GIU’ LE MANI DA ARARAT !!! – di Gianni Sartori

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GIU’ LE MANI DA ARARAT!

(Gianni Sartori)

 Minacce di sgombero calano come avvoltoi sul centro ARARAT di Roma.

 

Perseguitato in Turchia, il popolo curdo rischia di subire altre angherie anche nella nostra penisola.

 

Attualmente, oltre a subire vessazioni e repressione da parte del Governo turco, il popolo Curdo viene aggredito e minacciato dall’ISIS in territorio Siriano. Contro questi fascisti la popolazione si è opposta con coraggio e valore liberando la città di Kobane e salvando dal massacro altre comunità etniche e religiose presenti nella regione.

Ma ora, si parva licet, anche il nostro paese sembra intenzionato a dare il suo contribuito nel limitare i diritti del popolo curdo, in particolare di quei curdi, scampati ai massacri, che forse pensavano di aver trovato rifugio in Italia.

 

Come ricordavano alcuni cittadini. “da molti anni l’associazione ARARAT ONLUS svolge attività culturali e ricreative di grande rilevanza sociale; attività volte alla conoscenza della storia, della cultura e delle arti del territorio della Mesopotamia, zona compresa tra i fiumi Tigri ed Eufrate, culla della civiltà Indoeuropea, ma anche delle radici del popolo Curdo”.

E la denominazione stessa della Piazza dove risiede l’associazione (Largo Dino Frisullo) ricorda l’impegno di un cittadino romano che spese la sua vita senza risparmiarsi per la difesa dei diritti umani e civili del Popolo Curdo.

 

Un pro-memoria: il Centro ‘Ararat’ prende il suo nome dalla nave omonima che approdò sulle coste italiane il 3 gennaio 1998, in Calabria. A bordo circa un migliaio di curdi: famiglie intere,donne, bambini…tutti in fuga per scampare alla repressione turca. Per un certo tempo vissero a Badolato (poi riconosciuto come villaggio curdo) e successivamente sono giunti a Roma.

Il centro Ararat -mi spiegano amici curdi – era nato nel maggio 1999 al Campo Boario, in un edificio inserito nel complesso in disuso dell’ex Mattatoio di Testaccio”. Quello che era soltanto uno stabile abbandonato divenne in breve tempo un dignitoso “spazio di accoglienza e di ospitalità, ma anche un luogo dove sperimentare forme di condivisione tra attività artistica e culturale, solidarietà civile e trasformazione del territorio”. L’edificio riportato a nuova vita venne ribattezzato con il nome di Ararat, il monte leggendario su cui si arenò l’Arca di Noè scampata al Diluvio Universale (portando in salvo tutte le specie animali e vegetali del pianeta). Ma Ararat era anche il nome dato alla prima nave carica di profughi curdi giunta in Italia. Da secoli il monte Ararat è un simbolo, una “Montagna sacra” per Curdi e Armeni, due popoli entrambi vittime dello stato turco.

In molti, nel corso degli anni, avevano contribuito alla realizzazione di questo spazio: in primo luogo i profughi curdi che vi hanno trovato accoglienza, ma anche varie associazioni come: Azad, Villaggio Globale, Senzaconfine, le Donne in nero, gli architetti di Stalker, l’associazione “Un ponte per…” (oltre a un gran numero di artisti e volontari).

 

Attualmente il centro è fornito di: sala da tè, cucina, barbiere, la sala di lettura (in cui è possibile leggere pubblicazioni sulla questione kurda e vedere il canale satellitare in lingua kurda Roj TV).

 

Tutte le attività (tra cui anche corsi di lingua curda e corsi di ballo curdo) sono autogestite e autofinanziate dagli ospiti del centro con la collaborazione di volontari e volontarie esterni. Parallelamente alla funzione di accoglienza, Ararat “è uno spazio in cui coltivare coraggiosamente la propria cultura e identità (pur mutevole e in continuo divenire), attività che diventa fondamentale per non sentirsi completamente persi dopo aver varcato il confine del proprio paese con la prospettiva di non tornarci mai più, o di non potervi rientrare per un periodo molto lungo”. Infatti la comunicazione delle ragioni dell’esilio alla società ospitante, ma anche delle bellezze e del valore storico della cultura di provenienza possono fornire un significativo percorso di inserimento e legittimazione per delle persone che hanno perso molto, e che molto sono state costrette a lasciare dietro di sé.

Non scordiamo che la Mesopotamia, culla della civiltà e luogo di scambio e di transito fra l’occidente e l’oriente, ha visto nel corso del suo sviluppo storico un moltiplicarsi di culture. In particolare è stata il luogo d’origine e sviluppo fra gli altri del popolo curdo. Analogamente qui, nel cuore della capitale d’Italia, Ararat rappresenta un ponte fra Oriente e Occidente, non soltanto un punto di riferimento per la diaspora curda nel nostro paese.

Oggi Ararat rappresenta una parte importante della città di Roma e anche il Comune e le istituzioni cittadine finora sembravano riconoscerne – seppur informalmente – il ruolo di accoglienza.

 

 La funzione sociale svolta, ormai da anni, dall’associazione Ararat si concretizza nel costituire un punto di riferimento essenziale per i cittadini Curdi che in Italia vogliono chiedere asilo politico: a loro Ararat onlus fornisce servizi di orientamento e informazione per l’accesso all’audizione presso la Commissione Territoriale (Commissione che, per la Convenzione di Ginevra, riconosce la protezione internazionale per i rifugiati politici e di guerra). Tale attività è di aiuto e di supporto agli organismi istituzionali ed attua le linee di intervento per i rifugiati e richiedenti asilo, previste dalle direttive europee, senza oneri per lo Stato e per gli enti delegati e preposti all’accoglienza dei richiedenti asilo, quali i Comuni e Roma Capitale.

 

Gianni Sartori

IL “CHE” E’ VIVO! – Intervista con Harry Antonio Villegas Tamayo (“POMBO”) – di Gianni Sartori

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Premessa. Non ho alcuna intenzione di stare ad aspettare il 50° anniversario per ricordare la figura del “CHE”. Prima di tutto perché “non si sa mai”…e poi perché sinceramente mi ricorderebbe troppo l’età, ormai quasi venerabile, del sottoscritto.

Tra l’altro (coincidenza sincronica ?) l’8 ottobre 1967, giorno della cattura del Che*, rappresenta anche il mio “battesimo del fuoco”, diciamo così. Quel giorno infatti, quindicenne, partecipai (forse l’intenzione iniziale era soltanto di assistere, per curiosità) alla mia prima manifestazione con cariche, durissime, della Celere 2 di Padova. L’immagine di alcune ragazze scaraventate e terra e picchiate con i manganelli (non ricordo più se sul cavalcavia di San Pio X o addirittura già allo stadio Menti, a un paio di chilometri quindi dalla base statunitense) è rimasta nella memoria, indelebile. Era soltanto l’inizio…ma prometteva bene.

Di Ernesto Guevara avevo già letto un libriccino pubblicato da qualche gruppo m-l (“Creare due, tre, molti Vietnam…copertina rossa, costava, ricordo, 50 lire)** e quindi non mi era del tutto sconosciuto. Ma sicuramente non potevo immaginare che mentre correvamo per le vie periferiche di Vicenza gridando contro l’imperialismo statunitense, a migliaia di chilometri di distanza, in Bolivia, quello stesso imperialismo stava portava a segno uno dei suoi colpi più azzeccati: mettere definitivamente a tacere una voce autorevole che parlava a nome dei dannati della terra (dannati nel senso di esclusi, chiaro).

Avevo incontrato Harry Antonio Villegas Tamayo (nome di battaglia “Pombo”) negli anni novanta durante un giro di conferenze organizzate, mi pare, dall’editore Roberto Massari. Il nome di Pombo, uno dei pochi sopravvissuti alla disfatta boliviana, è citato spesso nel “Diario del Che in Bolivia”, in particolare quando venne ferito in combattimento il 26 giugno 1967.

Nato nel 1940 a Yara (Sierra Maestra) da una famiglia di contadini poveri, conobbe il Che ed entrò nella guerriglia cubana a soli 14 anni. Da allora non smise mai di lottare. Seguì Guevara in Congo al fianco di Mulele (già ministro di Lumumba, assassinato su richiesta del colonialismo) e perfino di un giovanissimo Laurent Desiré Kabila (di cui il Che un po’ diffidava…), in anni più recenti a capo del paese paese africano (dopo la sconfitta del dittatore Mobutu) e in seguito morto in un poco chiaro incidente.

Pombo partecipò al tentativo boliviano e, dopo la morte del Che, andò a combattere in Angola contro il colonialismo portoghese. Poi in Namibia contro l’esercito sudafricano. Una lotta questa che, in quanto afrocubano, sentiva particolarmente sua dato che Pretoria aveva introdotto anche in Namibia l’apartheid.

 

Domanda: Cosa pensi del fatto che a distanza di tanti anni (l’intervista risale agli anni novanta nda) la memoria del Che sia ancora viva “nella mente e nel cuore” di tante persone, non solo in America Latina?

 

Pombo: Per noi latinoamericani il persistere del ricordo del Che a tanti anni dalla sua scomparsa non è motivo di sorpresa, dato che le ragioni per cui Guevara lottò sono ancora uguali nella sostanza. In America Latina, malgrado si vada pagando il debito estero, la miseria non diminuisce ma aumenta. Le nuove strategie adottate dai governi consistono nel trasferire nelle casse delle multinazionali il patrimonio, le risorse dei popoli latino-americani.

 

Domanda: A tuo avviso ci sono state precise responsabilità da parte di alcune componenti della sinistra latino-americana nella morte e sconfitta del Che (mi riferisco in particolare al ruolo del partito comunista boliviano di Mario Monje)?

 

Pombo: Naturalmente non si può accusare di responsabilità la sinistra in generale. Personalmente non ho elementi precisi per spiegare le ragioni per cui Mario Monje, segretario del partito comunista boliviano, non fu coerente con gli impegni presi. La sua scelta di non partecipare alla guerriglia ha avuto conseguenze disastrose. Secondo gli accordi avrebbero dovuto integrarsi nella guerriglia più di trentamila uomini (militanti del Partito Comunista Boliviano nda) e questo avrebbe creato le condizioni per poter veramente fare delle Ande la nuova Sierra Maestra, come pensava il Che. Poi le cose, come ben sai, sono andate diversamente.

 

Domanda: Come sei riuscito a salvarti dalla tragedia dell’8 ottobre ’67?

 

Pombo: Solo in cinque del gruppo di Guevara riuscimmo a sganciarci e, se pur feriti, sfuggire ai rangers (al momento dell’intervista solo tre erano ancora in vita nda). Io ero rimasto con la mitragliatrice nella parte alta del canalone per tenere occupati i militari mentre gli altri potevano allontanarsi. Quando cercai di riunirmi al gruppo erano già stati uccisi o catturati. Prima di riuscire ad arrivare in Cile ci toccò sostenere almeno una cinquantina di scontri con l’esercito boliviano. Infine ci consegnammo ai soldati cileni, ad un posto di frontiera. Avrebbero potuto fucilarci sul posto o anche consegnarci ai boliviani, che quasi certamente ci avrebbero fucilato come fecero con gli altri nostri compagni catturati. Per nostra fortuna in quel momento c’erano attriti tra Cile e Bolivia e il tenente che comandava il posto di frontiera decise di consegnare quei cinque disperati alle autorità cilene. Ci portarono a Santiago e, successivamente, con un aereo a Thaiti, poi a Parigi e quindi a Cuba…

 

Domanda: Quello che francamente stupisce è pensare che, dopo tutte queste traversie, sei tornato a combattere in Africa…

 

Pombo: Personalmente sono felice di aver contribuito alla lotta di liberazione anticoloniale del popolo dell’Angola; è per me motivo d’orgoglio che oggi l’Angola sia indipendente, con frontiere riconosciute a livello internazionale. Lo stesso vale per la Namibia che ha potuto liberarsi dal giogo del Sudafrica e dell’apartheid.

 

Gianni Sartori 

 

 * L’8 ottobre sarebbe poi diventato il “Giorno del Guerrigliero eroico” pensando, erroneamente, che quel giorno il Che fosse stato ucciso in combattimento (o per le ferite riportate). Solo dopo qualche tempo si apprese con certezza che, catturato vivo l’8, era stato assassinato il giorno seguente, il 9 ottobre.

 **Doveva invece passare ancora qualche mese prima che mettessi le mani su “La guerra per bande”, una ristampa dell’ottobre 1967 della Mondadori (Oscar settimanali 132 bis, lire 350) di una introvabile edizione del 1961 (Edizioni del Gallo). Da segnalare che la traduzione era di Adele Faccio. Quanto al “Diario del Che in Bolivia”, quello con la prefazione di Fidel Castro,  arrivò dopo (prima edizione: luglio 1968, prima edizione nell’Universale Economica: febbraio 1969) grazie al compagno editore  Giangiacomo Feltrinelli.

 ***Nell’Esercito cubano, Pombo raggiunse il grado di generale di Brigata e venne decorato come “Héroe de la revolucion”. Il suo libro di memorie (“Pombo, un hombre dela guerrilla del Che”) venne pubblicato nel 1996.

 

 

LA SOCIETA’ DELLO SPETTACOLO MERCIFICA E BANALIZZA TUTTO (O ALMENO CI PROVA), MA CON LE DONNE CURDE NON SEMBRA TANTO FACILE… – di Gianni Sartori

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“Toute la vie des sociétès dans lesquelles régnent les conditions modernes de production s’annonce comme une immense accumulation de spectacles.
Tout ce qui ètait directement vécu s’est èloignè dans une reprèsentation.
(Guy Debord)*

LA SOCIETA’ DELLO SPETTACOLO MERCIFICA E BANALIZZA TUTTO (O ALMENO CI PROVA), MA CON LE DONNE CURDE NON SEMBRA TANTO FACILE…

(di Gianni Sartori)

Chi avesse incautamente seguito la trasmissione “Alle falde del Kilimangiaro” (e qui verrebbe spontaneo un bel “paraponziponzipò…”, alla Vianello) del 6 marzo avrebbe potuto assistere ad una incredibile messa in scena, un’opera di mistificazione, un concentrato di banalità e luoghi comuni degni del peggior monoblocco mentale (definizione popolare del “pensiero unico”) mai concepito dalla Società dello Spettacolo.
Debordianamente, quella in cui “il vero è un momento del falso”.

La conduttrice Camilla Raznovich presentava il libro dell’economista Loretta Napoleoni sulle donne nell’Isis. Maldestramente però associava questo argomento a foto e immagini dell’attività’ di difesa, di territori e popolazioni, da parte delle donne curde combattenti in Rojava proprio contro le milizie del Daesh.
Confondendo temi e contenuti (e anche, in un certo senso, vittime e carnefici) e disinformando in merito al reale svolgimento delle azioni perseguite da più di due anni dalle combattenti curde dell’ Ypj (unita’ di difesa delle donne) in Rojava.

Sia il montaggio fotografico che il contenuto dell’intervista evidenziano una totale impreparazione (escludiamo pure la malafede) nel trattare l’argomento. Confondere il terrorismo con la difesa delle popolazioni da parte delle donne curde Ypj (arrivando a dire: “la donna combattente rappresenta l’altra faccia della stessa medaglia del terrorismo” mentre contemporaneamente andavano in sovrimpressione le fotografie delle donne combattenti curde) costituisce un esempio di disinformazione assoluta e una mancanza di rispetto, oltre che per le donne curde, per gli utenti del servizio pubblico.
Parlare di “sciattezza intellettuale ed errata informazione” è stato, da parte di UIKI Onlus (Ufficio d’Informazione del Kurdistan in Italia), solamente un educato e moderato eufemismo. Si sarebbe potuto dire molto, ma molto, di peggio.
Come se non bastasse, si rasentava l’infamia evocando il “ratto delle sabine” (presentate come donne sedotte e non vittime di stupro) per parlare delle donne rapite, violentate, in molti casi ammazzate, dai fascisti di Daesh.
Un velo pietoso poi sulla congenita abitudine eurocentrica di trattare i popoli del resto del mondo come “arretrati” e parlare di emancipazione femminile e lotta per l’uguaglianza come prerogativa dell’Occidente, cancellando di colpo la democrazia paritaria e l’uguaglianza di genere in atto da oltre un decennio tra i curdi (sia in Rojava che nel sud-est della Turchia)

Daria Bignardi (direzione di RAI3) si è già scusata pubblicamente, a nome del programma, con i rappresentanti curdi e avrebbe richiesto una “relazione approfondita” sull’autogol televisivo, ma l’episodio rimane comunque un fatto gravissimo e va stigmatizzato.

Gianni Sartori

* “Tutta la vita delle società nelle quali predominano le condizioni moderne di produzione si presenta come un’immensa accumulazione di spettacoli. Tutto ciò che era direttamente vissuto si è allontanato in una rappresentazione”
(Guy Debord)

UN KURDISTAN FEDERALE? – La dichiarazione ufficiale del Consiglio Costituente – tramite Gianni Sartori

I rappresentanti del Kurdistan siriano democratico si sono riuniti nei giorni scorsi e hanno gettato le basi per la costituzione di uno Stato di sistema federale nelle terre liberate.

Ecco la loro dichiarazione congiunta, trasmessaci da Gianni Sartori, attento osservatore di questo ed altri conflitti che traggono le loro basi nel desiderio di applicazione del Diritto di Autodeterminazione dei Popoli.

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Dichiarazione rilasciata dal Consiglio Costituente per il Sistema Federale nel Rojava/Siria Settentrionale

Al pubblico siriano, regionale e globale

In risposta all’appello fatto dal Coordinamento Generale delle Aree di Autogoverno Democratico (Al Jazira, Kobane e Afrin), tutti i componente delle forze politiche, partiti e attori sociali nei cantoni del Rojava e nelle aree liberate dalle forze terroristiche hanno tenuto un incontro che è risultato in una visione politica complessiva per una soluzione in Siria e in un accordo sul sistema di gestione per il Rojava/Siria settentrionale.
Questo può servire come un modello per il resto della Siria fornendo una soluzione per l’intera crisi siriana.
Noi, i rappresentanti di queste aree, ci siamo incontrarti il 16 e 17 marzo 2016. Ricordiamo con apprezzamento e rispetto i martiri del nostro popolo che con il loro sangue hanno scritto la più grande storica resistenza eroica e che hanno fatto coraggiosi sacrifici. I nostri martiri hanno portato il nostro popolo alla pietra miliare dove si trova oggi. Il suddetto incontro è risultato nelle seguenti decisioni.

1.Una futura Siria è per tutti i siriani e questo è quello che il sistema democratico federale sta ottenendo alla base di tutte le componenti sociali.
2.Lavorare alla costruzione di un sistema democratico federale per il Rojava/Siria settentrionale.
3.I co-presidenti sono stati eletti dal Consiglio e sono sostenuti da 31 componenti.
4.Il comitato organizzativo ha avuto il compito di preparare un contratto sociale e una visione politica e legale complessiva per questo sistema entro un periodo che non vada oltre i sei mesi.
5.L’istituzione di giustizia transitoria che rappresenta il sistema democratico federale per il Rojava/Siria settentrionale verrà istituita dal consiglio fondatore che viene considerato come amministrazione ad interim fino alle elezioni generali sotto la supervisione delle Nazioni Unite.
6.La libertà delle donne è essenziale nel sistema federale democratico. Le donne hanno il diritto a una partecipazione paritaria e alle responsabilità decisionali per quanto riguarda le tematiche femminili. Le donne saranno rappresentate alla pari in tutte le sfere della vita, compresi gli aspetti sociali e politici.
7.La popolazione e le comunità che vivono nel sistema federale nel Rojava/Siria settentrionale possono sviluppare le loro relazioni politiche, economiche, sociali, culturali e democratiche con chi ritengono adatto o condividere convinzioni con la popolazione e le comunità a livello regionale e internazionale, purché questa relazione non interferisca con gli obiettivi e gli interessi del sistema federale democratico.
8.Le regioni che le forze democratiche hanno liberato dalle organizzazioni terroristiche diventeranno parte del sistema federale democratico del Rojava/Siria settentrionale in modo adeguato.
9.L’obiettivo del sistema democratico federale nel Rojava/Siria settentrionale a livello regionale è di raggiungere un’unione democratica di tutta la popolazione nel Medio Oriente e progresso democratico in tutta la popolazione che vive nel Medio Oriente, in tutti i settori, a livello politico, economico, culturale e sociale. Se tagliamo i confini nazionali dello stato possiamo vivere in pace e sicurezza gli uni con gli altri.
10.La realizzazione di un sistema federale e democratico avrà luogo all’interno di una Siria sovrana.

A tutta la popolazione e a tutti i gruppi in Siria, Kurdistan e Rojava e a tutte le classi sociali.

Oggi viviamo in una fase storica e in circostanze critiche. Oggi la Siria si trova nella peggiore tragedia della sua storia. Milioni sono dislocati e centinaia di migliaia di persone sono state uccise, per non parlare dell’immenso danno alle infrastrutture che la Siria ha sofferto. Nonostante questo stiamo assistendo a un’esperienza avanzata nel Rojava che è protetta dal sangue dei martiri e dedicata ai successi di tutti. Grandi conquiste sono state ottenute in questo periodo. Questa è una vera opportunità di costruire un sistema federale democratico. Siamo certi e fiduciosi che questo sarà un modello per una soluzione della crisi siriana.

In base alle decisioni che abbiamo assunto, facciamo appello prima di tutto alle donne che rappresentano una vita nuova e libera, così come ai giovani, alle comunità, alle lavoratrici e ai lavoratori e a tutti gli altri settori sociali. Li chiamiamo a unirsi a questo sistema federale e a organizzare e costruire sistemi democratici federali e chiediamo a tutte le forze progressiste e democratiche di sostenere i nostri sforzi.
Lunga vita alla determinazione del nostro popolo, alla sua coesistenza e la sua unità.

Fondatori e Fondatrici del Consiglio dell’Unione Federale Democratica del Rojava/Siria settentrionale.
17 marzo 2016

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YVES STELLA, un rivoluzionario corso (Bozen, novembre 1989) di Gianni Sartori

Difficile resistere alla tentazione di descriverlo come il prototipo dell’eroe popolare corso, personificazione del Corso ancestrale anonimo e collettivo; asciutto, abbronzato, felino; sprizza energia e trasmette umanità. Dietro le lenti uno sguardo ironico e comprensivo, impastato di pietra e frasche. Sobrio, apparentemente esile; in realtà plasmato da intemperie e vicissitudini, come le steli granitiche di Filitosa, purificate dal vento e dalla salsedine; indistruttibili e incorruttibili. Ha un solo difetto grave: fuma.*

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Di incontrarlo al convegno di Bozen EUROPA ’93 (organizzato, in vista del mercato unico europeo del ’93, da Radiotandem in collaborazione con alcune organizzazioni culturali sudtirolesi) non me l’aspettavo proprio.
Oltre al giornalista Giovanni Giacopuzzi, uno degli organizzatori, erano presenti il catalano Aureli Argemì (del CIEMEN), Antonio Egido (Takolo, responsabile per gli esteri di Herri Batasuna), l’avvocato Txema Montero (parlamentare europeo di HB), Eva Klotz e vari esponenti dei popoli minorizzati presenti in Europa (anche un rappresentante degli inuit di Groenlandia).

In precedenza, ogni volta che riuscivo a sbarcare in Corsica, avevo tentato di intervistare il “vecchio” guerrigliero indipendentista. Sempre invano.Purtroppo, sfortunata coincidenza, era regolarmente ospite del governo parigino. In galera, ca va sans dire.

LEZIONE DI STORIA

D. Mi dicevi che, tutto sommato, il mio pezzo sulla Corsica pubblicato da Frigidaire (n, 101, aprile 1989) non era poi tanto infame…

R. Abbiamo visto di peggio. Direi che forse hai enfatizzato troppo in chiave indipendentista la figura di Sanbuccio d’Alando. Sostenere che Sanbuccio lottava esplicitamente e con piena consapevolezza politica per l’indipendenza nazionale è sbagliato. Le rivolte comunali non interessavano in quel momento solo la Corsica ma una gran parte d’Europa.
Ad un certo punto i Corsi si son trovati da soli davanti agli aragonesi di cui avevano incendiato i castelli e saccheggiato le proprietà. Divenne indispensabile trovare degli alleati e vi fu una oggettiva convergenza di interessi e ideali con i Comunali di Genova. Ci fu una specie di “contratto”, di alleanza; oggi si direbbe di “solidarietà internazionalista”.
Comunali corsi e comunali genovesi erano animati dal medesimo spirito: lottare contro il feudalesimo.
Poi, come è noto, l’oligarchia genovese (in particolare il Banco di San Giorgio) adottò una vera e propria politica coloniale nei confronti del popolo corso.

D. Sottolineavi come non sia corretto affermare che “la rivoluzione Paolina ha dato per prima il voto alle donne” (come avevo scritto sempre nell’articolo in questione…). Com’era andata in realtà?

R. In realtà alle donne fu “concesso” di votare soltanto in qualità di capofamiglia, non in quanto soggetti che partecipavano all’Assemblea. Non era quindi ancora il principio “una testa, un voto” quello che entrava in vigore ma quello “un fuoco, un voto”. Erano le vedove o le figlie divenute “capo di fuoco” che potevano votare. Quindi le donne potevano votare solo in certe condizioni; comunque un precedente democratico molto importante visto che stiamo parlando del XVIII secolo. **

D. Vedo che nella storia e nella cultura del Popolo Corso il senso della “Terra” (e della sua difesa) è ricorrente. E’ solo un fatto ancestrale o trova anche una precisa collocazione e giustificazione storica?

R. Il rapporto dei Corsi con la loro terra scocca, almeno come lo conosciamo ora, circa seicento anni fa; proprio con Sanbuccio d’Alando e la sua riorganizzazione sociale sulla base delle “Terre comuni”, della proprietà pubblica.
Per i Comunali del XIV secolo la Terra è del Popolo, di chi la lavora. Di chi ne ha bisogno per vivere, e non è lecito sfruttarla per accumulare capitale. Ogni anno, fino alla Rivoluzione francese, i “Padri del Comune” (il Consiglio degli Anziani), eletti dal popolo, spartivano le terre.
Ancora oggi in certi paesi la gente è proprietaria per esempio di un castagneto, non della terra dove è piantato.

“TUTTO – TURISMO” ? NO, GRAZIE!

D. Si fa un gran parlare della “vocazione turistica” della Corsica. La formula attuale del “tutto turismo” esprime interessi reali del popolo corso, oppure si tratta di una imposizione, una forma di asservimento coloniale che la Francia (e la stessa Europa) impongono all’Isola?

R. Bisogna intanto premettere che la Corsica possiede circa mille chilometri di costa, in massima parte belli e vuoti. Rappresentano un’estensione superiore a quella di tutto il sud della Francia. Finora si è costruito soltanto sul 20% e l’80% resta ancora vergine. Un fattore decisivo per la salvaguardia del nostro litorale è stata la mancata applicazione delle leggi sulla successione: essendo la terra ancora in gran parte indivisa, risulta difficile comprarla. In pratica non c’è un proprietario. Questo è avvenuto perché, date le condizioni economiche in cui versava l’isola, non potevano venire applicate e riscosse le tasse sulle successioni. La mancata divisione e frammentazione oggi rappresenta un freno alla speculazione. Per questo ora lo Stato francese vorrebbe “mettere ordine”, individuare i proprietari a cui pagare i diritti in modo da pianificare l’esproprio della proprietà collettiva e dare il via libera alle speculazioni.
Su questo problema è intervenuto anche il parlamentare europeo corso Max Simeoni che ha richiesto misure appropriate a tutela del patrimonio ambientale corso gravemente minacciato, tutela da applicare prima della scadenza del 1992, data che rischia di diventare il “colpo di frusta” decisivo. Nello stesso senso si sono pronunciati i numerosi organismi popolari sorti per contrastare i piani degli speculatori. Tra le altre, l’Associazione di difesa di San Ciprianu che si oppone radicalmente ai progetti di costruzioni “pieds dans l’eau” e l’Associu per a Difesa di A Testa Viava che si batte contro i progetti di Michel Rocard per la “liberazione della tassa fondiaria” e la conseguente resa di fronte alle ambizioni degli speculatori immobiliari.
Entrambe le organizzazioni si sono rifiutate di accodarsi al coro di condanna per la “tunizata” del Fronte di Liberazione Nazionale Corso che proprio a San Ciprianu ha colpito gli interessi di “spellacani e spogliamondu” (nel novembre del 1989).
Perché, come dicevano nel comunicato “non c’è peggior violenza di quella che distrugge la nostra terra”.

D. La ripresa dell’attività militare da parte del FLNC, che recentemente ha interrotto la tregua, sarebbe quindi da imputarsi anche a questa mancanza di garanzie per il patrimonio ambientale corso?

R. Naturalmente. E’ sotto gli occhi di chiunque che è soprattutto merito della resistenza, del movimento clandestino, se oggi le nostre coste non sono ridotte come quelle della Sardegna; non certo del governo francese.
Dalla Corsica, dalla “macchia” corsa sono sempre nati movimenti di resistenza; anche quello antinazista, denominato non a caso “Maquis”. Anni fa suscitò scalpore l’azione contro quei mascalzoni del Club Méditeranée del Golfo di Santa Giulia…
In sostanza diciamo che se il governo non vuole fare le leggi in difesa del patrimonio ambientale della Corsica, sarà il popolo corso a “fare le leggi” e a difendere la terra. Per questo la tregua, in vigore dall’88, è stata interrotta con l’attentato dei “Lecci” vicino a Porto Vecchio.
Come conseguenza ora tutto è fermo; i lavori sono sospesi. Anche le banche aspettano e stanno a vedere, per non rischiare i loro investimenti.

D. Banche italiane, si dice…

R. Soprattutto italiane; in queste operazioni sono considerate le più “affidabili”.
Vedi, ormai c’è una precisa divisione del lavoro a livello europeo: all’interno del “blocco colonialista” il capitale finanziario italiano ha questo compito. Naturalmente in parte è di facciata: dietro ci sono anche banche svizzere, francesi. Per esempio il Credito Agricolo francese investe fondi nei campi da golf. Molto probabilmente dietro alcune di queste operazioni degli speculatori c’è anche la Mafia che tenta di riciclare i proventi ottenuti con il traffico di armi e droga.

LA TREGUA ARMATA

D. Quando e perché era entrata in vigore la tregua? Come Cuncolta Naziunalista che giudizio date delle azioni del FLNC?

R. La tregua era stata dichiarata unilateralmente dal FLNC il 1 giugno 1988. E’ stato un preciso atto politico per far vedere al popolo corso che l’attuale situazione di crisi, di degrado è dovuta al colonialismo , non alla lotta armata come sostengono i francesi.
Una dimostrazione, per quanti sostengono che con la “pace civile” le cose sarebbero andate molto meglio, la politica del governo sarebbe cambiata e tutte le altre bugie.
Come Cuncolta Naziunalista noi rifiutiamo di marginalizzare il Fronte, poiché lo consideriamo un’organizzazione di primaria importanza, garante della lotta del nostro popolo. Rifiutiamo ugualmente l’etichetta di “braccio politico” del FLNC, così come quella di “braccio militare” applicata al Fronte stesso. Il nostro è un riconoscimento politico da cui deriva una politica di solidarietà e complementarietà.
Proprio sul tipo di sostegno da dare alle azioni del FLNC alla fine dell’89 c’è stata una spaccatura tra i membri d’A Cuncolta che ha portato alla costituzione di una nuova organizzazione politica: l’Accolta Naziunale Corsa.
I fondatori hanno dichiarato che non ci sarà un sostegno totale e incondizionato alle azioni del FLNC, ma un giudizio formulato di volta in volta.

“OU LA CANNE A’ PECHE OU LE FUSIL”

D. Cosa rappresenta il FLNC nel panorama delle organizzazioni e dei movimenti politici corsi?

R. La nascita del FLNC si spiega con la crisi dei gruppi autonomisti. Quelli tradizionali, come l’Action Regionaliste Corse dei fratelli Simeoni, si fermano ad Aleria.*** Qui lo scontro è tra la Nazione corsa e lo Stato francese.
L’ARC non seppe affrontare questa contraddizione nazionale e scelse la canna da pesca. Il FLNC scelse il fucile. Dopo Aleria l’ARC venne sciolta dal governo, ma ben presto la tendenza riformista e autonomista si ricostituì nell’Unione di u Populu Corsu.
Da parte sua il nascente FLNC sostituiva alle aspirazioni autonomiste, quelle dell’indipendenza e dell’autodeterminazione. Oltre all’ARC in Corsica c’era anche qualche esponente dell’autonomismo di sinistra, a parole anticapitalista, ma in realtà esponente di quella piccola borghesia che si illudeva di poter risolvere ogni problema con l’andata al potere delle sinistre.
La nascita del FLNC è la risposta a entrambe le contraddizioni: quella nazionale e quella sociale. Per la rivoluzione in Corsica senza modelli. Ormai sia il capitalismo che il socialismo reale hanno ampiamente dimostrato la loro inadeguatezza…la nostra è la strada di un “socialismo dell’autodeterminazione”, un socialismo che si fa e si configura nella lotta.

D. Qual’è al momento attuale (1989 nda) la situazione dei prigionieri politici? Cos’è cambiato dopo la “politica degli ostaggi” applicata fino a non molto tempo fa dal governo francese?

R.Sono stati liberati tutti. So bene che con un altro presidente, diverso da Mitterand, molti di noi sarebbero rimasti in galera. Lo dico francamente, così come dico che il governo lo ha fatto per le lotte condotte dal popolo corso, non certo per filantropia.

D. Potresti fornire un breve riesame dei principali fatti del 1989, un anno che ha visto la ripresa delle “lotte di massa”: sciopero di quattro mesi, “disordini” sociali ecc.?

R. All’inizio si trattava di un movimento corporativo del pubblico impiego che chiedeva un “premio di insularità”. Ha rischiato di trasformarsi in una prova di forza tra il P.C.F. (i comunisti francesi) e i nazionalisti corsi. Per noi naturalmente liberazione sociale e liberazione nazionale sono inscindibili; la soluzione deve essere globale.
Poi i nazionalisti sono riusciti a”riprendere” il movimento, a “tenerlo”, ma senza entrarci direttamente. Per esempio evitando che si arrivasse allo scontro tra commercianti e funzione pubblica. Oggi, grazie anche agli avvenimenti dell’89, siamo presenti e ben radicati in molti più settori. Nel commercio, nell’artigianato, tra gli operai e tra gli insegnanti come sindacato…
Abbiamo il 25% perfino nei Consigli d’Istituto, tra i rappresentanti dei genitori degli studenti. Anche molti professionisti (medici, avvocati…)si sono organizzati in sindacati nazionali (il riferimento è, ovviamente, alla Nazione corsa, non all’Esagono nda). Ci risulta invece più difficile sfondare nel settore agricolo, che è prevalentemente assistito.
E’ quella che noi chiamiamo una “strategia d’urto”, l’”Onda Dura”. Consiste appunto nell’organizzare tutti i settori della società corsa.

UN RAFFORZAMENTO DEL CAPITALISMO EUROPEO….

D. Come vedi la questione delle nazionalità senza Stato in vista del mercato unico europeo del ’93?

R. Rappresenta senz’altro una “rottura” degli stati-nazione ma comporta anche un rafforzamento del capitalismo europeo. Considero di estrema importanza quello che contemporaneamente sta accadendo nell’Est. E’ per noi un esempio da tenere ben presente, e da seguire. Voglio dire che, così come in passato si è sempre parlato di autodeterminazione per i popoli oppressi del Terzo mondo (diritto sacrosanto, beninteso) e non per quelli d’Europa (come i baschi, i corsi, gli irlandesi…), così ora ci entusiasmiamo per le lotte di Lettonia, Slovenia, Ucraina ecc. Mi sembra da ipocriti.
Il diritto all’autodeterminazione vale anche per i Paisos Catalans, per Euskadi, per Breizh…Vorrei inoltre sottolineare come il diritto all’autodeterminazione non si possa mai considerare “esaurito” una volta per tutte. All’Est come all’Ovest. E’ per sua natura un diritto inesauribile. Vedi per esempio il referendum svoltosi in Canada per il Quebec. Tra qualche anno si potrebbe benissimo rifare.

D. In questo quadro che rapporti avete con il Sinn Fein irlandese?

R. Adesso quelli del Sinn Fein mi sembrano un po’ più “formali”. In passato eravamo in ottimi rapporti con Ruadhri O’Bradaigh, grande repubblicano e valoroso combattente. Poi deve esserci stata una rottura e se ne è andato. Attualmente, mi pare, guida un gruppo minoritario, il Republican Sinn Fein…tu ne sai niente? ****
Naturalmente il popolo corso è profondamente e pienamente solidale con le lotte della nostra sorella Irlanda, per il conseguimento dei suoi diritti storici all’unità e all’indipendenza.

D. Naturalmente, come ogni buon corso, sei più legato alla montagna che al mare…

R. Per niente. Cazzate. Preferisco di gran lunga il mare. In montagna mi annoio, al contrario di mia moglie che è “montanara” di origine. Comunque molti nostri compagni sono dei patiti della montagna. Quell’alta Via che anche tu hai percorso, da Vizzavona a Calvi attraversando le Gole del Tavignano, un mio amico l’ha percorsa in circa 70 ore.

Gianni Sartori (1989)

*Yves Stella, già esponente del movimento autonomista, dopo la rivolta di Aleria del 1975 prese parte attivamente alla costituzione del FLNC la cui prima azione risale al 1976.
Partecipò agli attentati del Fronte contro i ripetitori televisivi di Bastia nel 1978 e per questo episodio scontò tre anni in una prigione francese di massima sicurezza. Uscì nel 1981. Esponente della Consulta dei Comitati nazionalisti (fondata nel 1980, poi disciolta) e del Movimento corso per l’autodeterminazione, finiva nuovamente in carcere nel 1987. Ne era uscito l’anno successivo (dopo otto mesi). All’epoca di questa intervista faceva parte dell’Esecutivu Naziunale de A Cuncolta Nazionalista (per l’informazione) e dirigeva il settimanale nazionalista “U Ribombu”.

** Una curiosità. Attualmente sul bianco della bandiera corsa spicca una testa di moro, di profilo, con una fascia bianca sulla fronte. Non è sempre stato così.
L’origine della bandiera è, presumibilmente, catalano-aragonese. La testa o le teste di moro si ritrovano anche nell’araldica sarda e da questa le riprese il “re di Corsica” Theodoc de Neuhoff. Semplificata rispetto alla bandiera della Sardegna, divenne emblema nazionale della Corsica indipendente nel 1736.
Originariamente la benda era posta sugli occhi del moro (schiavo o prigioniero di guerra); venne temporaneamente “sollevata”, con intenti allegorici e simbolici, in coincidenza con la breve ma intensa stagione di libertà e indipendenza della Rivoluzione Paolina. Secondo una tradizione orale, sarebbe stato merito proprio di Yves Stella far adottare nuovamente e definitivamente la bandiera con la benda sulla fronte, in quanto “un movimento di Liberazione non poteva certo adottare un simbolo di schiavitù”.

***Il 21 agosto 1975 una trentina di militanti dell’ARC occupò la cantina vinicola di un pied noir (colono francese proveniente dall’Algeria), ad Aleria. Il giorno dopo intervenne la gendarmeria in assetto da guerra e nello scontro due gendarmi morirono.

****Casualmente, molto casualmente, qualcosa ne sapevo, ma solo perché una volta a Dublino avevo sbagliato indirizzo ed ero capitato in una sede dei Republican S.F. Molto gentili, peraltro. Ma questa è un’altra storia…

vedi anche:
http://www.rivistaetnie.com/yves-stella-patriota-corso/

La questione tirolese – 02/04/2013 – intervista con Eva Klotz – di Gianni Sartori

Pubblichiamo sul nostro Blog un’intervista, rilasciata qualche anno fa, con Eva Klotz, esponente di punta dell’Indipendentismo SudTirolese, che affronta i temi relativi all’Autodeterminazione dei Popoli.

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Intervista di Gianni Sartori con Eva Klotz

Per molto tempo parlare di Tirolo nella penisola italiana è stato come parlare di Paesi Baschi a Madrid: inevitabile scontrarsi con ignoranza e malafede mischiate a indifferenza e ostilità. Con la speranza che qualcosa sia effettivamente cambiato, osservo che le analogie con Euskal Herria non finiscono qui. Sia i baschi che i tirolesi, popoli legati alle montagne, ben consapevoli della loro identità e determinati nel difenderla, sono divisi in due da un confine statale. Entrambi hanno poi subito tentativi di “pulizia etnica” da parte di regimi fascisti (la “limpieza” invocata da Franco) e una dura repressione (uno scenario da “guerra sporca” con utilizzo di tortura e squadre della morte…) anche in regime democratico. E, coincidenza, spesso con manovalanza fascista.
Altra analogia, il rapporto tra “Vascongadas” e Navarra. Ricorda quello del Sud Tirolo con il Trentino (Welsch Tirol, il Tirolo Gallico). Non è un caso se la sezione di Pergine e Caldonazzo degli Schutzen (il corpo dei “difensori della patria” di Andreas Hofer che si oppose alle truppe di occupazione napoleonico-bavaresi) è intitolata a Giovanni Sartori che guidò gli Schutzen di Trento nella medesima resistenza.
Per saperne di più ne abbiamo parlato con Eva Klotz, militante storica della lotta per l’autodeterminazione e figlia del patriota tirolese Georg Klotz.

1)D. Pensando ai partiti di riferimento della comunità tirolese, come si presenta il panorama politico in Sud Tirolo dopo le recenti elezioni?

R. Smentendo i pronostici, la Sudtiroler Volkspartei (SVP) è uscita rafforzata dalla ultime parlamentari. In campagna elettorale aveva puntato sulla paura sostenendo che l’autonomia era in pericolo e raccogliendo i voti anche di coloro che non pensano nemmeno lontanamente a iscriversi. Tutti si aspettavano un calo consistente a causa di alcuni scandali che ne avevano incrinato l’immagine. In particolare per le condanne di un ex membro della Giunta provinciale (due anni di lavoro sociale) e di altri impiegati del gruppo che in Provincia gestiva l’energia elettrica. La SVP ha insistito sulla necessità di “mandare dei tirolesi a Roma per difenderci”.
In questa occasione si è ulteriormente agganciata ad un partito statale (Il PD) e quindi all’Italia. A mio avviso quelli della SVP ormai fanno una politica prettamente italiana, sono sempre più agganciati all’Italia (non solo a livello politico, ma anche di mentalità, culturale) con effetti devastanti per il popolo tirolese. I voti di SVP sono stati determinanti per consentire al PD di conquistare il bonus alla Camera dei deputati.
Secondo partito, Die Freiheitlichen (una formazione politica che si ispira al FPO di Jorg Haider) che è nato nel 1992 in contrapposizione a Union fur Sudtirol. Auspica un Sud-Tirolo indipendente, ma sottovaluta il principio dell’autodeterminazione, un diritto che va applicato in senso democratico. Si può arrivare ad uno stato indipendente con la democrazia diretta, con un referendum dove ognuno può partecipare e contribuire; non per decisione di un solo partito rischiando di incrinare ciò che sta alla base del nostro diritto all’autodeterminazione. Un diritto, lo sottolineo, che ci spetta in quanto siamo stati strappati dal Tirolo, dall’Austria contro la nostra volontà, senza consultazioni.
E poi naturalmente ci siamo noi, Sued-Tiroler Freiheit. Alle ultime elezioni abbiamo raggiunto il 5% ottenendo un buon numero di consiglieri così da essere presenti in una ventina di comuni.
Diversamente da altre situazioni europee di nazioni senza Stato, in Tirolo i Verdi (Gruene Suedtirols) si sono dichiarati contro l’esercizio del diritto dell’autodeterminazione.

2)D. Qual’è stato il suo personale percorso politico, in quali movimenti, partiti…?

R. Nel 1977 sono entrata a far parte dell’esecutivo del Sudtiroler Heimatbund, un’associazione di sostegno agli ex prigionieri politici (rimasti senza diritti e senza tutela, così come le loro famiglie); poi abbiamo cominciato a lavorare, sempre come associazione, a favore del diritto all’autodeterminazione. Negli anni ottanta, dopo che alcuni miei articoli e interventi avevano suscitato un certo interesse, mi chiesero di candidarmi con la Sudtiroler Volkspartei guidata da Silvius Magnago. Ho risposto negativamente per due-tre volte e alla fine ho accettato, ma solo per essere lasciata in pace. Invece venni eletta, al 3° posto come indipendente, consigliera comunale a Bozen. In seguito consigliera provinciale. Nel 1983, visto che il principio all’autodeterminazione veniva solo enunciato dallo statuto della SVP , ma senza che il partito si muovesse in quella direzione, come Sudtiroler Heimatbund abbiamo partecipato con un nostro simbolo alle elezioni parlamentari. Poi, autunno ’83, anche alle regionali e sono stata eletta. Sempre rieletta nelle successive scadenze elettorali, attualmente sono in Provincia.
Nel 1989 con Alfons Benedikter, non più membro della Giunta provinciale, noi dell’Heimatbund insieme al Freiheitliche Partei Sudtirols (quello di allora, ovviamente) abbiamo fondato la Union fur Sudtirol. Nel 1989 Benedikter accusò la SVP di aver rinunciato alla richiesta di applicazione del diritto all’autodeterminazione. Dopo essere uscito dal partito (diventandone un duro oppositore, lui che era stato uno dei fondatori nel 1945 e rappresentava la memoria storica della SVP), Benedikter è stato consigliere provinciale per la Union fur Sudtirol fino al 1998 e osservatore internazionale in Russia e nel Kazachistan (1993 e 1994). Nel 1993 abbiamo ottenuto due consiglieri regionali (altrettanti andarono ai Freiheitlichen fondati l’anno prima e che attualmente hanno cinque consiglieri). In seguito nella Union fur Sudtirol sono spuntati personaggi poco trasparenti che volevano portare il partito altrove mettendo in pericolo il principio dell’autodeterminazione. Erano emersi anche legami con gruppi neonazisti e quindi siamo usciti dal partito (la metà circa) per salvaguardare il nostro obiettivo principale. Nel maggio 2007 abbiamo fondato il Sued-Tiroler Freiheit. Nel 2008 alle provinciali abbiamo ottenuto 2 consiglieri (e l’Union fur Sudtirol uno grazie alla legge elettorale, non maggioritaria, a favore dei piccoli gruppi che non raggiungono il quorum).

3)D. Quali prospettive in ambito europeo in relazione con altre nazioni senza Stato (Euskal Herria, Paisos Catalans, Corsica…)?

R. Il nostro riferimento è l’Alleanza Libera Europea con un proprio gruppo consiliare nel Parlamento europeo (due parlamentari della Scozia, uno del Galles e, per la penisola iberica, un rappresentante a turno per Galizia, Paesi Baschi e Catalogna). Complessivamente ne fanno parte una quarantina di membri (Unione slovena, Nuova alleanza fiamminga, Partito sardo d’azione, Partito occitano, Blocco nazionalista gallego…).
Fin dall’inizio abbiamo fatto quanto possibile per rapportarci sia con l’Alleanza Libera Europea che con European Partnership for Independence (EPI). Non siamo membri del gruppo centrale, ma abbiamo assistito agli incontri; in questi giorni (marzo 2013) ero a Barcellona dove è stata presentato ICEC, un allargamento di EPI per consentire la raccolta di un milione di firme. Tra i primi firmatari, il rettore dell’università di Barcellona e Aureli Argemì, storico esponente della difesa della lingua e della cultura catalane. Grazie a questa lungimirante iniziativa, la stampa internazionale quando parla del Tirolo parla anche di autodeterminazione (e viceversa). In questo periodo abbiamo intensificato i rapporti con altri rappresentanti delle nazioni senza Stato e iniziato la raccolta delle firme. Anche in Austria naturalmente.

5)D. Mi sembra che per il 2013 abbiate in cantiere qualche importante scadenza…

R. Il 12 aprile si terrà il Congresso annuale dell’Alleanza Libera Europea a Merano (Sudtirolo) dove potremo informare sulle nostre attività.
Per il 27 ottobre sono previste le elezioni provinciali, a cui ovviamente partecipiamo; due mesi prima e un mese dopo intendiamo proporre un referendum sull’autodeterminazione, come i catalani nel 2009 e 2010.
E’ un modo per rilanciare l’autodeterminazione e spingere la SVP a muoversi.
Certo, in Catalunya la situazione è diversa; in Parlamento gli indipendentisti sono maggioranza (anche i Verdi sono a favore dell’autodeterminazione) e abbiamo potuto verificare che il processo non si ferma. A mio avviso è questa l’espressione moderna dell’autodeterminazione: un obiettivo democratico, una nuova strada fondata sul consenso per la pace e la giustizia, inserito in un grande movimento europeo. Non importa chi lo realizzerà per primo, l’importante è che si faccia; poi la prima vittoria trascinerà anche le altre.
6) D. Un passo indietro nella storia ripensando alle vicende di suo padre magistralmente rievocate nella biografia di cui ora è disponibile anche l’edizione in lingua italiana (Eva Klotz “Georg Klotz una vita per l’unità del Tirolo”, Effekt! Buch, 2012). La “guerra sporca” condotta dall’Italia contro la resistenza tirolese ricorda quella spagnola contro gli indipendentisti baschi. Si era parlato anche di possibili sequestri dei rifugiati in Austria e l’assassinio di Amplatz evoca le azioni del GAL in Iparralde. Un suo commento…

R. L’analogia esiste anche se in Euskal Herria il numero delle persone coinvolte è stato sicuramente maggiore. Dobbiamo ringraziare la minore capacità operativa dei servizi segreti italiani se la loro azione è stata meno efficace. Diciamo che c’erano tutte le intenzioni, i progetti, ma poi non sono riusciti a realizzarli. Naturalmente non tutto è stato chiarito, ma in alcuni episodi si intravede una vera e propria “strategia della tensione”. Penso agli attentati di Cima Vallona e di Malga Sasso per i quali sono stati giudicati dei cittadini austriaci. Sicuramente il gruppo di mio padre non ha avuto niente a che fare con questi avvenimenti. Oltre alla tortura (tra le vittime Franz Hofler, Anton Gostner, Sepp Kerschbaumer…) vorrei ricordare che a Tesselberg un generale italiano avrebbe voluto fucilare 15 persone per rappresaglia. A impedirlo fu la ribellione di uno dei suoi sottoposti.

7)D. Un’ultima domanda sul Trentino, il Welsch Tirol…Qual’è la sua opinione?
R. Penso di aver veramente compreso la situazione quando ho saputo che nel Trentino il 70% degli insegnati proveniva da altre provincie. In questo modo è stata azzerata anche la memoria delle radici tirolesi e austriache. Si potrebbe parlare di riflusso, una risacca della mente che ha portato ad un cambio di identità. La situazione in Trentino è quindi molto difficile. Qui almeno abbiamo una maggioranza. Comunque io sostengo che non possiamo decidere noi per i trentini. Nel caso del referendum per l’autodeterminazione non tocca a noi richiederlo, ma a loro stessi. In questa situazione è alquanto meritoria l’opera degli Schutzen per un recupero della memoria storica e per un riconoscimento dell’identità tirolese.

IRLANDA 1916/2016 – DIES IRAE – di Gianni Sartori – (seconda puntata)

IRLANDA 1916-2016: DIES IRAE – (seconda puntata)

di Gianni Sartori

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Una breve excusatio non petita.
Approfittare della ricorrenza (il centenario) per ricordare le organizzazioni irlandesi che praticarono la lotta armata potrà sembrare strumentale. Probabilmente lo è, almeno in parte.
“Ma non sarebbe più normale – mi dicono- concentrarsi sulla ripresa e sulle prossime elezioni, anticipate, del 26 febbraio ?”
O magari -ma questo lo dico io- sul referendum (vagamente promesso un po’ da tutti i partiti in caso di vittoria elettorale) per abrogare l’Ottavo emendamento della Costituzione, quello che prevede pene detentive fino a 14 anni per aver abortito illegalmente? Ricordo in proposito che centinaia di medici hanno già firmato un appello di Amnesty International per la depenalizzazione dell’interruzione di gravidanza.
Comunque sia (anche se non si evoca più, per scaramanzia, la “tigre celtica” come negli anni ’90) la maggior parte degli addetti ai lavori sembra convinta che l’Irlanda abbia ormai voltato pagina, uscendo dalla crisi iniziata nel 2008 (fino alla prossima bolla?) e nel pieno di una nuova ripresa economica, grazie anche ai prestiti di Unione europea e Fmi. Il debito pubblico, – leggo – nell’ultimo anno sarebbe sceso di quasi nove punti percentuali in proporzione al Pil e le previsioni di crescita per il 2016, secondo la BCE, sfiorano il 5%. E pensare che soltanto cinque anni fa l’Eire sembrava sull’orlo della bancarotta a causa della bolla speculativa immobiliare!
Così procede il capitalismo d’altra parte, a fasi alterne (chissà’, lo farà forse per combattere la noia e per distrarci?).

Tra le varie ipotesi sui risultati elettorali, si parla di una sostanziale estromissione del Labour (attualmente nella coalizione di governo insieme al partito di centrodestra Fine Gael) se, come pare, verrà “punito” dall’elettorato per le politiche di austerità imposte ai lavoratori irlandesi. Sempre tra gli addetti ai lavori, l’ipotesi più gettonata sul futuro governo è quella di una coalizione tra Fianna Fail e Fine Gael (dimenticando le antiche controversie risalenti agli anni ’20).
E dopo questa incursione nell’attualità torniamo all’IRA.

OIRA, PIRA, INLA, IPLO…

L’IRA, come già detto, nasce ufficialmente nel 1916. Sostanzialmente dalla fusione di “Fratelli repubblicani Irlandesi” con ‘”Esercito dei Cittadini Irlandesi” a seguito della Rivolta di Pasqua e della sanguinosa repressione operata dagli inglesi.
Dopo la divisione dell’Isola nel 1921, l’attività dell’organizzazione armata si concentrò soprattutto nelle Sei contee del Nord, provincia britannica. Successivamente, per circa 20 anni * la sua attività fu piuttosto scarsa.

Riprese nel gennaio 1939 (NB: prima dell’inizio della Seconda Guerra mondiale e della battaglia di Inghilterra, in epoca “non sospetta”; va detto per i fascisti che blaterano di inesistenti convergenze tra Repubblicani e nazisti) e il febbraio del 1940. In questo periodo vennero collocate oltre 600 bombe. I militanti repubblicani arrestati furono un centinaio e parecchi vennero condannati all’impiccagione. Nel 1956 vennero attaccati alcuni posti di frontiera tra le “due Irlande”.
Dal 1962 hanno inizio profonde trasformazioni all’interno dell’organizzazione armata, in sintonia con i movimenti di liberazione anticoloniali (Vietnam, colonie portoghesi, Algeria, America latina, Paesi baschi…). L’IRA si avvicinò al Partito comunista irlandese (e viceversa) analogamente a quanto avveniva in Sudafrica per l’ANC, portando il progetto della liberazione nazionale all’interno della lotta di classe (e viceversa). In questo nuovo contesto la lotta armata sembrò perdere importanza al punto che alla fine degli anni sessanta l’IRA vende (o regala, secondo un’altra versione) tutte le sue armi al FWA (Esercito del Galles Libero). Con il ricavato vengono finanziati il giornale “The United Irishman” e alcune campagne di agitazione sociale.
Il cambiamento non mancò di suscitare reazioni negative tra i proletari cattolici di Belfast e Derry e sui muri apparvero scritte che condannavano esplicitamente il nuovo corso. Addirittura alcuni volontari disertarono. Un gruppo di vecchi militanti tentò con un colpo di mano di prendere il controllo dell’organizzazione, ma fallì. Si arrivò ad una spaccatura: gli Official continuatori di una linea ortodossa (forse anche dogmatica) e i Provisional che cercavano di coniugare lo spirito tradizionale (nazionalista e antimperialista) dell’IRA con una forte sensibilità per le questioni sociali. Come ho già avuto modo di dire, su questo contenzioso (sostanzialmente una lite in famiglia, per quanto aspra e talvolta fratricida) le vecchie e nuove destre italiche ci marciano da anni. A sentir loro si sarebbe trattato di una divisione tra “comunisti” e “nazionalisti”. Effettivamente negli Official la componente marxista era maggioritaria (del resto è ben presente in tutto il movimento repubblicano, almeno da James Connoly) anche se, con il senno di poi, potremmo definirli riformisti (“revisionisti”?). Infatti approdarono prima all’eurocomunismo e poi alla socialdemocrazia.
La componente più coerentemente rivoluzionaria e antimperialista uscì dagli Official per formare l’IRSP e l’INLA. Ricordo qui Seamus Costelo, in seguito eliminato pare proprio dagli Official.
E i Provisional? I loro riferimenti rimanevano le lotte di liberazione delle colonie portoghesi, l’Algeria , Cuba, il Vietnam. Lotte comunque di sinistra, antimperialiste (come quella condotta dai “cugini” baschi dell’ETA) nella prospettiva della liberazione nazionale e del socialismo**.
Il conflitto interno portò, come ho detto alla nascita dell’IRSP (Partito Socialista Repubblicano Irlandese) che si dotò di un braccio armato, l’INLA (Esercito Irlandese di Liberazione Nazionale) caratterizzato nei primi anni da una intensa attività guerrigliera. Nel 1987 l’INLA (che, pare, nel corso degli anni avrebbe subito anche una consistente infiltrazione poliziesca) si scisse dopo che una dozzina di militanti erano morti a causa di scontri interni.
In seguito nacque l’Organizzazione di Liberazione del Popolo Irlandese (IPLO) alquanto minoritaria.
Nel frattempo l’IRA Provisional era diventata il principale referente della comunità repubblicana mentre andava scemando il ruolo degli Official, divenuti in seguito “Workers’ Party” (Partito dei Lavoratori).
Una delle più impressionanti offensive dell’IRA così riorganizzata (sotto la direzione dell’Army Council) si registrò nel settembre del 1971: un migliaio di azioni in un solo mese.
Nei mesi seguenti il conflitto e la repressione divennero feroci e il numero delle vittime particolarmente alto. Nel 1972 morirono 69 militanti dell’IRA, 252 civili, 26 soldati nordirlandesi, 77 soldati britannici e 17 poliziotti. Inoltre da allora le bombe artigianali, gli esplosivi rubati nei cantieri, i fucili procurati di contrabbando…vennero definitivamente sostituiti da mezzi più moderni.
Risaliva al settembre del 1970 la prima consegna all’IRA di fucili d’assalto M-16 statunitensi. Nei 20 anni successivi la polizia sequestrò circa 200 tonnellate di esplosivi fabbricati direttamente dai repubblicani.
E intanto da parte dei filobritannici proseguivano gli attacchi settari, indiscriminati, come la strage del 4 dicembre 1971 quando 15 persone perdono la vita in un attentato lealista al bar Mc Guck, (Nord Belfast). Altri due moriranno in seguito alle ferite.

Il primo maggio del 1972 IRA, ETA e FLP firmarono insieme un documento reso pubblico:
“Dichiariamo che le amministrazioni di Londra, Madrid e Parigi, con l’appoggio delle altre potenze capitaliste, opprimono nazionalmente e socialmente i popoli irlandese, basco e bretone”.

Il 1972 fu quindi un anno di particolare recrudescenza repressiva nelle Sei Contee. Basti ricordare che il 30 gennaio 1972 i paracadutisti britannici spararono contro una pacifica manifestazione a Derry, causando 13 morti e decine di feriti (“Bloody Sunday”).
E la lista delle vittime, di entrambi gli schieramenti (ma anche, troppo spesso, “vittime per caso”, civili coinvolti loro malgrado) andava tragicamente allungandosi con risvolti da vera e propria strategia della tensione (“false bandiere” etc)
Il 21 luglio 1972 nove persone muoiono per l’esplosione di una serie di bombe dell’IRA in vari quartieri di Belfast (“Bloody Friday”).
Il 31 luglio 1972 altre 9 persone (tra cui una bambina) muoiono per tre car-bombs nella cittadina di Clavdy, contea di Derry. L’Ira chief-of-staff (comandante in capo) Sean Mac Stiofain nega che la sua organizzazione sia responsabile del massacro. Il 22 agosto 1972 muoiono 8 persone e altrettante rimangono ferite in un attacco al posto di dogana a Newry, in una giornata di violenza che attraversa tutta l’Irlanda del Nord. E la sanguinante cronologia continua negli anni successivi.
Qualche esempio: il 12 giugno 1973 una car-bomb uccide sei persone a Coleraine mentre il 15 maggio 1974 sono i lealisti filobritannici a uccidere ben 31 persone (25 a Dublino e 6 a Monaghan) in una serie di attentati (vedi la “sincronicità” con la strage fascista di Brescia).
Con il 1974 iniziarono anche dei timidi negoziati tra IRA e governo britannico, ma dopo dieci mesi Londra ruppe unilateralmente la tregua.
E immediatamente riprende anche l’azione terroristica, indiscriminata, dei lealisti (coincidenza?).
Il 2 ottobre 1975 dodici persone muoiono e una cinquantina rimangono ferite in una serie di attentati e sparatorie da parte dell’UVF (Ulster Volunteer Force). Il giorno dopo l’organizzazione paramilitare protestante che evidentemente si è lasciata “prendere la mano” andando oltre il mandato britannico (o forse era un “gioco delle parti”?) viene dichiarata illegale.
Il 5 gennaio 1976 dieci lavoratori protestanti vengono uccisi a Kingmsills (Sud Armagh). La Republican Action Force rivendica l’attentato, dichiarando che sarebbe stato la risposta all’assassinio di 5 cattolici a Whitecross. E’ questo uno dei rari episodi in cui sia emersa una deriva settaria da parte dei repubblicani. ***

OBIETTIVO LONDRA
Già dal 1973 l’IRA aveva cominciato a colpire nel centro di Londra, producendo sia un maggiore interesse da parte dell’opinione pubblica che un rafforzamento della presenza di militari e servizi segreti. Tentando di scardinare l’indubbio appoggio sociale di cui l’IRA
godeva nelle aree cattoliche, i britannici appoggiarono l’IRA Official e in seguito un Movimento per la Pace a cui, non casualmente, verrà consegnato il Nobel per la medesima.
Nel 1979 l’IRA si rese responsabile della morte di Airey Neave, deputato conservatore e amico personale di Hilda Margaret Thatcher. Nell’agosto 1979 venne ucciso Lord Mountbatten (ultimo viceré dell’India) su una nave a Mullaghmore. Come autore dell’attentato, in cui morirono altre tre persone, venne condannato Thomas McMahon.
Contemporaneamente due bombe dell’IRA uccidevano 18 soldati inglesi a Warrenpoint (contea di Down).
Il 1981 passerà alla Storia come l’anno in cui 10 militanti repubblicani (7 dell’IRA e 3 dell’INLA) morirono in sciopero della fame per il riconoscimento dello status di prigioniero politico.
Il 6 dicembre 1982 una bomba dell’Irish National Liberation Army provoca la morte di 17 persone (in maggioranza militari inglesi, ma coinvolgendo anche cinque civili) nella discoteca The Droppin Well Pub a Ballykelly.
In un attacco settario tre anziani vengono uccisi durante una messa nella chiesa pentecostale a Darkley (contea di Armagh). Per padre Wilson, leader del moviemnto per i diritti civili, sarebbe stata “opera dei servizi segreti britannici”.
Nell’ottobre del 1984 una bomba dell’IRA distrusse il Grand Hotel di Brighton dove si svolgeva il congresso del partito conservatore. Cinque membri del partito rimasero uccisi e trenta feriti.
Dopo questo attentato il governo britannico stilò un accordo con quello di Dublino per arrivare alla definitiva liquidazione dell’IRA.
Il 28 febbraio 1985 nove membri della RUC (Royal Ulster Constabulary) vengono uccisi in un attacco alla stazione di polizia di Newry, mentre nel novembre 1987 ben undici persone perderanno la vita (63 i feriti) in seguito ad un attacco di “elementi incontrollati dell’IRA” (si presume) ad un Remembrance Day a Enniskillen. Nel maggio 1987 a Loughall un consistente gruppo di militanti repubblicani (componenti dell’East Tyrone Brigade) cadde in un’imboscata delle SAS e della Mobility Support Unit (truppe scelte della RUC) lasciando sul terreno otto morti.*****

Nel frattempo si andava rafforzando ulteriormente il Sinn Fein e Gerry Adams venne eletto al Parlamento di Londra (giugno 1987).

Nel 1988 si intensificarono gli attacchi contro gli interessi britannici nella capitale inglese, in particolare ai danni della City. Si registrarono azioni contro soldati inglesi anche sul continente, in Germania e in Olanda. Il 5 marzo 1988 tre membri dell’IRA vennero fucilati (dopo che si erano arresi) dalle forze speciali inglesi a Gibilterra. Durante i funerali dei tre, a Belfast, un miliziano unionista spara alcune granate provocando tre morti e sessanta feriti.****
Nei successivi funerali alle vittime dell’attacco lealista, vennero riconosciuti tre poliziotti infiltrati che furono aggrediti e linciati dalla folla. Sempre nel 1988, in giugno, una bomba dell’IRA uccide a Lisburn sei soldati britannici e in agosto altri otto a Ballygawlay. Inseguito, 24 ottobre 1990, sei soldati e un civile vengono uccisi dalle bombe lasciate dall’IRA a posti di blocco lungo il confine tra le due Irlande.

Alcuni di questi tragici eventi furono probabilmente determinanti per gli incontri segreti tra IRA e governo inglese, incontri che cinque anni dopo (dicembre 1993) sfociarono negli accordi tra Londra e Dublino, accordi in cui, almeno teoricamente, si riconosceva il diritto all’autodeterminazione per gli irlandesi.
Questi contatti erano diventati di dominio pubblico solo nell’aprile del 1993, grazie a Patrick Mayhew, ministro britannico per l’Irlanda del Nord e a John Mayor, primo ministro inglese.
Nel 1994, con il sostegno degli USA, gli accordi assunsero un maggior spessore e l’IRA, come alcune formazioni paramilitari unioniste, dichiarò una tregua (provvisoriamente interrotta nel 1996) e l’apertura di un processo per la pacificazione delle Sei Contee.

(continua)

*nota: un discorso a parte quello della consistente partecipazione dei volontari irlandesi alle Brigate Internazionali in Spagna contro il fascismo.

** nota: in un opuscolo del movimento repubblicano, quello derivato dai Provisional, risalente al 1982 (“Notes for revolutionaries”) sono riportate frasi e dichiarazioni di vari personaggi. Sono tutti di sinistra, molti comunisti:
Patrice Lumumba, Alexandra Kollontai, Samora Machel, Oliver Tambo, Lenin, Mao Tse-tung, Antonio Gramsci, George Jackson, Vo Nguyen Giap, Che Guevara, Fidel Castro, Carlos Marighela, Rafic Khouri, Kwame Nkrumah, John Reed, Trotsky, Dolores Ibarruri…
Perfino una presenza anarchica (una sola, peccato): quella di Emma Goldman,
oltre a Tashunka Witko (Crazy Horse) e Sitting Bull.

*** nota: Un altro, a mio avviso, sarà quello di Carrickmore del 17 gennaio 1992 quando l’IRA uccide otto muratori protestanti che lavoravano in una base militare (ma che non erano coinvolti né con l’UDA né con l’UVF).

****L’autore dell’attentato, Michael Stone, divenne poi un simbolo per la comunità lealista.
Catturato dalle persone presenti al funerale, venne consegnato -vivo- alla polizia e in seguito condannato all’ergastolo. Venne rilasciato nel 2000 per effetto degli Accordi di Belfast, dopo che aveva preso posizione in favore del processo di pace. Questa sua scelta fu all’origine, nel 2002, del suo volontario esilio in quanto aveva subito minacce e aggressioni da parte dei suoi ex commilitoni dell’UDA, all’epoca ancora contrari agli “Accordi del Venerdì Santo”. Presumo che in seguito sia rientrato nell’Isola.

***** nota: tutti i militanti uccisi presentavano un colpo alla testa: precisione di tiro o esecuzione? Le SAS uccisero anche un civile ( e ne ferirono un altro) in quanto “sospetto perché indossava una tuta da lavoro”. La moglie venne poi “risarcita”.

ONGI ETORRI, ARNALDO

pro Lombardia Indipendenza si congratula con Arnaldo Otegi, segretario generale di Sortu e leader indipendentista Basco, in occasione della sua liberazione dopo 6 anni e mezzo di carcere, nella convinzione che anche questa sia una importante pedina che possa portare all’applicazione del Diritto di Autodeterminazione in Euskal Herria.

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