CYMRU – di Gianni Sartori – (parte seconda)

(0 galles 2

 

LA BATTAGLIA DI CRECY

Riprendiamo in mano il nostro Arco Lungo…
Con il tempo si rivelò utilissimo anche in campo aperto, nella guerra convenzionale. Si vide che poteva scagliare 5-6 dardi nello stesso tempo che una balestra impiegava per uno (e, almeno fino a 300 metri, quasi altrettanto letali grazie al fusto dell’arco di un metro e ottanta).
Per arrivare alla piena valorizzazione delle sue possibilità bisognerà però attendere gli eventi del 1346 con la battaglia di Crecy. La serie di circostanze che portarono a questo scontro non è molto dissimile da quella che determinerà, nel secolo successivo, Azincourt (e chi ha scritto che la Storia si ripete, un volta come tragedia e quella seguente come farsa, pensava evidentemente ad altro).
Osservo per inciso che, se non proprio nell’iconografia ufficiale, almeno nell’immaginario collettivo unionista, le vicende di “un pugno di uomini predestinati che si batte e vince contro un nemico preponderante” si confondono con quelle dei coloni protestanti cinti d’assedio dai “selvaggi” gaelici nella fortezza che si erano costruiti a Derry (dopo aver preventivamente raso al suolo la vecchia città dell’Ulster).
E sempre a proposito di Irlanda e “appropriazione indebita di simboli e prodotti della cultura materiale altrui” ricordo che il barone normanno Riccardo di Pembroke, prima trapiantato nel Galles e poi nominato re del Leister (dopo l’invasione dell’isola Smeralda del 1167-1169), si farà conoscere dagli irlandesi come Forte Arco. Come è noto questa prima, parziale invasione fornì una testa di ponte per quella definitiva del re d’Inghilterra Enrico II.
Molti anni più tardi ci fu un altro genere di armi (leggermente più sofisticate) che, con un percorso inverso a quello del barone invasore, dall’Irlanda sbarcarono nel Galles (nemesi storica?).
Alla fine degli anni sessanta una componente dell’IRA (quella che poi sarebbe stata chiamata “Official” – OIRA) ritenne di dover smontare le proprie strutture combattenti per privilegiare la lotta politica e ritentare (c’erano stati dei precedenti significativi) una riunificazione delle classi subalterne (“proletarie“ si può ancora dire?) in una prospettiva socialista e interconfessionale. Forse con una certa dose di ingenuità pensava di colmare ipso facto il baratro di diffidenza e reciproca incomprensione che Londra aveva astutamente scavato tra la comunità cattolica repubblicana e quella protestante unionista*. In pratica le armi vennero regalate (o comunque svendute a prezzi fallimentari) ad un movimento di liberazione gallese.** Quando poi le milizie protestanti di Shankill Road, incuranti della mano tesa dai repubblicani, attaccarono le aree “papiste” di Belfast (Andersonstown, le “Falls”…) incontrarono ben poca resistenza a causa della smobilitazione dei Volunteers. Solo qualche reduce delle antiche campagne dell’IRA e alcuni giovanissimi “estremisti” salirono sui tetti per difendere la gente (a schioppettate, s’intende). Le armi utilizzate nella circostanza erano poco più che residuati bellici ma così cominciava la leggenda dei Provos (IRA Provisional- PIRA).

Abbandoniamo ora i quartieri in fiamme di Belfast (e il contenzioso, ormai datato, tra OIRA e PIRA) per riapprodare in terra di Francia dove avevamo lasciato la spedizione di Edoardo III sbarcato nel 1339. Il suo agguerrito esercito era costituito in gran parte da mercenari, scarsamente interessati alle pretese inglesi sulla corona francese.
Astutamente l’esercito francese evitò lo scontro decisivo finché il re inglese, esauriti i fondi, non si trovò abbandonato dai suoi prezzolati combattenti. A quel punto Edoardo, costretto a dar battaglia in condizioni di inferiorità, dimostrò di aver ben appreso le lezioni impartite dagli irriducibili gallesi
al suo esercito. Appiedò i pochi cavalieri rimasti (proprio come accadrà ad Azincourt) inserendogli tra gli arcieri, sia come forma di “incoraggiamento” che di controllo.
I micidiali tiri degli Archi Lunghi provocarono circa 1500 morti tra la cavalleria francese (le perdite inglesi non furono più di un centinaio) e, cosa inedita all’epoca, gli arcieri non fuggirono di fronte alla carica dei cavalieri ma continuarono a scagliare dardi.
Si trattò di un cambiamento radicale rispetto alle “tradizioni” della fanteria medievale e dopo Crecy
“niente fu più come prima”. Non solo le cotte di maglia vennero sostituite dalle corazze, ma gli arroganti cavalieri (soprattutto i più spilorci, vista la vulnerabilità dei costosi cavalli) presero a combattere spesso a piedi, nonostante la cosa potesse apparire “declassante”.
Cari i miei lettori (quanti? Mezza dozzina? Meglio che niente nda): se questo disquisire sull’Arco Lungo e le due-tre battaglie che lo resero celebre dovesse apparirvi eccessivo e sproporzionato, ricordo che sono migliaia le pagine prodotte da storici e affini sull’argomento. Ma quasi tutte per celebrare l’innovazione introdotta nell’arte della guerra dall’Arco Lungo (e di riflesso nella società civile), considerato un “frutto della genialità tecnica e strategica degli inglesi”. Senza concedere un riconoscimento, per quanto tardivo, agli unici che potrebbero legittimamente rivendicarne il brevetto, i gallesi appunto.
E anche vero che i “Piccoli popoli” (gallesi, baschi, galleghi, bretoni, corsi, irlandesi, sardi…) minorizzati e oppressi dai potenti Stati-nazione non si sono mai particolarmente distinti per la loro volontà di dominio; combattenti valorosi quando si tratta di difendere la propria terra e la propria identità, non si sono scomodati più di tanto per andare a conquistare, colonizzare, sfruttare altri popoli e nazioni (sia in Europa che nel cosiddetto terzo Mondo).

Comunque sia l’esempio dell’Arco Lungo, inteso come prodotto della “cultura materiale” gallese espropriato dagli inglesi (per poi utilizzarlo su “scala industriale”), era propedeutico al tentativo, meno scontato, di dimostrare che la cultura dominante si è impadronita anche dell’immaginario tradizionale (o almeno ha tentato di farlo: manipolando, alterando e mistificando).

LA TESTA DEL GUERRIERO: PROPAGANDA, “RICICLAGGIO” O “INTOSSICAZIONE”?

Azzardo umilmente un’ipotesi: i gallesi potrebbero essere stati espropriati anche sul piano del patrimonio mitico collettivo, quello celtico originario.
Prendiamo un classico: “I Quattro Rami del Mabinogion”. Non mi aveva mai convinto la faccenda della testa di Bendigeidfran sepolta nei dintorni di Londra: Vistosi irreparabilmente in via di decesso l’eroe gallese ordinò ai suoi seguaci di decapitarlo. La testa, come da tradizione, rimase fresca, rosea e vitale. Inoltre conservò l’uso della parola e ordinò di venir tumulata sotto ad un misterioso “Monte Bianco” della campagna londinese, nei pressi dell’odierna capitale.*** Difficile stabilire dove finisca la trascrizione della leggenda originale e inizi l’interessata manipolazione.
Chi a Londra deteneva il potere sembra si sia ritrovata, bella e pronta per l’uso, una dimostrazione della sostanziale continuità tra dinastie (celtiche, sassoni, normanne…), garantita dalla permanenza del luogo fisico depositario del carisma regale-nazionale. Dove per Nazione si intende “Regno Unito” con l’Inghilterra egemone (“United we stand; divided we fall”).
L’epoca della stesura è quantomeno sospetta, dato che i “Quattro Rami” risalgono al sec. XIV (tra Crecy e Azincourt, vedi anche il curioso particolare della testa sepolta “con lo sguardo rivolto alla Francia”) e sono l’opera di bardi in servizio alle corti normanne insediate nel Galles.
E’ umanamente comprensibile che questi cortigiani, per compiacere i loro datori di lavoro e guadagnarsi un tozzo di pane, rivestissero con “panni cavallereschi” le imprese delle barbare divinità e dei grossolani eroi dei Celti. Ma temo si siano spinti anche oltre, fornendo mattoni alla costruzione ideologica dei dominanti (ossia all’ideologia dominante). Naturalmente non si può escludere a priori che anche nella versione originaria si parlasse proprio di Londra. Prima che i sassoni vi mettessero piede l’intera “Albione” era abitata dai Celti. Poi dovettero fuggire in Irlanda o In Bretagna (e per questo il bretone è ancora sostanzialmente comprensibile dai gallesi, e viceversa) o rifugiarsi nella roccaforte del Galles.
Ma comunque la cosa stride, “puzza” di manipolazione. Almeno la sorella Branwen, persona alquanto sfortunata, aveva avuto il buon gusto di farsi inumare nell’isola di Anglesey.
E poi, se proprio un monte doveva essere, il degno monumento funebre per il valoroso guerriero decollato (Bendigeidfran), andava benissimo anche il classico Snowdon. Non viene forse considerato il più plausibile tra i luoghi descritti come estrema dimora di Re Artù?****

Quanto a questo, è assai probabile che il ciclo originario di Artù derivi dalla sovrapposizione (legittima in quanto interna alla tradizione culturale celtica) tra le imprese di un capo guerriero celta del V o VI secolo d.C. che combatteva contro gli invasori e una primordiale divinità -Artor- il cui culto era diffuso anche in Gallia. I rifacimenti successivi (sia la Storia dei re di Britannia di Goffreddo di Monmouth che l’opera di Robert Wace) rappresentano un ulteriore, raffinato esempio di “contaminazione” del XII secolo e risentono pesantemente della necessità di legittimare una presunta continuità tra le dinastie autoctone e quelle degli invasori (prima sassoni poi normanni).

LA SPADA NELLA ROCCIA

La stessa vicenda della “Spada nella Roccia” deve aver subito una serie di interessate manipolazioni, al punto da venire abitualmente proiettata in un improbabile scenario medievale di maniera, sfondo ideale per ribadire che la monarchia veniva restaurata per volontà divina, onde ristabilire l’ordine interno e l’unità del Regno.
Sarebbe interessante stabilire se queste versioni “rivedute e corrette” della vicenda arturiana abbiano fornito (fin dal XIII sec.) un “modello operativo” a Edoardo I o ne rappresentino invece una velata trascrizione apologetica. Il re inglese in questione riuscì appunto a mettere ordine tra i suoi turbolenti vassalli, indispensabile premessa per riconquistare il Galles annettendolo con lo statuto di Rhuddalan (1284). Proprio dai conflitti tra baroni e Corona avevano tratto vantaggio i gallesi, tanto da conquistare un periodo di autentica indipendenza con Llewelyn I e Llewelyn II, due “epigoni” di Artù molto più autentici, plausibili e legittimi.
Non solo dell’inglese al 100% Edoardo, ma anche di quell’Enrico Tudor originario del Galles che divenne re d’Inghilterra nel 1485. *****
Anche ammesso che avesse qualche litro di sangue gallese in corpo NON fa ugualmente testo (così come non fanno testo un corso imperatore dei francesi e un sardo ministro dell’Interno o presidente della Repubblica italiana).
Quanto ai soidisant “Principi del Galles”, sono tali, ovviamente, solo pro-forma.
Sembra invece siano, purtroppo, proprietari dell’intera Cornovaglia (quasi, diciamo), la pittoresca contrada celtica denominata fino al IX secolo “Galles occidentale”.

RELIGIONE OPPIO DEI POPOLI? CERTO, MA ANCHE CON QUALCHE EFFETTO COLLATERALE POSITIVO (TALVOLTA)

Un accenno poi bisogna farlo al ruolo fondamentale che ebbe la Riforma protestante per la conservazione del Cymraeg, la lingua nazionale gallese. Nel 1580 (altre fonti riportano il 1588) il vescovo Morgan tradusse e fece pubblicare la Bibbia in gallese, un fatto che risulterà di importanza capitale per la sua stessa sopravvivenza e per la produzione di una vera e propria lingua letteraria unificata (fortemente influenzata dall’ambiente puritano). Non mi pare pedanteria rilevare che nello stesso periodo (tra il 1570 e il 1590) i conflitti religiosi tra cattolici e protestanti in Iparralde (Euskadi Nord, sotto amministrazione francese) favorirono lo sviluppo di una notevole letteratura cristiana in euskara.

E oggi? Intanto, soprattutto nel corso degli anni ottanta del secolo scorso, in Galles sono arrivati i giapponesi (Nissan, ma non solo): a comprare terreni, investire capitali e (se dovessimo dar credito ai prezzolati uffici-stampa) “portare benessere alla vallate sottosviluppate”. Una modernizzazione neocoloniale (o un anticipo di globalizzazione) che ben presto ha cominciato a svelare l’altra faccia del “progresso”. Per esempio con la chiusura di molte miniere (come a Marthyr Vale e a Oakdale) e conseguente disoccupazione. Ma con questo siamo ormai negli anni della stramaledetta Lady di Ferro (che il diavolo se la goda, ora!) e quindi per ora mi fermo qui.

Gianni Sartori

*nota: su questo contenzioso (una lite in famiglia, per quanto aspra) le destre fasciste italiane, vecchie e nuove, ci marciano da anni. A sentir loro si sarebbe trattato di una divisione tra “marxisti” e nazionalisti. Effettivamente negli Official la componente marxista era ben presente (come in tutto il movimento repubblicano, almeno da James Connolly), ma si trattava in realtà di riformisti (“revisionisti”?) che approdarono prima all’eurocomunismo e poi alla socialdemocrazia. La parte più coerentemente rivoluzionaria e antimperialista uscì dagli Official per fondare l’INLA (v. Seamus Costelo, in seguito eliminato sembra proprio dagli Official. Nel 1972 aveva partecipato ad un convegno internazionale organizzato a Firenze da Potere Operaio). Quanto ai Provisional, il loro riferimento erano le lotte di liberazione delle colonie portoghesi, l’Algeria, Cuba, il Vietnam…in sostanza una lotta di sinistra e antimperialista (come per i baschi dell’ETA) con la prospettiva della liberazione nazionale e del socialismo.
Stavo ora consultando un vecchio opuscolo del Movimento repubblicano, quello derivato dai Provisional (“Notes for revolutionaries” del 1982) in cui sono riportati i pensieri di vari personaggi a cui far riferimento. Sono tutti di sinistra, molti comunisti: Patrice Lumumba, Alexandra Kollontai, Samora Machel, Oliver Tambo, Lenin, Mao Tse-tung, Antonio Gramsci, George Jackson, Vo Nguyen Giap, Che Guevara, Fidel Castro, Carlos Marighela, Rafic Khouri, Kwame Nkrumah, John Reed, Trotsky, Dolores Ibarruri…
Perfino una voce anarchica (una sola, peccato), quella di Emma Goldman. Dimenticavo. Ci sono anche, giustamente, Tashunka Witko (Crazy Horse) e Sitting Bull che non erano comunisti o anarchici ma semplicemente già “oltre” e “altrove”. Questi erano i riferimenti politici di combattenti come Bobby Sands e Patsy O’Hara.
E quindi ribadisco: ”fascisti, giù le zampe dall’Irlanda”.

** Naturalmente la lotta per l’autodeterminazione del popolo gallese non ha mai conosciuto l’asprezza di quella irlandese o basca. Ci fu comunque un episodio di forte insubordinazione negli anni trenta del secolo scorso. Nel 1935 il governo inglese decise di costruire una scuola militare per la RAF a Penyberth (una base, sostanzialmente) provocando le proteste della popolazione e manifestazioni di massa.
Vedendo che comunque i lavori proseguivano, tre quarantenni ben inseriti nella loro comunità (Lewis Valentine, Saunders Lewis e D.J. Williams: il primo un pastore battista, gli altri due insegnanti e scrittori) decisero di passare all’azione diretta. L’8 settembre 1936 incendiarono, completamente, la “Scuola di Bombardamento Aereo” di Penyberth. Il clamoroso gesto passò alla storia, quella gallese s’intende, come Tan y Llyn (“Fuoco di Llyn”, dal nome della penisola di Penllyn dove sorge Penyberth).
Uno dei tre sabotatori, Saunders Lewis, era tra i fondatori del Plaid Cymru (nel 1925).

***a riportare il mito celtico delle teste tagliate parlanti in epoca moderna ci ha pensato l’irlandese Pat O’Shea con “The Hounds of the Morrigan”.

****Altre versioni danno per certa la collina di Glastonbury, nel Somerset, appena oltre i confini del Galles occidentale, in prossimità della Cornovaglia. La variante “Etna” mi sembra alquanto fantasiosa e apocrifa. Almeno nel caso di Artù, quindi, la tradizione popolare gallese si è riappropriata dell’identità -celtica- di un suo eroe nazionale (per quanto mitico, ma con qualche fondamento storico: avrebbe combattuto contro i sassoni) ponendolo a estrema dimora nel suolo che gli spetta. Stesso destino, più recentemente, per la Tavola rotonda. E’ sempre più diffusa (a livello di immaginario collettivo, chiaro) la convinzione che il glorioso manufatto si trovi sepolto sotto qualche tumulo gallese (magari in un sidh?). Quanto a quella presunta, esposta a Winchester, neanche la propaganda filo-inglese più smaccata riesce più a nascondere che trattasi di una imitazione risalente al medioevo.

***** Avrei volentieri fatto a meno di questa nota (dolente). Ritengo tuttavia doveroso ricordare che tra gli antenati dell’Enrico Tudor, una sfilza di gallesi collaborazionisti, ci fosse anche quell’Owen, prima cortigiano di Enrico V e poi convivente della regina Caterina (rimasta vedova non del tutto inconsolabile). Owen, inoltre, si trovava anche ad Azincourt, pare come scudiere. E’ notorio che fu proprio un suo nipote (figlio di uno dei tre avuti da Caterina con Owen) a reclamare con successo il trono e a regnare come Enrico VII (o almeno così credo, se non mi sono perso qualche puntata di questa versione gallese di “Radici”).

CATALUNYA BATTE LOMBARDIA 9 A 50

Roberto Maroni

(0 artur firma--644x362

Mi sembra logico tranquillizzare subito gli amici che leggeranno queste due righe: non sono impazzito e la matematica non è diventata un’opinione.
I dati inseriti nel titolo fanno semplicemente riferimento AI MILIONI DI EURO stanziati dalle rispettive entità pubbliche (Generalitat e Regione Lombardia) per lo svolgimento di una votazione referendaria sui rispettivi territori.
Infatti la Generalitat de Catalunya ha investito SOLO 9 milioni di Euro scarsi (per la precisione 8.886.724,5 euro) per la consultazione del 9N, il referendum che doveva indicare quale percentuale di cittadini Catalani fosse favorevole all’Indipendenza, e cioè al distacco da Madrid con la conseguente creazione di una nuova Repubblica Catalana.
Quale sia stato poi il risultato del referendum penso sia noto a tutti e quale sia stata la spinta al processo di autodeterminazione catalana altrettanto. Certo è che, anche a causa di tale stanziamento, l’ex President Artur Mas è stato messo sotto inchiesta dalla magistratura spagnola.
Passiamo ora al Referendum lombardo “sull’autonomia”: a parte il fatto che siamo di fronte a due cose di peso ben diverso (come diversi assolutamente sono i concetti di “autonomia” e “indipendenza”), abbiamo avuto da parte della Giunta regionale lombarda, guidata da Roberto Maroni, uno stanziamento di ben 50 MILIONI DI EURO, una cifra assolutamente spropositata che va a gravare sul bilancio dei cittadini lombardi e delle loro famiglie. Sicuramente gli “esperti” di Palazzo Lombardia avranno ben fatto i loro calcoli: a noi sembra che, vista la quasi parità di territorio e popolazione fra Catalunya e Lombardia, questa cifra stanziata sia completamente fuori luogo.
A questo ovviamente si aggiunge il problema di carattere politico: quale impatto può avere un referendum in cui si chiede alla popolazione lombarda se si trova d’accordo nell’avere una maggiore percentuale di autonomia dallo Stato centrale, ben sapendo che ogni concessione, e sottolineo CONCESSIONE, in tale ambito deve essere decisa a Roma e votata dal Parlamento romano?
NULLA, MENO DI NULLA… siamo semplicemente davanti all’ennesima sparata di carattere propagandistico da parte di una Giunta Regionale impregnata di affarismo, poco coraggiosa, condizionata dall’appartenenza alla sfera politica italiana e che, nonostante le ambizioni, è assolutamente non paragonabile all’istituzione catalana di riferimento.

Alberto Schiatti
pro Lombardia Indipendenza – Insubria

fonti:
http://www.publico.es/politica/consulta-catalana-costara-nueve-millones.html
http://espresso.repubblica.it/attualita/2015/07/16/news/lombardia-il-referendum-per-l-autonomia-costa-cinquanta-milioni-di-euro-1.221495

CYMRU – di Gianni Sartori – (parte prima)

(0 Cymru

 

“Sappiate che io sono Dafydd ap Hywel, un uomo dell’Arco Lungo,lo stesso che fu fabbricato e usato per la prima volta nel Galles e che in seguito è stato falsamente conosciuto come un’arma inglese. Perciò io viaggio, per insegnare a questi arcieri inglesi che nessuno di loro è in grado di reggere il confronto con un gallese come me, al tiro al bersaglio fisso o mobile, o per la lunghezza del tiro, o in qualunque altra cosa vogliamo provare con arco, corda e freccia: perché io sono della stirpe dei veri arcieri, e loro no”.
(The Dragon and the George)

 

I gallesi, i maestri inventori dell’arco celtico (impropriamente detto “inglese”) rappresentano una entità culturale ed etnica distinta dagli altri popoli della Britannia. Con questo articolo a carattere “popolare-divulgativo” (senza alcuna pretesa di natura accademica, assolutamente) cerchiamo di capire perché.

MA I DRAGHI, ABITANO ANCORA QUI?

In un primo tempo l’idea di cercare un’adeguata citazione tra le pagine del romanzo di Gordon R. Dickson (1923 – 2001) non aveva niente a che vedere con l’orgoglioso personaggio dell’arciere gallese dalla “strana” cadenza musicale (strana come straniera; non poteva essere altrimenti per i suoi interlocutori inglesi dato che gli abitanti del “Wales” vengono chiamati “Welsh”, ossia “stranieri”), il cui nome rievoca alcuni dei maggiori poeti gallesi del XIV e XV secolo: Dafidd ap Gwilyn, Dafidd Nanmor, Dafidd ab Edmwnd…

Mi era del tutto estranea anche solo l’idea della sua esistenza (entra in scena solo alla fine dell’XI capitolo) e fino a quel punto ero ancora incerto tra questo romanzo e un racconto di Tolkien (Farmer Giles of Ham) dove c’è una precisa identificazione del Galles come patria per eccellenza di Draghi e affini. E’ vero che in fondo, tradendo la sua natura bigotta e conservatrice, Tolkien non si distacca più di tanto di soliti luoghi comuni che vorrebbero il drago violento e cattivo per contratto, vera personificazione del Male e/o del Maligno. Invece nella favola di Dickson un drago di nome Gorbash assurge niente meno che al rango di co-protagonista.
A questo punto qualcuno si starà magari chiedendo cosa c’entrano i draghi con il Galles e viceversa.
Non dovrebbe fare altro che osservare una bandiera nazionale gallese dove troneggia appunto un vistoso drago color rosso (su sfondo verde e bianco) accessoriato con grandi ali, scaglie, artigli e coda dalla punta acuminata.

Chissà. Forse gli ultimi esemplari avevano trovato rifugio tra le montagne del Cymru (assieme a giganti, elfi, banshee e alla dea-cavalla Riannon…), qui sospinti dall’incalzante invadenza dei popoli colonizzatori, notoriamente insofferenti delle “torbide” fantasticherie di cui si dilettavano i Celti.

L’ARCO LUNGO, IL KALASHNIKOV DEI CELTI NELL’ANNO MILLE
Fu un’autentica sorpresa scoprire che il famoso “ARCO LUNGO INGLESE” (citato assai nei testi di Storia militate, e non) era in realtà gallese. Lasciamo quindi in pace l’altero Dafydd che avrà comunque altri dieci capitoli per farsi onore, sia combattendo eroicamente contro Brutti Ceffi, Orchi, Arpie e altra “varia umanità”, sia scopandosi l’amazzone Danielle O’ the Wold (inglese ma latitante, specie di Robin Hood in gonnella, alquanto avvenente stando alle descrizioni). Occupiamoci invece seriamente della sua arma micidiale. L’Arco Lungo era già diventato una celebrità (entrando di diritto nella Storia, intendo quella scritta e ufficiale) per l’uso sistematico che ne fecero le truppe di Eduardo III durante la “Guerra dei cent’anni”. Per un lungo periodo costituì il maggior punto di forza dell’esercito inglese (assieme alla neonata, ma non ancora completamente valorizzata, bombarda).
Ma il culmine della fama lo raggiunse con la battaglia di Azincourt, combattuta il 25 ottobre 1415 da Enrico V in trasferta sul territorio francese.
Questo sanguinoso combattimento viene universalmente considerato come una pietra miliare dell’epopea bellica inglese. Un esiguo numero di britannici appiedati (seimila circa, cinquemila dei quali arcieri) sconfisse un numero preponderante di francesi, cavalleria compresa. Si calcola che questi assommassero a venticinquemila (ma alcune fonti danno cifre anche dieci volte superiori); in ogni caso la sproporzione numerica tra i contendenti era enorme.

AZINCOURT: UNA BATTAGLIA CHE I SEICENTO DI BALAKLAVA EVIDENTEMENTE NON AVEVANO BEN STUDIATO

Tale battaglia rappresentò la drammatica conclusione di una spedizione capeggiata da Enrico V su quei territori della Francia che l’Inghilterra aveva perso nel corso della “Guerra dei cent’anni”. Il mito di Azincourt è tutt’uno con quello dell’Arco Lungo che in tale circostanza riconfermò ampiamente la sua reputazione di arma strategicamente rivoluzionaria e anche certe implicazioni socio-politiche. Gli arcieri non erano altro che dei contadini addestrati, dei combattenti appiedati (volgare “fanteria”) ma si dimostrarono in grado sia di sostenere l’assalto della cavalleria tradizionale che di intervenire direttamente nel combattimento (e completare l’opera scannando un bel po’ di quei baroni corazzati e vanagloriosi).
Va anche detto che le cronache riportano anche la partecipazione volontaria di molti contadini francesi ad alcuni combattimenti contro gli invasori. Dico questo perché, comunque la si giri, sempre di invasione si trattava e quindi, al di là del dovuto riconoscimento all’esercito “popolare” (inglese) contro l’aristocrazia (francese), va considerato anche un altro aspetto della faccenda. Azincourt è anche un significativo esempio (un prodromo?) della indiscussa capacità del “blocco al potere” inglese nel coinvolgere le classi subalterne nelle proprie imprese “coloniali”, nel renderle complici dei suoi progetti imperiali (dai coloni, scozzesi, spediti nell’Ulster al vergognoso entusiasmo popolare -anzi, plebeo- per l’impresa delle Malvinas). O no?

Le amare esperienze del secolo precedente (Crecy e Poitiers) avevano indotto gli uomini d’arme francesi a sostituire la cotta di maglia (su cui le acuminate frecce lunghe un metro, scagliate da un arco col fusto di un metro e ottanta, menavano strage) con corazze d’acciaio.
Ma ad Azincourt lo scopo principale dei primi lanci era quello di provocare i cavalieri scatenandone la carica. Come è noto questa avrà effetti disastrosi per gli assalitori. Il sangue freddo di cui seppero dar prova gli arcieri (aiutati da una rudimentale palizzata che si erano portata appresso per tutta la durata della campagna) infranse le fila dei cavalieri lanciati al galoppo. Molti finirono impalati, disarcionati o infilzati e nella rotta che ne seguì gli arcieri poterono scagliare contro le terga del nemico altri nugoli di frecce dall’effetto devastante, soprattutto sui poveri cavalli.
A questo punto entrarono in azione gli uomini d’arme francesi appiedati (anche per non rimetterci il cavallo che le frecce potevano, quantomeno, storpiare). Nel loro schieramento, man mano che si avvicinavano, si aprivano vuoti sempre più grandi. Infatti la minore distanza permetteva ai dardi (N.B. cinquemila ogni dieci secondi) di abbattere i francesi appiedati per quanto ricoperti di ferraglia. Dotate di una “punta a stiletto”, le frecce erano in grado di trapassare, a breve distanza, anche l’acciaio.
Poiché disdegnavano di incrociare le armi con combattenti ad essi socialmente inferiori (tali venivano considerati gli arcieri) gli uomini d’arme francesi puntarono direttamente sugli stendardi dei tre gruppi (esigui) di loro pari d’oltre Manica, riducendo così la portata complessiva dell’impatto.
La linea inglese “tenne” ed è in questo frangente che avviene un fatto in qualche modo rivoluzionario.
Gli arcieri, dopo aver scagliato quanto rimaneva nelle faretre (si calcola avessero a disposizione una cinquantina di frecce a testa), intervengono direttamente nel combattimento corpo a corpo. Si armano di spade, asce, mazze, alabarde raccolte sul campo di battaglia e si scagliano contemporaneamente contro il “nemico” (in senso stretto e contingente) e contro il “nemico di classe”: gli uomini d’arme francesi blasonati e altolocati.
Per qualche apologeta il loro gesto assume il significato di uno stravolgimento sia della piramide gerarchica che della “catena di comando” . Non saprei quanto a proposito, si parlò anche di una anticipatrice “vittoria popolare-democratica”. Quel che più conta, salvarono la pelle e la situazione garantendosi il ritorno, fino a quel momento piuttosto incerto, a casa.
Parecchi vi aggiunsero anche un buon riscatto, ricavato dai prigionieri più abbienti; gli altri, come costumava, vennero scannati sul posto.
Complessivamente gli inglesi persero soltanto qualche centinaio di uomini e uccisero circa 5000 (cinquemila!) francesi. E tutto, non dimentichiamolo, per merito dell’arco gallese.
La battaglia di Azincourt rappresentò l’apoteosi degli arcieri, il culmine di un processo iniziato circa settant’anni prima, a Crecy (1346). Successivamente anche l’Arco Lungo comincerà a diventare obsoleto rispetto ai nuovi tipi di armamenti, ma questa è un’altra storia. Volendo si potrebbe definire Crecy la “prova generale” per Azincourt; oppure Azincourt la “replica su scala industriale” di Crecy.
Ma per essere obiettivi bisognerebbe risalire a ritroso nel tempo, almeno fino alle “guerre di guerriglia” combattute dagli indigeni tra i monti del Galles.

UNA GUERRA DI GUERRIGLIA
Stando al parere di alcuni storici, l’apparato militare di cui disponeva la monarchia normanna era, tutto sommato, alquanto carente e inadeguato. Per gli appassionati di Storia ricordo che Guglielmo, duca di Normandia, aveva traversato la Manica con il suo esercito nel settembre del 1066 e che quella normanna non fu (a differenza di quelle precedenti: Angli, Sassoni…) una “invasione di massa” ma la pura e semplice presa del potere da parte di una élite guerriera. Inutile dire che a quel tempo buona parte delle popolazioni celtiche britanniche erano state sottomesse (o avevano attraversato la Manica in senso inverso…) dai popoli germanici che avevano invaso l’isola attorno al V secolo d.C. Tra gli irriducibili, appunto quelli di Cymru. I Nuovi Padroni cercarono di rimediare alle carenze dei loro eserciti assoldando mercenari e reclutando soldati a piedi.
Tra l’altro la fanteria si doveva dimostrare molto efficiente nelle spedizioni punitive contro i villaggi ribelli e in caso di rappresaglie contro i civili (tanto per ridimensionarne lo spirito “democratico” che talvolta le viene attribuito).
In particolare, durante i ripetuti tentativi di sottomettere gli abitanti di Cymru, la cavalleria tradizionale feudale, specializzata nel combattimento in campo aperto, aveva dato prova di scarsa efficacia Si trattava di combattere in mezzo alle montagne, contro un popolo che difendeva le sue libertà e adottava la tattica guerrigliera ante litteram del “mordi e fuggi”. Oggi possiamo soltanto immaginare quante “piccole Azincourt” abbia collezionato la nobiltà normanna a cavallo tra i monti e le vallate del Galles. Episodi su cui gli storici inglesi non sembrano aver voluto indagare più di tanto…ne andava forse dell’onor patrio?
L’uso magistrale del loro arco, di cui davano ripetutamente prova i tellurici partigiani gallesi, portò gradualmente all’adozione dell’arma anche da parte delle truppe normanne. Del tutto infondata l’ipotesi (spacciata per “scientifica” da alcuni autori, ovviamente inglesi) secondo cui, costretti dalle particolarità geografiche e ambientali nelle quali si trovavano a dover combattere, i normanni lo avrebbero ideato di sana pianta. Niente di strano: il più delle volte è la contro-guerriglia che adotta le armi della guerriglia (fino al caso limite di Raoul Salan). Del resto anche trappers e “uomini della montagna” utilizzarono spesso il “primitivo” arco indiano, senz’altro più pratico ed efficace nelle guerre di frontiera.

PARENTESI SU UN GALLESE CHE, FORSE, AVEVA MOMENTANEAMENTE PERSO LA STRADA DI CASA….
Non posso neanche pensare che la faccenda dell’arco fosse ignorata dal (modesto? Direi di no) precursore gallese di Lovecraft, quell’Arthur Machen destinato a essere conosciuto (triste ironia della sorte) come “lo scrittore più decadente della letteratura inglese”. Ma con ogni probabilità ritenne cosa saggia non divulgarla per timore di urtare l’amor proprio dell’establishment londinese da cui cercava in tutti i modi di farsi benvolere. C’è un racconto dove (quasi come in un lapsus) Machen svela il suo interesse per l’Arco Lungo e proprio quando si omologa alla più scontata apologia del nazionalismo inglese.
In “The Bowmen” (del 1914) riesuma gli arcieri di Enrico V e li sbatte in trincea, nella Prima Guerra Mondiale. Scese direttamente dal Paradiso, le proiezioni astrali di quelli di Azincourt si pongono alla testa dei reparti inglesi sul punto di venir travolti dalle preponderanti forze tedesche, fermano l’assalto del nemico e praticamente triplicano i morti del 1415, in nome di sua graziosa maestà britannica. Il tutto condito da voci possenti e invocazioni attraverso il cielo. “Ah San Giorgio, ah San Giorgio della lieta Inghilterra! Un lungo Arco, un forte Arco”.
Il ben noto massacratore di draghi, tanto amato dai fascisti inglesi, viene infatti a dar man forte, evocato da un soldatino vegetariano che biascica il latino e recita la formula magica: “ADSIT ANGLIS SANCTUS GEORGIUS”.
Fin qui la trama fantasy; ma ci fu un seguito, ben documentato storicamente.
Decine e decine di lettere dal fronte (diligentemente pubblicate dalla stampa inglese) in cui i soldati raccontavano, con piena convinzione e dovizia di particolari, di aver assistito al miracolo in diretta, sullo stesso copione del Machen (coincidenza sincronica?).
In tempi normali, tali visionari sarebbero stati sbattuti in manicomio, ma nella follia generale del “grande macello mondiale”, anche le loro lettere servivano a galvanizzare le truppe e tenerne alto il morale. Per inciso, questa fu una delle rare occasioni in cui il nostro (quasi rinnegato?) gallese conobbe la Fama invece dell’abituale fame quotidiana. Bisogna pur vivere; e cosa c’è di meglio della propaganda patriottica per rimediare qualche sterlina, soprattutto se si è nati a Caerleon-on Usk? Oltre a rincuorare i brits la novella servì a stendere un velo (letteralmente ma poco pietosamente) di fatale e mistica volontà divina sulla misteriosa morte di alcuni migliaia di tedeschi.
A qualcuno invece sorse il legittimo dubbio che anche le truppe britanniche avessero utilizzato gas asfissianti.
Rileggendo “The Bowmen” l’apologia appare così evidente (pacchiana quasi) da far quasi pensare che l’autore volesse farsi beffe dello sciovinismo britannico. Certo, Machen non era il tipo, ma chissà, forse inconsciamente…
Resta il fatto che lo scrittore aveva comunque svenduto alla cultura dominante parte del suo retaggio ancestrale. Un tipico intellettuale colonizzato, al punto di aver quasi paura della sua identità (o della sua “Ombra” visto che i Celti vivevano tra le Ombre) e condividere alcuni dei peggiori luoghi comuni messi in giro da “John Bull” sugli antenati di “Taffy”.
Sempre per compiacere i suoi datori di lavoro inglesi, in altri racconti arriverà a “criminalizzare” fate, elfi etc. (simulacri dei Celti originari) riducendoli a infide e crudeli entità dedite a riti satanici innominabili. Massima perfidia e attività prediletta di queste creature subumane sarebbe quella di scambiare nelle culle “piccoli sassoni rosei e paffuti con esserini dal colore olivastro, dagli occhi neri e penetranti (sottintendendo che i sassoni hanno gli occhi azzurri, suppongo nda), magri e avvizziti, bambini insomma di un’altra razza”. Celti, Iberniani, Pitti…fate voi.
Inoltre, quando non si industriavano per rapire e ingravidare le signore inglesi per bene, amavano “ricoprirsi con la pelle del serpente” (ancora il Drago? nda) e regredire allo “stadio animale”.
Forse per rincarare la dose o per ingraziarsi ulteriormente la Corona (magari pensando a quando il Plantageneto si vide portare in dote da Eleonora d’Aquitania due province basche, Lapurdi e Zuberoa) Machen paragona la leggendaria “razza delle colline, rimasta indietro di millenni rispetto all’umanità civile “(sta parlando degli antichi abitanti del suo Galles…cose da pazzi!) ad un altro popolo montanaro minorizzato (e criminalizzato, regolarmente): “razza immutata e immutabile come immutabili sono i Baschi”. E fortuna che non aveva notizie su Cimbri e Mocheni…
Concediamogli tuttavia di aver sollevato almeno in un’occasione, con “Il Grande Ritorno”, dalla subalternità cronica alla letteratura ufficiale britannica quel “folclore” celtico che continuava a impastare la sua, per quanto colonizzata, visione del mondo. (CONTINUA)

Gianni Sartori

„Verkaufte Heimat“ – uno sguardo sulla storia recente del Sud-Tirolo

Il film „Verkaufte Heimat“, che si rifà al testo dello scrittore tirolese Felix Mitterer ed è stato girato nel 1989 per la regia di Karin Brandauer (parte 1 e 2) e Gernot Friedel (parte 3 e 4), tratta delle vicende storiche sudtirolesi dal 1938 alla metà degli anni Sessanta.

I sottotitoli in italiano sono stati realizzati a cura del Centro Multilingue – Ripartizione Cultura italiana della Provincia Autonoma di Bolzano.

Per tre anni, fino alla fine del 2018, sul canale Youtube del Centro e della Mediateca Multilingue,  le persone interessate potranno visionare gratuitamente il film „Verkaufte Heimat“ con sottotitoli in italiano.

 

 

 

CANTONI O CANTONATE ?????

(0 Corno Maroni

 

Il presidente Maroni ha annunciato di voler creare un comitato di esperti per delineare un nuovo assetto istituzionale della Lombardia in conformità con la riforma costituzionale voluta dal governo Renzi. Tale comitato dovrebbe essere formato da politici, professori universitari e membri delle Camere di Commercio.
Una presa di posizione di questo tipo, che vede quindi una parziale accettazione della riforma governativa, ha sollevato critiche anche in seno alla maggioranza, ma ha visto anche aperture da parte dell’opposizione. Per quanto riguarda la nostra posizione, rileviamo come la Lega Nord si presenti sempre e comunque come un movimento schizofrenico nelle sue “strategie”. Prima di giudicare la validità di questa proposta sarà bene aspettare qualche tempo. Visti gli ultimi 30 anni di gestione politica, non mi sorprenderebbe se domani Maroni passasse a parlare di tutt’altro(macroregione, regione europea, Lombardia deboldrinizzata o qualche altro slogan privo di contenuto). Per semplificare la discussione, e per poter analizzare in modo effettivo la proposta, poniamo, per assurdo, che essa provenga da un partito con qualche credibilità.
Maroni cerca di anticipare i tempi rispetto all’entrata in vigore, previo referendum, della riforma costituzionale, cercando di ottimizzare i tempi e di creare una nuova struttura a livello lombardo con l’inserimento dei cantoni in parziale sostituzione delle province. Un modo per far sì che la Lombardia si faccia trovare pronta ad un cambiamento di grande entità degli enti locali, senza il rischio di una sovrapposizione di poteri e competenze. Maroni, nelle vesti di amministratore di un ente locale italiano, fa in questo caso una scelta oculata.
Sorge spontanea una domanda: che ne è del Maroni paladino dell’autonomia lombarda, e che ne è del referendum per l’autonomia? Il buon presidente ha annunciato in pompa magna che il referendum si sarebbe tenuto il 29 di maggio, festa della Lombardia, ma poi si è dimenticato di convocarlo. E, conoscendo i nostri politicanti, nulla ci assicura che esso venga effettivamente convocato. Sull’utilità di questo referendum ci esprimeremo in modo attento in seguito, il problema però è alla base della “strategia” maroniana. Maroni vuole essere un buon amministratore di un ente locale ordinario o un politico che conquista l’autonomia per la Lombardia? Le due posizioni sono inconciliabili. O accetta supinamente il nuovo assetto costituzionale e cerca di applicarlo nel miglior modo possibile, oppure convoca un referendum per chiedere lo statuto speciale ad un governo che, con la suddetta riforma, intende accentrare i poteri nelle mani dello stato italiano. Il presidente Maroni può o applicare la riforma o contestarla per difendere la voglia di autonomia dei lombardi, tertium non datur.
Quale strada sceglierà il nostro presidente? Conoscendo il partito di cui fa parte, probabilmente nessuna.
Ci permettiamo però di dire una cosa al presidente della Lombardia. Un’ottimizzazione degli enti locali per evitare sprechi e sovrapposizione di competenze è possibile solo con un processo sovranista e democratico che porti all’indipendenza della Lombardia, abbandonando uno stato che fa del caos istituzionale la base del sistema clientelare che lo sorregge. Solo con l’indipendenza la Lombardia avrebbe le risorse ed il potere politico per impostare un assetto costituzionale realmente adatto alla realtà lombarda. Potrebbe dare alle diverse comunità il potere democratico di suddividersi in enti locali autonomamente, rispettando i legami socioeconomici e territoriali. Potrebbe ridisegnare la gestione delle comunità montane e dei piccoli comuni puntando davvero al benessere delle comunità, senza dover accorpare enti. Una Lombardia italiana sarà sempre una periferia politica di uno stato autoreferenziale ed in continua decadenza. Se il presidente vuole davvero il buongoverno per la Lombardia, cominci a parlare di indipendenza all’interno del dibattito politico lombardo, cercando di coinvolgere tutte le parti politiche per il bene della Lombardia.

EUSKAL HERRIA: UN RIEPILOGO DELL’ANNO TRASCORSO CON LO SGUARDO RIVOLTO AL FUTURO- di Gianni Sartori

(0 free otegi 2EUSKAL HERRIA: UN RIEPILOGO DELL’ANNO TRASCORSO CON LO SGUARDO RIVOLTO AL FUTURO

(di Gianni Sartori)

Breve premessa indispensabile: appare evidente come durante tutto il 2015 il governo spagnolo a guida Partido Popular abbia inasprito le politiche repressive sia nei confronti dei prigionieri e delle prigioniere baschi, sia perseguitandone gli avvocati (vedi gli arresti del gennaio 2015). Quanto al potere giudiziario ha messo in campo nuove norme giuridiche (sulla cui legittimità è lecito perlomeno dubitare) per ostacolare ogni liberazione legalmente prevista di prigionieri politici.

Adottando questa strategia, Madrid ha ottenuto soltanto di ostacolare ulteriormente il processo ormai avviato per una soluzione politica del conflitto. La strumentalità di questa presa di posizione governativa è apparsa chiaramente anche in occasione degli arresti in settembre di alcuni militanti di ETA che avevano un ruolo preciso nel processo di disarmo iniziato dall’organizzazione indipendentista (nonostante in maggio ETA avesse nuovamente espresso la volontà di procedere ad ulteriori passi in tale direzione).
Perfino alcuni suoi esponenti hanno espresso dure critiche ai metodi del PP (come la presidente del partito nel Paese Basco che si è dimessa in ottobre).

DOPO LE ELEZIONI

Con le elezioni generali del 20 dicembre 2015 non è emersa nella penisola iberica una maggioranza chiara e i negoziati per un nuovo governo hanno incontrato diverse difficoltà. Al punto che non si escludono nuove elezioni. Comunque vada, il nuovo governo non potrà evitare di dare una risposta chiara, fondata sul dialogo e sui negoziati, alle richieste che pervengono sia dalla Catalogna che da Euskal Herria.

Tra gli interventi più interessanti di fine anno, l’intervista realizzata da Inaki Altuna con David Pla e pubblicata su Gara il 15 dicembre (in euskara).
David Pla, uno dei delegati di ETA per la soluzione del conflitto, attualmente in carcere, ha spiegato quali fossero gli impegni (poi non mantenuti) del PSOE dopo Aiete. Per la situazione attuale, ha sottolineato la necessità di ulteriori passi in direzione della soluzione e rivendicato la coerenza di ETA che “ha mantenuto tutto gli impegni” al contrario dei vari governi spagnoli. Riconosce come sia alquanto improbabile poter riaprire un dialogo con Madrid dopo il 20 dicembre (ultime elezioni) anche se “bisogna lavorare anche per questa eventualità, ma in ogni caso senza considerarla la principale della nostra strategia”.
Ad una domanda su BAIGORRI, in riferimento agli arresti – tra cui quello dello stesso Pla – operati congiuntamente da Guardia Civil e polizia francese in questa località della Nafarroa Beherea (Bassa Navarra – sotto amministrazione francese)* ha risposto che “ quattro anni dopo Aiete ETA ha avviato una profonda riflessione per definire la sua strategia e i passi ulteriori da compiere. Per questo stiamo raccogliendo le proposte di varie persone e soggetti politici”.
Per quanto è avvenuto dopo il 2011, non nasconde di provare una “sensazione agrodolce” in quanto “abbiamo costruito uno scenario politico ricco di opportunità, ma tuttavia non siamo in alcun modo dove avremmo desiderato”. David Pla ha poi sottolineato che il blocco del processo di soluzione produce “un contesto difficile e con molte carenze”. Si dice inoltre convinto che la stato spagnolo difficilmente potrà realizzare di propria iniziativa un processo di democratizzazione di tale portata da implicare il riconoscimento di Euskal Herria come Nazione. Ritiene quindi che si debba “aprire un processo come Popolo, con l’obiettivo di creare una convergenza di forze necessarie affinché E.H. possa avanzare ulteriormente”.
Ha detto poi di considerare le ripetute violazioni dei diritti dei prigionieri politici come “un tentativo da parte dello stato di creare uno scenario da vincitori e vinti”. Se invece si considera la cosa da un punto di vista più ampio si comprende come il progetto della Spagna sia sostanzialmente naufragato in E.H. Agli occhi della maggioranza dei cittadini baschi il governo spagnolo appare oggi come il maggior ostacolo per la Pace e i partiti spagnoli ad ogni elezione ottengono sempre meno consenso in E.H.

L’OPPORTUNISMO DEL PNV

Il delegato di ETA si dice critico anche nei confronti del Partito Nazionalista Vasco. Ritiene infatti che l’obiettivo del PNV “non è una soluzione ragionevole, ma piuttosto indebolire la sinistra abertzale”.
Non per niente il PNV è prontissimo a trarre beneficio dagli attacchi dello stato alla sinistra nazionalista, approfittando del fatto che Arnaldo Otegi, potenzialmente il maggior avversario di Iniko Urkullu (lehendakari – presidente – del governo basco dal 2012) nelle elezioni, rimanga in galera.
Ha poi confermato che una delegazione di ETA era rimasta per sedici mesi in un Paese europeo (anche se non conferma che si trattasse della Norvegia), sotto la protezione di quel governo, con l’approvazione di Madrid (sia durante che dopo Zapatero) per dialogare e stabilire accordi, incontrando anche una dozzina di personalità internazionali e un inviato del governo a guida PP.
Un inviato, ricorda, che al suo ritorno a Madrid non venne ricevuto dall’Esecutivo, lo stesso che lo aveva inviato. Una episodio paradossale.
Ha poi espresso un parere molto favorevole sul documento prodotto dal gruppo di esperti definendolo “molto importante, soprattutto rispetto alla posizione assunta dagli stati (Spagna e Francia ndr) in quanto porta ulteriore credibilità al processo”. Oltre ad essere stato determinante per la prosecuzione del processo stesso, smentendo i dubbi avanzati da Madrid sulle reali intenzioni di ETA.
Alla inevitabile domanda sul destino delle armi in dotazione a ETA, conferma che un quantitativo notevole è già stato sigillato (come ETA aveva precedentemente garantito) e altre armi lo saranno in seguito. Sottolinea che “ETA non aveva alcuna necessità di sigillare i propri arsenali, tantomeno di disarmarsi”. Quindi “per ora le armi possono restare dove stanno. ETA sta facendo questo per il bene del processo, perché vuole dare una risposta positiva a questo problema. E lo fa per decisione propria, non per stanchezza”. Tanto per essere chiari.

Tra gli eventi significativi del 2015, di segno diametralmente opposto a quelli governativi, vanno ancora segnalate la Conferenza Umanitaria (giugno) e la Campagna “FREE OTEGI, FREE THEM ALL” (Libertà per Otegi, liberare tutti).

E infine, per concludere questo breve riepilogo del 2015 in E.H., ricordo che la Dichiarazione internazionale “FREE ARNALDO OTEGI & bring Basque political prisoners home” era stata presentata il 24 marzo al Parlamento Europeo dal musicista Fermin Muguruza a nome di 24 firmatari. Nomi ben noti per il loro impegno nell’ambito delle lotte per l’autodeterminazione dei popoli e per la giustizia sociale: Leyla Zana, Leila Khaled, Angela Davis, José “Pepe” Mujica, Desmond Tutu, Fernando Lugo, Gerry Adams, Adolfo Pérez Esquivel, Slavoj Zizek, José Manuel Zalaya, Joao Pedro Stédile, Nora Cortinas, Lucia Topolansky, Cuauhtémoc Cardenas, Carmen Lira,
Ahmed Kathrada, Rev. Harold Good, Tariq Ali, Mairead Maguire, Ken Livingstone, Pierre Galand, Helmut Markov, Gershon Baskin.

 

*nota su Baigorri (comunicato del 23 settembre 2015 del Movimento Pro-Amnistia e Contro la Repressione):

“Ante la operación llevada a cabo por la Policía Francesa y la Guardia Civil contra ETA en Baigorri, el Movimiento Pro Amnistía y Contra la Represión quiere compartir su lectura:
Para empezar, queremos mostrar nuestra solidaridad con los militantes Patxi Flores, Ramón Sagarzazu, Iratxe Sorzabal y David Pla, todos ellos detenidos ayer. Igualmente y una vez más, queremos denunciar la actitud represiva de los estados español y francés y queremos hacer llegar todo nuestro odio a quienes vinieron a Euskal Herria a hacer la guerra. La Guardia Civil, las Policías Española y Francesa, las distintas policías autonómicas españolas… Todas ellas son instituciones terroristas que han utilizado y defendido las torturas, los asesinatos, los secuestros, la guerra sucia y la legalidad fascista y es absolutamente necesario hacer entender al pueblo que si queremos construir la paz, no la paz del opresor sino una verdadera paz basada en la justicia, es imprescindible seguir haciendo frente a estos perros rabiosos que se denominan “Fuerzas de Seguridad del Estado”. Estas organizaciones terroristas son mediante las que pretenden someter a Euskal Herria y, por lo tanto, queremos hacer un llamamiento a seguir trabajando concienzudamente para deslegitimar a las distintas policías.
El Estado español ha entendido bien la necesidad de imponer la “versión oficial” sobre lo sucedido en este conflicto, ha entendido la necesidad de legitimarse ante el pueblo. Los ataques de los últimos tiempos contra la libertad de expresión y en general la prohibición de cualquier iniciativa que ponga en entredicho la “versión oficial” se sitúan en esa lógica de legitimación del terrorismo de estado. Necesitan distorsionar el conflicto político que hay abierto en Euskal Herria como garantía de que en el futuro nadie haga frente desde una actitud combativa al fascismo que nos pretenden imponer.
Poner el nombre de “Operación Pardines” a las detenciones de Baigorri es un auténtico insulto para Euskal Herria. Recordemos que José Pardines fue la primera persona a la que ETA mató, en 1968. Pardines era Guardia Civil y por lo tanto miembro del ejército de Franco, uno de los responsables de mantener la represión contra Euskal Herria y el resto de pueblos que mantienen bajo el dominio del Estado español. Llamar “Operación Pardines” a una operación que tiene como objetivo acabar con la organización que más hizo contra el franquismo es una clara acción de apología del terrorismo y nos parece que es escupir tanto sobre los restos de las miles de personas asesinadas en nombre de España por el franquismo y la Guardia Civil como sobre los cadáveres de los asesinados por el Estado español después del franquismo. El pueblo deberá hacer un esfuerzo descomunal para que la memoria histórica y la verdad no queden en las cunetas.

Por otro lado y en lo referido a las consecuencias de esta operación, ha llegado el momento de hacer una lectura más profunda. Después de noviembre de 2004, encuadrado en la propuesta de Anoeta, a ETA se le impone el papel de negociar una salida a las consecuancias del conflicto en un posible proceso de negociación. También en la declaración de Aiete ese fue el trabajo que se le asignó a ETA, un trabajo que se limitaba a una “mesa técnica”. Esto quiere decir que la tarea de ETA en ese posible proceso de negociación sería el de tratar el tema de presos, huídos y deportados y el de la salida de las fuerzas de ocupación. Actualmente, sin embargo, no hay ningún tipo de proceso de negociación en marcha y los estados ven la posibilidad de acabar con ETA utilizando la vía policial. Sin duda, ese será el camino que seguirán los estados cerrando las puertas a cualquier negociación. No ven que puedan sacar ningún provecho de una negociación en una situación como la actual.

Así las cosas y descartada la posibilidad de la mesa técnica, resulta más importante que nunca activar al pueblo a favor de la reivindicación y la lucha por la amnistía. Ahora, remarcar el carácter político de los represaliados originados por este conflicto se convierte en algo de vital importancia y para hacerlo hay que organizarse y luchar. Para ello, el Movimiento Pro Amnistía y Contra la Represión quiere ofrecer al pueblo un marco para llevar esta labor a cabo, porque la única lucha que se pierde es la que se abandona. Jo ta ke amnistia eta askatasuna lortu arte!
En Euskal Herria, a 23 de septiembre de 2015.
Movimiento Pro Amnistía y Contra la Represión.”

Testo completo in: http://www.lahaine.org/eusk-cast-baigorriko-atxiloketen-aurrean

STORIA DEI PAESI BASCHI A FUMETTI – 1 parte – di Gianni Sartori (già pubblicata su “Etnie”)

Riprendiamo le pubblicazioni sul nostro Blog con quello che vuol essere un piccolo omaggio per i nostri lettori, una chicca per aprire l’Anno Nuovo.

La “Storia dei Paesi Baschi a fumetti” che vede il nostro amico e collaboratore Gianni Sartori all’esplorazione di un nuovo campo di azione, quello del fumetto.

A tempi brevi seguiranno le altre puntate.