Marzi e Carlo Geminiani.  Quasi tutti i dischi dei Crodaioli hanno per “copertina” una sua fotografia (foto di montagna, ca va sans dire). In particolare il primo disco era accompagnato da una bella pubblicazione dove il testo di ogni canzone (“Josca”, “Signore delle Cime”…) si coniugava con una foto di Barbieri.

Appello per una giornata nazionale di mobilitazione a sostegno del popolo curdo e per la libertà di Abdullah Öcalan – (tramite Gianni Sartori)

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La repressione del governo e del presidente turco ha raggiunto un nuovo picco: Selahattin Demirtas e Figen Yüksekdag e altri 11 deputati del Partito Democratico dei Popoli (HDP) sono stati arrestati in tutta la Turchia. Da quando l’HDP ha ottenuto una storica vittoria alle elezioni del 7 giugno 2015, è diventato il principale obbiettivo delle politiche autoritarie dell’AKP. Nonostante la proclamazione di nuove elezioni nel novembre 2015 e numerosi attacchi contro dirigenti e strutture del partito, l’HDP è riuscito ad entrare di nuovo in parlamento superando l’antidemocratica soglia del 10%, ottenendo 59 seggi che hanno rappresentato il principale ostacolo all’introduzione di un sistema presidenziale in Turchia.
Il 30 novembre, Gülten Kisanak e Firat Anli, co-sindaci della Municipalità di Diyarbakir, eletti democraticamente, sono stati arrestati e messi in  carcere. Al loro posto è stato messo un funzionario Ankara. Il numero di municipalità curde gestite da burocrati designati dal governo centrale ora è arrivato a 28. Circa 30 sindaci eletti democraticamente si trovano in carcere e altri 70 sono stati destituiti dal governo centrale.
Dal tentativo di colpo di stato del 15 luglio 2015, l’AKP ha colto  l’occasione per eliminare qualsiasi opposizione. Con la dichiarazione dello stato di emergenza, migliaia di dirigenti, consiglieri comunali e provinciali, sono stati incarcerati con accuse prive di fondamento. Non c’è  libertà di espressione e di stampa, libertà accademica, né un sistema giudiziario giusto e indipendente. Sono stati epurati migliaia di accademici, docenti, avvocati e giuristi. Con i decreti del governo oltre 170 organi di informazione sono stati vietati. Più di 130 giornalisti sono in carcere, compresi autori e intellettuali di fama internazionale. Recentemente due agenzie stampa DIHA e JINHA (unica al mondo fatta di sole donne) e diversi quotidiani curdi sono stati chiusi; i redattori i e giornalisti del quotidiano Cumhuriyet sono stati arrestati. Da luglio 2015 più di 80.000 persone sono state poste in detenzione e in gran parte si  trovano ancora in carcere.
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Esprimiamo preoccupazione per il perdurare della segregazione del leader del popolo curdo Abdullah Öcalan, vero artefice del processo di risoluzione democratica al quale ha messo fine unilateralmente il regime turco, che  invece sta scatenando una guerra senza confine contro il popolo e la  resistenza curda. Il 12 novembre è l’anniversario dell’arrivo a Roma del Presidente Abdullah Öcalan. Le sue proposte politiche per una soluzione politica della questione curda e per la democratizzazione della Turchia oggi si confermano più che mai valide. Anche per questo chiediamo la liberazione di Abdullah Öcalan e di tutti prigionieri politici.
Condanniamo l’arresto dei co-presidenti, deputati e dirigenti dell’HDP e ne chiediamo l’immediato rilascio. Condanniamo la detenzione e la rimozione dall’incarico dei sindaci nelle municipalità della regione curda in Turchia,  espressione della volontà democratica di milioni di cittadine e cittadini.Condanniamo la politica del governo turco, che con l’obbiettivo di cancellare le conquiste democratiche del movimento curdo – che rappresentano un possibile modello di convivenza per tutto il Medio Oriente – unitamente a vecchie rivendicazioni territoriali, rischia di trascinare la regione nel baratro.
Condanniamo l’atteggiamento dell’Unione Europea e delle Istituzioni Internazionali che per lungo tempo hanno assistito alla degenerazione autoritaria in Turchia senza assumere alcuna iniziativa politica concreta per indifferenza o opportunismo, come dimostrato nell’accordo Turchia UE sui profughi, che calpesta i diritti umani e alimenta un circuito di sfruttamento della disperazione. Condanniamo l’ipocrisia dell’UE e del  governo italiano che finge di non vedere civili uccisi sul confine turco o  attaccati nell’Egeo e ignora lo sfruttamento, in particolare dei bambini,gli innumerevoli casi di violenze e abusi sessuali su donne e minori.
Chiediamo l’immediata cessazione dei rapporti diplomatici e commerciali con  la Turchia e la sospensione delle trattative per l’ingresso nella UE. Invitiamo a promuovere iniziative di mobilitazione con il popolo curdo e i  deputati di HDP nella giornata di sabato 12 novembre 2016. Salutiamo e sosteniamo la mobilitazione nazionale dei e delle migranti che a Roma nellostesso giorno manifesteranno per i loro diritti. La loro lotta è la nostra lotta.
Ufficio d’Informazione del Kurdistan in Italia – Rete Kurdistan Italia

4 novembre, intervento di Claudio Bizzozero, sindaco di Cantu’ (Co)

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NIENTE FASCIA TRICOLORE MA FASCIA NERA PER UN GIORNO CHE NON È DI FESTA MA DI LUTTO


(testo del discorso tenuto oggi al sacrario dei caduti)


Che significato hanno le celebrazioni del 4 novembre? Per lo stato, questo è il giorno in cui si festeggiano l’unità nazionale e le forze armate. Noi qui a Cantù invece, fin dal primo anno del nostro insediamento, abbiamo voluto dare a questo giorno un senso del tutto differente: per noi, questo è il giorno in cui piangiamo le vittime di tutte le guerre, a partire da quelle del ’15/’18. La retorica nazionalista di allora invitava i giovani a correre alle armi per difendere il “sacro suolo patrio” dall’invasione straniera. In realtà sappiamo bene che nessuno aveva dichiarato guerra al regno d’Italia, nessuno l’aveva attaccato né invaso, mentre al contrario l’Austria aveva tutto l’interesse a concedere ai Savoia tutto ciò che desideravano, pur di scongiurare l’apertura di un terzo fronte. Quella terribile carneficina si poteva dunque tranquillamente evitare ma fu voluta dai potenti di allora per consolidare il loro potere economico e politico. Per questo, solo per questo, più di 650.000 giovani vite furono mandate al macello.
Mi è capitato in questi giorni di leggere due lettere di due protagonisti di allora: il comandante supremo pro tempore dell’esercito, Luigi Cadorna; ed uno dei tanti anonimi giovani fanti mandati al fronte a crepare.
Cadorna, cioè l’uomo che attribuì la disfatta di Caporetto “alla mancata resistenza dei reparti vilmente ritiratisi senza combattere ed ignominiosamente arresisi al nemico” (mostrando così tutto il suo disprezzo per i molti che avevano perso la vita a causa dei suoi folli comandi), comunicò all’allora presidente del consiglio, con lettera in data 6 giugno 1917, la sua intenzione di assumere (come di fatto poi assunse) “le più energiche misure di repressione dei gravi sintomi di indisciplina, diserzione ed antipatriottismo, manifestatisi fra le truppe, ivi comprese le fucilazione immediate su vasta scala, rinunciando alle forme del procedimento penale, per troncare il male alle sue radici, ed assumendo anche, con inesorabile severità, provvedimenti estremi quali la decimazione dei reparti infettati dal contagio”, rimettendo così in vigore “un supremo atto di repressione” che in quel momento era, a suo dire, “un’arma più che mai necessaria, in mano al comando”.
Di segno del tutto opposto il contenuto della lettera di una giovane recluta venticinquenne che invitava i genitori a “non credere agli atti di valore dei soldati e a non dar retta alle fandonie ed alle menzogne dei giornali, perché i poveri soldati non combattono con orgoglio né con ardore, ma vanno al macello perché costretti dal timore della fucilazione” e concludeva la sua lettera scrivendo che se avesse avuto “per le mani il capo del governo, o meglio dei briganti, lo avrebbe strozzato personalmente”.
Stride il contrasto fra le folli farneticazioni del pluridecorato Cadorna e la lucidità di quel giovane anonimo soldato venticinquenne (non decorato ma condannato a quattro anni di carcere militare, proprio a causa di quella lettera) che aveva colto perfettamente il vero significato di quella carneficina: benedire col sangue di centinaia di migliaia di giovani e sancire con la retorica nazionalista, l’atto di nascita di una presunta nazione che in realtà altro non era che un insieme multiforme di popoli diversi, ciascuno dei quali legato alle proprie tradizioni locali, contro le quali (e non contro gli Asburgo) i Savoia dichiararono la loro guerra, pensando così di chiudere il conto aperto col precedente massacro di contadini, partigiani e patrioti del sud, battezzato dagli storici di regime col termine di “lotta al brigantaggio”.
Col sangue delle fosse comuni del sud, prima, e con quello delle trincee del nord, poi, si volle tentare di inoculare il virus del nazionalismo e del patriottismo (tanto caro al successivo mostro fascista che non a caso da quella carneficina prese vita) al quale le nostre genti, cresciute per secoli nel culto delle identità locali e delle autonomie comunali e regionali, erano state fino ad allora del tutto immuni.
E non è un caso che un grande maestro come Ermanno Olmi ci abbia così poeticamente ricordato come i soldati in trincea cantassero i canti malinconici delle loro terre e non invece gli inni retorici voluti dal regime ed imposti alle truppe a colpi di fucilazione.
Da una parte i Savoia ed i loro scagnozzi ad imporre il massacro, ben protetti nei salottini del loro potere; dall’altra parte la povera gente del popolo costretta a morire nel fango delle trincee e dei campi di battaglia. Per i primi le decorazioni e le piazze da intitolare alla loro memoria; per i secondi il massacro e l’oblio.
Tutto questo spiega il motivo per cui oggi ho deciso di vestire una fascia a lutto e non quella tricolore, e noi tutti siamo qui insieme a ricordare le vittime e non i vincitori, che in realtà tali non furono perché anche alla fine di quella guerra, come di ogni altra guerra, non ci furono vincitori e vinti, ma solo sconfitti e la prima ad essere sconfitta fu anche allora, come sempre, l’umanità.
Concludo questo breve discorso esprimendo infine un augurio: che a 100 anni di distanza da quella immane tragedia, si trovi oggi il coraggio di fare finalmente giustizia, reintitolando vie e piazze non più ai carnefici di allora, responsabili del mattatoio, ma alle vittime innocenti di quel terribile massacro.

Claudio Bizzozero


Sindaco libero
del Comune departitocratizzato di Cantù

1978, SANGUE PER LE STRADE DI BARCELONA – di Alberto Schiatti

NI OBLIDEM, NI PERDONEM……….  EL MILLOR HOMENATGE, LA VICTORIA !!!

Chiunque si è recato negli ultimi anni a Barcelona in occasione della Diada avrà assistito a una enorme festa di popolo, con famiglie intere, giovani, anziani, insomma tutto un popolo che scende nelle strade con allegria e gioia, cantando e suonando, ponendo quindi la propria richiesta di autodeterminazione in un ambito assolutamente pacifico. E non si sono mai verificati incidenti di nessun genere fra manifestanti e le forze di polizia presenti.

Ma non è sempre stato così: nel passato durante la Diada il sangue è corso sui marciapiedi delle vie della capitale catalana, il sangue ad esempio di Gustau Munoz, un ragazzo di 16 anni che manifestava a favore di un cambio istituzionale e sociale.

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Per meglio inquadrare i fatti, torniamo al 1978, in quel processo politico di “transizione” fra la dittatura franchista e il nuovo assetto democratico dello Stato spagnolo. Un processo che oggi viene sempre più considerato dalla parte più impegnata dell’indipendentismo catalano e basco come una “grande illusione”: in effetti, basterebbe considerare come i quadri politici ed amministrativi dello Stato fossero ancora zeppi di personaggi coinvolti con l’assetto franchista. Ovviamente questo si riscontrava in modo ancora maggiore fra le Forze Armate e gli organismi di Polizia, non essendoci stato quasi nessun ricambio di organici.

E tutto questo anche grazie alla accettazione silenziosa della maggior parte della cittadinanza spagnola, consapevole che occorreva dare un taglio al passato ma che tale taglio non dovesse essere troppo traumatico, per non rispolverare scenari di guerra civile.

In questa situazione, prendevano sempre più piede le rivendicazioni di chi chiedeva l’autodeterminazione dei vari popoli che abitavano la penisola iberica, soprattutto Baschi e Catalani. A ciò si univa la protesta per la situazione di carattere economico-sociale, che vedeva passare la Spagna da paese di grande latifondo agricolo a realtà di emergente economia di carattere industriale, ma senza cambiamenti di fondo per le classi più disagiate.

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Mentre in Euskal Herria tutto ciò avrebbe dato ancor più stimolo all’attività di ETA, in Catalunya si svolgevano manifestazioni di piazza sempre più partecipate e represse, nonchè alla nascita del movimento armato di Terra Lliure.

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Ed è proprio in una di queste manifestazioni, quella svoltasi l’11 settembre 1978 in occasione della Diada, che vi furono duri scontri con la Polizia nelle vie del centro di Barcelona. Per impedire ai manifestanti di arrivare al Palau de la Generalitat, la Polizia sbarrò le vie di accesso e si accesero furibonde mischie a colpi di bottiglie molotov e lancio di lacrimogeni. E in Calle Ferran dei colpi di arma da fuoco abbatterono Gustau, un giovane nato a Sevilla appassionato di alpinismo e politica, che svolgeva la sua attività nell’ambito delle formazioni giovanili marxiste catalane. Pare che a sparare furono alcuni agenti in borghese della Policia Armada spagnola. Il ragazzo, che già in altre manifestazioni era stato ricoverato in ospedale a causa di una pallottola di gomma esplosa dalla Polizia, morì in un lago di sangue, nonostante fosse soccorso da un medico di passaggio e anche a causa del notevole ritardo con il quale fu fatta intervenire un’ambulanza. Una fine tragica, ma anche l’inizio di un tentativo di depistaggio delle responsabilità, fatto di pressioni sul personale ospedaliero e sulla stampa. Anche la famiglia del povero Gustau subì fortissime pressioni, mirate a nascondere la verità dei fatti accaduti, pressioni che aumentarono in vista del funerale. Questo si svolse con tentativi evidenti di confondere tutti coloro che intendevano partecipare e infine con una dura repressione nei loro confronti. Nulla evidentemente era cambiato dal 1974, anno in cui si svolsero le esequie di Salvador Puig-Antich. Il regime era crollato, ma i sistemi rimanevano gli stessi.

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Purtroppo neppure negli anni successivi la famiglia ebbe un seppur minimo risarcimento da parte dello Stato, dopo una lunga sequela di perizie e controperizie, testimonianze e indagini. Nel 1983, l’Audencia Nacional, un organo centrale estremamente politicizzato, chiuse definitivamente il caso.

Quello di Gustau Munoz resta un caso non risolto, ma il suo ricordo è sempre vivo nelle formazioni, soprattutto giovanili, che hanno raccolto il suo testimone: tutti gli anni, in occasione della Diada, viene ricordato sul luogo della sua morte con canti, discorsi e omaggi floreali. E anche chi giunge da ogni parte d’Europa per partecipare alla Diada ha la possibilità di partecipare in modo commosso a questa cerimonia, prima di tuffarsi in un bagno di folla festante.

Alberto Schiatti

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NUOVI ARRESTI DI ESPONENTI KURDI – (segnalazione di Gianni Sartori)

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Secondo l’informazione arrivata dalla agenzia di stampa ANF i due co-presidenti dell HDP S. Demirtas e F. Yuksekdag sono stati prelevati dalle loro case e sono stati detenuti. Tra gli arresti ci sono anche Leyla Birlik, Ziya Pir, Nursel Aydgan, Selma Irmak, Ferhat Encu, M Ali Aslan .
Sino ad adesso sono stati arrestati 10 deputati del HDP, e stanno arrestando uno per uno anche gli altri. 

A Bilgen portavoce di HDP ha fatto appello in modo molto forte e ha chiato tutto il popolo tramite ANF a reagire contro questo gravissimo atto. La reazione a questo atto dirà come la vicenda proeguirà e con che risultato.

L’organizzazione dei curdi in Europa, a partire dalla Germania, e le organizzazioni e delle donne hanno chiamato tutto il popolo a scendere in piazza.

C’è una forte preocccupazione e chiediamo a tutte le forze democratiche e in primo luogo ai deputati di mostrare la loro solidarietà contro questo fascismo dell’AKP di Erdogan!

UIKI Onlus

Ufficio d’Informazione del Kurdistan in Italia